Enrico Berlinguer

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Enrico Berlinguer
Enricoberlinguer.jpg

Segretario generale del
Partito Comunista Italiano
Durata mandato 17 marzo 1972 –
11 giugno 1984
Predecessore Luigi Longo
Successore Alessandro Natta

Segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana
Durata mandato 1949 –
1956
Predecessore Agostino Novella
Successore Renzo Trivelli

Dati generali
Partito politico Partito Comunista Italiano
on. Enrico Berlinguer
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Sassari
Data nascita 25 maggio 1922
Luogo morte Padova
Data morte 11 giugno 1984
Professione Politico
Partito PCI
Legislatura V, VI, VII, VIII, IX.
Gruppo PCI
Circoscrizione Roma
Pagina istituzionale
« La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. »
(Enrico Berlinguer, da un'intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981)

Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922Padova, 11 giugno 1984) è stato un politico italiano, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla morte e principale esponente dell'Eurocomunismo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L’adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

I genitori di Enrico Berlinguer nel 1930; Maria Loriga e Mario.

Enrico Berlinguer[1] nacque a Sassari il 25 maggio del 1922[2][3] figlio di Mario Berlinguer, un avvocato repubblicano, antifascista e vicino alla massoneria, come molti intellettuali laici dell'epoca[4], discendente da una nobile famiglia catalana stabilitasi in Sardegna all'epoca della dominazione aragonese, e di Maria Loriga. La famiglia portava i titoli nobiliari di Cavaliere, m., Nobile mf., con trattamento di Don e di Donna per concessione il 29 marzo 1777 a Giovanni e Angelo Ignazio da Vittorio Amedeo III Re di Sardegna[5]. Nel dopoguerra, Mario Berlinguer fu parlamentare socialista. Enrico crebbe quindi in un ambiente culturalmente assai evoluto (il nonno, suo omonimo, era stato il fondatore del giornale La Nuova Sardegna, e aveva avuto contatti con Garibaldi e Mazzini) ed ebbe occasione di profittare di relazioni familiari e politiche che influenzarono notevolmente la sua ideologia e la carriera politica successiva. Era parente di Francesco Cossiga (le rispettive madri erano cugine tra loro)[6] – che fu presidente della Repubblica – ed entrambi erano parenti di Antonio Segni, anch'egli Capo di Stato.

Condotti gli studi liceali classici presso il Liceo Azuni di Sassari, nel 1943 Berlinguer si iscrisse al Partito Comunista Italiano e ne organizzò la sezione sassarese, svolgendo un'intensa attività di propaganda. Nel gennaio del 1944 la fame spinse la popolazione a saccheggiare i forni della città e Berlinguer fu accusato di esserne stato uno degli istigatori. Fu quindi arrestato e trattenuto in carcere per tre mesi, dopo i quali fu prosciolto dalle accuse e liberato[7].

Il dirigente[modifica | modifica wikitesto]

« Si iscrisse giovanissimo alla direzione del PCI. »
(Giancarlo Pajetta[8])

Dopo la sua scarcerazione, il padre lo portò a Salerno, luogo in cui la famiglia reale e il governo di Badoglio avevano trovato rifugio dopo l'armistizio di Cassibile fra l'Italia e gli alleati. Nella città campana il padre lo presentò a Palmiro Togliatti, che era stato suo compagno di scuola a Sassari. Berlinguer destò una buona impressione[9] e perciò dapprima fece per qualche mese le esperienze iniziali di funzionario dirigente del lavoro giovanile nella Federazione romana del PCI[10] e in seguito, a metà del 1945, fu inviato a Milano, dove collaborò con Luigi Longo e Giancarlo Pajetta, fino alla sua elezione nel Comitato Centrale come “membro candidato” avvenuta al V congresso nazionale[11].

L'effigie di un giovane Berlinguer durante una manifestazione comunista a Berlino Est, nell'agosto del 1951.

Nell’estate del 1946 Berlinguer fu il capo della delegazione di quindici elementi appartenenti al Fronte della Gioventù (di cui era segretario) che visitò l'Unione Sovietica, e in quell’occasione fu ricevuto in un breve incontro da Stalin[12]. Allora il viaggio in URSS era considerato un doveroso passaggio per tutti i giovani dirigenti del PCI, ma nel 1957 fu proprio Berlinguer ad abolire l'obbligatorietà di tale visita[13]. Nominato nel 1949 segretario della rinata Federazione Giovanile Comunista Italiana[14], carica che avrebbe mantenuto sino al 1956, l'anno seguente divenne segretario della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, l'associazione internazionale dei giovani comunisti. Come segretario della FGCI era membro di diritto della Direzione del PCI, e si trovò a meno di trent’anni seduto fra i massimi esponenti della storia del comunismo italiano, da Togliatti a Li Causi, da Negarville a Di Vittorio, da Amendola a Scoccimarro a Pajetta[15].

Nel 1956, esaurita non senza amarezza l’esperienza nella FGCI, dovette affrontare le ripercussioni del XX congresso del PCUS, del processo di destalinizzazione, e dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa; e all’VIII congresso del PCI scelse una posizione defilata e dimessa, omettendo riferimenti all’URSS e concentrandosi nella convinta difesa della politica postbellica dei comunisti italiani. Ma, nonostante il diffuso giudizio sulla sua statura politica, in quei mesi la sua stella era in declino e Berlinguer venne spostato a un incarico secondario divenendo nel 1957 il responsabile delle Frattocchie, la scuola dei quadri del partito[16], per essere poco dopo richiamato alla vita attiva di partito e mandato a ricoprire il ruolo di vicesegretario regionale del PCI in Sardegna[17], dove si trasferì accompagnato da Letizia Laurenti, che aveva sposato il 26 settembre 1957[18].

Enrico Berlinguer durante un comizio a Borgo San Lorenzo, 1952.

Dopo un anno e mezzo di incarichi periferici, Berlinguer tornò a Roma, cooptato nella Segreteria nazionale e successivamente dirottato all’organizzazione subentrando ad Amendola[19]. In quegli anni Berlinguer fu giornalmente a contatto con gli uomini più carismatici del partito, ed ebbe modo di conoscere anche una nuova leva di dirigenti, fra i quali Cossutta, Macaluso e Barca[20]. Queste frequentazioni lo fecero crescere e maturare politicamente e gli permisero, assieme al carattere schivo, di tenere una posizione equidistante fra la generazione resistenziale da un lato e Ingrao col suo seguito di giovani dirigenti dall’altro, specialmente nel clima di lotta intestina seguita alla morte di Togliatti nel 1964[21], muovendosi talvolta come un’«eminenza grigia», in altre circostanze come mediatore di grande diplomazia[22]; e di compiere i primi passi verso un rapporto autonomo dall’Unione Sovietica[23].

Nonostante il paziente lavoro interno di cucitura, nel 1966 Berlinguer venne allontanato dal centro del Partito Comunista e mandato nell’apparato periferico diventando il responsabile regionale del partito nel Lazio[24]. Tra la fine del 1966 e il 1968, Berlinguer ebbe occasione di sviluppare l’esperienza internazionale attraverso alcune missioni per conto del PCI in Vietnam, Cina, Corea del Nord e di nuovo a Mosca[25].

Leader di partito[modifica | modifica wikitesto]

Venne eletto per la prima volta deputato nel 1968, per il collegio elettorale di Roma[26]. Al XII Congresso svoltosi nel 1969 a Bologna, a seguito del peggiorare delle condizioni di salute di Longo, si pose il problema di affiancare all’anziano leader un vicesegretario che subentrasse gradatamente alla guida dell’organizzazione politica. Furono sondati i membri della Direzione a cui fu chiesto di esprimere una preferenza fra Berlinguer e Giorgio Napolitano, e la larga maggioranza del gruppo dirigente scelse il primo[27].

Nello stesso anno guidò una delegazione del partito ai lavori della conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca; in tale occasione, trovandosi in disaccordo con la "linea" sovietica, nonostante le pressioni sovietiche rifiutò di sottoscrivere la relazione finale. La presa di posizione, allora "scandalosa", fu memorabile: tenne il discorso decisamente più critico in assoluto fra quelli che mai leader comunisti abbiano tenuto a Mosca[28][29], rifiutando la "scomunica" dei comunisti cinesi e rinfacciando a Leonid Brežnev che l'invasione sovietica della Cecoslovacchia aveva solo evidenziato le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura[30].

Nel 1970 Berlinguer proclamò un'altrettanto inattesa apertura verso il mondo dell'industria: dichiarando che il PCI guardava con favore a un nuovo modello di sviluppo, inseriva il partito in un vasto dibattito sulle sorti politico-economiche dell'Italia, alle prese con stagnazione ed inflazione, dopo le crisi petrolifere.

La segreteria[modifica | modifica wikitesto]

Eletto segretario nazionale del PCI, nelle condizioni di emergenza per la malattia di Longo, che dovette prima delegare e poi definitivamente dimettersi nel 1972, la sua segreteria fu caratterizzata da un lato dal tentativo di collaborare con la DC nella prospettiva di realizzare riforme sociali ed economiche che considerava indispensabili[31], dall'altro dalla convinzione della necessità di rappresentare un nuovo comunismo indipendente dall'URSS (chiamato "eurocomunismo"). La proposta politica del "compromesso storico" sviluppava il tradizionale indirizzo di Togliatti, nella Resistenza e nel dopoguerra, rivolto a realizzare una stabile alleanza di governo fra le grandi forze popolari: DC, PCI e PSI. Ma non mancavano novità: la volontà di reagire ad una tensione internazionale drammatica che aveva portato all'appoggio americano al cruento colpo di Stato in Cile ed insieme la prima ricerca di elementi programmatici nuovi da ascrivere al "compromesso", come l'"austerità" nel consumo, in risposta all'emergere della questione ecologica.

Negli anni in cui Berlinguer fu segretario il PCI raggiunse il suo massimo storico, il 34,4% del 1976. il PCI raccolse, dopo anni di lotte sociali, dal '68-'69, il frutto di uno spostamento a sinistra del paese ed insieme il consenso, per la linea politica ispirata al dialogo con tutte le grandi forze, di vasti strati dell'elettorato prima distanti. Furono anni di particolare e diffuso apprezzamento per il carisma "mite" e la capacità di ispirare fiducia di Berlinguer. Ma, dopo avere toccato il proprio massimo storico, il Partito Comunista iniziò una fase di progressivo declino, per il contrasto fra attese di cambiamenti generali e le reali scelte di "solidarietà nazionale", approdate all'appoggio al Governo Andreotti, durante il rapimento di Aldo Moro. Così, se nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 il PCI ottenne da solo il 34,4% dei voti e 227 seggi alla Camera dei deputati e il 33,8% dei suffragi con 116 seggi al Senato della Repubblica: la differenza rispetto ai voti ottenuti dalla DC era di pochi punti percentuali, molti di meno rispetto alle precedenti votazioni, avvicinando il PCI ad una quota di elettorato che poteva eventualmente ambire anche alla maggioranza relativa. Molti incominciarono perciò rispettivamente a sperare e temere un possibile "sorpasso".

Va comunque ricordato che la maggioranza assoluta era molto lontana dalle possibilità del PCI, mentre nei principali partiti necessari al PCI per la formazione di un eventuale governo (DC e Partito Socialista) rimanevano forti resistenze alla partecipazione dei comunisti all'esecutivo per le caratteristiche da molti giudicate antidemocratiche del partito comunista. Inoltre, nello stesso partito comunista esistevano resistenze ideologiche dell'elettorato verso vari aspetti delle tradizionali politiche di governo, destinate ad emergere durante l'esperienza del "compromesso storico" e a sfociare in varie forme di voto di protesta, fra le quali particolarmente importanti le vicende del '77 a Bologna. Il PSI guidato da Bettino Craxi scelse di ritrovare una funzione egemone isolando il PCI, che aveva, dopo aver fatto cadere Andreotti, cambiato la propria strategia annunciando la necessità di una "alternativa" nel governo e nella storia d'Italia. La stagione del conflitto sociale aperta dalla Fiat con i licenziamenti di Torino vide Berlinguer protagonista e, nello stesso tempo, sconfitto con il movimento sindacale. Può dirsi che sia i migliori risultati elettorali del Partito Comunista, sia i suoi successivi insuccessi elettorali - che a partire dagli anni ottanta si sarebbero ripetuti - rispondessero in realtà a fenomeni di ampio respiro e a condizioni profonde della società italiana che l'azione politica di Berlinguer cercò di interpretare, con intelligenza e creatività ma pure con difficoltà irrisolte.

Il partito in movimento[modifica | modifica wikitesto]

Berlinguer a Milano nel 1972, al XIII Congresso del Partito Comunista Italiano.

Nel 1973 si verificarono alcuni avvenimenti che avrebbero segnato profondamente le scelte del PCI nel successivo decennio. L'11 settembre, in Cile, un colpo di Stato spazzò via il Governo di sinistra guidato da Salvador Allende, sostituendolo con una giunta militare capeggiata dal generale Augusto Pinochet. Il 3 ottobre 1973, al termine di una visita ufficiale a Sofia, la limousine su cui viaggiava Berlinguer, una GAZ-13 Čaika, fu investita da un camion militare. Berlinguer si salvò miracolosamente, l'interprete ufficiale morì e gli altri due passeggeri (esponenti della dissidenza nel Partito Comunista Bulgaro) rimasero gravemente feriti. All'epoca dei fatti né Berlinguer né alcun altro dirigente comunista disse pubblicamente di sospettare che l'incidente fosse in realtà un attentato. Nel 1991 Emanuele Macaluso, senatore del Partito Democratico della Sinistra ed ex dirigente comunista, rilasciò un'intervista al settimanale Panorama dichiarando che il segretario del PCI, appena rientrato a Botteghe Oscure, gli avrebbe rivelato il sospetto che si fosse trattato in realtà di un "falso incidente", orchestrato ad arte dal KGB e dai servizi segreti bulgari per porre fine allo scomodo alleato italiano[32]. Dopo la convalescenza seguita alle ferite riportate, Berlinguer scrisse per Rinascita tre famosi articoli intitolati "Riflessioni sull'Italia", "Dopo i fatti del Cile" e "Dopo il golpe del Cile", in cui sviluppava alcuni temi che abbozzavano la proposta del "compromesso storico" come possibile soluzione preventiva dinanzi alla deriva istituzionale che lasciava paventare possibili soluzioni di stile sud-americano[33].

L'anno successivo Berlinguer principiò a Belgrado una sorta di campagna di sensibilizzazione internazionale degli altri movimenti e partiti comunisti, incontrando per primo il maresciallo Tito; molti incontri di funzionari minori del partito con omologhi dei partiti comunisti di altri stati, preparavano frattanto la strada diplomatica per relazioni privilegiate con alcuni di essi.

Nel marzo 1975 durante il 14º congresso del Partito Comunista Berlinguer espresse il pieno sostegno dei comunisti italiani "agli eroici combattenti del Vietnam e della Cambogia". Apparentemente non sembra che fosse informato dei crimini di guerra compiuti dalle truppe comuniste, in particolare della ferocia dimostrata dagli khmer rossi cambogiani sia durante il conflitto sia nella fase successiva di normalizzazione del paese. Non risulta che Berlinguer abbia mai espresso alcuna condanna nei confronti di questi crimini, né che li abbia ritenuti degni di un commento, pur essendogli certamente noti dalle corrispondenze dei giornalisti italiani (celebri ad esempio quelle di Tiziano Terzani dalla Cambogia).

Nel 1976 in occasione di un congresso a Mosca dinanzi a 5 000 delegati provenienti da tutto il mondo Berlinguer parlò in aperto contrasto con le posizioni "ufficiali" di "sistema pluralistico" (che l'interprete simultaneo coscienziosamente rese come "sistema multiforme") e descrisse l'intenzione del PCI di costruire un socialismo "che riteniamo necessario e possibile solo in Italia". Da parte del Cremlino si replicò che essendo l'Italia sotto un marcato controllo della NATO, si era costretti a concludere che l'unica interferenza davvero sgradita ai comunisti italiani fosse quella sovietica. Berlinguer, del resto, avrebbe loro risposto, attraverso un'intervista rilasciata a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, definendo il Patto Atlantico «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l'Italia»[34]. Peraltro all'apertura di Berlinguer nei confronti della NATO non corrispose un'analoga apertura della NATO nei confronti del Partito Comunista Italiano, che i leader politici dei paesi membri della NATO non consideravano un partito democratico e non giudicavano adatto a governare l'Italia o a fornire ministri ad un governo democristiano. È nota ad esempio la posizione di netta condanna nei confronti del Partito Comunista Italiano emersa nel vertice G8 tenutosi a Portorico nel 1976.

La ricerca del consenso[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Berlinguer durante un comizio a Crotone, 5 giugno 1983.

Il programma seguito dal sempre più dinamico segretario intendeva aprire al partito strade nuove per allargare il consenso. L'ampio seguito elettorale non era infatti, da sé, sufficiente a consentire che il PCI potesse contribuire alla vita democratica del Paese attraverso la partecipazione diretta al governo; vi erano diversi motivi di esclusione, che il segretario si propose di abbattere.

I comunisti, scomunicati da Papa Pacelli dopo le elezioni politiche del 1948, cercavano intanto di uscire da un isolamento ideologico che nel propugnare idee di tutela del ceto proletario, e nel volerne rappresentare gli interessi, li aveva in pratica relegati a questa sola funzione politica. Sostenitori inoltre della dottrina marxista (come, peraltro, sempre meno visibilmente erano gli altri movimenti della sinistra, da tempo in verità assai occupati a diluirne le asperità), erano fisiologicamente invisi all'elettorato cattolico come a quello dei ceti più elevati e le vicinanze "pre-strappo" con la Russia, avversaria del Patto Atlantico nella guerra fredda, destavano più di un'inquietudine fra coloro che ne sostenevano la fazione occidentale.

Con sagace scelta di tempi, Berlinguer rese di pubblica notorietà una sua privata corrispondenza con il vescovo di Ivrea, Mons. Luigi Bettazzi, che avrebbe dovuto testimoniare della "possibilità" di un dialogo intellettuale e sociale (e poi, certo, anche politico) fra cattolici e comunisti.

Al contempo, però, montavano le tragiche proporzioni del terrorismo, che cresceva di "qualità" e di quantità di vittime, all'inizio di un periodo che sarebbe poi stato definito degli "anni di piombo". In una prima fase il Partito Comunista non si accorse della drammatica importanza del fenomeno e assunse un atteggiamento non univoco nei confronti dei terroristi, di cui addirittura veniva negata l'esistenza. Il quotidiano l'Unità ad esempio, che era l'organo di stampa ufficiale del Partito Comunista, fece proprie le tesi della propaganda vicina ai gruppi terroristici in varie occasioni: la morte di Giangiacomo Feltrinelli, che fu attribuita ad un presunto complotto; l'assassinio dei militanti dell'MSI Mazzola e Giralucci a Padova, che fu attribuito a presunte faide interne tra gruppi neofascisti invece che alle Brigate Rosse, e così via. In seguito il Partito Comunista assunse una posizione sempre più netta di distanza dalle Brigate Rosse e di adesione alla "linea della fermezza", specie a partire dal momento in cui alcuni militanti comunisti o di simpatie comuniste divennero bersagli delle formazioni terroristiche di estrema sinistra. Anzi si può dire che la "linea della fermezza" divenne la linea propria del PCI, e che la lotta al terrorismo, soprattutto dopo la metà degli anni settanta, fu una delle emergenze democratiche individuate dal partito, che rischierò militanti e strutture a tale scopo. Questo anche provocando rotture e strappi con tutti i movimenti che stavano alla sinistra del PCI, culminati con la cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza occupata e dagli incidenti di Bologna (1977) e da una concomitante campagna delle BR contro PCI e CGIL, indicati come "traditori del proletariato". Il PCI fu, inoltre, uno dei protagonisti, durante il sequestro Moro, della "linea delle fermezza", sofferta da ampi settori della DC e contestata dal PSI di Craxi.

Fin dai tempi del voto a favore dell'articolo 7 della Costituzione il PCI aveva cercato di evitare che questioni di carattere religioso diventassero motivo di scontro sociale, e a tal fine cercò fino all'ultimo di trovare una soluzione parlamentare per evitare il referendum popolare per l'abolizione del divorzio introdotto in Italia dalla legge Fortuna-Baslini. È molto probabile che lo scarso impegno divorzista del PCI derivasse anche da una valutazione gravemente errata dei rapporti forza politici sul tema (comune del resto a vari altri partiti, divorzisti e antidivorzisti).[senza fonte] E Berlinguer era profondamente scettico sulle possibilità dei divorzisti di vincere una consultazione referandaria sul divorzio. Tuttavia quando il ricorso alle urne fu inevitabile si schierò a favore del NO all'abrogazione della legge e il contributo del PCI alla campagna referendaria fu decisivo per una vittoria – più larga di qualsiasi aspettativa – contro gli abrogazionisti impersonati dall'allora segretario della DC Amintore Fanfani[35].

Giorgio Napolitano con Berlinguer

In particolare a favore del Partito Radicale di Pannella che si opponeva alla linea della fermezza in materia di terrorismo e che lo rese un osservato speciale della questura.[non chiaro] Alcuni a questo riguardo affermano che la politica del compromesso storico delineata da Moro prima della sua morte e attuata da Andreotti durante il governo cosiddetto della "non sfiducia" per i democristiani non fosse un'autentica strategia di governo comune con il PCI[senza fonte] ma una sorta di espediente tattico di breve termine. Una volta che il PCI fosse entrato nell'area di governo, senza parteciparvi direttamente, sarebbe stato costretto ad assumersi responsabilità che gli avrebbero alienato il consenso di significative componenti del suo elettorato nel momento del suo massimo storico, in attesa che i mutamenti sociali ne determinassero il declino elettorale e l'inutilità come alleato per la formazione di altri governi, come in effetti sarebbe accaduto a partire dalla fine degli anni settanta.

PCI: Partito Comunista Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Forte delle posizioni acquisite in patria, il PCI intensificò le sue attività internazionali. L'invocato progetto per un eurocomunismo prese corpo a Madrid l'anno successivo, durante un incontro con Santiago Carrillo, leader dei comunisti di Spagna, e Georges Marchais, condottiero di quelli di Francia. I tre esponenti, parzialmente seguiti anche, sebbene in forme meno espansive, da omologhi leader di altri paesi, sostennero la necessità di affrancamento dal costante controllo sovietico, in favore della libera ricerca delle vie più opportune, paese per paese, per costruire il socialismo; corollario di questa istanza grosso modo autonomista, era il valore positivo attribuito al rispetto per le libertà religiose e di cultura, dogmaticamente bollate come eretiche dalla dottrina e dalla prassi moscovita.

Proprio a Mosca Berlinguer sarebbe andato ancora una volta pochi mesi dopo, nuovamente per tenervi un discorso profondamente sgradito, al punto che stavolta il testo fu addirittura censurato dalla Pravda, organo ufficiale del PCUS. Vi espose le nuove teorie eurocomuniste, sottolineò l'opportunità di concorrere per l'accesso al governo dei rispettivi paesi usando tutte le regole del metodo democratico (ed implicitamente esprimendo la necessità di rinunciare a pratiche più spicce, come suggerito e talvolta applicato dalla dirigenza centrale). Ed enunciò una serie di principi in netto contrasto con valori dati per assodati ed immutabili dalla storia e dalla tradizione dell'Internazionale, come la rinuncia alla pretesa del partito unico.

Enrico Berlinguer durante l'incontro con Fidel Castro, 1981.

Si è variamente interpretato questo viaggio di Berlinguer, ed oltre al prevedibile, ma labile, sospetto che potesse trattarsi di manovrina a fini elettorali nazionali (quantunque la posizione di supremazia sovietica non fosse solo basata sul prestigio della primogenitura, ma anche, più concretamente, sul supporto economico e militare, che per alcuni dei paesi satelliti era più che vitale - e malgrado talune posizioni degli eurocomunisti andassero nel senso di deprivare di significato l'Internazionale).

La frattura (o meglio il suo aggravio) sarebbe servita, secondo questa visione, a provare la possibilità concreta di rompere il vincolo di dipendenza con il PCUS; il progetto di alleanza con le forze marxiste asiatiche (cinesi in testa) avrebbe potuto, in questo senso, spostare l'asse intorno al quale si aggregavano i comunisti di tutti i paesi, alternativamente verso l'eclettico e raffinato PCI, ovvero verso il radicale e concreto PCC (Partito Comunista Cinese).

Secondo invece altri osservatori, Berlinguer con l'indubbia capacità politica che lo contraddistinse, aveva colto in pieno la contraddizione del comunismo sovietico, e l'assoluta necessità di smarcarsi dal modello sovietico, addivenendo ad un modello di società più giusta che contemperasse il valore della libertà individuale e di impresa.

La questione morale[modifica | modifica wikitesto]

Se l'Italia repubblicana era stata ornata di un ingente quantitativo di scandali di corruttela e malversazione, molti dei quali degni di attenzione giudiziaria, il PCI restava relativamente nitido quanto a correttezza di gestione politica (perché - obiettavano dalla maggioranza - non aveva mai messo le mani sul governo). Questa sorta di fedina penale pulita consentì a Berlinguer di lanciare, dal gennaio del 1977, una campagna moralizzatrice (del resto non nuova, essendosi già prodotti gli esperimenti del Partito Radicale) che puntava il dito contro il cattivo uso (e spesso l'abuso) della cosa pubblica.

La questione morale divenne centrale nella propaganda del PCI e trovò una singolare sintonia di fatto con analoghe posizioni puriste del Movimento Sociale Italiano, per una volta coincidente nell'indirizzo critico verso la DC, che deteneva il potere stabilmente dai tempi dell'attentato a Togliatti. Da entrambi i partiti stabilmente d'opposizione si parlava intuibilmente di "regime", intendendo che la DC avesse blindato i meccanismi di perpetuazione del suo potere in spregio della correttezza (e talvolta della legalità).

Berlinguer in primo piano; alle sue spalle Pietro Ingrao e Giancarlo Pajetta.

L'accostamento coi missini, però, quantunque non ricercato, consentì agli avversari di marcare la campagna come becero strumento propagandistico da parte di soggetti per volontà dell'elettorato non ammessi a gestire la cosa pubblica; l'obiezione (in fondo l'unica opposta di una qualche serietà) riuscì a rinfrancare l'elettorato di maggioranza, non provocando grossi scossoni, sebbene il tarlo della diffidenza avesse cominciato a logorarne alcune certezze.

La spinta etica berlingueriana gli sarebbe sopravvissuta, conducendo tempo dopo al vibrato coinvolgimento delle sinistre nel dibattito politico susseguente allo scandalo di Tangentopoli.

Le rivolte[modifica | modifica wikitesto]

La seconda metà degli anni settanta si spendeva con un certo affanno fra problemi di capitale importanza: la crisi economica-energetica, la disoccupazione, gli scioperi, il terrorismo. Si suole indicare nel 1977 l'annus horribilis (secondo alcuni punti di vista) delle rivolte: echi sessantottini vibravano di nuovo con forza fra gli studenti, riverberi della lotta di classe animavano il "confronto", cioè il conflitto, fra i sindacati e le imprese, molti estremisti provenienti da classi sociali diverse si rivoltavano in armi contro avversari politici ed istituzioni e la sinistra stessa era soggetta a dispute interne.

Berlinguer si rivoltò contro la pregiudiziale anticomunista che impediva al suo partito di accostarsi alla gestione del Paese. Mandò avanti Giorgio Amendola, rappresentante (anche per tradizione familiare) dell'ala moderata del partito e uomo ritenuto capace di dialogare coi non comunisti, che proclamò che l'ora era suonata per "far parte a pieno titolo del governo". Esattamente il giorno successivo alla sortita, ma la si è sempre considerata una coincidenza, gli Stati Uniti sostituirono il loro ambasciatore a Roma John Volpe, con Richard Newton Gardner e, sempre lo stesso giorno, oltreoceano iniziò una campagna di stampa con cui si sosteneva che impedire l'accesso ai governi europei dei partiti comunisti fosse un dovere costituzionale americano. A pochissime ore di distanza, Berlinguer volava in Romania per incontrare il presidente-dittatore Nicolae Ceauşescu che cercava di mantenere una posizione relativamente autonoma da Mosca.

Pochi giorni ancora e l'Unità avrebbe iniziato a parlare dell'ancora segreta loggia P2. Ancora un brevissimo intervallo e si ebbe la visita in Italia del vicepresidente americano Walter Mondale.

Non restava immobile l'Unione Sovietica, che attraverso la Pravda si scagliò contro il movimento dissidente cecoslovacco "Charta 77", provocando un'immediata reazione di protesta da parte dei partiti comunisti avvicinatisi alle posizioni berlingueriane, ed ovviamente dello stesso leader. Il crescere della distanza PCI - PCUS, però non impedì che proprio in questa fase dalla Unione Sovietica giungessero al PCI finanziamenti di importo rilevante: 4 milioni di dollari a titolo di "fondo di assistenza" stanziati dal Politburo da essere versati in 4 rate trimestrali ciascuna di 1 milione di dollari tramite il KGB (e altri 30 000 dollari per il Partito Comunista Sammarinese)"[36].

Nel febbraio 1975 fu Ugo La Malfa a dichiarare per primo, pubblicamente, la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta fallì per il dissenso democristiano e socialdemocratico.

Sempre in febbraio, Berlinguer, durante un dibattito televisivo, discutendo sull'autonomia del PCI ed i legami con gli altri partiti comunisti dichiarava: "Non vedo perché dovremmo troncare questi rapporti né perché questa rottura dovrebbe essere considerata, da chi non saprei, prova del carattere democratico del nostro partito"[36]

Nell'aprile successivo, l'ambasciatore statunitense Gardner incontrò Eugenio Scalfari, il quale gli avrebbe confidato la sua impressione che "soltanto quando Berlinguer assumerà il controllo della polizia ci sarà pace civile in Italia"; Gardner raccontò poi di analoghe indicazioni ricevute da Leopoldo Pirelli ed altri esponenti del mondo economico, mentre Giulio Andreotti gli avrebbe dichiarato che credeva nella sincerità della svolta occidentalista della dirigenza comunista, ma nutriva dubbi sul sostegno a questa svolta da parte della base del partito[36].

Enrico Berlinguer a colloquio con Fabio Mussi, 15 marzo 1978.

Nonostante la grande avanzata del P.C.I. nelle elezioni del 1976, non erano seguite riforme o almeno segnali di cambio di rotta da parte della classe politica e soprattutto del governo. La stessa sinistra extraparlamentare era interessata da grandissime crisi al suo interno, come risultato alcune formazioni politiche, come Lotta Continua si sciolsero. Nel 1977 scoppiò la rivolta chiamata del Movimento del '77 che nacque all'interno delle università, ma che ben presto si allargò alla società civile, in conflitto con il vecchio modo di fare politica, portando nuove istanze di riscatto sociale e di liberazione. Alla nuda e cruda lotta di classe, che ormai non era più esauriente si proponevano le lotte per i diritti civili, diritti umani, dalla lotta contro l'autoritarismo, a quelle del movimento di liberazione omosessuale e l'antiproibizionismo, ecc. Questo movimento fu avversato apertamente dal P.C.I. e da una parte dei sindacati, non si cercò un dialogo con il movimento; si privilegiò lo scontro con l'ala violenta, che tuttavia rappresentava una minoranza all'interno del movimento, e non si diede ascolto alle numerose e innovative istanze che questo propugnava.

Nel settembre 1977, nel pieno degli scontri di Bologna che avvennero in quel mese, Berlinguer accusò gli autonomi e parte dei movimenti giovanili di "essere fascisti". A quest'affermazione rispose Norberto Bobbio sulle pagine de La Stampa[37], affermando che: "l'accusa generalizzata di fascismo a tutti i movimenti alla sinistra del partito comunista è storicamente scorretta". Berlinguer, con una lettera inviata allo stesso giornale e pubblicata il giorno seguente, ribatté che le persone aventi "come bersaglio principale il movimento operaio e il Pci" erano per lui "lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo" e "non sono definibili con altro termine se non quello di nuovi fascisti".

Nell'ottobre 1977, Berlinguer, proseguendo le manovre per raggiungere il compromesso storico, cercando di dissipare le paure dei cattolici italiani, apre un dialogo con l'allora vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, tramite la pubblicazione sulla rivista Rinascita, di lettere scambiatisi in cui afferma di volere "realizzare una società che, senza essere cristiana, cioè legata integralisticamente a un dato ideologico, si organizzi in maniera tale da essere sempre più aperta e accogliente verso i valori cristiani"; le lettere sono pubblicate sotto il titolo comune significativo di "Comunisti e cattolici: chiarezza di principi e base di un'intesa".

"Berlinguer non è la Madonna"[modifica | modifica wikitesto]

L'inconsueta rivelazione campeggiò a firma di Eugenio Scalfari sulla prima pagina de la Repubblica, al culmine di una serie di processi dialettici rotanti intorno a un nascente "culto" del leader sardo, culto che si impennò dopo lo "strappo" e del quale Montanelli[38] commentò che andava "assumendo connotati quasi sacrali, e a volte grotteschi".[39] [40]

Il tutto, facendo un passo indietro, era nato il 2 dicembre 1977 a Roma, dove Pierre Carniti aveva condotto un'affollatissima manifestazione di operai metalmeccanici durante la quale aveva messo in mora governo e "padroni", agitando lo spettro di uno sciopero generale e di una lotta sindacale durissima nel caso le sue richieste non fossero state esaudite. Dal momento che il PCI seguiva i delicati negoziati per l'avvicinamento al compromesso storico,[41] e che la dirigenza comunista - forse anche per questo - era rimasta silente riguardo alla questione (per la delusione dei metalmeccanici), su la Repubblica apparve una delle più note vignette satiriche di Giorgio Forattini, che disegnava un borghesissimo Berlinguer in vestaglia intento a sorseggiare un tè sotto un ritratto di Marx, mentre dalla finestra aperta di questo suo salotto penetravano gli echi fastidiosi della manifestazione.

La vignetta suscitò animate reazioni e dal PCI si tuonò contro Forattini e contro la testata. Paolo Spriano scrisse una nota fiammeggiante in cui esaltò la "vita di sacrificio, di passione rivoluzionaria, di tensione politica e morale di un dirigente comunista come Berlinguer"[42]. In questo clima di ormai scoperte celebrazioni, Vittorio Gorresio solo l'anno prima aveva pubblicato una biografia del segretario[43] in cui gli aveva attribuito la partecipazione ad una protesta su questioni di servizi locali nella località di Stintino[44] alla strabiliante età di 8 anni, lasciando a Montanelli agio di definire sarcasticamente Berlinguer "Un Mozart della rivolta sociale".

Spriano, la cui reazione alla vignetta era diventato un caso politico, aveva rivolto il suo attacco anche contro la testata, Scalfari pubblicò perciò un articolo nel quale il leader sardo veniva reinquadrato in una visione più realistica ed al quale diede il suggestivo titolo prima detto.

Il 1978[modifica | modifica wikitesto]

Una stretta di mano tra Berlinguer e il leader democristiano Aldo Moro, tra i maggiori fautori del compromesso storico.

Il 1978 fu un anno decisivo per le sorti del PCI.

S'iniziò presto, con un incontro subito dopo Capodanno, fra Berlinguer e Bettino Craxi, al termine del quale fu rilasciata una nota indicativa di ufficiale "identità di vedute", espressione tradotta dagli analisti come una sorta di "via libera" (o di "non nocet") del PSI alle manovre del segretario comunista. Delle quali, già cominciate da molti mesi, si poteva ora parlare anche pubblicamente.

Dopo una paziente opera di ricerca di possibili strategie di accesso pur parziale al governo, Berlinguer pareva aver individuato in Aldo Moro l'interlocutore più adatto alla costruzione di un progetto concreto.

Moro era il presidente della DC, e condivideva con il leader comunista alcune caratteristiche personali che avrebbero potuto essere utili per poter intraprendere un dialogo potenzialmente proficuo: erano entrambi sottili intellettuali, lungimiranti politici e abili nonché pazienti strateghi. Fu Moro a parlare per primo di possibili "convergenze parallele", sebbene non propriamente in relazione ai desiderata del politico sardo, ma fu lo stesso Moro a mobilitare l'apparato democristiano per verificare la possibilità di convertire a utile accordo la sterile distanza che sino ad allora aveva diviso DC e PCI.

Dai clandestini iniziali contatti, sinché possibile per interposta persona, si passò in seguito a una minima frequentazione diretta nella quale andava assumendo forma e contenuti il progetto del compromesso storico.

Moro individuava nel fino ad allora demonizzato avversario un possibile alleato che gli avrebbe consentito di superare il momento di gravissima crisi istituzionale e di credibilità dello stesso apparato democratico repubblicano (screditato anche dalla corruzione dilagante evidenziata anche dalle campagne comuniste sulla questione morale), coinvolgendo l'opposizione nel governo e dunque assicurando il minimo necessario di consenso perché il Paese potesse sopravvivere a se stesso in simili ambasce. Nella collaborazione con DC, Berlinguer vedeva invece primariamente la possibilità di accedere finalmente alla responsabilità di governo. Entrambi, è stato sostenuto, potevano aver condiviso il timore che la crisi in cui versava il Paese potesse dar adito a soluzioni di tipo cileno[senza fonte], come già anni prima paventato dallo stesso Berlinguer. Il compromesso storico, in quest'ottica, poteva porre il Paese al riparo da eventuali azioni golpiste. Delle tante motivazioni addotte per spiegare le ragioni di un simile passo, la più elegante vuole che due grandi politici (il termine statisti non è per cause di fatto applicabile anche a Berlinguer) abbiano rispettivamente cercato interlocutori di pari calibro, forse stanchi di almanaccare possibili machiavelliche composizioni di coalizione con soggetti non casualmente di minor peso specifico.

A ogni buon conto, Berlinguer fu intanto ammesso, primo comunista italiano, a lavori para-governativi, come le riunioni dei segretari dei partiti della maggioranza, in qualità di esterno interessato.

Enrico Berlinguer a una manifestazione della FGCI il 16 giugno 1983, durante il famoso incontro con Roberto Benigni.

Mentre Moro veniva definitivamente prosciolto dagli addebiti giudiziari in relazione allo scandalo Lockheed, che lo aveva infastidito sin da quando aveva cominciato a guardare a una possibile intesa coi comunisti, si preparava nel marzo del 1978 il governo Andreotti, cui il PCI avrebbe dovuto fornire l'appoggio esterno (avrebbe cioè dovuto garantire astensione o favore, ma non opposizione), in attesa di una fase successiva nella quale ammetterlo definitivamente e a pieno titolo nelle coalizioni. Nasceva, questo governo, con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia e Gaetano Stammati, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Andreotti giusto la notte precedente la presentazione alle Camere; insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette perciò sveltamente decidere di ritirare l'appoggio al governo, rinunciando alla partecipazione del PCI alla maggioranza.

La stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo faticosamente messo insieme, avvenne il drammatico agguato di via Fani: Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer ritenne subito che si trattasse di un attacco calcolato premeditatamente per mandare in crisi tutto il lavoro occorso per raggiungere la "solidarietà nazionale" e propose con grande senso di responsabilità di concedere a questo pur non accetto governo la fiducia nel più breve tempo possibile, per potergli assicurare pienezza di funzioni in un momento cruciale della democrazia italiana. La fiducia fu dunque data, ma non senza che Berlinguer precisasse per bene che l'espediente di Andreotti, che sonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, era stato soltanto "superato dagli eventi", la questione non era in realtà affatto chiusa, solo rinviata. Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti, ma questo, "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", gli fu risparmiato.

Durante il sequestro Moro, Berlinguer prese posizione insieme al cosiddetto "fronte della fermezza", del tutto contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali avevano chiesto la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella dello statista. Dalla detenzione, Moro scrisse una frase che secondo alcuni era forse diretta al segretario comunista e ad Andreotti: "Il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese".

Il ritorno all'opposizione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il tragico epilogo della vicenda di Moro, l'unico effetto di rilievo sulla DC parvero le dimissioni di Cossiga, che era ministro dell'interno. Il PCI restava fuori della maggioranza, Berlinguer non partecipava più alle riunioni a 6, insieme ai segretari del "pentapartito", il governo Andreotti restava dov'era, sempre con Bisaglia e Stammati a bordo.

Fu nel giugno del 1978, un mese dopo la morte di Moro, che esplose con inaudita virulenza il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, che, grazie ad una campagna cui il PCI aveva già dato un contributo fondamentale (e che a questo punto certo non ritirò), fu costretto alle dimissioni. Oltre al rancore verso Andreotti, cui si doveva un governo diverso da quello concordato (e che avrebbe dovuto presentare dimissioni almeno di cortesia, in caso di elezione di un nuovo capo dello stato), si è supposto che la campagna scandalistica sia stata ulteriormente indurita da Berlinguer per poter insediare al Quirinale qualcuno meno avvinto dalla pregiudiziale anticomunista di quanto non fossero stati i presidenti precedenti.

Quando si cominciò a parlare di Sandro Pertini come di un possibile candidato, si disse che Berlinguer avrebbe regalato uno dei suoi rari (almeno in pubblico) sorrisi: l'anziano esponente partigiano, sanguigno quanto radicale nei suoi modi, e non meno deciso nei suoi indirizzi, poteva sembrare davvero immune dalla voga anticomunista e lo si sospettava, lui, assai distante da certe cerchie di intricati interessi di potere. Poteva essere, stimarono i comunisti, il momento di contare i voti delle sinistre, per verificare la possibilità di un "governo delle sinistre".

L'elezione di Pertini, in realtà, piaceva a molti settori della politica. Da parte dei socialisti, nel cui partito militava, vi era ovviamente la soddisfazione per la nomina di una figura amica, che avrebbe potuto accrescere la capacità di influenza del partito. Da parte democristiana (dalla quale si era barattata la candidatura con la persistenza al governo), Pertini era ritenuto poco pericoloso, almeno fintantoché fossero proseguiti i buoni rapporti con il Garofano. Ed anche i post-risorgimentali repubblicani, guardavano a possibili riprese di prestigio (e di influenza politica) con un nuovo scenario che premiava con la carica uno degli storici partiti italiani.

L'entusiasmo di Berlinguer fu però di breve durata, poiché non solo Andreotti non si dimise, ma addirittura successe a sé stesso, con l'Andreotti quinquies, sul principio dell'anno successivo.

Il PCI fu quindi escluso dalle relazioni fra i partiti della maggioranza, e si apprestò a tornare al suo ruolo di opposizione.

La marcia dei quarantamila[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 settembre 1980 la FIAT annunciò diciotto mesi di cassa integrazione per 24 000 dipendenti, 22 000 dei quali operai; successivamente, a fronte di trattative sindacali molto difficili, l’11 settembre vennero annunciati 14 469 licenziamenti. Il consiglio di fabbrica della casa automobilistica proclamò immediatamente lo sciopero, e tutti i cancelli di Mirafiori furono bloccati da picchetti operai che impedivano a chiunque di entrare, anche con forme di violenza. L'apice della lotta fu raggiunto quando Enrico Berlinguer, parlando il 26 settembre di fronte ai cancelli, promise un appoggio del Partito Comunista Italiano anche qualora fosse stata occupata la fabbrica.

Il 27 settembre, a fronte della caduta del governo Cossiga II, la FIAT sospese i licenziamenti; a fine mese l'azienda pose in cassa integrazione a zero ore i 24 000 lavoratori in eccesso. Riprese lo sciopero e ripresero i picchetti nella loro forma più violenta. Il 14 ottobre venne convocata un'assemblea dal "Coordinamento dei capi e quadri FIAT" presso il Teatro Nuovo di Torino, sotto la leadership di Luigi Arisio. Dopo l'assemblea un corteo di migliaia di persone, che si ingrossava sempre di più man mano che procedeva, percorse silenziosamente le vie cittadine. Immediatamente i sindacati, incapaci di comprendere che lo sciopero poteva essere vittorioso anche se condotto dai soli operai,[in che modo?] furono costretti al compromesso che verrà chiuso il 17 ottobre.

La morte a Padova[modifica | modifica wikitesto]

l'Unità riporta la notizia della morte del leader comunista

Dopo una legislatura da parlamentare europeo (eletto nel 1979 per le liste del PCI), in vista delle successive elezioni del 1984 Berlinguer si recò a Padova il 7 giugno, sul palco di Piazza della Frutta, dove svolse un comizio. Mentre si apprestava a pronunciare la frase "Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda" venne colpito da un ictus. Si accasciò in diretta televisiva, terreo in volto e tuttavia, palesemente provato dal malore, continuò il discorso fino alla fine[45][46], nonostante anche la folla, dopo i cori di sostegno, urlasse: "Basta Enrico!". Alla fine del comizio rientrò in albergo dove si addormentò sul letto della sua stanza, entrando subito in coma. Dopo il consulto con un medico, venne trasportato all'ospedale Giustinianeo e ricoverato in condizioni drammatiche. Morì l'11 giugno, a causa di un'emorragia cerebrale. Il comunicato del sovrintendente sanitario affermò che il politico sardo era venuto a mancare alle 12:45.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, si recò in ospedale per constatare le condizioni di Berlinguer. Fece in tempo a entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Poche ore dopo il decesso, si impose per trasportare la salma sull'aereo presidenziale, citando la frase: "Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta". Commovente fu il suo saluto al funerale (13 giugno), al quale partecipò circa un milione di persone[47], dove si chinò con la testa sopra la bara, baciandola.[48]

Sandro Pertini ai funerali di Berlinguer, 13 giugno 1984.

Il corteo con la bara, accompagnato dalla musica dell'Adagio in sol minore di Remo Giazotto sfilò dalla sede del PCI, in via delle Botteghe Oscure, a piazza San Giovanni[49], rendendo così palese l'ammirazione che una larga parte dell'opinione pubblica italiana aveva nei suoi confronti. Persino il segretario del MSI Giorgio Almirante si recò a rendere omaggio al feretro dell'avversario, suscitando lo stupore della folla in coda per entrare nella camera ardente[50]. A ricevere Almirante fu Giancarlo Pajetta, al quale venne dato l'incarico di pronunciare l'orazione funebre di Berlinguer.

Il giorno delle elezioni europee, il 17 giugno 1984 il PCI, nonostante la scomparsa di Berlinguer, decise di lasciare il suo segretario capolista e chiese di votarlo in modo plebiscitario. Le elezioni, forse anche per gli eventi precedenti, decretarono la vittoria del PCI che, per la prima e unica volta nella storia, sorpassò seppur di poco la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro il 33,0%): questo "sorpasso" è ricordato come dovuto all'"effetto Berlinguer". Precedentemente, con Berlinguer, il PCI nel 1976 aveva toccato il massimo storico dei suoi voti, col 34,4%.

Per decisione della famiglia, Berlinguer è stato sepolto a Roma nel Cimitero di Prima Porta, nonostante il Partito desiderasse che fosse tumulato al Cimitero del Verano, nel Mausoleo dove riposano i grandi dirigenti comunisti Palmiro Togliatti, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo, e dove nel 1999 fu sepolta anche Nilde Iotti.

Soprannominato subito "il più amato" (a differenza di Palmiro Togliatti che era "il migliore"), Berlinguer fu seguito alla guida del PCI da Alessandro Natta; il suo posto alla Camera dei Deputati fu preso dal sindaco di Marino, Lorenzo Ciocci.

I familiari[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Liguori, Paolo Ciofi, Enrico Berlinguer. Un'altra idea del mondo. Antologia (1969-1984), Roma, Editori Riuniti University Press, 2014.
  • Marisa Musu, Enrico Berlinguer, La lotta della gioventù per la democrazia, Roma, Centro Diffusione Stampa del Pci, 1947.
  • Enrico Berlinguer, All'avanguardia della gioventù italiana. Discorso pronunciato il 6 luglio 1948 ai giovani operai di Torino, Roma, 1948.
  • Enrico Berlinguer, Tutta la gioventù in lotta per la Pace. Discorso pronunciato il 17 ottobre 1948 al Congresso dell'alleanza giovanile di Modena, Modena, Arti Grafiche Modenesi, 1948.
  • Alessandro Curzi, L'avvenire non viene da solo, Roma, Edizioni Gioventù nuova, 1949, presentazione di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Una forte FGCI per la pace, l'avvenire, l'unità della gioventù. Rapporto presentato da E. Berlinguer al comitato costitutivo nazionale della FGCI (Roma, 8-9 novembre 1949), Roma, Edizioni Gioventù nuova, 1949.
  • Enrico Berlinguer, I compiti della gioventù comunista. Rapporto presentato al 12º Congresso Nazionale della Fgci (Livorno 29 marzo-2 aprile 1950), Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1950.
  • Enrico Berlinguer, Impediamo al fascismo di tradire la gioventù, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1950.
  • Enrico Berlinguer, Ruggero Grieco, Gesta ed eroi della gioventù d'Italia. 30 anni di vita della Fgci, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1951.
  • Enrico Berlinguer, L'unità della gioventù nel fronte del lavoro e della pace. Rapporto tenuto alla riunione del comitato centrale della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Roma, 3-5 maggio 1951, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1951.
  • Enrico Berlinguer, Un fronte patriottico della gioventù per l'indipendenza e la rinascita dell'Italia, Roma, 1952.
  • Enrico Berlinguer, Per la gioventù, per l'Italia, per il socialismo. Rapporto di Enrico Berlinguer e discorso di Pietro Secchia al Comitato centrale della Fgci per la preparazione del 13º congresso nazionale, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1953.
  • Enrico Berlinguer, L'avvenire della gioventù italiana. 13º congresso nazionale della Fgci. Rapporto presentato al 13º Congresso nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana, Ferrara 4-8 marzo 1953, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1953.
  • Enrico Berlinguer, La collaborazione tra la gioventù comunista e la gioventù cattolica, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1954.
  • Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Le giovani comuniste per l'emancipazione della donna. Discorsi pronunciati alla Conferenza Nazionale delle ragazze comuniste. Roma, 26-28 febbraio 1954, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1954.
  • Enrico Berlinguer, Per la pace per il rinnovamento d'Italia per l'avvenire della gioventù. Relazione presentata dal compagno Enrico Berlinguer al Comitato Centrale della Fgci. Roma, 22-23 febbraio 1953, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1955.
  • Enrico Berlinguer, L'apertura a sinistra e la lotta dei giovani per il loro avvenire. 14º Congresso nazionale della Fgci, Milano 23-26 giugno 1955, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1955.
  • Enrico Berlinguer, La figura morale della giovane comunista. Conversazione tenuta alle ragazze comuniste di Napoli il 23 dicembre 1955, Roma, Edizioni Gioventù Nuova, 1956.
  • Enrico Berlinguer, Proselitismo e problemi attuali del rafforzamento e del rinnovamento del Partito. Rapporto alla sessione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci 19-22 gennaio 1961, Roma, 1961.
  • Enrico Berlinguer, La forza, lo sviluppo e i compiti del Pci nel momento presente. Rapporto e intervento alla sessione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci del 20-23 dicembre 1961 - Risoluzione, Roma, 1961.
  • Enrico Berlinguer, Il contributo autonomo del Pci all'unità del movimento operaio internazionale. Rapporto alla sessione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci, tenuta il 14 ottobre 1964, Roma, 1964.
  • Enrico Berlinguer, Riprendere in Italia e nel mondo l'iniziativa unitaria per la pace e la distensione. Rapporto alla sessione del Comitato centrale del Pci, tenuta il 18-19 febbraio 1965. Risoluzione, Roma, 1965.
  • Enrico Berlinguer, Casa per casa, strada per strada. La passione, il coraggio, le idee. A cura di Pierpaolo Farina. Prefazione di Eugenio Scalfari, Milano, Melampo editore, 2013.
  • Mario Alicata, Alessandro Natta, Enrico Berlinguer, Una nuova unità, un forte movimento di massa per battere il governo Moro, per una nuova offensiva di pace. Rapporti e informazioni alla sessione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci, tenuta il 6-7-8 luglio 1965, Roma, 1965.
  • Alessandro Natta, Enrico Berlinguer, Per una nuova politica interna, per la libertà e la pace nel Vietnam, per l'unità del Movimento comunista internazionale. Rapporti e conclusioni alla sessione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del PCI tenuti il 21-22-23-24 febbraio 1967. Risoluzione, Roma, Visigalli-Pasetti, 1967.
  • Front national de liberation Sud Vietnam, Vietnam: il programma del FNL. Testo adottato dal FNL del Vietnam del Sud in un congresso straordinario tenutosi a meta agosto 1967, Roma, 1967, introduzione a cura di Enrico Berlinguer.
  • Le Duan, Il Vietnam e l'ottobre. Pace, rivoluzione e i più importanti problemi della strategia e della tattica del movimento internazionale di oggi in un saggio del segretario generale del Partito dei lavoratori del Vietnam, Roma, 1967, introduzione di Enrico Berlinguer.
  • Antonio Gramsci, Scritti politici, Roma, l'Unità-Editori Riuniti, 1967, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Luigi Longo, Enrico Berlinguer, L'unità del movimento operaio, Roma, editori riuniti, 1968.
  • Luigi Longo, Enrico Berlinguer, La politica comunista, Roma, Editori riuniti, 1969.
  • Enrico Berlinguer, Una nuova guida politica e la svolta che esige il paese. Discorso pronunciato alla Camera dei deputati il 9 agosto 1969, Roma, 1969.
  • Luigi Longo, Enrico Berlinguer, La Conferenza di Mosca. I problemi dell'internazionalismo oggi nel rapporto di Luigi Longo al Comitato centrale del Pci e nell'intervento di Enrico Berlinguer alla riunione di Mosca dei partiti comunisti; in appendice i documenti conclusivi della conferenza, Roma, Editori riuniti, 1969.
  • Attraverso un'ampia e forte discussione politica difendere e sviluppare la realtà unitaria e democratica del nostro grande partito. Relazione di Alessandro Natta e intervento conclusivo di Enrico Berlinguer. Riunione del C.C. e della C.C.C. del 13-17 ottobre 1969, Roma, Pci, 1969.
  • Renzo Laconi, Parlamento e Costituzione, Roma, Editori riuniti, 1969, a cura di Enrico Berlinguer e Gerardo Chiaromonte.
  • Un Partito comunista rinnovato e rafforzato per le esigenze nuove della societa italiana. Noi, i giovani e il socialismo. Relazione e conclusioni alla sessione del Cc e della Ccc del Pci svoltasi dal 14 al 16 gennaio 1970; Interventi di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer,
  • Enrico Berlinguer, L'Emilia: la regione più avanzata d'Italia perché la più "rossa", la più comunista. Discorso pronunciato a Ferrara e Reggio Emilia il 5 e 6 aprile 1970, 1970.
  • Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Per una nuova avanzata dei comunisti nei comuni, nelle provincie e nelle regioni. Rapporto alla sessione del C.C. e della C.C.C. del Partito Comunista Italiano tenuta dal 20 al 22 aprile 1970, Roma, 1970.
  • Enrico Berlinguer, Sovranità nazionale nuovo sviluppo economico piena applicazione della democrazia. Discorso di Berlinguer e dichiarazione di voto di Napolitano pronunciati alla Camera nei giorni 11 e 12 agosto 1970, Roma, 1970.
  • Renato Sitti (a cura di), Processo all'Eridania, Roma, Editori Riuniti, 1970, presentazione di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Per trasformare la società italiana per una nuova direzione del paese. Relazione e conclusioni del compagno Berlinguer alla riunione del CC del PCI dei gg. 13-15 novembre 1970; intervento del compagno Longo, Roma, 1970.
  • Enrico Berlinguer, La strategia di lotta del PCI per avanzare sulla via del socialismo, Roma, 1971.
  • Enrico Berlinguer, Una nuova politica per lo sviluppo e l'unità della Sicilia. Discorso pronunciato al Teatro Politeama di Palermo il 21 febbraio 1971, Roma, 1971.
  • Palmiro Togliatti, Discorsi ai giovani, Roma, Editori riuniti, 1971, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Per rinnovare l'Italia, per la pace, per la liberazione di tutti i popoli oppressi dall'imperialismo. Relazione e conclusione alla riunione del comitato centrale e della commissione centrale di controllo per la preparazione del 13º congresso nazionale 11-13 novembre 1971, 1971.
  • Enrico Berlinguer, Relazione al convegno di Firenze 1971 sull'università, Cronache umbre, nov.-dic. 1971.
  • Palmiro Togliatti, Discorsi ai giovani, Roma, Editori riuniti, 1971, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Ho-Chi-Minh, La grande lotta, Roma, Editori riuniti, 1972, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani, Roma, Editori Riuniti, 1972.
  • Enrico Berlinguer, Per un governo di svolta democratica. Rapporto tenuto al 13º Congresso nazionale del Pci, Roma, Editori Riuniti, 1972.
  • Enrico Berlinguer, Unità operaia e popolare per un governo di svolta democratica per rinnovare l'Italia sulla via del socialismo. Relazione e conclusioni al 13º Congresso del PCI con il testo dello Statuto del Partito Comunista Italiano, Roma, Editori Riuniti, 1972.
  • Enrico Berlinguer, Sconfiggere il governo di centro-destra aprendo la via a un'alternativa democratica. Il discorso del compagno Berlinguer alla Camera nel dibattito sul ministero Andreotti - Malagodi, Roma, 1972.
  • Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi un generale rinnovamento nei rapporti internazionali nello sviluppo economico nella difesa della legalità democratica. Rapporto e conclusioni alla sessione del c.c. e della c.c.c. del Pci del 7-9 febbraio 1973, 1973.
  • Enrico Berlinguer et alii, Democrazia e sicurezza in Europa. La politica del PCF e del PCI verso la Comunità europea e l'unità delle masse lavoratrici, Roma, Editori riuniti, 1973.
  • Enrico Berlinguer et alii, I comunisti italiani e il Cile, Roma, Editori riuniti, 1973.
  • Enrico Berlinguer, Democrazia e sicurezza in Europa, Roma, Editori riuniti, 1973.
  • Enrico Berlinguer, I discorsi di Enrico Berlinguer e di Renzo Imbeni alla manifestazione nazionale degli studenti comunisti. (Bologna, 28 ottobre 1973), 1973.
  • Enrico Berlinguer, Discorso pronunciato a Bologna l'11 maggio 1973 al comizio col segretario del Pcf, Georges Marchais, 1973.
  • Enrico Berlinguer, L'impronta di Togliatti nella vita del PCI, Roma, sezione centrale scuole di partito del PCI, 1973.
  • Enrico Berlinguer, Lottare per risolvere la grave crisi economica stroncare il neofascismo democratizzare lo stato. Il rapporto di Enrico Berlinguer al Comitato centrale del 26 e 27 luglio 1973 sull'impegno dei comunisti per rendere effettiva l'inversione di tendenza e per avanzare verso una svolta democratica, Roma, 1973.
  • Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi. L'intervento di Enrico Berlinguer al Comitato centrale del 17-18 dicembre 1973, 1973.
  • Enrico Berlinguer, Riflessioni dopo i fatti del Cile. Tre articoli di Enrico Berlinguer, Roma, 1973. [contiene Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Via democratica e violenza reazionaria, Alleanze sociali e schieramenti politici, da Rinascita n. 38, 39, 43 (1973)]
  • Enrico Berlinguer, Il nodo della crisi sta nella Dc. Relazioni e conclusioni al CC e alla CCC del PCI del 3 giugno 1974, Roma, 1974.
  • Enrico Berlinguer, La linea e le proposte dei comunisti per uscire dalla crisi e costruire un'Italia nuova. La relazione di Berlinguer in preparazione del 14º congresso, Roma, 1974.
  • Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per costruire un'Italia nuova. Dal rapporto di Enrico Berlinguer del 10 dicembre 1974, Roma 1974.
  • Enrico Berlinguer, Il ruolo della masse femminili nella battaglia per la democrazia e il socialismo. Dal discorso di Berlinguer alla conferenza dei partiti comunisti dell'Europa capitalistica sulla condizione femminile, Roma novembre 1974, 1975.
  • Enrico Berlinguer, La proposta comunista. Relazione al Comitato Centrale e alla Commissione Centrale di Controllo del PCI in preparazione del XIV congresso, Torino, Einaudi, 1975.
  • Enrico Berlinguer, Unità del popolo per salvare l'Italia. Il testo integrale del rapporto tenuto al 14º Congresso nazionale del Partito comunista italiano, Roma, editori riuniti, 1975.
  • Enrico Berlinguer, La questione comunista. (1969-1975), Roma, Editori Riuniti, 1975.
  • Enrico Berlinguer, Una Spagna libera in un'Europa democratica, Roma, Editori riuniti, 1975.
  • Enrico Berlinguer, Ordine pubblico: l'azione dei comunisti a tutela delle libertà democratiche, 1975.
  • Guido Fanti, Una campagna elettorale di civile confronto per far avanzare il rinnovamento del Paese e il risanamento dello Stato. Relazione di Guido Fanti al C. C. e alla C. C. C. dell'11 aprile 1975. Il Partito subito al lavoro per il confronto elettorale. Intervento conclusivo di Enrico Berlinguer, 1975.
  • Note per la preparazione dei congressi annuali delle sezioni (1975-1976), Roma, 1975.
  • Enrico Berlinguer, Governo di unita democratica e compromesso storico. Discorsi 1969-1976, Roma, Sarmi, 1976.
  • Enrico Berlinguer et alii, Il ruolo dei giovani comunisti. Breve storia della Fgci, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1976.
  • Una nuova fase della lotta per lo sviluppo economico, civile e democratico del Mezzogiorno. Assemblea dei quadri comunisti meridionali di Reggio Calabria del 29-30 ottobre 1976. La relazione di Pio La Torre; le conclusioni di Enrico Berlinguer, Roma, Pci, 1976.
  • Federazione bolognese del Pci (a cura di), Comunisti e cattolici. Chiarezza di principi e basi di un'intesa. Enrico Berlinguer risponde a una "lettera aperta" del vescovo di Ivrea, Bologna, Graficoop, 1977.
  • Enrico Berlinguer, Austerità, occasione per trasformare l'Italia. Le conclusioni al convegno degli intellettuali, Roma, 15-1-77, e alla assemblea degli operai comunisti, Milano, 30-1-77, Roma, Editori riuniti, 1977.
  • Enrico Berlinguer, La grande avanzata comunista. Discorsi e interviste della campagna per le elezioni politiche del 20 giugno 1976, Roma, Sarmi, 1977.
  • Enrico Berlinguer [falsamente attribuito a], Lettere agli eretici. Epistolario con i dirigenti della nuova sinistra italiana, 1977.
  • Enrico Berlinguer, Fare emergere tutta la forza innovatrice della nostra politica di unita e di rigore. Relazione di Enrico Berlinguer ai segretari delle federazioni e dei comitati regionali sui risultati del voto amministrativo del 14 maggio 1978, Roma, a cura del PCI, 1978.
  • Enrico Berlinguer, Per l'emancipazione e la liberazione delle donne. Il discorso di Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI al Festival de l'Unità dedicato alle donne, Arezzo 16 luglio 1978, Roma, 1978.
  • Armando Cossutta, I comunisti nel governo locale. La relazione e le conclusioni al primo convegno nazionale degli amministratori comunisti, Bologna 27-29 ottobre 1978, Roma, Editori riuniti, 1978, contiene l'intervento conclusivo di Enrico Berlinguer.
  • L'impegno dei comunisti per la riforma dei patti agrari e la piena attuazione del programma di governo per l'agricoltura, Roma, Sezione agraria del Pci, 1978, conclusioni di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Per il socialismo nella pace e nella democrazia in Italia e in Europa. La linea strategica e programmatica dei comunisti italiani nella relazione e nelle conclusioni al 15º Congresso nazionale del PCI, Roma, Editori riuniti, 1979.
  • Enrico Berlinguer, La nostra lotta dall'opposizione verso il governo. Una riflessione critica sulle elezioni di giugno nel rapporto e nelle conclusioni del segretario generale del PCI al Comitato centrale del 2 luglio 1979, Roma, Editori riuniti, 1979.
  • Comitato regionale del Pci siciliano (a cura di), Conferenza regionale dei comunisti siciliani con Enrico Berlinguer. 22-23 dicembre 1979, Palermo, Luxograf, 1980, con un discorso di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Il Pci, la crisi mondiale, l'avvenire del socialismo, la situazione italiana. Un'intervista a Enrico Berlinguer, Roma, 1980.
  • Luciano Gruppi, La strategia del PCI nella fase attuale. Alla luce dell'articolo di E. Berlinguer su Rinascita del 24 agosto 1979. In appendice articoli e interventi di E. Berlinguer e P. Togliatti, Roma, direzione scuole di partito del PCI, 1980.
  • Aa. Vv., Luigi Longo: una vita per la libertà, in Il Calendario del Popolo n. 425, Milano, Teti, 1980, con testi di Enrico Berlinguer.
  • Giorgio Napolitano, Enrico Berlinguer, Partito di massa negli anni Ottanta. I problemi del partito al Comitato centrale del PCI, 7-8 gennaio 1981, Roma, Editori riuniti, 1981.
  • La conferenza nazionale del Pci sulla casa, Roma, 1981, conclusioni di Enrico Berlinguer.
  • Mario Melloni, A chiare note. Corsivi 1981, Roma, Editori riuniti, 1981, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • 1982. Anno della Conferenza mondiale sulla terza età. Un futuro diverso per gli anziani. Documento nazionale del PCI, Roma, 1982, introduzione di Enrico Berlinguer.
  • Una nuova unità dell'Italia che lavora. 8º Conferenza nazionale degli operai, dei tecnici e degli impiegati comunisti, Torino, 2-3-4 luglio 1982, Roma, a cura del Dipartimento stampa, propaganda e informazione del Pci, 1982, con un intervento di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer et alii, Il PCI e cultura di massa. L'effimero, l'associazionismo e altre cose, Roma, Savelli, 1982.
  • Mario Mencia, Il prigioniero dell'Isola dei Pini. Fidel Castro nelle carceri di Batista, Roma, Editori riuniti, 1982, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Pio La Torre, Le ragioni di una vita. Scritti di Pio La Torre, Bari, De Donato; Palermo, Ciclope, 1982, con intervento di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Per la vita, contro la morte. Dal discorso di Enrico Berlinguer alla manifestazione contro la droga organizzata dalla federazione di Ravenna e dal Comitato regionale del PCI dell'Emilia-Romagna l'8 gennaio 1983, dipartimento per la propaganda e l'informazione [del Pci], 1983.
  • Enrico Berlinguer et alii, Cattolici e comunisti in Italia. Dal dialogo a distanza all'impegno per il cambiamento, Roma, ADISTA, 1983.
  • Enrico Berlinguer, Economia, Stato, pace: l'iniziativa e le proposte del PCI. Rapporto, conclusioni e documento politico del 16º Congresso, Roma, Editori riuniti, 1983.
  • Palmiro Togliatti, Discorsi parlamentari, Roma, Camera dei deputati, 1984, prefazione di Enrico Berlinguer.
  • Enrico Berlinguer, Conversazioni con Berlinguer, Roma, Editori riuniti, 1984.
  • Enrico Berlinguer, Un compagno che abbiamo sempre avuto vicino. Discorsi di Enrico Berlinguer alle donne, Torino, 1984
  • Enrico Berlinguer, Berlinguer parlamentare europeo, Gruppo comunista e apparentati del Parlamento europeo, 1984.
  • Enrico Berlinguer, Enrico Berlinguer. Antologia di scritti e discorsi (1969-1984), Frattocchie, Istituto Studi comunisti P. Togliatti, 1984.
  • Enrico Berlinguer, La crisi italiana. Scritti su Rinascita, Roma, Rinascita, 1985.
  • Enrico Berlinguer, Berlinguer a Livorno. Tre discorsi, Livorno, Cooperativa editrice dimensioni, 1985.
  • Enrico Berlinguer, Conversazioni con Berlinguer, Roma, Editori riuniti, 1985 (2ª edizione).
  • Enrico Berlinguer, Idee e lotte per la pace. Raccolta d'interventi sulle questioni della pace, del disarmo e di un nuovo internazionalismo, 1979-1984, Napoli, Cuen, 1986.
  • Enrico Berlinguer, Attualità e futuro. Una scelta di scritti, discorsi, interviste di Enrico Berlinguer nel 5º anniversario della scomparsa, Roma, l'Unità, 1989.
  • Enrico Berlinguer, La questione morale. L'Italia d'oggi nelle parole di Enrico Berlinguer, Roma, Libera informazione, 1991.
  • Antonio Gramsci, La questione meridionale, Roma, Libera informazione!, 1993, introduzione di Enrico Berlinguer, suppl. al n. 24 del 24 giugno 1993 di Avvenimenti.
  • Enrico Berlinguer, Berlinguer. Parole e immagini, Roma, Libera informazione, 1994.
  • Enrico Berlinguer, Discorsi parlamentari (1968-1984), Roma, Camera dei deputati, 2001.
  • Pio La Torre, Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Roma, Editori riuniti, 2002, in appendice: Il testo del discorso funebre per Pio La Torre e Rosario Di Salvo pronunciato da Enrico Berlinguer.

Enrico Berlinguer nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il cognome, d'origine catalana, si pronuncia Berlinguèr, accentando cioè l'ultima vocale.
  2. ^ Enrico Berlinguer / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico
  3. ^ Chiara Valentini, Enrico Berlinguer, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2014, p. 24
  4. ^ I massoni di sinistra? Nelle logge sono 4mila, La Repubblica. URL consultato il 27 aprile 2014.
  5. ^ Andrea Borella, Annuario della Nobiltà Italiana Edizione XXXI, Teglio (SO), 2010, S.A.G.I. Casa Editrice, vol. 1, pag. 605
  6. ^ Mio cugino Berlinguer: Cossiga racconta un leader
  7. ^ Valentini, 1985, p. 26.
  8. ^ La spiritosa definizione, molto diffusa, si trova, fra gli altri, in Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Rizzoli, 1991
  9. ^ Fiori, pp. 22 e 24.
  10. ^ Antonio Roasio, Figlio della classe operaia, Vangelista, Milano, 1977, p. 286.
  11. ^ Fiori, pp. 55-64.
  12. ^ Valentini, 1985, p. 57-60.
  13. ^ Valentini, 1985, p. 122.
  14. ^ Fiori, p. 76.
  15. ^ Valentini, 1985, p. 79.
  16. ^ Valentini, 1985, pp. 109-118.
  17. ^ Fiori, p. 106-7.
  18. ^ Fiori, p. 106.
  19. ^ Fiori, p. 108-10.
  20. ^ Fiori, pp. 110-11.
  21. ^ Fiori, p. 148.
  22. ^ Valentini, 1985, pp. 141 e 183.
  23. ^ Valentini, 1985, p. 165.
  24. ^ Valentini, 1985, p. 184.
  25. ^ Fiori, pp. 154-161.
  26. ^ Antonello Biagini, Berlinguer, Enrico, treccani.it. URL consultato il 26 maggio 2014.
  27. ^ Terracini, pp. 174-5.
  28. ^ Così in Berlinguer, un'idea, di Giorgio Galli et al., Mondadori, 1984.
  29. ^ «È il più duro discorso mai pronunziato a Mosca da un dirigente straniero: un momento di svolta nei rapporti fra il Pci e il Pcus», Fiori, p. 188.
  30. ^ Fiori, pp. 188-91.
  31. ^ Fiori, pp. 216-7.
  32. ^ Anche Berlinguer sospettò l’attentato, La Repubblica. URL consultato il 27 aprile 2014.
  33. ^ Magri, pp. 275-82.
  34. ^ G. Pansa, Berlinguer conta "anche" sulla NATO per mantenere l'autonomia da Mosca, Corriere della Sera, 15 giugno 1976
  35. ^ Magri, p. 273.
  36. ^ a b c Fonte: Archivi Fondazione Cipriani, [1].
  37. ^ Norberto Bobbio, Un dialogo per Bologna, La Stampa, 22 settembre 1977
  38. ^ Che peraltro questa rivelazione avrebbe definito rilasciata "con piena ragione".
  39. ^ Giulio Angioni, Moro e Berlinguer: un santo in cielo e uno sulla terra?, in "Quaderni bolotanesi", n. 5, Sassari, 1979, 15-24
  40. ^ 21 marzo 2014 in "La Nuova Sardegna": [2]
  41. ^ Il giorno precedente, primo dicembre, Berlinguer firmò una dichiarazione comune, con gli altri partiti dell'arco costituzionale, che ribadiva la NATO e la CEE cardini della politica estera italiana.
  42. ^ La sollevazione di Spriano, inoltre, è nota per l'analisi che ebbe a darne il vignettista Sergio Staino, il quale vi vide il riconoscimento dialettico del genere della vignetta come forma di comunicazione politica allegorica.
  43. ^ Vittorio Gorresio, Berlinguer, Feltrinelli, 1976
  44. ^ Località balneare alla moda, al tempo assai esclusiva e dove secondo Chiara Sottocorona (in Berlinguer, un'idea, cit.) i Berlinguer passavano le vacanze da generazioni.
  45. ^ L'ultimo comizio di Berlinguer, parte I, filmato su YouTube
  46. ^ L'ultimo comizio di Berlinguer, parte II, filmato su YouTube
  47. ^ Funerale Berlinguer
  48. ^ Funerale di Berlinguer con l'omaggio di Pertini, filmato su YouTube
  49. ^ Il feretro di Berlinguer arriva in piazza San Giovanni, filmato su YouTube
  50. ^ Alberto Stabile, Almirante va a Botteghe Oscure e si inchina davanti alla bara, La Repubblica. URL consultato il 27 aprile 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Chiara Valentini, Berlinguer. L'eredità difficile, Roma, Editori Riuniti, 2004 (prima edizione nel 1997).
  • Walter Veltroni (a cura di), La sfida interrotta. Le idee di Enrico Berlinguer, Milano, Baldini & Castoldi, 1994.
  • Walter Veltroni (a cura di), Quando c'era Berlinguer, Milano, Rizzoli, 2014.

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Predecessore Segretario del PCI Successore
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