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Leonìd Il'ìč Brèžnev, in russo: Леонид Ильич Брежнев[?] ascolta[?·info], in ucraino: Брежнєв Леонід Ілліч[?] (Kamenskoe, 19 dicembre 1906 – Mosca, 10 novembre 1982), è stato un politico sovietico, l'effettivo capo assoluto dell'Unione Sovietica dal 1964 al 1982, anche se esercitò il proprio potere in collaborazione con altri esponenti del Politbjuro (trai quali Kosygin, Podgornyj e Suslov, morti come lui in età avanzata). Durante i lunghi anni alla guida del paese costruì un intricato sistema di controllo feudale del PCUS, alimentando l'apparato burocratico (cerniera tra il partito e lo stato) e realizzando, soprattutto nella parte finale della propria parabola politica, un equilibrio formato da personalità a lui fedeli tali per cui, nella fase del passaggio delle consegne alla guida del Soviet, egli non temesse altro che il proprio stesso deperimento fisico (che si dimostrerà sempre più un handicap sin dalla prima metà degli anni settanta, a causa delle diverse e severe patologie che colpiranno il leader sovietico).[1] Cooptando nella nomenklatura personaggi a lui legati da vincoli di amicizia, di parentela o di interessi favorì anche l'incremento della corruzione e dei privilegi, acuendo la distanza tra il partito e la società civile, che subiva la violenta repressione del regime. Attraverso il ruolo degli intellettuali (Solženicyn e Sacharov), essa contribuiva nel contempo a diffondere un'immagine brutale dell'URSS all'estero e a minarne la credibilità agli occhi del mondo.[2][3]
Fu segretario generale del Partito comunista dell'Unione Sovietica dal 1964 al 1982, e due volte a capo del Praesidium del Soviet supremo (capo dello stato), dal 1960 al 1964 e dal 1977 al 1982. Sotto il suo governo si acuirono le tensioni tra occidente e mondo comunista, come nel caso della Primavera di Praga e dell'invasione dell'Afghanistan. La sua morte aprì il lento ma costante percorso di liberalizzazione delle strutture dell'URSS guidato da Michail Gorbacev.
Brežnev nacque a Kamenskoe (oggi Dniprodzeržyns'k) in Ucraina, figlio di un operaio dell'acciaio. Il suo vero cognome era Brežnёv (Брежнёв, Brežnjòv) e così si fece chiamare fino al 1956. Nonostante fosse di famiglia russa, mantenne la pronuncia e le abitudini ucraine per l'intera vita. Come molti ragazzi appartenenti alla classe operaia, negli anni successivi alla rivoluzione russa ricevette un'educazione tecnica, prima in economia agraria, poi in metallurgia. Diplomatosi nell'Istituto di studi Metallurgici di Dneprodzerźinsk e laureatosi in ingegneria metallurgica, lavorò per qualche tempo in alcune industrie del ferro e dell'acciaio nell'Ucraina orientale. Si unì alle organizzazioni giovanili del PCUS, il Komsomol, nel 1923, e divenne membro del partito stesso nel 1931.
Nel 1935-1936 Brežnev partì per il servizio militare, e dopo l'addestramento alla scuola carristi divenne commissario politico in una compagnia di cavalleria corazzata. Nel 1936 fu anche direttore dell'Istituto Superiore Tecnico di Studi Metallurgici di Dneprodzerźinsk, prima di essere trasferito al capoluogo della regione, Dnepropetrovsk. Qui, nel 1939, diventò segretario di partito, incaricato di gestire le importanti industrie militari della città.
Brežnev apparteneva alla prima generazione di comunisti sovietici che non avevano una vera memoria di come fosse la Russia prima della rivoluzione, e che erano troppo giovani per aver partecipato a quelle lotte per il comando del Partito che si erano scatenate dopo la morte di Lenin nel 1924. Quando egli vi entrò Stalin ne era il capo indiscusso, e lui con molti altri crebbero politicamente nel segno dello stalinismo senza porsi dubbi o domande sulla bontà delle scelte che venivano dall'alto. Coloro che sopravvissero alle Grandi purghe del 1937-1939 ebbero una carriera incalzante e molto rapida, dal momento che molte posizioni nei ranghi medi e alti del Partito, del governo e delle Forze Armate restavano vacanti per l'eliminazione di chi le occupava.
La carriera militare[modifica]
Nel giugno 1941 la Germania nazista invase l'Unione Sovietica e, come molti funzionari del Partito che godevano di considerazione, Brežnev fu immediatamente richiamato alle armi (i suoi ordini avevano la data del 22 giugno). Egli si occupò dell'evacuazione delle fabbriche di Dnepropetrovsk nell'Est russo, prima che la città cadesse in mano tedesca il 26 agosto, e fu poi riassegnato come politruk (политрук, commissario politico). In ottobre, Breźnev fu messo a capo dell'amministrazione politica per l'intero Fronte Meridionale, col grado di Commissario di brigata.
Nel 1942, con l'Ucraina completamente in mano tedesca, Brežnev fu inviato in Caucaso come capo dell'amministrazione politica del fronte transcaucasico. Nell'aprile 1943 diventò capo del dipartimento politico della XVIII armata, che successivamente fu inserita nel I fronte ucraino, quando l'Armata Rossa riprese l'iniziativa e cominciò l'avanzata verso occidente sul territorio ucraino. Il commissario politico del Fronte, suo diretto superiore, era Nikita Chruščёv, che divenne un importante alleato nella carriera di Brežnev. Alla fine della guerra in Europa Brežnev occupava la posizione di capo commissario politico del IV Fronte Ucraino, che entrò a Praga dopo la resa tedesca.
Nell'agosto 1946 Brežnev lasciò l'Armata Rossa col grado di maggior generale: era stato commissario politico per l'intera durata del conflitto, e si era occupato pochissimo di incarichi di comando militare vero e proprio. Dopo aver lavorato su alcuni progetti per la ricostruzione in Ucraina, tornò alla vita civile come primo segretario a Dnepropetrovsk. Nel 1950 divenne deputato del Soviet Supremo, il parlamento dell'URSS; nello stesso anno, fu primo segretario del PCM nella RSS Moldava, che era stata da poco assorbita nell'Unione Sovietica dopo l'annessione alla Romania. Nel 1952 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista, e successivamente del Praesidium (già noto come Politburo).
La scalata al potere[modifica]
Stalin morì nel marzo del 1953, e nella riorganizzazione che seguì, come risultante della decisione del XXIII congresso del PCUS, fu abolito il Praesidium, la cui funzione fu assolta dal Politburo, mentre il primo segretario del partito assunse la vecchia veste di segretario generale. Anche se Brežnev non vi fu incluso, fu comunque nominato capo del Direttorato Politico dell'Esercito e della Marina, con il grado di tenente generale, una posizione di grande rilievo la cui assegnazione fu probabilmente non priva dell'influenza del suo mentore e amico, Nikita Chruščёv, il quale aveva da poco preso il posto di Stalin come segretario generale del partito. Nel 1955 venne nominato primo segretario del partito in Kazakhstan, una posizione a sua volta molto importante.
Nel febbraio del 1956 Brežnev fu richiamato a Mosca, promosso a membro candidato del Politburo, e fu incaricato dell'industria degli armamenti, del programma spaziale, dell'industria pesante e della loro amministrazione. In quei momenti, come membro dell'entourage di Chruščёv, egli diede supporto a quest'ultimo nella lotta contro la vecchia guardia stalinista della leadership di partito, il cosiddetto "Gruppo Anti-partito" guidato da Vyacheslav Molotov, Georgij Malenkov e Lazar Kaganovič. Seguendo la sconfitta della vecchia guardia Brežnev divenne un membro pieno del Politburo.
Nel 1959 Brežnev divenne secondo segretario del Comitato centrale e nel maggio 1960 fu promosso a presidente del Praesidium del Soviet supremo, rendendolo nominalmente capo dello stato. Anche se il vero potere era nelle mani di Chruščёv, che era segretario di partito, la posizione presidenziale permise a Brežnev di viaggiare all'estero, e così inizio a sviluppare il gusto per i ricchi abiti occidentali e le automobili, per le quali divenne poi famoso.
Divenne primo segretario del Comitato Centrale del PCUS nel 1964 (nel 1966 sarà segretario generale), in seguito alla "deposizione" di Chruščёv (ufficialmente avvenuta per il sopraggiungere "dell'età avanzata e del peggioramento delle condizioni di salute"), secondo alcune teorie frutto di una cospirazione guidata dallo stesso Brežnev insieme ad Aleksandr Šelepin e al capo del KGB Vladimir Semičastny. Alla carica di primo ministro un tempo tenuta da Chruščёv fu nominato Aleksej Kosygin. Nello stesso anno Breznev cedette la carica di Presidente dell'URSS ad Anastas Mikojan ma la riprese nel 1977, cumulandola alla carica di Primo Segretario del PCUS ed acquisendo una posizione di dominio de facto.
Il 22 gennaio 1969 il corteo che trasportava Breznev attraverso la capitale fu preso a colpi d'arma da fuoco da un ex militare sovietico disertore, Viktor Ilyin, lasciando il leader illeso, ma ferendo lievemente diversi celebri cosmonauti del programma spaziale sovietico che erano presenti nel corteo (che avevano partecipato alle missioni Soyuz 4 e Soyuz 5).
La politica estera e la dottrina Breznev[modifica]
La sua politica estera passò alla storia sotto la definizione di "dottrina Brežnev" (nota anche come teoria o "dottrina della sovranità limitata"), esposta nell'intervento programmatico tenuto al V Congresso del Partito operaio unificato polacco (12 novembre 1968). Nel periodo in cui Alexander Dubček tentava di avviare in Cecoslovacchia il programma di liberalizzazione del sistema comunista, Breznev sostenne una politica aggressiva che vedesse l'Unione Sovietica l'unica titolata, in quanto stato guida del comunismo, ad intervenire, anche militarmente, negli affari interni dei paesi alleati (aderenti al Patto di Varsavia). Si giustificò così, nel 1968, l'intervento nella stessa Cecoslovacchia dell'URSS (assieme ad altri contingenti dei paesi membri del patto di Varsavia), che pose fine alla primavera di Praga. Anche l'invasione dell'Afganistan in appoggio alle colonne comuniste nel paese e l'allargamento dell'influenza sovietica in Medio-Oriente, Asia (sostegno al Vietnam del Nord contro la Cambogia) e in Africa (interventi in Angola e Etiopia in appoggio a Menghitsu), teso a rafforzare il peso dell'URSS nel mondo, sono da inquadrare all'interno del nuovo espansionismo sovietico imposto da Breznev.[2]
Breznev, quando ritenne che gli Stati Uniti attraversassero un periodo di debolezza politica (in conseguenza dell'insuccesso nella Guerra del Vietnam e delle dimissioni di Nixon a seguito dello scandalo Watergate, tutti smacchi diplomatici che avevano indebolito l'immagine degli USA), ovvero a partire dalla metà degli anni settanta, si adoperò per cercare di adeguare a vantaggio dell'URSS quella che lui credette una fase dannosa per gli USA, con l'installazione dei missili SS20 provvisti di testata nucleare nei paesi dell'Europa dell’Est a partire dal 1976. Ciò diede inizio ad una escalation nucleare, in quanto all'inizio degli anni ottanta gli USA risponderanno installando nei paesi dell'Europa occidentale i missili nucleari a medio raggio Pershing II e Cruise.[4]
Nei confronti di Stati Uniti ed Europa occidentale accettò tuttavia momenti di distensione sul fronte della denuclearizzazione, in larga parte proseguendo nella linea iniziata dal predecessore, riportando risultanti non indifferenti, sebbene poco soddisfacenti (a causa dei disaccordi in relazione ai bombardieri sovietici Tupolev Tu-22M e ai missili da crociera statunitensi), agli inizi degli anni settanta con la firma del primo trattato sulla limitazione delle armi strategiche SALT I (che non ottenne però seguito).[5] Dopo gli incontri con Nixon a Mosca nel luglio 1974 e Ford a Vladivostok (novembre 1974), ripreso poi a Ginevra nel gennaio 1975, il secondo accordo per la limitazione della costruzione di armi strategiche (SALT II) fu raggiunto a Vienna il 18 giugno 1979, e firmato col presidente Jimmy Carter. Tuttavia l'intervento sovietico in Afghanistan nel 1979 segnò un deterioramento nelle relazioni USA-URSS che portò all'adozione di severe sanzioni contro l'URSS da parte degli USA, che rifiutarono di ratificare il SALT II, nonché, tra l'altro, al boicottaggio di due Olimpiadi, quelle del 1980 a Mosca, e quelle del 1984 a Los Angeles.
Negli anni settanta fu inoltre il principale interlocutore della Ostpolitik del cancelliere della Germania Occidentale Willy Brandt. Tolse la Iugoslavia del maresciallo Tito dall'isolamento ideologico e politico a cui era stata condannata da Stalin e avviò dei rapporti di collaborazione con la Francia (i dirigenti sovietici ottenevano cordiale accoglienza nel paese a guida gollista). Nel 1975 sottoscrisse gli accordi di Helsinki in cui vennero riconosciute e accettate le frontiere esistenti fra gli stati europei, compresa quella che divideva la Germania in due entità politiche distinte e sovrane e, in cambio dell'implicito riconoscimento del dominio sovietico in Europa orientale, l'URSS si impegnò al rispetto dei diritti umani. I rapporti con l'Occidente si deteriorarono ulteriormente nel 1981 a causa della politica sovietica repressiva contro la Polonia, e proprio tale questione contribuì ad allontanare definitivamente dalla sfera di influenza sovietica alcuni fra i più importanti partiti comunisti europei. Poco prima di morire riaprì alcuni negoziati con la Repubblica Popolare Cinese.
La politica economica[modifica]
Durante l'era di Breznev l'URSS avviò tre piani quinquennali di sviluppo dell'industria, l'ottavo (1966-1970), il nono (1971-1975) e il decimo (1976-1980), denonominato "piano quinquennale della qualità". I nuovi piani di industrializzazione mostravano però un rallentamento sempre più evidente dell'economia del paese (abbassamento del PIL e della produttività, scarsi rendimenti degli investimenti), soprattutto durante il periodo del nono piano e poi anche ai tempi del decimo e dell'undicesimo.[6] L'URSS subì gli effetti dannosi del declino della manodopera (il paese era ormai largamente urbanizzato, lo sviluppo demografico aveva frenato, e privo di quella riserva di uomini che aveva consentito in passato un costante sviluppo industriale), l'aprirsi del deficit commerciale con gli USA, ma soprattutto della crisi mai risolta dell'agricoltura, che a partire dal 1972 e fino alla morte di Breznev andò incontro a raccolti cerealicoli sempre negativi. I livelli di sviluppo sovietici, sebbene subissero un allarmante calo, apparvero ugualmente elevati a fronte della recessione che colpiva l'Occidente.[6] Va segnalata infine una arretratezza tecnologica e un gap di produttività dell'URSS che la poneva su livelli di squilibrio col rivale statunitense e che la costringeva a importare nuovi prodotti americani sfruttando in parte i proventi della vendita del petrolio.
Alcuni studiosi hanno osservato come vi siano state due fasi nell'arco di potere di Breznev. Una prima sostanzialmente positiva, che vide buoni aumenti dei livelli di vita contestuali a crescita dei settore militare e industriale, mentre gli ultimi anni avrebbero conosciuto gli effetti della stagnazione e della crisi produttiva del comparto agricolo.[6] Se da un lato vi furono aumento del livello di vita, crescita della potenza militare, riduzione del divario dei livelli di PIL e produttività con gli Stati Uniti, dall'altro si assistette a una costante decelerazione di questi fenomeni e alla già citata esacerbazione del deficit produttivo dell'agricoltura.[6] La responsabilità più grave del governo di Breznev riguarda soprattutto la scarsa capacità di interpretare i segnali negativi dell'economia sovietica e di attuare severe e adeguate misure per contrastare la situazione di crisi.[7]
Il consolidamento del potere e la morte[modifica]
Negli ultimi anni della sua vita Brežnev, nonostante la salute malferma, che peggiorò vistosamente con disturbi diversi sin dal 1974 (soffrirà di malattie cardiovascolari, leucemia, carcinoma orale, enfisema e disfunzioni circolatorie), tanto da far diffondere voci interne sulla sua morte sin dalla prima metà degli anni settanta, e la vecchiaia, consolidò il proprio potere: nel 1976, anno del conseguimento del successo nel XXV Congresso del partito, fu nominato maresciallo dell'Unione Sovietica.
L'anno successivo, eletto nuovamente alla presidenza del presidium del Soviet Supremo al posto di Nikolaj Podgornyj (assommando per la prima volta nella storia dell'URSS le cariche di leader del partito e di capo dello stato), promosse la riforma della Costituzione (detta anche "Costituzione Breznev"). Vi veniva riaffermata la funzione di controllo del partito, al quale venne assegnato il potere di attuare un monitoraggio capillare sul territorio attraverso il coinvolgimento delle masse per mezzo di associazioni e strutture ricreative,[8] e ribadito con maggiore completezza il carattere "plurifunzionale federale unitario" dell'Unione, attribuendo alle repubbliche federate il diritto di "libera secessione", che negli anni successivi influirà sul distacco degli stati satellite e sul dissolvimento dell'URSS.
Nel 1981 fu di nuovo alla guida del PCUS. La sua autorità crebbe a tal punto che nel partito si iniziò a vociferare di un ritorno al culto della personalità. Dopo aver subito un grave ictus nel maggio 1982, avendo rifiutato di abbandonare il potere, mantenne ogni incarico fino al sopraggiungere della morte il 10 novembre 1982 a causa di un infarto cardiaco. La notizia della sua morte venne ufficialmente diffusa l'11 novembre simultaneamente attraverso la radio e la televisione sovietica (l'annuncio televisivo fu letto da Igor Kirillov con le lacrime agli occhi, alle 11,00 del mattino ora di Mosca). Dopo cinque giorni di lutto nazionale, si tennero i solenni funerali di stato cui parteciparono 32 capi di Stato, 15 capi di governo, 14 ministri degli Esteri e quattro principi. Breznev fu poi sepolto nella necropoli del muro del Cremlino.
La passione per le automobili[modifica]
La Rolls-Royce Silver Shadow di Breznev conservata al museo di Riga
Ben nota era la grande passione del leader sovietico per le automobili, con una particolare predilezione per le grandi berline ad alte prestazioni. Si dice che la madre di Breznev alla vista della collezione di autovetture del figlio abbia esclamato: "È tutto molto bello, figlio mio, ma se i bolscevichi tornassero?".[7] Dopo la sua elezione al vertice dell'URSS, i politici dell'intero pianeta fecero a gara per dimostrare la loro amicizia attraverso il dono di lussuose vetture.
Nel 1980 il garage di Breznev era giunto a contenere una cinquantina di fuoriserie, che egli faceva mantenere con scrupolo e che utilizzava a turno, guidandole personalmente a velocità sostenuta sulla Leningradskij Prospekt che, nelle occasioni, veniva opportunamente chiusa al traffico per diverse ore. Fu in una di queste "scorribande", nel 1980, che Breznev distrusse la sua Rolls-Royce Silver Shadow del 1966, in un pauroso incidente. La vettura è ora conservata al Motor Museum di Riga e, all'epoca, venne immediatamente rimpiazzata dalla casa inglese. Tra i pezzi più importanti della collezione, anche una speciale Mercedes Limousine a sei porte, costruita in soli due esemplari. L'altro venne donato all'Imperatore Hirohito.
Il presidente americano Richard Nixon regalò al collega sovietico, nel 1972, una Cadillac Eldorado e, dietro esplicita richiesta dello stesso Breznev, nel 1974 gli fece recapitare una speciale versione personalizzata di Lincoln Continental. Anche il comitato centrale del Partito Comunista Italiano, nel 1968 al termine della crisi internazionale causata dalla primavera di Praga, fece dono al leader comunista di una fiammante Maserati Quattroporte, all'epoca considerata una delle berline dalle più elevate prestazioni della produzione mondiale.[9]
Dopo la morte di Breznev, la collezione venne smembrata, per finire nelle mani di commercianti stranieri di auto d'epoca.[10]
Il "bacio di Breznev"[modifica]
Il
murale "Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale", tratto da una foto che ritraeva il bacio tra Leonid Breznev e
Erich Honecker
La fotografia che ritrae il bacio "alla sovietica" tra Honecker e il segretario del PCUS nel 1979 (in occasione del trentennale della Repubblica Democratica) divenne un'icona della guerra fredda. L'immagine fu riprodotta sul muro di Berlino in un murale satirico (ora all'East Side Gallery) intitolato "Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale" (in tedesco Mein Gott, hilf mir, diese tödliche Liebe zu überleben), realizzato dal pittore russo Dmitri Vrubel.
Brežnev, soprattutto in età avanzata, sviluppò una predilezione particolare per ogni tipo di decorazione e titolo, che lo portò ad accumulare un numero di cariche e di onori, anche attribuiti senza i necessari requisiti, superiore a quello di tutti gli altri dirigenti sovietici.[11] Di séguito alcune delle onorificenze.
Onorificenze sovietiche[modifica]
Onorificenze straniere[modifica]
- Premio internazionale Lenin per il rafforzamento della pace tra le nazioni
- ^ Sergio Romano, Storia della Russia - La Russia contemporanea, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 671-673
- ^ a b Tommaso Detti e Giovanni Gozzini. Storia contemporanea: Il Novecento in books.google.it. URL consultato in data 15 ago 2011.
- ^ Marcello Flores, Il secolo mondo, Milano, 2004, pp. 490-491
- ^ 1980s-Battle of Euromissiles
- ^ Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 637
- ^ a b c d Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 623-630
- ^ a b Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 616
- ^ Cap. I, art. 6: "Il Partito comunista dell’Unione Sovietica è la forza che dirige e indirizza la società sovietica, il nucleo del suo sistema politico, delle organizzazioni statali e sociali. Il PCUS esiste per il popolo ed è al servizio del popolo. Il Partito comunista, armato della dottrina marxista-leninista, determina la prospettiva generale di sviluppo della società e la linea della politica interna ed estera dell’URSS, dirige la grande attività creativa del popolo sovietico, conferisce un carattere pianificato e scientificamente fondato alla sua lotta per la vittoria del comunismo".
- ^ Popular Science feb 1968
- ^ Lenin usava una Rolls blindata A Breznev una Maserati dal Pci. URL consultato in data 16/08/2011.
- ^ Nicolas Werth, Storia della Russia nel novecento, Il Mulino, Bologna, 2000, pp. 525-526
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