IRI

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IRI S.p.A.
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Stato Italia Italia
Tipo società per azioni
Fondazione 1933 a Roma
Fondata da Governo Italiano:
Chiusura 2002
Sede principale Roma
Filiali
Settore
  • Alimentare
  • Aerospaziale
  • Auto
  • Costruzioni navali
  • Chimica
  • Editoria
  • Finanza
  • Informatica
  • Microelettronica
  • Metallurgia
  • Telecomunicazioni
  • Trasporti
Sito web www.archiviostoricoiri.it

L’IRI - acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale - è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 e liquidato nel 2002.

Nacque per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929. L'IRI era inizialmente articolato in due sezioni distinte: la sezione di finanziamento a breve e a lungo termine per le imprese industriali (compito precedentemente affidato all'IMI) per affiancare le grandi banche di investimento; la sezione "smobilizzi industriali" con il compito di acquisire le azioni di grandi imprese industriali in difficoltà che erano possedute da banche italiane o da privati[1].

Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e fu l'ente che modernizzò e rilanciò[senza fonte] l'economia italiana durante soprattutto gli anni cinquanta e sessanta; nel 1980 l'IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni l'IRI fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d'America[senza fonte]; nel 1992 chiudeva l'anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite.[2] Ancora nel 1993 l'IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite.[3] Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere dieci anni dopo.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

l'Iri nacque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una "Sezione finanziamenti" e una "Sezione smobilizzi". Nel 1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò alla fusione con la Banca nazionale di credito (BNC). Il Credito Italiano assunse le attività e le passività a breve scadenza della Banca nazionale di credito cedendole gran parte degli investimenti a lunga scadenza. In un secondo momento la BNC cedette le sue partecipazioni in società industriali alla Società Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla Società Elettrofinanziaria. Sfi e Società Elettrofinanziaria furono messe in liquidazione nel 1934 dopo essere passate sotto il controllo dell'IRI.

Nel 1931 l'intervento pubblico riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi del 1929, aveva aumentato la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l'intervento statale, che si concretizzò nella cessione dalla Comit alla Società Finanziaria Industriale Italiana della totalità delle azioni possedute dalla banca.

Nel pieno della crisi la Banca d'Italia si trovò esposta verso l'Istituto di liquidazioni, un ente pubblico creato nel 1926 per sostenere finanziariamente le imprese in crisi, e verso le banche, per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del circolante.

Lo Stato assunse dunque le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all'IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d'Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all'Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L'operazione fu l'applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l'INA, ovvero l'organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l'IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporaneamente proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell'Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l'IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all'ente figuravano[4]:

  • la quasi totalità dell'industria degli armamenti
  • i servizi di telecomunicazione di gran parte dell'Italia
  • un'altissima quota della produzione di energia elettrica
  • una notevole quota dell'industria siderurgica civile
  • tra l'80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell'industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell'ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri.

IRI ente permanente[modifica | modifica sorgente]

Inizialmente era previsto che l'IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l'IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d'Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l'IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L'IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l'Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le "caposettore") che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra Finmeccanica, Fincantieri e Finelettrica.

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Nel dopoguerra la sopravvivenza dell'Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo. Così l'IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell'IRI fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l'IRI venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un'alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l'IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in "supplenza" dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell'industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell'Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.

"La formula IRI"[modifica | modifica sorgente]

Negli anni '60, mentre l'economia italiana cresceva ad alti ritmi, l'IRI era tra i protagonisti del "miracolo" italiano. Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla "formula IRI" come ad un esempio positivo di intervento dello stato dell'economia, migliore della semplice "nazionalizzazione" perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte aziende del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte aziende del gruppo IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall'Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.

La teoria degli "oneri impropri"[modifica | modifica sorgente]

Ai vertici dell'IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell'Istituto per quasi vent'anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della "formula IRI"[5]. Attraverso l'IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l'IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato "oneri impropri", cioè anche in investimenti antieconomici[6].

Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all'esistenza stessa dell'IRI per il suo essere azienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava al contrario sull'assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all'essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell'organizzazione[7]. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffate[8].

Critico verso la prassi assistenzialista, in linea quindi con la falsariga del modello Beneduciano fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il liberale Luigi Einaudi, che ebbe a dire: «L'impresa pubblica, se non sia informata a criteri economici, tende al tipo dell'ospizio di carità».

Si veda a raffronto, due paragrafi più in basso, l'incremento del numero di dipendenti IRI, aumento che solo in parte può essere spiegato con l'espansione dell'attività produttiva in capo all'ente.

Poiché gli obiettivi dello stato erano sviluppare l'economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l'IRI doveva concentrare i propri investimenti nel Sud ed incrementare l'occupazione nelle proprie aziende. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una "terza via" tra il liberismo ed il comunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell'IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.

Gli investimenti ed i salvataggi[modifica | modifica sorgente]

L'IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell'Italsider di Taranto e quella dell'AlfaSud di Pomigliano d'Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza essere mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro . Per evitare gravi crisi occupazionali, l'IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i "salvataggi" della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l'acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell'Istituto.

Gruppo IRI – andamento numero dipendenti[9]

Anno Dipendenti
1938 201.577
1950 218.529
1960 256.967
1970 357.082
1980 556.659
1985 483.714
1995 263.000

I debiti e la crisi[modifica | modifica sorgente]

All'IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti "fondi di dotazione" all'IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo. L'Istituto e le sue aziende dovevano quindi finanziarsi con l'indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo IRI erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo era la Finsider dove nel 1981 questo rapporto scendeva al 5%[10]. Gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell'IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita[11]. In particolare, la siderurgia e la cantieristica riportarono perdite fino agli anni '80, così come erano pessimi i risultati economici dell'Alfa Romeo. La gestione anti-economica delle aziende IRI portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. All'inizio degli anni '80 i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.

L'epoca Prodi[modifica | modifica sorgente]

Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell'IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell'IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell'IRI durante la presidenza Prodi portò a:

  • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l'Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
  • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
  • la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat;
  • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
  • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un'offerta alternativa per bloccare la vendita. L'offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l'IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l'IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di "privatizzazioni".

L'accordo Andreatta-Van Miert[modifica | modifica sorgente]

Per le sorti dell'IRI fu decisiva l'accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l'unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all'interno del gruppo IRI senza indire gara d'appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l'Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l'IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell'anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all'Italia la concessione di fondi pubblici all'EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d'insolvenza, Van Miert concluse con l'allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo, che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell'EFIM, ma a condizione dell'impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l'Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall'IRI.

Le privatizzazioni[modifica | modifica sorgente]

L'accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l'IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall'accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell'IRI proseguirono comunque e l'Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l'IRI vendette partecipazioni e rami d'azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[12] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A.; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.

L'analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni[modifica | modifica sorgente]

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[13], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull'efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all'incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.[14] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:

« evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[15] »

La liquidazione[modifica | modifica sorgente]

Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 l'IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

La governance dell’IRI[modifica | modifica sorgente]

Per la maggior parte della sua storia l’IRI è stato un ente pubblico economico, che rispondeva formalmente al Ministero delle Partecipazioni Statali, che fino agli anni ’80 fu quasi ininterrottamente ricoperto da esponenti della DC.

A capo dell’IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il comitato di presidenza, formato dal presidente e da membri designati dai partiti di governo. Se il presidente dell’IRI fu sempre espressione della DC, la vicepresidenza fu ricoperta da esponenti del PRI come Bruno Visentini (dal 1953 al 1971) e Pietro Armani (dal 1977 al 1992), con un interregno del liberale Enzo Storoni (dal 1971 al 1977), a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza.

Dopo la trasformazione dell’IRI in società per azioni nel 1992, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto fu ridotto a tre soli membri e l’influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di Tangentopoli, fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell’IRI fu accentrata nelle mani del Ministero del Tesoro.

Le partecipazioni IRI[modifica | modifica sorgente]

Le partecipazioni dell'IRI erano strutturate in una serie di holding di settore che a loro volta controllavano le società operative. Le principali aziende controllate dall'IRI sono state:

Le ”Nuove IRI”[modifica | modifica sorgente]

In linguaggio giornalistico l’IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica che raccoglie partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali. Così enti statali come la Cassa Depositi e Prestiti e Sviluppo Italia sono stati soprannominati “nuove IRI”, con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.[16]

Bilancio 1997[modifica | modifica sorgente]

Nel 1997 IRI S.p.A. ha ottenuto 40095 miliardi di lire di ricavi, un utile di 4885 miliardi, debiti per 33831 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 19579 miliardi, un patrimonio netto di 15480 miliardi, 4371 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 125415 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1997

Bilancio 1998[modifica | modifica sorgente]

Nel 1998 IRI S.p.A. ha ottenuto 36150 miliardi di lire di ricavi, un utile di 3445 miliardi, debiti per 77448 miliardi, indebitamento finanziario netto di 12232 miliardi, 4236 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 18038 miliardi di patrimonio netto, 112651 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1998

Bilancio 1999[modifica | modifica sorgente]

Nel 1999 IRI S.p.A. ha ottenuto 36348 miliardi di ricavi, un utile di 6640 miliardi, debiti per 63842 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 6476 miliardi, 4201 miliardi di partecipazioni in controllate e collegate, patrimonio netto di 22312 miliardi, 108970 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1999

Presidenti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ A.M.Banti, Il senso del tempo, manuale di storia, 1870-oggi, Laterza, 2008, pag.413
  2. ^ Archivio storico www.corriere.it
  3. ^ Istituto per la Ricostruzione Industriale, dal sito in inglese.
  4. ^ Mimmo Franzinelli, Marco Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pagg. 229-230
  5. ^ Petrilli pubblicò un libro intitolato Lo stato imprenditore, Cappelli, Bologna 1967; citato da M. Pini, I giorni dell'IRI, Arnoldo Mondadori, 2004, pag. 26 e bibliografia a pag. 298
  6. ^ M. Pini, I giorni dell'IRI, pag. 26
  7. ^ M. Franzinelli, M. Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pag. 239
  8. ^ ibidem, pagg. 230-31
  9. ^ da P. Bianchi, La rincorsa frenata-L’industria italiana dall’unità nazionale all’unificazione europea, Il Mulino, 2002
  10. ^ M.Pini, I giorni dell'IRI, Mondadori, 2004, pag. 67
  11. ^ V.Castronovo, Storia dell'Industria italiana, Mondadori, 2003
  12. ^ Mediobanca Ricerche e Studi,Le privatizzazioni in Italia dal 1992, 2000
  13. ^ La Corte dei Conti svela il lato oscuro delle privatizzazioni, 27 gen 2010, Il Giornale
  14. ^ Con privatizzazioni tariffe alte, 26 feb 2010, TgCom
  15. ^ Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care, 26 feb 2010, Corriere della Sera
  16. ^ Si veda ad esempio il titolo del seguente articolo sulla Cassa Depositi e Prestiti: F.M. Mucciarelli, Verso una nuova IRI ?, dal sito [1]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Vera Lutz, Italy: A Study in Economic Development, Oxford, Oxford University Press, 1962.
  • Pasquale Saraceno, Il sistema delle imprese a partecipazione statale nell'esperienza italiana, Milano, Giuffrè, 1975.
  • Bruno Amoroso - O.J. Olsen, Lo stato imprenditore, Bari, Laterza, 1978.
  • Mario Ferrari Aggradi, Origini e sviluppo dell'industria pubblica in Italia, in "Civitas", sett.-ott. 1982.
  • Nico Perrone, Il dissesto programmato. Le partecipazioni statali nel sistema di consenso democristiano, Bari, Dedalo, 1992 ISBN 8-82206-115-2
  • Massimo Pini, I giorni dell'IRI - Storie e misfatti da Beneduce a Prodi, Arnoldo Mondadori Editore, 2004. ISBN 88-04-52950-4
  • Mimmo Franzinelli, Marco Magnani. Beneduce: il finanziere di Mussolini, Milano, Mondadori, 2009. ISBN 9788804585930.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]