Cesare Beccaria
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Cesare Bonesana, marchese di Beccaria (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794) è stato un giurista, filosofo, economista e letterato italiano, figura di spicco dell'Illuminismo, legato agli ambienti intellettuali milanesi.
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[modifica] Biografia
Di nobile e ricca famiglia, studiò a Parma, poi a Pavia dove si laureò nel 1758. Il suo avvicinamento all'Illuminismo avvenne dopo la lettura delle Lettere persiane di Montesquieu.[1] Fece parte del cenacolo dei fratelli Pietro ed Alessandro Verri, collaborò alla rivista Il Caffè e contribuì a creare l'Accademia dei Pugni nel 1762, fondata secondo un suo concetto della educazione dei giovani mirante a rispettare i suoi concetti di legalità. Cesare Beccaria pensava che l'uomo acculturato fosse meno incline a commettere delitti. Dalle discussioni con gli amici Verri gli venne l'impulso di scrivere un libro che spingesse a una riforma in favore dell'umanità più sofferente.[2] Fu stimolato in particolare da Alessandro Verri, protettore dei carcerati, ad interessarsi alla situazione della giustizia [3].
Dopo la pubblicazione di alcuni articoli di economia, diede alle stampe (inizialmente anonimo) nel 1764 Dei delitti e delle pene, breve scritto che ebbe enorme fortuna in tutta Europa ed in particolare in Francia, dove incontrò l'apprezzamento entusiastico dei filosofi dell'Encyclopédie e di Voltaire e dei philosophes più prestigiosi che lo tradussero (la versione francese è opera dell'abate André Morellet, con le note di Denis Diderot) e lo considerarono come un vero e proprio capolavoro.[4] L'opera venne messa all'Indice dei libri proibiti nel 1767, a causa della distinzione tra peccato e reato. Beccaria viaggiò in Europa, venendo accolto con entusiasmo soprattutto a Parigi. Tornato a Milano, divenne professore di Scienze Camerali (economia politica), mentre cominciò a progettare una grande opera sulla convivenza umana, mai completata. Entrato nell'amministrazione austriaca, nel 1771, fu nominato membro del Supremo Consiglio dell'Economia, carica che ricoprì per oltre vent'anni, contribuendo alle riforme asburgiche, criticato per questo da amici come Pietro Verri, che gli rimproveravano di essere diventato un burocrate.[5] Morì a Milano nel 1794 a causa di un ictus, all'età di 56 anni, e fu sepolto nel cimitero di San Gregorio. Pietro Verri deplorò il fatto che i fogli cittadini non avessero inserito nemmeno una riga di encomio in occasione della sua morte.
La figlia Giulia fu la madre di Alessandro Manzoni.
[modifica] Il pensiero
Beccaria subì inoltre gli influssi delle letture di Locke, Helvetius e, come gran parte degli illuministi milanesi, del sensismo di Condillac. Partendo dalla teoria contrattualistica, derivata da Rousseau, che sostanzialmente fonda la società su un contratto sociale teso a salvaguardare i diritti degli individui, garantendo l'ordine, Beccaria definì in pratica il delitto in maniera laica come una violazione del contratto, e non come offesa alla legge divina, che appartiene alla coscienza della persona e non alla sfera pubblica.[6] La società nel suo complesso godeva pertanto di un diritto di autodifesa, da esercitare in misura proporzionata al delitto commesso (principio del proporzionalismo della pena) e secondo il principio contrattualistico per cui nessun uomo può disporre della vita di un altro (Rousseau non considerava moralmente lecito nemmeno il suicidio, in quanto non l'uomo, ma la natura, nella visione del ginevrino, aveva potere sulla propria vita, e quindi tale diritto non poteva certamente andare allo Stato, che comunque violerebbe un diritto individuale).
[modifica] La battaglia contro l' "inutile prodigalità di supplizi"
Beccaria sosteneva quindi l'abolizione della pena di morte, che non impedisce i crimini e non è efficace come deterrente, nonché della tortura, che è una punizione preventiva ingiusta e crudele, e non serve a scoprire nulla, giacché fornisce dubbie confessioni; si occupò della prevenzione dei delitti, favorita a suo avviso dalla certezza piuttosto che dalla severità della pena (principio elaborato per la prima volta dall'inglese Robert Peel). Beccaria sosteneva che per un qualunque criminale, una vita da trascorrere in carcere con l'ergastolo privativo della libertà, è peggiore di una condanna a morte, mentre l'esecuzione non vale come monito e deterrente al crimine in quanto le persone tendono a dimenticare e rimuovere completamente un fatto traumatico e pieno di sangue, anche perché nella memoria collettiva l'esecuzione non è collegata ad un ricordo di colpevolezza (non essendo stato seguito il processo). Il vero freno della criminalità non è la crudeltà delle pene, ma la sicurezza che il colpevole sarà punito, anche con una pena più mite, ma certa ed inevitabile. Beccaria era inoltre contrario alla consuetudine di portare armi da parte dei ceti abbienti per autodifesa.
Nel trattato si riprende anche il principio del valore rieducativo della pena, secondo un filone tipicamente italiano iniziato da Tommaso Campanella, che del carcere aveva avuto esperienza personale: viene rilevato come la piccola delinquenza trovi in questa realtà vitto e alloggio assicurati e abbia un "interesse" a commettere crimini pur di entrarvi.[senza fonte] Comunque è "l'estensione e non l'intensione della pena" che spinge a non commettere crimini: dunque occorrerebbero pene certe ed estese nel tempo. Invece, la pena di morte resta ammissibile soltanto nei casi in cui una fuga dal carcere del condannato potesse mettere in pericolo la sicurezza della società. Tale motivazione fu usata da Robespierre per chiedere la condanna di Luigi XVI, che invece diede il via al Terrore, certamente non ammissibile nel pensiero di Beccaria.
Il punto di vista illuministico del Beccaria si concentra in frasi come la seguente: "Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa".
[modifica] Influenza
Anche Ugo Foscolo rileverà nelle "Ultime Lettere di Jacopo Ortis" che "le pene crescono coi supplizi".
Le idee del Beccaria stimolarono un dibattito ancora vivo e attuale oggi.
[modifica] Altro
- Gli è stato dedicato un asteroide: 8935 Beccaria.
- Il carcere minorile di Milano è a lui intitolato
[modifica] Opere principali
- Dei delitti e delle pene (1763)
- Ricerche intorno alla natura dello stile (1770)
- Elementi di economia pubblica (1804)
[modifica] Note
- ^ C.e M. Sambugar, D. Ermini, G. Salà - Percorsi modulari di lettura e di lavoro: Dall'Illuminismo al Realismo, ed. La Nuova Italia
- ^ C. e M. Sambugar, D. Ermini, G. Salà, Percorsi modulari di lettura e di lavoro: Dall'Illuminismo al Realismo, Firenze, ed. La Nuova Italia
- ^ Gianmarco Gasparri (a cura) Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767) - Carteggio di Pietro ed Alessandro Verri, Milano, Adelphi, 1980
- ^ vedi, ad esempio, Voltaire, Commento al libro "Dei delitti e delle pene", in Grande antologia filosofica, vol. XIV, pp. 570-71
- ^ C. e M. Sambugar, D. Ermini, G. Salà, op, cit..
- ^ F.Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino, 1969)
[modifica] Voci correlate
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