Socialdemocrazia

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La socialdemocrazia è un largo movimento politico e culturale in origine fondato su un'ideologia politica emersa tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX ad opera di sostenitori di un socialismo vagamente ispirato al pensiero di Karl Marx.

Secondo alcuni storici, il concetto di democrazia sociale sarebbe nato in Francia negli anni quaranta dell'Ottocento relativamente alle istanze di riforma politica e sociale sostenute da movimenti democratici, spesso di matrice borghese, e solo in un secondo momento il termine sarebbe stato fatto proprio dal movimento operaio.[1]

I socialdemocratici, convinti che la transizione verso una società socialista potesse essere attuata attraverso un processo democratico e non mediante una svolta rivoluzionaria, si proponevano perciò di diffondere gli ideali del socialismo nel contesto di un sistema democratico. Essi hanno quindi identificato le loro radici politico-culturali nel revisionismo bernsteiniano, ma anche nel marxismo di Karl Kautsky, uno degli esponenti principali fra i contrari alle conclusioni di Bernstein, e nell'umanesimo socialista di impronta turatiana. I socialdemocratici si sono via via allontanati dall'impronta marxista.

Socialismo democratico e socialdemocrazia, sono talora usati quali termini sinonimi della stessa posizione ideologica e politica, anche se non manca chi li considera concetti distinti. In particolare, secondo questa caratterizzazione, tra i partiti socialdemocratici troveremmo i partiti storicamente socialisti o socialdemocratici che hanno dato vita all'Internazionale Socialista in opposizione al Comintern di matrice comunista e sovietica, mentre tra i partiti socialisti democratici sarebbero collocati molti partiti ex-comunisti.[2][3][4]

Nel significato attuale, dunque, "la socialdemocrazia si riconosce e quasi si identifica nelle politiche dello Stato sociale" e significa, non solo "accettazione della democrazia parlamentare e del mercato capitalistico", ma anche "intervento regolatore dello Stato e redistribuzione del reddito in senso egualitario". Tale tendenza, che si è palesata nel secondo dopoguerra, è suggerita dai partiti che si chiamano oggi "socialdemocratico" o "socialista": si tratta di forze politiche che hanno definitivamente abbandonato ogni progetto rivoluzionario e sono approdati a un pieno riformismo.[5] La socialdemocrazia divenne in questo senso una corrente politica aperta alla rappresentanza anche dei ceti medi e si allontanò definitivamente dalla radice rivoluzionaria e operaia del marxismo.[1]

A livello europeo i partiti socialdemocratici, socialisti democratici e laburisti si sono organizzati nel Partito del Socialismo Europeo, mentre alcuni partiti che si dicono tuttavia socialisti democratici hanno aderito, assieme a partiti di ispirazione comunista, al Partito della Sinistra Europea.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein

Molti partiti, nella seconda metà del XIX secolo, si autodefinirono "socialdemocratici", come l'inglese Federazione Socialdemocratica, e il Partito Socialdemocratico russo ma all'epoca tutti questi partiti prevalentemente marxisti prevedevano la necessità di una rivoluzione per giungere al socialismo.

La situazione cambiò nel corso degli anni e la pubblicazione nel 1899 da parte di Eduard Bernstein de I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia diede inizio a una profonda revisione del pensiero marxista e l'abbandono della necessità della prospettiva rivoluzionaria. Il rifiuto della prospettiva rivoluzionaria, già prima della fine della grande guerra, caratterizzò, probabilmente per primo, il partito socialdemocratico tedesco, pur in presenza di distinguo tra il revisionismo di Eduard Bernstein ed il massimalismo di Karl Kautsky. Malgrado le divergenze, i socialisti riformisti e quelli rivoluzionari rimasero uniti fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Il conflitto però, acuì le tensioni interne fino alla rottura definitiva.

I socialisti riformisti scelsero infatti, di appoggiare i rispettivi governi nazionali in occasione dell'entrata in guerra, cosa che per i socialisti rivoluzionari significò un vero e proprio tradimento ai danni del proletariato (visto che si tradiva il principio secondo cui i proletari di tutti i paesi dovevano essere uniti nella loro lotta al capitalismo, non prendendo parte ai conflitti fra i governi "capitalisti"). Si ebbero perciò violenti scontri fra i due schieramenti, questa nuova posizione e la successiva Rivoluzione russa del 1917 portarono a una frattura all’interno del movimento socialista, con i socialdemocratici che abbandonarono i metodi rivoluzionari e i socialisti rivoluzionari marxisti che presero il nome di comunisti.

Il secondo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

La maggioranza dei partiti socialdemocratici fra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ottanta del XX secolo però finì con l’abbandonare definitivamente ogni proposta di superamento del capitalismo, rappresentando così l'ala più moderata del movimento socialista, sostenitrice di riforme sociali all’interno delle istituzioni liberal democratiche. Tappa fondamentale di questo processo è sicuramente il congresso di Bad Godesberg del 1959, in cui il Partito Socialdemocratico Tedesco – uno dei partiti più influenti della socialdemocrazia – eliminò ogni riferimento al marxismo nel suo programma.

La moderna socialdemocrazia[modifica | modifica sorgente]

A partire dalla fine degli anni ottanta, quasi tutti i partiti socialdemocratici europei avevano intrapreso la cosiddetta "terza via", una politica moderata volta a corrispondere meglio alle esigenze delle moderne società democratiche, traguardando così sia la stabilità economica che il pieno consenso elettorale. I moderni socialdemocratici sono generalmente favorevoli all'economia di mercato nella forma di un'economia mista che bilanci il capitalismo con provvedimenti governativi in favore di certi servizi d'interesse pubblico. Molti partiti socialdemocratici hanno gradualmente aggiornato i tradizionali obiettivi del socialismo delle origini, spostando la propria attenzione verso la tutela dei diritti umani e le richieste di sviluppo, tagliando (ove possibile) la tassazione e procedendo a una moderata deregolamentazione in campo industriale per favorire gli investimenti. In questo senso la moderna socialdemocrazia sembra essersi contaminata con il liberalismo sociale.

Molte scelte politiche approvate da socialdemocratici nel passato permangono ancora oggi nei vari paesi dove sono state applicate, essendo state ormai adottate da tutti i principali partiti politici; tra questi provvedimenti si collocano, ad esempio, il principio di progressività nella tassazione sul reddito, la sanità e l'istruzione pubbliche. Tuttavia altre misure - come l'istruzione universitaria gratuita - sono state, in seguito, parzialmente modificate, spesso proprio dagli stessi governi socialdemocratici. La maggior parte dei socialdemocratici oggi ha anche abbandonato il concetto di nazionalizzazione (precedentemente pilastro della vecchia socialdemocrazia) ed ha invece avviato processi di privatizzazione (totale o parziale) di aziende e servizi di proprietà dello stato. Questi cambiamenti sono avvenuti in governi come quelli di Bob Hawke e Paul Keating (Australia), in quello di Tony Blair (Regno Unito), in quello di Gerhard Schröder (Germania) e nella Rogernomics di Roger Douglas (Nuova Zelanda).

Una moderna socialdemocrazia, "socialdemocrazia liberale" secondo la definizione di Blair[senza fonte], rappresenta dunque l'ala più moderata del vasto movimento socialista, sostenitrice di riforme sociali all'interno delle istituzioni liberaldemocratiche, compresa l'economia di mercato. Le politiche perseguite da importanti leader socialdemocratici dei giorni nostri, come Blair e Schröder (taglio delle tasse, privatizzazioni e deregolamentazione in campo industriale, senza tuttavia trascurare il welfare e i programmi sociali), testimoniano un completo abbandono dell'orizzonte socialista. Questi sviluppi potrebbero contribuire alla trasformazione dell'Internazionale Socialista in un vasto schieramento progressista che integri sempre di più le frange di sinistra del liberalismo (il liberalismo sociale) e del cristianesimo democratico (il cristianesimo sociale).[senza fonte]. Un esempio di ciò è il Partito Democratico italiano che, nonostante sia l'incontro di socialdemocratici, cristiano-sociali, liberali di sinistra e ambientalisti, è talvolta classificato come un partito socialdemocratico[6] e più spesso come un partito progressista modellato più sull'esempio americano che su quelli europei.

Definizione[modifica | modifica sorgente]

La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo più equo. Questo "doppio nodo" che esiste tra le riforme e il pensiero socialdemocratico, ha fatto sì che per molti decenni il riformismo si identificasse nella sostanza con la socialdemocrazia.

Si definiscono socialdemocratici partiti che si rifanno all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela non solo della classe lavoratrice ma anche del lavoro autonomo, e quindi aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono particolarmente forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania.

L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale. Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi del cosiddetto welfare state (traducibile in italiano con "stato del benessere"). Il primo di questi principi guida è la libertà, che non include solo le libertà individuali, ma anche la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, così come la libertà di poter determinare il proprio destino. Si aggiungono poi l'equità e la giustizia sociale, intese non solo come eguaglianza di fronte alla legge ma anche come equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze. Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.[senza fonte]

Obiettivi politici[modifica | modifica sorgente]

In generale, i socialdemocratici oggi sostengono:

  • un sistema di regolamentazione delle imprese private nell'interesse dei lavoratori, dei consumatori e delle aziende di piccole dimensioni.
  • un esteso sistema di sicurezza sociale (anche se non nella misura richiesta dai democratici socialisti o da altri gruppi socialisti), soprattutto al fine di limitare le conseguenze della povertà e di proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie (vedi welfare state).
  • programmi governativi (o, comunque, appoggiati dal governo) in materia di educazione, salute e così via per tutti i cittadini.
  • livelli moderati o elevati di tassazione al fine di sostenere la spesa pubblica. Sistema di tassazione progressivo.
  • leggi in funzione della tutela dell'ambiente (sebbene non nella misura estrema sostenuta dai Verdi).
  • posizioni progressiste in materia di immigrazione e multiculturalismo.
  • posizioni secolari e progressiste, pur entro un ampio margine di variabilità. Per esempio, alcuni socialdemocratici appoggiano il matrimonio gay, l'aborto e la liberalizzazione delle droghe, mentre altri non si pronunciano in merito o addirittura si oppongono e condannano fermamente a questo tipo di politiche.
  • una politica estera a sostegno del multilateralismo e delle istituzioni internazionali (come l'ONU).

Socialdemocratici e socialisti democratici[modifica | modifica sorgente]

Nella più recente evoluzione storica, almeno a partire dalla fine del XIX secolo, anche le componenti più a sinistra del socialismo occidentale hanno definitivamente acquisito l'idea di non poter prescindere dal contesto democratico: anche i socialisti più tradizionalisti e più a sinistra si sono inseriti in quel filone culturale e politico chiamato socialismo democratico, rappresentandone la "sinistra" interna. Tale tendenza coesiste e si contrappone all'altra ala del movimento, costituita da coloro che si definiscono "socialdemocratici", riuniti nell'Internazionale Socialista e, in Europa, nel Partito del Socialismo Europeo.

Gli appartenenti alle correnti della sinistra interna sono per la maggior parte neo-comunisti (per es. il Partito del Socialismo Democratico tedesco) che - pur avendo abbandonato pienamente la visione rivoluzionaria - sostengono di poter superare, almeno in parte, il capitalismo attraverso riforme mirate alla instaurazione non di uno "Stato socialista", ma di un sistema democratico parzialmente basato sulla democrazia diretta e radicato (tesi riprese dall'eurocomunismo), tanto a livello locale come a livello nazionale, attraverso associazioni popolari e dei lavoratori. In Europa alcuni partiti di "sinistra" (anche se non tutti) si sono incontrati con i "neo-comunisti" in un unico soggetto politico di sinistra: il Partito della Sinistra Europea, formando con gli "eco-socialisti" l'euro-gruppo della Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica.

La socialdemocrazia scandinava[modifica | modifica sorgente]

Se la socialdemocrazia è nata in Germania, essa si è radicata in modo del tutto particolare nei Paesi scandinavi, Svezia, Norvegia e Danimarca.

In Svezia la socialdemocrazia ha giocato un ruolo politico dominante sin dal 1917, dopo che i riformisti confermarono la loro forza e i rivoluzionari e i massimalisi lasciarono il partito. L'influenza socialdemocratica sulla società e il governo è spesso descritta come egemonica: paragonabile a quella esercitata in Italia fino ai primi anni '90 dalla Democrazia Cristiana. Dopo il 1932 i gabinetti sono stati guidati e dominati dai socialdemocratici con l'eccezione di pochi mesi nel 1936; sei anni dal 1976 al 1982; e tre anni dal 1991 al 1994. Dalle elezioni del 2006 i socialdemocratici sono usciti sconfitti di misura. I risultati delle amministrazioni socialdemocratiche non hanno tardato ad emergere evidenti: tra gli in anni '90 e nel 2000 infatti la Svezia ha prodotto un'economia notevolmente forte, composta da forti e robuste imprese sia piccole, che medie e grandi fino alle enormi multinazionali (per esempio, Saab, IKEA e Ericsson), essa mantiene inoltre una delle aspettative di vita più lunghe nel mondo, bassa la disoccupazione, l'inflazione, la mortalità infantile, il debito pubblico e il costo della vita, tutto durante un generale andamento di crescita economica considerevole. La Svezia inoltre, sperimenta dipendenza assistenziale di circa il 20% della popolazione di età di lavoro secondo la confederazione di sindacato svedese. Tuttavia, in Svezia si è registrato un lieve aumento della criminalità, la cui origine è però da ritrovare durante gli anni '90, quando cioè le politiche socialdemocratiche hanno iniziato a diminuire e fatte scorrere pesantemente all'indietro. I medesimi risultati si sono verificati anche in Norvegia, altro esempio di Paese a lunga guida socialdemocratica. Rispetto alla socialdemocrazia europea che ha adottato la terza via e ha accettato il liberismo come strumento di produzione di politiche pubbliche, la socialdemocrazia scandinava non ha rifiutato in toto il marxismo (come la quasi totalità dei socialdemocratici SPD in testa), bensì lo ha revisionato adottando altresì politiche di stampo keynesiano.

Critiche alla socialdemocrazia[modifica | modifica sorgente]

Le forze di destra, solitamente, sostengono che i sistemi socialdemocratici siano troppo restrittivi nei confronti dei diritti individuali e che la scelta del singolo sia impoverita in un sistema in cui lo stato offre (fino ad arrivare a una sorta di monopolio) scuole, assistenza sanitaria e molti altri servizi.

Le componenti più conservatrici del pensiero liberale e le forze conservatrici in generale affermano che la socialdemocrazia interferisce con i meccanismi del libero mercato e danneggi l'economia, portando a una crescita eccessiva del debito pubblico e scoraggiando gli investimenti degli imprenditori, esponendo inoltre il ceto medio e gli strati sociali più svantaggiati a rischi quali la perdita del potere d'acquisto, dovuta principalmente all'elevata tassazione necessaria a mantenere lo stato assistenziale, a fenomeni inflazionistici e alla disoccupazione sul lungo periodo.

Sul versante opposto, vi sono forze di sinistra che muovono delle critiche alla socialdemocrazia. I marxisti e i comunisti in particolare criticano i socialdemocratici accusandoli di essere così legati al sistema capitalistico da divenire indistinguibili dai moderni liberali. Il fatto che molti socialdemocratici abbiano rinunciato alla denominazione di "socialisti" e alla realizzazione di uno stato socialista quale ultima tappa del loro impegno politico, con la decisione di operare all’interno del sistema capitalistico piuttosto che di provare a superarlo, ha fatto sì che molte forze di sinistra abbiano accusato i socialdemocratici di essere dei traditori. Di fatto la socialdemocrazia scandinava entra a pieno regime nella definizione di economia sociale di mercato, una "terza via" al di là del puro capitalismo o del socialismo reale: obiettivo dei socialdemocratici infatti è non rinunciare agli indubbi vantaggi offerti dal sistema capitalistico, operando allo stesso tempo affinché siano mantenute politiche di sostegno sociale ai ceti medio-bassi.

Partiti politici socialdemocratici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista dei partiti socialdemocratici.

I partiti politici socialdemocratici sono presenti in numerosi Paesi democratici. Nel corso del XX secolo, partiti come il Partito Laburista nel Regno Unito, il Partito Socialdemocratico Tedesco e molti altri in Europa, Canada (Nuovo Partito Democratico), Australia (Partito Laburista Australiano) e Nuova Zelanda (Partito Laburista) hanno implementato o proposto programmi politici riguardanti la legislazione del lavoro, la nazionalizzazione delle maggiori industrie e un crescente welfare state.

Sul finire del XX secolo, molti di questi partiti hanno finito col prendere le distanze dalla tradizionale proposta economica socialista. Attualmente, i socialdemocratici non ritengono che vi sia un conflitto fra l'economia di libero mercato e la loro definizione di società "socialista". Molti partiti socialdemocratici hanno adottato politiche di tipo centrista o della cosiddetta terza via, che promuovono una deregolamentazione dell'economia e sottolineano il concetto di "uguaglianza di opportunità" quale misura dell'uguaglianza sociale. I moderni socialdemocratici hanno inoltre ampliato i loro obiettivi sociali fino ad abbracciare aspetti del femminismo, dell'uguaglianza razziale e del multiculturalismo. C'è anche chi sostiene che si debba discutere se questa forma moderna di democrazia sociale possa ancora definirsi come socialismo.

La maggior parte dei partiti socialdemocratici è membro dell'Internazionale Socialista, succeduta alla Seconda Internazionale in contrapposizione con il Comintern. In Europa il Partito del Socialismo Europeo (PSE) raccoglie i partiti socialdemocratici di tutti i Paesi. Tuttavia importanti tratti correlati alla socialdemocrazia si ritrovano anche nel Partito Democratico Europeo (PDE), il quale si propone di conciliare la tradizione cristiano-sociale con quella del liberalismo sociale.

Per quanto riguarda l'Italia, fanno parte del PSE il Partito Socialista, i parlamentari europei di Sinistra Democratica e, dal 2014, il Partito Democratico. Vi sono poi partiti che si proclamano socialdemocratici che non hanno aderito a nessun partito europeo: tra questi si ricordino il Partito Socialista Democratico Italiano e il Nuovo Partito Socialista Italiano.

Attualmente il Partito Democratico fa parte del gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, nato a seguito delle elezioni europee 2009 con l'intento di riunire tutti i partiti progressisti europei compresi quelli di estrazione non europea.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Salvadori, Massimo, Enciclopedia storica, Zanichelli, Bologna 2000, p. 1467
  2. ^ Parties and Elections in Europe
  3. ^ http://www.etext.org/Politics/AlternativeOrange/2/v2n3_sdvr.html
  4. ^ Open Mike – Democratic Socialism and Social Democracy, by Rowland « "Catch a fire"
  5. ^ Marchese, Riccardo - Mancini, Bruno - Greco, Domenico - Assini, Luigi, Stato e società. Dizionario di educazione civica, La Nuova Italia, Firenze 1991, voce "Socialdemocrazia", pp. 419-421
  6. ^ Parties and Elections in Europe

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]