Yasser Arafat

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Yāsser ʿArafāt
ياسر عرفات
ArafatEconomicForum.jpg

Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese
Durata mandato 20 gennaio 1996 –
4 novembre 2004
Successore Rawhi Fattuh

Dati generali
Partito politico Fatah
Firma Firma di Yāsser ʿArafāt  ياسر عرفات
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la pace 1994

Yāsser ʿArafāt (pronuncia: Yāsir ʿArafāt; in arabo: ياسر عرفات; Il Cairo, 24 agosto 1929Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese.

Il suo nome era Muḥammad ʿAbd al-Raḥmān ʿAbd al-Raʾūf al-Qudwa al-Ḥusaynī (in arabo: محمد عبد الرحمن عبد الرؤوف القدوة الحسيني), ma è noto anche con lo pseudonimo di Abū ʿAmmār (in arabo: ابو عمّار), ed è stato un combattente, figura di spicco del panorama politico mondiale.

Nel 1956, a una conferenza a Praga, Yāsser ʿArafāt portò la kefiah, il tradizionale copricapo palestinese (a scacchi neri o rossi) che divenne di fatto una sorta di suo emblema.

Nel 1994 gli venne conferito - unitamente ai leader israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin - il Premio Nobel per la pace per l'opera di diplomazia compiuta al fine di rappacificare le popolazioni dei Territori Occupati (che Israele considera come contesi) di Cisgiordania e della Striscia di Gaza e garantire al popolo palestinese il riconoscimento del diritto ad uno Stato proprio.

Dal 1996 sino alla morte, ha ricoperto la carica di presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP). In precedenza era stato a capo di al-Fatḥ (impropriamente nota come al-Fatah), confluita successivamente nell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

La discussa figura di ʿArafāt ha finito con il diventare il simbolo stesso della causa palestinese.

Personaggio complesso e controverso, uomo d'azione ma anche prudente diplomatico, Yāsser ʿArafāt è stato negli ultimi anni della sua vita, spesso accusato - e in special modo dopo il fallimento del Summit di Camp David del 2000 con l'allora Premier israeliano Ehud Barak, e soprattutto dopo lo scoppio della seconda intifada -, di non volere la pace, aver sostenuto gli atti di terrorismo contro i civili israeliani e non aver fatto nulla per contrastarli, non più in grado di porsi come interlocutore serio[1]. Allo stesso tempo, da parte del mondo arabo, è stato sempre riconosciuto e considerato come figura unica e carismatica, personaggio indispensabile all'interno dell'intricato universo di movimenti politici palestinesi, al fine della conclusione del processo di pace e dell'annosa crisi mediorientale[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita e primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Primo di sette fratelli, figlio di un mercante, ʿArafāt era salito nel 1969 alla guida dell'OLP (fino ad allora guidata da Ahmad Shuqayrī), diventando capo di al-Fatḥ, l'ala oltranzista e maggiore fazione interna all'OLP.

La data ed il luogo della sua nascita sono sempre rimasti assai controversi. Il suo certificato di nascita, depositato all'università del Cairo, afferma che Yāsser ʿArafāt è nato al Cairo (Egitto) il 24 agosto 1929. Altre fonti sostengono che invece sia nato a Gerusalemme il 4 agosto 1929. È però interessante notare che nella sua biografia "ufficiale", Alan Hart, confermi il fatto che il capo dell'Autorità Nazionale Palestinese sia nato al Cairo. Il suo nome completo alla nascita, tuttavia, risulta come Muḥammad SerefinʿAbd al-Raḥmān Giurt-Abd Lali Wake' EschmduchtʿAbd al-Raʾūf ʿArafāt al-Qudwa al-Ḥusaynī-Nazmir Ayehu.

"Muhammad ˁAbd al-Rahmān è il primo nome; ʿAbd al-Raʾūf il nome di suo padre; ʿArafāt quello di suo nonno; al-Qudwa è il nome di famiglia, e al-Ḥusaynī è il nome della tribù a cui gli al-Qudwa appartengono". Inoltre, "l'affermazione che ʿArafāt sia collegato al clan al-Ḥusaynī di Gerusalemme attraverso sua madre (una ʿAbd al-Saʿūd) sarebbe falsa in quanto l'appartenenza alla tribù al-Ḥusaynī gli verrebbe casomai dal lato paterno".

Secondo Aburish, ʿArafāt non ha alcuna relazione con i notabili al-Ḥusaynī di Gerusalemme (ivi, p. 9). Spiega infatti il biografo: "Il giovane ʿArafāt cerca di avvalorare le sue credenziali palestinesi per sostenere le sue rivendicazioni sulla leadership ... e non può ammettere alcun fatto che possa minare la sua pretesa identità palestinese ... ʿArafāt intende perpetuare la leggenda della sua nascita a Gerusalemme e del suo collegamento con la famiglia al-Ḥusaynī della città".

La gioventù[modifica | modifica wikitesto]

ʿArafāt ha trascorso la maggior parte della sua giovinezza al Cairo, fatta eccezione per quattro anni (dopo la morte della madre, avvenuta in data imprecisata quando aveva tra cinque e nove anni) quando ha vissuto presso uno zio a Gerusalemme. Mentre studia all'università del Cairo - dove consegue la laurea in ingegneria civile - aderisce alla Fratellanza Musulmana e all'Unione degli Studenti Palestinesi, della quale diviene presidente dal 1952 al 1956.

Mentre è al Cairo sviluppa una stretta relazione con suo zio il Ḥājjī Amīn al-Ḥusaynī, che era stato Muftī di Gerusalemme e fondatore delle SS Musulmane . Nel 1956 presta servizio nell'esercito egiziano durante la crisi di Suez.

Leader dell'OLP[modifica | modifica wikitesto]

Al Congresso Nazionale Palestinese tenutosi al Cairo il 3 febbraio 1969, diviene leader dell' OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

In realtà, l'impegno politico di ʿArafāt ha radici più antiche e risalgono a quando, spostatosi in Kuwait per lavorare come ingegnere, collabora a fondare al-Fatḥ, organizzazione che ha come obiettivo la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Nascita di al-Fatḥ e crisi vicino-orientale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1963 al-Fatḥ, appoggiata dalla Siria, programma la sua prima azione militare, il sabotaggio di un impianto idrico israeliano. L'azione avviene nel dicembre del 1964 ma si rivela un fallimento. Comunque, dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967, Israele sposta la sua attenzione dagli Stati arabi alle varie organizzazioni palestinesi, una di queste è - appunto - al-Fatḥ.

Nel 1968 l'organizzazione palestinese è il principale obiettivo dell'attacco israeliano al villaggio giordano di Karame, azione nella quale muoiono centocinquanta guerriglieri palestinesi e ventinove soldati israeliani sono uccisi, in buona parte dalle forze regolari giordane. Malgrado le forti perdite, la battaglia è considerata una vittoria per al-Fatḥ (esultante per il ritiro degli israeliani) e contribuisce ad aumentare il prestigio di ˁArafāt e di al-Fatḥ stessa.

Nel 1969 ʿArafāt diviene, quindi, portavoce dell'OLP rimpiazzando Aḥmad Shukayrī, che era stato proposto dalla Lega Araba. ʿArafāt diviene due anni dopo comandante in capo delle Forze rivoluzionarie palestinesi e due anni dopo ancora responsabile del Dipartimento Politico dell'OLP.

Nello stesso periodo le tensioni tra il governo di Giordania ed i palestinesi iniziano ad aumentare. Elementi della resistenza palestinese in armi (i cosiddetti fidāʾyyīn) creano uno "Stato nello Stato" all'interno della Giordania (controllando anche numerose zone strategiche tra cui la raffineria di al-Zarqāʾ) finendo per costituire un pericolo per la sovranità dello Stato hashemita.

A capo dell'ALP[modifica | modifica wikitesto]

Lo scontro diventa aperto nel giugno del 1970. Vari governi arabi tentano di mediare una soluzione pacifica ma a settembre, le ripetute operazioni dei fidāʾyyīn, tra cui il dirottamento e la distruzione di tre aerei di linea, fanno propendere il governo giordano per una azione di forza mirante a riprendere il controllo del territorio. Il 16 settembre, Re Ḥusayn di Giordania dichiara la legge marziale e lo stesso giorno ʿArafāt diviene comandante supremo dell'ALP (Armata per la Liberazione della Palestina), forza armata regolare dell'OLP, strutturata su 3 brigate addestrate sul suo territorio dalla Siria.

Il "Settembre nero"[modifica | modifica wikitesto]

Nella guerra civile che ne segue, l'OLP ha il sostegno di Damasco che invia in territorio giordano una forza di circa 200 carri armati. Gli scontri avvengono principalmente tra forze giordane e l'ALP, sebbene gli USA dislochino la VI Flotta nel Mediterraneo orientale e Israele metta a disposizione della Giordania alcuni reparti militari.

Il 24 settembre l'esercito giordano riesce a prevalere e l'ALP è costretta a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari l'esercito giordano attacca anche i campi-profughi dove i civili palestinesi si sono rifugiati dopo la Guerra dei sei giorni: le vittime sono migliaia. Questo massacro viene ricordato dai palestinesi come "il Settembre Nero".

In seguito alla sconfitta, l'OLP si sposta dalla Giordania al Libano. Grazie alla debolezza del governo centrale libanese, l'OLP poté operare in uno stato virtualmente indipendente (chiamato infatti da Israele Terra di al-Fatḥ). L'OLP inizia ad usare il territorio libanese per lanciare attacchi di artiglieria contro Israele e come base per le infiltrazioni di guerriglieri. A queste azioni corrispondono attacchi di ritorsione israeliana in Libano.

Nel settembre 1972 il gruppo "Settembre Nero" (che fu accusata di aver goduto della copertura di al-Fatḥ) rapisce ed uccide undici atleti israeliani durante i Giochi olimpici di Monaco di Baviera. Alla condanna internazionale si unisce quella di ʿArafāt che si dissocia pubblicamente da tali atti.

Due anni dopo, nel 1974, ʿArafāt ordina all'OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della Cisgiordania - in inglese "Sponda Occidentale" o "West Bank" - (la riva ovest del Giordano, o Cisgiordania) e della striscia di Gaza. Nello stesso anno il leader palestinese diviene il primo rappresentante di un'organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite.

Intanto continuavano a ripetersi, da alcune parti, le accuse verso ʿArafāt di una dissociazione solo di facciata dal terrorismo. Sta di fatto che il movimento al-Fatḥ continuò a lanciare attacchi contro obiettivi israeliani. Gli anni settanta furono caratterizzati in Vicino Oriente dalla comparsa di numerosi gruppi palestinesi estremisti pronti a compiere attacchi sia in Israele che altrove. Israele dichiarò che dietro tutti questi gruppi vi era ʿArafāt il quale però smentì sempre tali ipotesi.

Sta di fatto che nel 1974 i capi di Stato arabi riconoscono l'OLP come unica rappresentante legittima di tutti i palestinesi. Due anni dopo la stessa OLP viene ammessa come membro a pieno titolo nella Lega Araba.

Sabra e Shatila[modifica | modifica wikitesto]

In Libano, intanto, la situazione degenera in una vera e propria guerra civile tra la componente cristiano maronita e quella musulmana appoggiata dall'OLP. I cristiani maroniti accusano ʿArafāt e l'OLP di essere responsabili della morte di decine di migliaia di membri del loro popolo. Israele si allea con i cristiano-maroniti, mettendo in atto due azioni di invasione del Libano: la prima (nel 1978), chiamata Operazione Litani porterà una stretta striscia di terra (detta fascia di sicurezza) ad essere conquistata ed annessa con l'aiuto delle IDF e del cosiddetto Esercito del Sud-Libano (longa manus di Israele); la seconda (nel 1982), detta Pace in Galilea (Prima guerra israelo-libanese), vedrà Israele occupare la maggior parte del sud del Libano per ritirarsi poi, tre anni dopo, nella fascia di sicurezza.

Una conferenza stampa di Yāsser ʿArafāt a Copenaghen

È durante questa seconda invasione che alcune migliaia di civili palestinesi vengono massacrati nei campi profughi di Sabra e Shatila dai falangisti cristiano-maroniti guidati da Elie Hobeika con l'appoggio logistico e l'entusiastica approvazione dell'esercito israeliano. Tali azioni determinano una reazione internazionale con l'invio di una forza armata internazionale di interposizione (forza alla quale partecipano anche unità italiane). L'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon venne ritenuto l'indiretto responsabile dei massacri dal Tribunale Supremo israeliano e costretto a lasciare la sua carica per assumerne una minore.

Proclamazione della nascita dello Stato di Palestina in esilio[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 1982, durante l'invasione israeliana, gli USA ottengono una tregua in virtù della quale ʿArafāt e l'OLP possono lasciare il Libano per trasferirsi in Tunisia. La nazione nordafricana rimarrà il centro delle operazioni palestinesi sino al 1993.

Negli anni ottanta ʿArafāt riceve assistenza da Ṣaddām Ḥusayn, allora presidente-dittatore dell'Iraq: assistenza che gli permette di riorganizzare il gruppo dirigente dell'OLP fortemente ridottosi dopo la guerra civile libanese. La nuova struttura dirigenziale viene utilizzata durante la Prima Intifada, iniziata nel dicembre 1987.

Nel luglio del 1983 il magistrato veneziano Gabriele Ferrari, nell'ambito del processo alla "Colonna veneta" delle Br emise un ordine di cattura per ʿArafāt per avere fornito un ingente quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo consegnato in Libano ed introdotto nel settembre del 1979 a Venezia. L'inchiesta non approderà ad alcun fatto dimostrabile ai fini processuali.

Il 5 novembre 1988 l'OLP proclama la creazione dello Stato della Palestina - sia pure con un governo palestinese in esilio - nei termini della Risoluzione n. 181 dell'ONU. Il 13 dicembre 1988, ʿArafāt dichiara di accettare la Risoluzione n. 242 promettendo il futuro riconoscimento dello Stato di Israele e la rinuncia al terrorismo.

Il 2 aprile 1989 ʿArafāt è eletto dal Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale Palestinese (sorta di parlamento da cui dipende anche l'OLP) presidente dello stato Palestinese. Il 13 dicembre dello stesso anno il governo USA propone la formazione di due separate entità statali: Israele, entro i confini fissati precedentemente al 1967 (Guerra dei sei giorni), e Palestina, composta da Cisgiordania e Striscia di Gaza.

La guerra del Golfo del 1991[modifica | modifica wikitesto]

Questo evento mette in moto un processo politico di grande importanza. Nel 1991 nella Conferenza di Madrid, Israele apre per la prima volta negoziati diretti con l'OLP. Nello stesso anno, con l'esplosione della Guerra del Golfo, le relazioni con Ṣaddām Ḥusayn diventano il maggior problema di ʿArafāt. L'OLP e la Giordania di re Ḥusayn rimarranno tuttavia i soli stati arabi a schierarsi dalla parte dell'Iraq subendo quindi il boicottaggio degli USA che cercano di bloccare le trattative tra palestinesi e israeliani.

L'Autorità palestinese[modifica | modifica wikitesto]

Yāsser ʿArafāt con Yitzhak Rabin e Bill Clinton il 13 settembre, 1993

Nel 1993 vengono raggiunti gli Accordi di Oslo che prevedono l'autogoverno per i palestinesi della Cisgiordania e della striscia di Gaza entro cinque anni. L'anno seguente ʿArafāt, insieme a Shimon Peres ed a Yitzhak Rabin, viene insignito del premio Nobel per la pace. Nel 1994 si trasferiscono nell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) le prerogative dell'entità provvisoria prevista dagli Accordi di Oslo.

Il 20 gennaio 1996 ʿArafāt viene eletto presidente dell'Autorità provvisoria con una maggioranza dell'87% rispetto all'altro candidato, Samiba Khalil. Osservatori internazionali indipendenti confermano il corretto svolgimento delle elezioni ma da alcune parti viene fatto notare che, stante la rinuncia al voto da parte di alcune forze di opposizione alla linea di ʿArafāt, il suffragio non può considerarsi avvenuto nella completa democraticità. Nuove elezioni, annunciate per il 2002, sono state posposte a causa della situazione interna tale da non permettere, a causa delle restrizioni imposte con la forza da Israele, il libero movimento nei Territori e quindi lo svolgimento di una campagna elettorale.

A partire dal 1996, ad ogni buon conto, ʿArafāt, quale leader dell'Autorità palestinese, viene chiamato con la parola araba raʾīs (Presidente, ma anche semplicemente "Capo", dalla radice araba <r-ʾ-s> che significa "testa", "vetta", "cima"). Per Israele, che non riconosce l'esistenza di uno Stato palestinese, significa semplicemente "portavoce", mentre nei documenti palestinesi in lingua inglese viene correttamente tradotta come "presidente".

Gli USA seguono la prassi israeliana mentre le Nazioni Unite quella palestinese. Nello stesso anno 1996, a seguito del ripetersi di attacchi suicidi portati a termine da elementi estremisti palestinesi (attacchi che causano numerose vittime in Israele), le relazioni tra Autorità Nazionale Palestinese e Israele peggiorano nettamente e il nuovo Primo Ministro Benjamin Netanyahu blocca la transizione alla formazione dello Stato Palestinese prevista dagli Accordi di Oslo.

Nel 1998 il presidente statunitense Bill Clinton cerca di ricucire i rapporti tra i due leader vicino-orientali. Il risultato dei suoi sforzi è il memorandum del 23 ottobre 1998 che specifica i passi per il completamento del processo di pace.

ʿArafāt continua i negoziati con il successore di Netanyahu, Ehud Barak. Questi, sia perché proveniente dal Partito laburista (mentre il suo predecessore proviene dalle file del partito di destra Likud) sia in seguito alle pressioni del presidente Clinton, offre ad ʿArafāt uno Stato palestinese nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza con capitale Gerusalemme est, il ritorno di un limitato numero di profughi ed un indennizzo per gli altri. Con una mossa estremamente criticata, ʿArafāt rifiuta l'offerta di Barak senza peraltro presentare delle controproposte.

Nel dicembre 2000, ad una visita di Ariel Sharon alla spianata della Moschea al-Aqsa - considerata provocatoria dagli osservatori internazionali - lo scontro tra israeliani e palestinesi si riaccende con rinnovata violenza in quella che prende il nome di Seconda intifada palestinese. Essa rappresenta la fine degli sforzi per modificare e rendere efficace l'apparato di governo rappresentato dall'Autorità nazionale palestinese[3], tanto che vi è chi l'ha letta come un modo dell'anziano leader di riprendere il controllo dinanzi a spinte centrifughe[4].

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1990 si sono svolte le nozze tra ʿArafāt e Suhā Ṭawīl nata nel 1963, una palestinese di religione cristiana-ortodossa, che allora lavorava per la sede tunisina dell'OLP. Dalla loro unione è nata il 24 luglio 1995 la figlia Zahwa. Il ruolo ricoperto dalla donna nelle vicende palestinesi e il suo soggiorno a Parigi negli ultimi anni hanno sollevato diverse polemiche. Polemiche che si sono puntualmente ripresentate in occasione della morte di ʿArafāt.

Patrimonio personale[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto del 2002 il servizio segreto militare israeliano stimava il patrimonio personale di ʿArafāt nell'ordine di 1,3 miliardi di dollari[5], sebbene non fornisse alcuna documentazione di tale accertamento. Il magazine "Forbes"[6] classificò nondimeno, sulla scorta di quelle "rivelazioni", ʿArafāt come sesto nella lista "Re, regine o despoti"[7], stimando il suo patrimonio in almeno 300 milioni di dollari, senza indicare su quali fonti basasse questo calcolo.

Nel 2003 il Fondo Monetario Internazionale condusse un'inchiesta presso l'autorità palestinese. Da questa inchiesta emerse che ʿArafāt aveva spostato 900 milioni di dollari di fondi pubblici su conti correnti bancari controllati direttamente da lui e dal Direttore Finanziario dell'Autorità Nazionale Palestinese. Il Fondo Monetario non fu in grado di dimostrare che i fondi fossero stati utilizzati in modo improprio[8].

Nel 2003 il ministro palestinese delle finanze, Salām Fayyād, incaricò una società internazionale di revisione di analizzare la situazione dei fondi facenti capo all'Autorità Palestinese. Il team giunse alla conclusione che ʿArafāt disponeva di un patrimonio occultato di almeno 1 miliardo di dollari. Questo patrimonio era suddiviso in finanziamenti a un'azienda che imbottigliava la Coca Cola a Rāmallāh, una compagnia telefonica tunisina e capitali dislocati negli Stati Uniti d'America e nelle isole Cayman. Il team giunse alla conclusione che i fondi per le sue imprese commerciali erano pervenuti da fondi pubblici che ˁArafāt aveva stornato e posto sotto il suo controllo personale invece di utilizzarli in modo trasparente per la causa palestinese. Il team sottolineò che nessuna di queste operazioni era stata resa pubblica dall'Autorità Palestinese. Sebbene ʿArafāt avesse sempre vissuto con parsimonia, Dennis Ross - negoziatore per il Vicino Oriente dei presidenti George Bush e Clinton - affermò che ʿArafāt "viveva circondato dal denaro" e con quello finanziava un ampio sistema di patronato[9].

Le ricerche svolte dall'Unione Europea sull'utilizzo dei fondi destinati all'Autorità Palestinese non hanno trovato alcun riscontro delle accuse formulate da diverse parti sull'utilizzo degli stessi per finalità terroristiche. Segnalarono però una corruzione diffusa nell'amministrazione dell'ANP e quindi l'Unione Europea richiese una radicale riforma della gestione finanziaria dell'Autorità Palestinese. Questa riforma finanziaria è uno dei punti chiave per poter ottenere nuovi aiuti economici dall'Unione Europea.[10]

Un anonimo informatore del ministero delle finanze dell'Autorità Palestinese ha affermato che Suhā, la moglie di ʿArafāt riceveva dal ministero 100 000 dollari al mese per vivere a Parigi. Suhā si difese affermando che queste voci erano diffuse dal Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, che tentava di distogliere i media dai problemi di corruzione del suo governo, concentrando attenzione su di lei. L'altissimo tenore di vita mantenuto a Parigi, degno di una sovrana, pareva confermare però le voci.

Nell'ottobre del 2003 il governo francese ha aperto un'indagine contro Suhā ʿArafāt per via di movimenti sospetti di valuta. L'accusa era di traffico illegale di valuta e, secondo gli inquirenti, con regolarità sarebbero stati trasferiti dalla Svizzera 1,27 milioni di dollari verso il conto personale di Suhā in Francia.

Le "sette vite" di ʿArafāt[modifica | modifica wikitesto]

La tomba di Yasser Arafat

Nel corso della sua vita Yāsser ʿArafāt ha più volte rischiato di morire ma mai per cause naturali:

  • Nel 1970, in Giordania, dopo due attacchi terroristici ed il fallito attentato da parte di un commando palestinese che colpisce la sua scorta, Re Husayn di Giordania, avendone avuto abbastanza e deciso a chiudere definitivamente i conti con gli esuli palestinesi divenuti troppo ingombranti, durante il famoso Settembre nero, fece ricorso alle armi pur di scacciarli; ʿArafāt era fra loro e si dice che fosse rocambolescamente fuggito da ʿAmmān vestito da donna.
  • Nel 1973 scampò ad una bomba esplosa nel suo ufficio che invece uccise tre dei suoi principali collaboratori.
  • Trasferitosi con la sua gente in Libano (dove i profughi palestinesi misero in crisi il già precario equilibrio etnico-politico del paese), riesce a salvarsi nel 1976 anche dal massacro di Tell al-Zaʿtar dove i falangisti (il braccio militare dei cristiani maroniti) e i seguaci dell'ex-Presidente della Repubblica Camille Chamoun (Camille Shamʿūn), nell'indifferenza (ma non si ebbe mai prova di complicità) dei siriani e perfino del gruppo palestinese filo-siriano di al-Ṣāʿiqa, spararono sui profughi, donne e bambini compresi, per lo più (paradossalmente) di religione cristiana.
  • A Beirut nel 1982, durante l'Operazione Pace in Galilea, si racconta che il 30 agosto un cecchino israeliano riuscisse ad inquadrare ʿArafāt col suo mirino ma che a salvargli la vita fosse l'ordine di sospendere la missione - dato all'ultimo minuto e mai spiegato - di Sharon, allora Ministro della Difesa.
  • Nel 1985 il leader palestinese riuscì miracolosamente a sopravvivere al bombardamento del proprio quartier generale a Tunisi, dove rimasero uccisi molti dei suoi antichi fratelli d'armi.
  • Nel 1992 il suo jet precipitò nel Sahara libico. Tre delle persone a bordo morirono nello schianto[11].
  • Sembra inoltre che Abū ʿAmmār sia sfuggito ad altri due attentati e al ribaltamento della propria autovettura sulla strada per Baghdad, uscendone anche in questi casi senza nemmeno un graffio.

Morte e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Gravemente ammalato, ʿArafāt dovette lasciare - il 29 ottobre 2004 - il suo quartier generale della Muqāṭaʿa a Rāmallāh in Cisgiordania, per essere ricoverato presso il reparto di ematologia dell'Hôpital d'instruction des armées Percy (HIA Percy) alla periferia di Parigi. Voci diffuse da un suo rivale politico sostengono che Arafat fosse malato di AIDS.[12]

Il 4 novembre un repentino peggioramento - del già precario quadro clinico - lo fece precipitare in uno stato di coma profondo che portò, l'11 novembre 2004, alla dichiarazione rilasciata alla stampa mondiale dal comandante dell'ospedale militare francese, della constatazione - da parte dei medici - della sopraggiunta morte cerebrale. Il 12 novembre a Rāmallāh decine di migliaia di palestinesi, nonostante i blocchi e i divieti di Israele, vanno ad accogliere la salma di Arafat.[13]

Un istituto di indagini sulla radioattività a Losanna in Svizzera, ha trovato tracce di un elemento radioattivo, il polonio, sugli effetti personali del leader palestinese, abiti e spazzolino da denti; ciò fa sospettare il decesso da avvelenamento con la sostanza radioattiva come per l'agente russo Alexander Litvinenko[14]. Il sospetto è stato rafforzato da una ricerca redatta da specialisti dell’università di Losanna che hanno riferito che si riscontra un «innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino» di Arafat e che c’è «un 83% di probabilità che sia stato avvelenato».[15][16]

Oggi la sua tomba sorge presso un mausoleo in Muqāṭaʿa.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Cecoslovacchia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Cecoslovacchia)
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Italia)
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— 19 febbraio 1999[17]
Premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale (Spagna)
— 1994
Gran Croce dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica)
— 1998[18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rubin, Barry, "Arafat's Poisoned Legacy" in National Interest, no. 79 (Spring2005 2005): 53-61.
  2. ^ Nofal, Mamdouh, "YASIR ARAFAT, THE POLITICAL PLAYER: A MIXED LEGACY", in Journal of Palestine Studies, 35, no. 2 (Winter2006 2006): 23-37.
  3. ^ Klein, Menachem, "By Conviction, Not By Infliction: The Internal Debate Over Reforming the Palestinian Authority", in Middle East Journal, 57, no. 2 (Spring2003 2003): 194.
  4. ^ Schulz, Helena Lindholm, "THE 'AL-AQSA INTIFADA' AS A RESULT OF POLITICS OF A TRANSITION" in Arab Studies Quarterly, 24, no. 4 (Fall2002 2002): 21.
  5. ^ [1]
  6. ^ Fact and Comment - Forbes.com
  7. ^ Kings, Queens & Despots - Forbes.com
  8. ^ [2]
  9. ^ Bloomberg - Business, Financial & Economic News, Stock Quotes
  10. ^ The address you requested is obsolete
  11. ^ Archivio storico del Corriere della Sera
  12. ^ [3]
  13. ^ Funerale di Arafat
  14. ^ Polonio sullo spazzolino di Arafat. Un'inchiesta giornalistica riapre il caso. Corriere della sera. Esteri. 4 luglio 2012.
  15. ^ www.corriere.it
  16. ^ www.repubblica.it
  17. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  18. ^ Elenco dei premiati dell'anno 1998.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Helena Cobban, The Palestine Liberation Organisation: People, Power and Politics, Cambridge, Cambridge U.P., 1984. ISBN 0-521-27216-5
  • Andrew Gowers e Tony Walker, Arafat: The Biography, Virgin Books, 2005. ISBN 978-1-85227-924-0

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Successore Flag of Palestine.svg
1996–2004 Rawḥī Fattūḥ

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