Capitalismo

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La banconota da 1 dollaro, considerato simbolo del capitalismo per antonomasia.

Il termine capitalismo può riferirsi in genere a diverse accezioni di pratiche economiche, che venne istituzionalizzata in Europa, tra il XIV e il XV secolo (come dimostrato magistralmente da Giovanni Arrighi[1]), che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono come "persone giuridiche" (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro; vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale).

  • Un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del capitale, a spiegare il funzionamento di tali mercati, e a dirigere l'applicazione o l'eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e mercati;
  • Il sistema economico, e per estensione l'intera società, il cui funzionamento si basa sulla possibilità di accumulare e concentrare ricchezza in una forma trasformabile (in denaro) e re-investibile, in modo che tale concentrazione sia sfruttata come mezzo produttivo;
  • Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita, riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza.

La parola "capitalismo" è usata con molti significati differenti, a seconda degli autori, dei periodi storici, e talvolta del giudizio di valore che l'autore porta sull'organizzazione sociale vigente. Volendo trovare un comune denominatore alle diverse visioni, si può forse affermare che per capitalismo si intenda, generalmente e genericamente, il "sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati individui".

Va anzitutto distinta la nozione di "capitalismo" come fenomeno (cioè, come sistema politico-economico e sociale) dalla nozione di "capitalismo" come ideologia (la posizione che difende la "naturalità" o la "superiorità" di tale sistema, basato sulle competizioni di detentori di capitali privati).

Essendo un termine carico di significati diversi, esso ha rappresentato spesso uno spartiacque politico che ha diviso le posizioni ideali in fautori, oppositori e critici del capitalismo.

Alle diverse definizioni di "capitalismo" come sistema economico-sociale fanno spesso riscontro diverse definizioni di cosa sia il "capitale". Molto raramente gli autori hanno definito in modo esplicito l'uno o l'altro dei termini, e pertanto tali definizioni spesso (anche se non sempre) devono essere ricavate attraverso un'analisi critica del complesso dei loro testi.

Capitalismo nella Storia[modifica | modifica sorgente]

Il capitalismo è un fenomeno difficilmente inquadrabile storicamente, politicamente e socialmente a causa della mancanza di una definizione universalmente accettata e che non lasci spazio ad ambiguità interpretative. Alcuni studiosi ritengono pertanto corretto affermare che il capitalismo non rappresenti altro che il metodo più naturale di allocare le risorse disponibili all'interno di una comunità economica (per ragioni che saranno mostrate in seguito) e che quindi sia sempre esistito in varie forme, a partire dalle comunità preistoriche fino ai giorni nostri. Coloro che non concordano con questa ipotesi sostengono che il capitalismo non sia il modo più comune possibile di distribuire le risorse, bensì sia solo un'opzione: il dibattito verte principalmente sull'esistenza o meno di altri metodi per la distribuzione delle risorse (quali il comunismo o il socialismo) e che questi siano applicabili nella realtà economica attuale o del passato.

I sostenitori della tesi del Capitalismo perenne affermano che il continuo tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita (e quindi anche economiche) a discapito di altri soggetti o di altre comunità faccia parte del naturale comportamento dell'uomo e sono dunque convinti che il capitalismo - inteso come attitudine umana all'arricchimento personale o della propria comunità (generalizzando, il miglioramento delle proprie condizioni di vita) attraverso il concentramento di risorse universalmente limitate e quindi di valore - sia sempre esistito e continuerà a esistere, nonostante si sia manifestato sotto forme differenti nella storia. Naturalmente se il capitalismo fosse inteso solo come modello economico (limitato quindi agli aspetti meramente economici e non antropologici o sociali), questo non potrebbe avere le caratteristiche descritte sopra.

I detrattori di questa teoria (che intendono il capitalismo come un fenomeno di ampio respiro, non solo in ambito strettamente economico) sostengono che il capitalismo non sia sempre esistito (taluni ritengono sia nato con l'agricoltura, nella Mezzaluna fertile, altri nell'antichità classica con la schiavitù, altri ancora agli inizi della Prima Rivoluzione Industriale) e/o che non durerà per sempre.

Capitalismo e globalizzazione[modifica | modifica sorgente]

Il termine "capitalismo" si aggiorna e acquista nuovi significati in ogni epoca storica, che sia usato esplicitamente o implicitamente per indicare "lo stato di cose presente" (per parafrasare Karl Marx). In particolare, inteso come sistema economico-politico, esso acquista una nuova fisionomia con il processo di globalizzazione, altro termine per il quale esistono molte varianti e sfumature di significato, raramente esplicite. Il suo significato ed il suo senso si intreccia dunque oggi con quello di globalizzazione, e pensatori di riferimento - nel contesto di una visione del capitalismo come prodotto della storia - possono essere considerati Joseph Stiglitz, Giovanni Arrighi, l'economista indiano Prem Shankar Jha, i quali utilizzano tutti esplicitamente la parola "capitalismo", intesa in un senso molto prossimo a quello di K.Polanyi. Della globalizzazione si interessano specificamente anche Paul Krugman, l'economista francese Jean-Paul Fitoussi, assieme all'economista francese liberale Maurice Allais, il quale è, nonostante questo, un feroce oppositore del liberoscambismo (altro termine per "neoliberalismo" o, in Italia, Neoliberismo).

Capitalismo e ideologie politiche[modifica | modifica sorgente]

Vi sono molte ideologie politiche ed economiche differenti, talvolta opposte, che valutano positivamente il capitalismo:

  • mini-archismo (o liberalismo classico): difende una forma "pura" di economia di mercato con interventi statali ridotti al minimo.
  • conservatorismo: le posizioni specifiche sono variabili a seconda dei diversi Paesi, ma nei Paesi occidentali, solitamente difende qualcosa di non dissimile dallo status quo delle pratiche capitaliste attuali (vedi: conservatorismo politico).
  • mercantilismo: difende l'intervento statale a protezione di industrie e commercio interno contro la concorrenza estera (vedi protezionismo).
  • liberismo: considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali
  • neo-liberismo: dottrina economica non ben definita che ha avuto grande impulso a partire dagli anni ottanta del secolo scorso
  • neo-illuminismo: l'idea che al mondo non ci sia stato mai un vero Stato e che quindi tutte le teorie economiche siano falsate. Si propone il raggiungimento del "vero Stato", coll'instaurazione dell'eunomia.
  • distributismo: creato per applicare quei principi di dottrina economico-sociale della Chiesa cattolica affondanti le radici nel pauperismo medievale (ora et labora) ed espressi modernamente nella dottrina di Papa Leone XIII dell'enciclica Rerum novarum.

Molte ideologie differenti, spesso politicamente contrapposte, si oppongono al capitalismo in favore di diverse forme di economia pianificata (talora indicate come collettivismo), tra cui:

  • socialismo: in alcune delle sue espressioni, promuove un esteso controllo statale dell'economia, anche se con aree piccole e tollerate di capitalismo.
  • laburismo: forma di socialismo fondata sul lavoro e sull'anticapitalismo
  • liberal-laburismo: forma di socialismo libertario fondata sul lavoro e sulla meritocrazia.
  • socialismo libertario: sostiene il controllo collettivo dell'economia senza bisogno di uno Stato.

Altre ideologie politiche propongono forme diverse di economie capitalistiche controllate, unendo diversi aspetti del socialismo e delle teorie liberiste:

Infine, il comunismo e l'anarchia sostengono la necessità del superamento della società capitalistica, per una società senza classi, con il controllo diretto dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori.

Argomentazioni[modifica | modifica sorgente]

Poiché esistono così tante ideologie divergenti che promuovono o si oppongono al capitalismo, sembra difficile accordarsi su una lista di argomentazioni pro o contro. Ciascuna delle ideologie sopra elencate fa affermazioni molto diverse sul capitalismo. Alcuni si rifiutano di utilizzare questo termine.

Tuttavia, sembra possibile individuare quattro questioni separate e distinte sul capitalismo che sono chiaramente sopravvissute al XX secolo e sono ancora oggi discusse. Alcuni analisti sostengono o hanno sostenuto di possedere risposte semplici a queste domande, ma le scienze politiche le vedono in generale come diverse sfumature di grigio:

Controversie[modifica | modifica sorgente]

Perché nessuno concorda sul significato di capitalismo?[modifica | modifica sorgente]

È difficile dare una risposta obiettiva. In apparenza, non c'è mai stato un accordo chiaro sulle implicazioni linguistiche, economiche, etiche e morali, cioè, sull'"economia politica" del capitalismo stesso.

Un po' come un partito politico che tutti cercano di controllare, a prescindere dall'ideologia, la definizione di "capitalismo" in un dato momento tende a riflettere i conflitti contemporanei tra gruppi di interesse.

Alcune combinazioni tutt'altro che ovvie dimostrano la complessità del dibattito. Ad esempio, Joseph Schumpeter sostenne nel 1942 che il capitalismo era più efficiente di qualsiasi alternativa, ma condannato dalla sua giustificazione complessa ed astratta che il comune cittadino alla fine non avrebbe difeso.

Inoltre, le varie asserzioni si sovrappongono parzialmente, confondendo la maggior parte dei partecipanti al dibattito. Ayn Rand fece una difesa originale del capitalismo come codice morale, ma le sue argomentazioni in merito all'efficienza non erano originali, ed erano scelte per sostenere le sue asserzioni in tema di morale. Karl Marx sosteneva che il capitalismo fosse efficiente, ma iniquo nell'amministrazione di uno scopo immorale, e pertanto in definitiva insostenibile. John McMurty, un commentatore corrente del movimento no-global, crede che sia divenuto sempre più equo nell'amministrazione di tale scopo immorale. Robin Hanson, un altro commentatore attuale, si chiede se l'adattezza e l'equità e la moralità possano essere realmente separate da mezzi che non siano politici/elettorali.

Il capitalismo funziona nell'interesse di chi?[modifica | modifica sorgente]

Infine, le argomentazioni si appellano fortemente a gruppi di interesse diversi, sostenendo spesso le loro posizioni come "diritti".

I proprietari attualmente riconosciuti - soprattutto azionisti di società e detentori di atti di proprietà terriera o diritti di sfruttamento del capitale naturale, sono generalmente riconosciuti come sostenitori di diritti di proprietà estremamente forti.

In ogni caso, la definizione di "capitale" si è ampliata in tempi recenti per comprendere le motivazioni di altri gruppi di interesse importanti: artisti o altri creatori che si affidano alle leggi di "diritto d'autore"; detentori di marchi e brevetti che migliorano il cosiddetto "capitale intellettuale"; operai che esercitano per lo più il loro mestiere guidati da un corpus imitativo e condiviso di capitale istruttivo - i mestieri stessi - hanno tutti motivo di preferire lo status quo delle leggi di proprietà attuali rispetto a qualunque insieme di possibili riforme.

Persino giudici, mediatori o amministratori incaricati dell'esecuzione equa di qualche codice etico e del mantenimento di qualche relazione tra capitale umano e capitale finanziario all'interno di una democrazia rappresentativa capitalistica, tendono ad avere interesse personale a sostenere l'una o l'altra posizione - tipicamente, quella che assegna loro un ruolo significativo nell'economia capitalista.

Secondo Karl Marx, questo ruolo ha una reale influenza sulla loro cognizione, e li conduce inesorabilmente verso punti di vista inconciliabili, cioè, nessun accordo è possibile mediante la "collaborazione di classe" tra gruppi di interesse opposti, ed è piuttosto la "lotta di classe" a definire il capitalismo.

Oggi, anche quei partiti tradizionalmente contrari al capitalismo, p.es. il (discusso) Partito Comunista Cinese di Mao Zedong, ne vedono un ruolo nello sviluppo della loro società. Il dibattito è concentrato sui sistemi di incentivi, non sulla chiarezza etica o sulla struttura morale complessiva del "capitalismo".

Nel corso di un discorso tenuto in occasione del Forum Economico Mondiale a Davos, in Svizzera, in programma dal 23 al 27 gennaio 2008, Bill Gates, ritenuto il terzo uomo più ricco del mondo, ha illustrato il concetto di capitalismo creativo, attirando l'attenzione dell'opinione pubblica sui questo tema. Per capitalismo creativo si intende un sistema in cui i progressi tecnologici compiuti dalle aziende non sono sfruttati semplicemente per la logica del profitto, ma anche per portare sviluppo e benessere soprattutto là dove ce ne è più bisogno, ossia nelle aree più povere del mondo, sposando le esigenze di profitto con le cause umanitarie.

Critiche al capitalismo[modifica | modifica sorgente]

Un'argomentazione moderna importante è che il capitalismo semplicemente non è un sistema, ma soltanto un insieme di domande, problematiche e asserzioni riguardanti il comportamento umano. Simile alla biologia o all'ecologia ed alla sua relazione al comportamento animale, complicato dal linguaggio dalla cultura e dalle idee umane. Jane Jacobs e George Lakoff hanno argomentato separatamente l'esistenza di un'etica del guardiano fondamentalmente legata alla cura ed alla protezione della vita, e di un'etica del commerciante più legata alla pratica, esclusiva fra i primati, del commercio. Jacobs pensava che le due fossero sempre state separate nella storia, e che qualsiasi collaborazione fra di esse fosse corruzione, cioè qualsiasi sistema unificante che pretendesse di fare asserzioni riguardanti entrambi, sarebbe semplicemente al servizio di sé stesso.

Per Benjamin Tucker il capitalismo è la negazione del libero mercato, perché il capitalismo è basato su privilegi satanisti.

Altre dottrine si concentrano sull'applicazione di mezzi capitalisti al capitale naturale (Paul Hawken) o al capitale individuale (Ayn Rand) - dando per scontata una struttura morale e legale più generale che scoraggi l'applicazione di questi stessi meccanismi ad esseri non viventi in modo coercitivo, p. es. la "contabilità creativa" che combina la creatività individuale con il complesso fondamento istruttivo della contabilità stessa.

A parte argomentazioni molto ristrette che avanzano meccanismi specifici, è alquanto difficile o privo di senso distinguere le critiche del capitalismo dalle critiche della civiltà europea occidentale, del colonialismo o dell'imperialismo. Queste argomentazioni spesso ricorrono intercambiabilmente nel contesto dell'estremamente complesso movimento no-global, che è spesso (ma non universalmente) descritto come "anti-capitalista".

Una critica legata al numero di vittime provocato dal capitalismo è trattata nel libro nero del capitalismo.

Capitalismo secondo diversi filosofi ed economisti[modifica | modifica sorgente]

Karl Marx[modifica | modifica sorgente]

Per il socialismo scientifico, del quale il principale pensatore deve essere considerato Karl Marx, la "società borghese" è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all'interno dell'organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (quella che qualcuno chiama "economia", altro termine fortemente ambiguo) del "modo di produzione capitalistico". Esso consiste nell'appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del "plusvalore". Tale processo di appropriazione è chiamato "sfruttamento" della mano d'opera, impersonata nel "proletariato", quella classe che "non possiede altro che la propria prole" ovvero i senza-riserve. Per Marx un altro elemento distintivo della società borghese è la conversione di tutto in merce, dunque la creazione di un mercato non solo delle merci, ma anche del lavoro, e anche del danaro (capitale) stesso. La rivoluzione borghese distrugge l'ancien régime (la società feudale basata su una congerie di classi e ceti, fondata sulla proprietà della terra e delle persone - la servitù, la servitù della gleba - come fattori di produzione, e che quindi vedeva come classi dominanti l'aristocrazia e il clero). Libera i servi e li trasforma in proletari, che possono vendere l'unica cosa in loro possesso, la "forza-lavoro", sul mercato del lavoro. Inoltre essa realizza un cambiamento paradigmatico del significato del danaro, attraverso l'inversione del ciclo MDM (merce-denaro-merce) in DMD (denaro-merce-denaro). Il denaro assume così una duplice veste: da un lato è un mezzo di scambio (quale esso è sempre stato, anche nel ciclo MDM), ma dall'altro diviene merce esso stesso. Questo è appunto il profitto, che per Marx trae origine esclusivamente dal plusvalore. Dato che la produzione si basa sul "matrimonio" tra capitale e lavoro, il danaro (capitale) è dunque nella società borghese un "precursore" della merce stessa, deve ad essa preesistere. Inoltre, diviene lui lo scopo dello scambio, che è finalizzato alla riproduzione del capitale, e non la merce, finendo così (in campo speculativo finanziario) per ridurre la formula DMD ad una più diretta D-D', come riportato nel IV capitolo del primo libro de Il Capitale.

Se qui si parla di "società borghese" anziché di "capitalismo", è perché quest'ultimo termine per la verità non compare nell'opera di Marx. Vi compaiono il termine "società borghese" da un lato, e "capitale" dall'altro, ovvero "lavoro morto", accumulato, in grado di diventare un fattore di produzione solo se associato al "lavoro vivo", la forza-lavoro del proletariato. Si reinnesca così il processo di accumulazione del plusvalore e la riproduzione del capitale stesso. A questa modalità di funzionamento K.Marx si riferisce con il termine "modo di produzione capitalistico". Per la complessa visione politica della storia e della società di Karl Marx si rimanda alla voce specifica, e ai testi ivi citati.

Max Weber[modifica | modifica sorgente]

Un punto di vista diverso, e per certi versi opposto, è quello di Max Weber, il quale in esplicita critica a Marx, conferisce al "capitalismo", o quanto meno alle condizioni del suo sviluppo, un carattere eminentemente culturale e sociale, legato al pensiero religioso protestante, per il quale è essenziale il risparmio e la rinuncia al consumo (attitudine indispensabile alla accumulazione). Successivamente il meccanismo capitalistico assicura la perpetuazione dei meccanismi di riproduzione indipendentemente dalle volontà dei singoli, imponendo una forma di "ascesi" attraverso la competizione, che la rende obbligatoria.

Karl Polanyi[modifica | modifica sorgente]

Per altri pensatori, quali l'antropologo, sociologo ed economista Karl Polanyi, il capitalismo si identifica invece nella "Haute finance", attività legata ai flussi di denaro scambiati nel commercio a grande distanza, che richiede di necessità garanzie e mezzi di pagamento sicuri a distanza, e credito. Esso è dunque un sistema politico sociale che si aggrega attorno al capitale finanziario, che si costituisce in un'organizzazione sia politica sia economica, come insieme organico di istituzioni per la promozione (anche per mezzo di guerre), la protezione e la regolazione degli scambi internazionali (dove questo termine assume una portata ed un significato diverso a seconda dei periodi storici), e dunque del capitalismo stesso. Esso è dunque per Karl Polanyi un sinonimo di "società di mercato" (intesa nel senso sopra detto, come società in cui tutto, merci, danaro, servizi, credito, diventa oggetto di scambio), un prodotto della società umana, storicamente datato, e non, come nel pensiero liberale, nient'altro che un naturale prolungamento della naturale tendenza umana agli scambi. La considerevole attualità di questa visione del capitalismo è all'origine di un rinnovato interesse per il pensiero dell'ungherese. Visse una vita molto e forse anche troppo frenetica che lo portò al suicidio all'età di 78 anni.

John Rogers Commons[modifica | modifica sorgente]

L'economista americano del New Deal, esponente della scuola "istituzionalista", ritiene il capitalismo una costruzione giuridico-economica: esso si basa su di "una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l'azione concertata - segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio - di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri".[2]

John Maynard Keynes[modifica | modifica sorgente]

Il problema di John Maynard Keynes è come impedire che il capitalismo si autodistrugga. Esso ha bisogno di una continua regolazione ("il mondo non è governato dall'alto in modo che l'interesse privato e l'interesse sociale coincidano sempre. Non è corretto dedurre dai principi dell'economia che l'interesse personale illuminato opera sempre nell'interesse pubblico"), e pertanto è un avversario del laissez-faire. Come ideologia, il capitalismo sarebbe per lui "... la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per il gran bene di tutti". Il suo pensiero è alla base della scuola della "economia della regolazione", prevalente in Francia, dei quali un noto esponente è Jean-Paul Fitoussi.

Thorstein Veblen[modifica | modifica sorgente]

Un diverso punto di vista, o se si vuole una diversa definizione di capitalismo, la abbiamo in Thorstein Veblen, un economista statunitense del New Deal della scuola istituzionalista. Veblen è uno dei pochi che fornisce una definizione esplicita di "capitale", e dunque implicitamente di "capitalismo". Per Veblen il capitale non ha necessariamente una manifestazione monetaria: esso consiste nelle conoscenze, nei saperi, nelle tecniche, nei metodi di produzione, di una determinata società. In ogni società determinati gruppi sociali si appropriano di questo "capitale" sociale per il proprio tornaconto particolare (prestigio, potere, non necessariamente reddito o danaro) con i più svariati mezzi. Per Veblen, dunque, ogni società è in questo senso "capitalista". La sua definizione non coincide affatto con quella di Marx, e non lo si può dunque definire correttamente un "marxista" (come talvolta si è invece erroneamente fatto); semmai, la sua è una generalizzazione della nozione di Capitale in Marx, che ne sarebbe solo una specifica determinazione legata ad uno specifico momento storico.

Joseph Schumpeter[modifica | modifica sorgente]

Per Joseph Schumpeter il capitalismo si basa su un processo di continuo rivolgimento basato sull'innovazione tecnologica, attraverso fasi in cui emergono strutture nuove e quelle obsolete vengono distrutte. "Questo processo di 'distruzione creatrice' costituisce il dato fondamentale del capitalismo: è in questo che consiste, in ultima analisi, il capitalismo, ed ogni impresa capitalista deve, volente o nolente, adattarvisi." La molla che spinge il fenomeno non è la concorrenza, ma la sete di guadagno degli imprenditori, i quali tentano continuamente di utilizzare l'innovazione allo scopo di ottenere una posizione monopolistica di fatto, sottraendosi alla concorrenza. Per Schumpeter, anche se è, e proprio in quanto è, un meccanismo puramente razionale, il capitalismo rappresenta però un'utopia perversa alla quale gli uomini non si adattano, ed è pertanto destinato ad essere soppresso.

Fernand Braudel[modifica | modifica sorgente]

Fernand Braudel, storico, uno dei principali esponenti della Scuola delle Annales francese, nel suo "Civiltà materiale, economia e capitalismo", sostiene che le origini del capitalismo si situano negli scambi mercantili tra XV e XVIII secolo. Il "capitalismo" si riferirebbe più propriamente alla generalizzazione di tali scambi su scala mondiale, con la costituzione di centri di potere (Venezia, Genova, Amsterdam, Londra, ecc.) e alla diretta influenza di questa economia mondo sulla produzione stessa attraverso una simbiosi istituzionale. "Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato". "Il capitalismo del passato, a differenza di quello attuale, occupava solo una piccola piattaforma della vita economica. Se scelse determinate aree per risiedervi è perché queste erano le uniche che favorivano la riproduzione del capitale". Braudel utilizza dunque "capitalismo" non per designare un'ideologia, ma un sistema economico costruito progressivamente grazie ad un equilibrio di poteri. Una visione dunque non lontana, anche se ad essa non coincidente, da quella di Karl Polanyi.

Milton Friedman[modifica | modifica sorgente]

Il premio Nobel per l'economia Milton Friedman, nel dopoguerra consigliere del candidato repubblicano alla presidenza USA Barry Goldwater, e poi del presidente Richard Nixon, è stato in gioventù un Keynesiano convinto, difensore della politica del New Deal, e attivo sostenitore della politica di bilancio di John Fitzgerald Kennedy. Si è successivamente spostato su posizioni del tutto opposte, critiche del New Deal, conservatrici-libertarie, a favore del laissez-faire e di una visione monetarista. È dunque diventato forse il principale difensore del capitalismo “puro”, inteso come sistema sociale dove nessun intervento pubblico deve interferire nella libera competizione dei soggetti economici. Per Friedman questo è visto, prima ancora che come strumento di sviluppo economico, come mezzo per la salvaguardia delle libertà individuali, che lui pone alla sommità della scala dei valori. La sua posizione può quindi essere annoverata all'interno di un liberalismo classico. Questo non significa però che per Friedman il capitalismo sia tale, tutt'altro, ma piuttosto che debba esserlo. La sua è dunque una posizione più prescrittiva che analitica. Le sue idee monetariste, che rigettano l'inflazione come inutile e pericolosa, sono alla base dell'ideologia della BCE (Banca centrale europea) e della FED (Banca Federale degli Stati Uniti, Federal Reserve), all'interno però quest'ultima di una visione meno rigida. Sono inoltre quelle che improntano la “Scuola economica di Chicago”, i cosiddetti “Chicago Boys”. Forte è l'influenza delle sue idee e della sua visione del capitalismo, della società e della politica in Ronald Reagan e in Margaret Tatcher. Essendo per lui le libertà economiche precursori di quelle politiche, Friedman ha sostenuto attivamente e concretamente – tra molte polemiche - l'introduzione di forti elementi di capitalismo nei regimi dittatoriali, in particolare nel Cile di Pinochet e nella Cina comunista, paesi dove si è recato proprio a questo scopo, nel convincimento che questo avrebbe di necessità indotto un'evoluzione liberale. La crisi di solvibilità del sistema bancario globale originata dalle eccessive cartolarizzazioni dei mutui sub-prime americani ha creato un'enorme falla nell'attuale modello di capitalismo, che riserva solo alla banca ed alle altre istituzioni finanziarie la funzione creditizia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni Arrighi, The Long XX Century. Money, Power and the Origins of Our Time, London, Verso, 1994.
  2. ^ J.R. Commons, Legal Foundations of Capitalism, 1925

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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