John Kenneth Galbraith
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John Kenneth Galbraith (Iona Station, 15 ottobre 1908 – Boston, 29 aprile 2006) è stato un economista canadese naturalizzato statunitense nel 1937, fra i più celebri e influenti del suo tempo.
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[modifica] Cenni biografici
Insegnò nelle università di California, di Princeton, di Cambridge e di Harvard. Acquistò rinomanza come economista "liberal" e la sua notevole influenza sul pensiero economico del XX secolo, anche per il suo diretto impegno in politica.
Galbraith era dichiaratamente un democratico, e sostenne fin da subito John Fitzgerald Kennedy e le sue aspirazioni presidenziali, ricoprendo anche alcuni incarichi pubblici sotto la sua amministrazione come sotto quella di Roosevelt.
I suoi principali incarichi politico-amministrativi furono:
- durante la seconda guerra mondiale responsabile dei prezzi di tutti le merci degli Stati Uniti, ruolo che gli valse l'appellativo di "Supercommissario ai prezzi"
- Consigliere economico del candidato democratico alla presidenza Adlai Stevenson dal 1952 al 1956
- Consigliere economico dei presidenti democratici Franklin D. Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton
- Ambasciatore in India durante la presidenza di John Kennedy dal 1961 al 1963
- presidente della American Economic Association
Contribuì a elaborare il programma di "Grande società" del presidente Lyndon Johnson e scrisse il discorso presidenziale in cui quel programma venne illustrato. Successivamente ruppe con Johnson a causa della guerra in Vietnam.
Raggiunse la notorietà negli anni 60 col libro The affluent society, che, secondo quanto ha scritto il New York Times, costrinse la nazione americana a riesaminare i suoi valori: nell'opera si sostiene che gli Stati Uniti erano diventati ricchi in merci di consumo, ma poveri nel campo dei servizi sociali. L'opera venne tradotta in italiano col titolo La società opulenta.
È stato premiato due volte con la Medaglia presidenziale della libertà: nel 1946 dal Presidente Truman e nel 2000 dal Presidente Clinton[1].
[modifica] Opere
- American Capitalism, Houghton Mifflin, Boston, 1952 (trad. it.: Il capitalismo americano, Ed. di Comunità, Milano, 1965)
- The Great Crash, Houghton Mifflin, Boston, 1954 (trad. it.: Il grande crollo, Ed. di Comunità, Milano, 1962)
- Economics and the Art of Controversy, Rutgers U.P., New Brunswick, 1955
- The Affluent Society Houghton Mifflin, Boston, 1958 (trad. it.: La società opulenta, Ed. di Comunità, Milano, 1965)
- The Liberal Hour, Houghton Mifflin, Boston, 1960 (trad. it.: I grandi problemi, Ed. di Comunità, Milano, 1960)
- The Scotch, Houghton Mifflin, Boston, 1964 (trad. it.: Scozzesi in Canada, Ed. di Comunità, Milano, 1972)
- The New Industrial State, Houghton Mifflin, Boston, 1967 (trad. it.: Il nuovo stato industriale, Einaudi, Torino, 1968)
- Come uscire dal Vietnam, (trad. it.:Einaudi, 1968)
- Ambassador’s Journal, Houghton Mifflin, Boston, 1969
- A China Passage, Houghton Mifflin, Boston, 1973(trad. it.:Passaggio in Cina, Mondadori, 1973)
- Economics and Public Purpose, Houghton Mifflin, Boston, 1973 (trad. it.: L'economia e l'interesse pubblico , Mondadori, 1974)
- Money: Whence It Came. Where It Went, Houghton Mifflin, Boston, 1975 (trad. it.: La moneta: da dove viene e dove va, Mondadori, Milano, 1976)
- The Age of Uncertainty, Houghton Mifflin, Boston, 1977 (L’età dell’incertezza, Euroclub, Milano, 1978)
- Almost Everyone’s Guide to Economics, Houghton Mifflin, Boston, 1978
- The Nature of Mass Poverty, Harvard U.P., Cambridge (MA), 1979 (trad. it.: La natura della povertà di massa, Mondadori, 1980)
- A Life in Our Times, Houghton Mifflin, Boston, 1981 (trad. it.: Una vita del nostro tempo, Mondadori, 1982)
- The Voice of the Poor, Harvard U.P., Cambridge (MA), 1983 (trad. it: ?)
- The Anatomy of Power, Houghton Mifflin, Boston, 1983 (trad. it.: Anatomia del potere, Mondadori, 1984)
- A View from the Stands, Houghton Mifflin, Boston, 1986
- Economics in Perspective, Houghton Mifflin, Boston, 1987 (trad. it.: Storia dell’economia, Rizzoli, Milano, 1988)
- A Short History of Financial Euphoria, Whittle Direct Book, 1990 (trad. it.: Breve storia dell'euforia finanziaria, Rizzoli, Milano, 1991)
- (con S. MENSHIKOV) Capitalism, Communism and Coexistence, Houghton Mifflin, Boston, 1988 (trad. it.: Le nuove prospettive dell’economia mondiale, Rizzoli, Milano, 1989)
- Il professore di Harvard, Rizzoli, 1990
- The Culture of Contentment, Houghton Mifflin, Boston, 1992 (trad. it.,: La cultura dell'appagamento, Rizzoli, 1993)
- A Journey Through Economic Time, Houghton Mifflin, Boston, 1994
- The Good Society, Houghton Mifflin, Boston, 1996
- Letters to Kennedy, Harvard U.P., Cambridge (MA), 1998
- Storia del pensiero economico, Rai Educational, 2000
- Titolo inglese sconosciuto, (trad. it: Facce note, Rizzoli, 2000)
- The Economics of Innocent Fraud, (trad. it.: L'economia della truffa, Rizzoli, 2004)
Ha scritto anche due romanzi:
- The Triumph, Houghton Mifflin, Boston, 1968 (trad. it.: Il trionfo, Mondadori, Milano, 1968)
- A Tenured Professor, Houghton Mifflin, Boston, 1990 (trad. it.: Il professore di Harvard, Rizzoli, Milano, 1990).
Si tratta di una vastissima produzione, che ha toccato, in pratica, tutte le tematiche economiche, spingendosi spesso nel sociale e nel politico: sbocchi ed evoluzioni obbligate per un pensiero economico che non misuri tutto con la percentuale di incremento o declino del prodotto interno lordo, perché, come afferma proprio JKG, "... quando non potremo più respirare l'aria, bere l'acqua e mangiare del cibo non inquinato, non ci preoccuperemo forse più di quanto aumenterà quest'anno il prodotto interno lordo..."
[modifica] Breve analisi delle principali opere
[modifica] La società opulenta
In questo libro Galbraith esprime la tesi secondo cui l'evoluzione della società e dell'economia va verso una direzione in cui ciò che contano sono soprattutto, se non soltanto, i livelli dei consumi che i consumatori, appunto, esprimono, tanto che, da quegli anni in poi, i cittadini non vengono quasi più considerati persone portatrici di idee e valori, ma solo "consumatori", esplicitando, in tal modo, il fatto che a livello sociale si conta solo in funzione del proprio livello di consumi.
Siamo alla fine degli anni '50 quando Galbraith pubblica negli Stati Uniti questa opera, per molti versi profetica, e il tono polemico e dichiaratamente negativo con cui illustra questa tendenza che vede affermarsi, gli vale le prime feroci critiche da parte dell'establishment politico ed economico statunitense, che è tutto proiettato, invece, alla massimizzazione degli indici quantitativi di crescita economica.
L'idea che si potesse mettere in discussione il "progresso" economico, inteso come sviluppo industriale e misurato esclusivamente da indicatori quantitativi come la crescita del prodotto interno lordo, per motivi, ad esempio, ambientali suonava come un'eresia, e venne bollata come qualcosa a metà fra il luddismo e la negazione della libera iniziativa, con pericolose propaggini verso il bolscevismo, specie poi se ciò accadeva negli anni dell'escalation della guerra fredda con l'Unione Sovietica, e della caccia alle streghe del maccartismo.
[modifica] Il nuovo Stato Industriale
L'idea centrale de Il nuovo Stato Industriale è piuttosto semplice, e sembra persino di per sé evidente, oggi, ma all'epoca non mancò di suscitare rumore ed accese polemiche: Galbraith parte dalla considerazione che, mentre una volta lo scenario economico era dominato dall'imprenditore, figura centrale del progresso e incarnazione stessa della "mano invisibile" di Adam Smith; su questo, l'accordo era pressoché totale, perché anche Marx partiva da questa concezione, anche se intenti contrari a quelli celebrativi di Adam Smith. Al giorno d'oggi (inteso come l'oggi in cui Galbraith pubblica il libro, ovvero nel 1967, libro che ha quindi avuto una gestazione negli ultimi anni '50), semplicemente, i processi aziendali sono diventati talmente complessi che è impensabile che una sola persona sia in grado di detenere le conoscenze necessarie a guidare ed indirizzare l'intero processo produttivo, o meglio l'intero processo che va dall'intuizione di un nuovo prodotto/servizio che potrebbe interessare il "consumatore" all'avere pronto il prodotto/servizio presso il consumatore che lo può così acquistare, che è ben più complicato del solo processo produttivo.
Galbraith, alla fine di una serie di ragionamenti che altro non fanno che configurare la realtà effettuale delle varie corporations statunitensi, cioè delle grandi imprese, in genere multinazionali, che rappresentano il nerbo delle economie dei grandi paesi sviluppati, espone la tesi che il potere in queste grandi imprese - dal punto di vista della "quantità" del potere gestito assimilabili a dei moderni imperi - è passato dall'imprenditore, figura mitica ed obsoleta, all'insieme delle persone i cui talenti, capacità, esperienza, competenze e ambizioni concorrono a prendere le decisioni fondamentali che orientano l'attività di questi colossi economici. Galbraith battezzò questo insieme Tecnostruttura, sintetizzando, in questo nome, i due concetti di insieme, appunto, struttrurato di persone e delle loro competenze "tecniche"; non tecniche solo in senso di tecnologiche, ma dei vari aspetti che intervengono nella vita aziendale, a cominciare dal marketing, dal commerciale, alla produzione, alla logistica, alla manutenzione, al customer care (assistenza alla clientela) e così via. Il potere decisionale non è più, dunque, nelle mani dell'imprenditore, che, salvo in pochi casi di resistenza della figura carismatica del fondatore, in quanto tale non esiste più; almeno non come lo si intendeva un tempo, quando l'imprenditore decideva senza chiedere niente a nessuno ed esercitava il potere totale nell'azienda.
A questo punto occorre chiedersi, fa notare Galbraith, a chi risponda la tecnostruttura. Non certo agli azionisti, che dovrebbero essere i suoi padroni, ma che, essendo anche centinaia di migliaia di piccoli azionisti, non hanno di fatto rappresentanza, essendo i consigli di amministrazione dei vecchi orpelli rimasti a coprire, come una foglia di fico, la realtà. La quale, a chi la guarda con occhi disincantati, è del tutto evidente, ed è quella di grandi aziende guidate da una struttura a cerchi concentrici, così come la definisce Galbraith. Per cui, continua Galbraith, la Tecnostruttura è autoreferenziale, e non risponde di fatto a nessuno, se non a se stessa.
Prova di questo fatto sono le remunerazioni del top management, che fanno raggiungere il rapporto fra il loro salario e quello di coloro che stanno in fondo alla scala delle retribuzioni a livello mai registrati in tutta la storia economica (sarebbe curioso sapere cosa penserebbe Galbraith alla fine del 2008, di manager con stipendi ben più alti che nel 1968, che hanno portato al disastro le aziende, soprattutto finanziarie, che hanno gestito, mettendo anche a rischio la tenuta dell'intero sistema economico e finanziario?)
A questo punto, Galbraith fa il passo che, da una parte, lo farà marchiare come "bolscevico" dall'establishment economico americano dell'epoca e che, dall'altra, lo farà eleggere a guru ispiratore per le generazione della montante contestazione studentesca, insieme all'altro guru sul versante filosofico-politico, ovvero Herbert Marcuse, il quale, nella sua fondamentale opera 'L'uomo ad una dimensione' stigmatizzava una situazione per cui il capitalismo, in pratica, lasciava al cittadino consumatore non la libertà di decidere cosa fare della sua vita, ma semplicemente di poter scegliere cosa consumare fra quello che gli viene messo sugli scaffali dei supermercati. Il passo consiste nel domandarsi se, visto che la tecnostruttura è autoreferenziale e ha dei comportamenti che rispondono non tanto a logiche di profitto, quanto a quello della perpetuazione e nell'accrescimento del potere della Tecnostruttra stessa, perché, si chiede Galbraith, la proprietà dei mezzi di produzione non potrebbe essere statale, in modo che ci possa essere almeno un controllo pubblico sul funzionamento di questi imperi economici? O meglio, poiché i piccolo azionisti possono anche rimanere, perché lo Stato non dovrebbe prendere il controllo dei consigli di amministrazione, in modo da trasformare questi inutili orpelli in organismi che possano almeno parzialmente orientare lo sviluppo di queste strutture su vie che tengano in maggiore considerazione l'interesse generale?
In definitiva, è più o meno lo stesso percorso che ha portato ai monopoli statali, alcuni dei quali sono ancora in piedi in questo terzo millennio. Nei secoli precedenti, all'incirca a partire dal 1500, con la scoperta del Nuovo Mondo e la spinta al colonialismo delle potenze dell'epoca, gli stati concedevano, in cambio di una tassa, il monopolio su determinati commerci o produzioni ad un individuo o ad una azienda. Perché, si chiesero ad un certo punto vari re, imperatori, statisti, filosofi, economisti, lasciare a dei privati gli enormi profitti derivanti da questa posizione di privilegio e non, invece, statalizzare questi profitti con l'istituzione, appunto, dei monopoli di stato?
Dopodiché, Galbraith si mette a spiegare i vari vantaggi di una tale impostazione.
[modifica] Bibliografia
- Demsetz H., "Where Is the New Industrial State?" 12 Economic Inquiry, March 1974.
[modifica] Note
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