Eugenio Scalfari

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
on. Eugenio Scalfari
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Eugenio Scalfari
Luogo nascita Civitavecchia (RM)
Data nascita 6 aprile 1924
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione giornalista
Partito Partito Socialista Italiano (1968-1972)
Legislatura V
Gruppo Socialista
Coalizione Centro-sinistra (1968-1972)
Incarichi parlamentari
  • Componente della quinta commissione (Bilancio e partecipazioni statali) (10 luglio 1968 – 24 maggio 1972)
  • Componente della dodicesima commissione (Industria e commercio) (27 marzo 1970 – 24 maggio 1972)
Pagina istituzionale

Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924) è un giornalista, scrittore e politico italiano.

I campi principali dell'analisi di Scalfari sono l'economia e la politica, che trovano ampia sintesi in un punto di vista etico-filosofico: alcuni suoi articoli hanno dato avvio a battaglie ideologico-culturali, come quelle che hanno portato ai referendum sul divorzio e sull'aborto[senza fonte]. La sua ispirazione politica è liberale di matrice sociale. Punti forti dei suoi articoli recenti sono la laicità, la questione morale, la filosofia[1] e la ferma critica verso l'azione politica di Silvio Berlusconi.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Esordio[modifica | modifica sorgente]

Scalfari inizia gli studi secondari al Liceo Mamiani di Roma, ma è a Sanremo (dove la famiglia, che è di origini calabresi, si era trasferita temporaneamente, essendo il padre direttore artistico del Casinò) che compie gli studi liceali, al liceo classico G.D. Cassini, col compagno di banco Italo Calvino.[2]

Tra le sue prime esperienze giornalistiche c'è "Roma Fascista"[3], organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), mentre era studente di giurisprudenza. Negli anni successivi Scalfari continua a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come "Nuovo Occidente", diretto dall'ex squadrista e fascista cattolico Giuseppe Attilio Fanelli. Nel 1942 Scalfari sarà nominato caporedattore di "Roma Fascista".[4]

All'inizio del 1943[5] scrisse una serie di corsivi non firmati sulla prima pagina su Roma Fascista in cui lanciava generiche accuse verso speculazioni da parte di gerarchi del PNF sulla costruzione dell'EUR. Questi articoli portarono alla sua espulsione dai GUF per opera di Carlo Scorza, allora vicesegretario del PNF. Di fronte al gerarca intenzionato a perseguire gli speculatori, il giovane Scalfari aveva ammesso come i suoi corsivi fossero basati su voci generiche. Il gerarca accusò poi il giovane di essere un imboscato, e lo prese materialmente per il bavero strappandogli le mostrine dalla divisa del partito[5].

Dopo la fine della seconda guerra mondiale entra in contatto con il neonato partito liberale, conoscendo giornalisti importanti nell'ambiente. Nel 1950, mentre lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, diventa collaboratore prima a Il Mondo e poi all'Europeo di due personalità che spesso richiama nei suoi scritti: Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti. Ricorderà, poi, con orgoglio di essere stato licenziato dalla B.N.L. per una serie di articoli sulla Federconsorzi non graditi alla direzione.[6]

Nel 1950 si sposa con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, scomparsa nel 2006.

Nel 1955 partecipa all'atto di fondazione del Partito Radicale. Nello stesso anno nasce il settimanale L'Espresso: Scalfari è direttore amministrativo.

Dalla fine degli anni settanta è sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de L'Espresso (e poi di Repubblica) che sposerà dopo la scomparsa della moglie Simonetta.[7]. Eugenio Scalfari è ateo (cfr. Corriere della Sera, 21/03/1996).

Carriera in ascesa[modifica | modifica sorgente]

Eugenio Scalfari nella foto da deputato

Nel 1963 sommò la carica di direttore responsabile de L'Espresso a quella di direttore amministrativo. Il settimanale arrivò in cinque anni a superare il milione di copie vendute. Il successo giornalistico si fuse con il piglio imprenditoriale, dato che Scalfari continuò a gestire anche la parte organizzativa e amministrativa.

Sempre nel 1968 pubblicò insieme a Lino Jannuzzi l'inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato piano Solo. Il generale De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal Pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di stato[8].

L'elezione in Parlamento[modifica | modifica sorgente]

Ambedue i giornalisti evitarono il carcere grazie all'immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del PSI, mentre Jannuzzi divenne senatore. Scalfari, che era stato eletto sia nella circoscrizione di Torino che in quella di Milano, optò per la prima e aderì al gruppo del PSI. Restò deputato fino al 1972[9]. Nel 1968 con la candidatura in Parlamento aveva lasciato la direzione de L'Espresso.

Nel 1971 fu tra i firmatari della lettera aperta pubblicata sul settimanale L'Espresso sul caso Pinelli. In quegli anni criticò accanitamente le manovre di Eugenio Cefis, prima presidente dell'ENI e poi di Montedison, appoggiando spesso chi gli si opponeva; tra questi vi fu nel 1971 Sindona nel suo scontro con Mediobanca per il controllo di Bastogi[10]. Soprattutto contro Cefis era indirizzato il celebre libro-inchiesta pubblicato da Scalfari e da Giuseppe Turani nel 1974, Razza padrona.

Fondazione e direzione de la Repubblica[modifica | modifica sorgente]

Scalfari (al centro) nel dicembre del 1975, assieme al gruppo di giornalisti che poche settimane dopo darà vita alla Repubblica.

Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, che debuttò nelle edicole il 14 gennaio di quell'anno. L'operazione, attuata con il gruppo L'Espresso e la Arnoldo Mondadori Editore, aprì una nuova pagina del giornalismo italiano. Il quotidiano romano, sotto la sua direzione, compie in pochissimi anni una scalata imponente diventando per lungo tempo il principale giornale italiano per tiratura.

L'assetto proprietario registra negli anni ottanta consolidamenti della posizione dello stesso Scalfari e l'ingresso di Carlo De Benedetti, nonché un vano tentativo di acquisizione da parte di Berlusconi in occasione della "scalata" del titolo Arnoldo Mondadori Editore, finito con il "lodo Mondadori" resosi necessario a causa del fatto che (come accertato dalla magistratura in seguito) Silvio Berlusconi, a capo della Fininvest, aveva corrotto i giudici per avere un pronunciamento favorevole nella disputa con De Benedetti per il controllo della Mondadori: tale accordo fu fortemente voluto da Giulio Andreotti, grazie all'intermediazione di Giuseppe Ciarrapico. Sotto la sua guida La Repubblica aprì il filone investigativo sul caso Enimont, che dopo due anni fu in buona parte confermato dall'inchiesta di "Mani pulite".

Contro Craxi, a differenza che con Spadolini e con De Mita[11], Scalfari s'era speso sin dall'inizio del decennio precedente, considerandolo l'archetipo della questione morale[12] contro cui si scagliava l'anima della sinistra rappresentata da Berlinguer. Di questi invece elogiò lo "strappo" con l'Unione Sovietica in occasione del golpe polacco, pur restando essenzialmente estraneo alla tradizione comunista e rimanendo su posizioni legate all'intellettualità laica e alla tecnocrazia. In tal senso vanno lette alcune sue importanti iniziative, tutte sostenute per il tramite di "Repubblica": sponsorizzò il "governo del Presidente" candidandovi il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi già negli anni ottanta; indicò al presidente Scalfaro il commissario PSI a Milano Giuliano Amato come viatico per la sua scelta a premier nel 1992; apprezzò Guido Rossi come commissario delle aziende travolte nel turbine di Tangentopoli.

Il ritiro dalla direzione di La Repubblica[modifica | modifica sorgente]

Scalfari, padre del quotidiano la Repubblica e della sua ascesa editoriale e politico-culturale, abbandona il ruolo di direttore nel 1996, e a lui subentra Ezio Mauro. Non scompare dalla testata del giornale, poiché attualmente svolge il ruolo di editorialista dell'edizione domenicale. I suoi editoriali sono entrati oramai nella consuetudine del giornale, tanto da essere soprannominati - anche per la loro congrua lunghezza - "la messa cantata della domenica"[13]. Cura altresì una rubrica su L'Espresso (il vetro soffiato). Il 6 luglio 2007, sul Venerdì di Repubblica (il magazine settimanale che esce dal 1987), ha annunciato l'abbandono della sua storica rubrica Scalfari risponde dopo l'estate ringraziando i lettori per l'affetto ricevuto e gli stimoli da loro pervenuti per le sue riflessioni. Gli è subentrato Michele Serra.

Su RaiSat Extra è andato in onda per qualche tempo, ogni giovedì, un programma dal titolo la Scalfittura, in cui Scalfari teneva dei colloqui politici con Giovanni Floris. Dal 2010 sostiene intellettualmente il progetto editoriale The Post Internazionale[14]

Ha ricevuto varie onorificenze. A livello giornalistico ha vinto nel 1988 il Premio Internazionale Trento per "Una vita dedicata al giornalismo", nel 1996 il "Premio Ischia" alla carriera, nel 1998 il Premio Guidarello al giornalismo d'autore e, di recente, il Premio Saint-Vincent 2003. L'8 maggio 1996 è stato nominato Cavaliere di gran croce dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro mentre nel 1999 ha ricevuto una delle più prestigiose onorificenze della Repubblica francese diventando Cavaliere della Legione d'onore (successivamente è stato promosso ufficiale). Cittadino onorario di Velletri, Città in cui risiede. Il 5 maggio 2007 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vinci e il 23 ottobre 2008 gli è stata conferita la cittadinanza benemerita di Sanremo.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 maggio 1996[15]
Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1966[16]
Ufficiale della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale della Legion d'onore

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Petrolio in gabbia, con Ernesto Rossi e Leopoldo Piccardi, Bari, Laterza, 1955.
  • I padroni della città, con Leone Cattani e Angelo Conigliaro, Bari, Laterza, 1957.
  • Le baronie elettriche, con Josiah Eccles, Ernesto Rossi e Leopoldo Piccardi, Bari, Laterza, 1960.
  • Rapporto sul neocapitalismo in Italia, Bari, Laterza, 1961.
  • Il potere economico in URSS, Bari, Laterza, 1962.
  • Storia segreta dell'industria elettrica, Bari, Laterza, 1963.
  • L'autunno della Repubblica. La mappa del potere in Italia, Milano, Etas Kompass, 1969.
  • Il caso Mattei. Un corsaro al servizio della repubblica, con Francesco Rosi, Bologna, Cappelli, 1972.
  • Razza padrona. Storia della borghesia di Stato, con Giuseppe Turani, Milano, Feltrinelli, 1974.
  • Interviste ai potenti, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1979.
  • Come andremo a incominciare?, con Enzo Biagi, Milano, Rizzoli, 1981.
  • L'anno di Craxi ( o di Berlinguer ?), Milano, Mondadori, 1984
  • La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1986.
  • Incontro con Io, Milano, Rizzoli, 1994.
  • Alla ricerca della morale perduta, Milano, Rizzoli, 1995.
  • Il labirinto, Milano, Rizzoli, 1998.
  • Attualità dell'Illuminismo, a cura di, Roma-Bari, Laterza, 2001.
  • La ruga sulla fronte, Milano, Rizzoli, 2001.
  • Articoli, 5 voll., Roma, la Repubblica, 2004.
  • Dibattito sul laicismo, a cura di, Roma, La biblioteca di Repubblica, 2005.
  • L'uomo che non credeva in Dio, Torino, Einaudi, 2008.
  • Per l'alto mare aperto, Torino, Einaudi, 2010.
  • Scuote l'anima mia Eros, Torino, Einaudi, 2011.
  • La passione dell'etica. Scritti 1963-2012, Mondadori, 2012. ISBN 978-88-04-61398-5
  • L'amore, la sfida, il destino, Milano, Einaudi, 2013. ISBN 978-88-06-21850-8
  • Racconto autobigrafico, Milano, Einaudi, 2014. ISBN 978-88-06-21642-9

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Angelo Cannatà, Eugenio Scalfari e il suo tempo, Mimesis, 2010, diviso in quattro capitoli: la Politica, l'Arte, la Religione, la Filosofia.
  2. ^ Sull'amicizia tra Scalfari e Calvino leggiamo: "Caro Eugenio, le tue lettere sono come manate sulla schiena e io ne ho bisogno di manate sulla schiena, specie di questi tempi."(...) Mi viene l'acquolina in bocca pensando alle ghiotte discussioni che faremo quando ci ritroveremo insieme", cfr. Angelo Cannatà "Eugenio Scalfari e il suo tempo", Mimesis, 2010, p. 105.
  3. ^ La Repubblica.it : Gli 80 anni di Eugenio Scalfari
  4. ^ Mirella Serri, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948, Milano, Corbaccio, 2005.
  5. ^ a b Ero giovane, fascista e felice, intervista a Eugenio Scalfari apparsa su Il Foglio del 29 maggio 2008 [1]
  6. ^ http://www.pasqualericcio.it/public/uploads/2009/02/scal1.pdf
  7. ^ Paolo Guzzanti, Guzzanti vs De Benedetti. Faccia a faccia fra un gran editore e un giornalista scomodo, Aliberti editore, 2010
  8. ^ Nel corso dell'inchiesta Scalfari riferisce di un colloquio avuto col generale Aurigo: "Mi disse che gli ordini (le disposizioni relative al 'Piano Solo') contemplavano anche l'ipotesi di una eventuale resistenza da parte del prefetto (...) gli ordini dicevano che bisognava mettere il prefetto, qualora avesse resistito a questa iniziativa dei carabinieri, in condizioni di non nuocere". Fonte: Angelo Cannatà, "Eugenio Scalfari e il suo tempo", Mimesis, 2010, p. 42.
  9. ^ http://storia.camera.it/deputato/eugenio-scalfari-19240406#nav
  10. ^ Fabio Tamburini, Un siciliano a Milano, Longanesi, da ultimo citato da Ferruccio de Bortoli su ((http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_14/debortoli-attacchi-corriere_401507c8-b888-11de-9ba8-00144f02aabc.shtml)).
  11. ^ Nei cui confronti Carlo Caracciolo dice che Scalfari ebbe un "innamoramento", non condiviso dallo stesso editore della Repubblica che non lo considerava "un grande politico": intervista alla Stampa del 10 gennaio 2008, p. 23.
  12. ^ Scrive Scalfari: Gelli è Belfagor, il messaggero del diavolo; ma il diavolo, cioè Belzebù, chi è? (...) "Belzebù è, in una certa misura, lo stesso partito socialista, elemento importante di quel quadro politico e di quella inamovibilità". Fonte: Eugenio Scalfari e il suo tempo, di Angelo Cannatà, Mimesis, 2010, p. 61. L'articolo di Scalfari, Caro Craxi tu lo sai chi è Belzebù, è apparso su Repubblica il 5 giugno 1981.
  13. ^ Ezio Mauro dal pulpito di Repubblica officia la democrazia e aspira a diventare papa, Panorama.
  14. ^ Nasce The Post Internazionale il giornale italiano nel mondo - Repubblica.it
  15. ^ Dettaglio Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  16. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Il cittadino Scalfari, di Claudio Mauri, SugarCo, 1983.
  • Eugenio Scalfari, una vita per il potere, di Giancarlo Perna, Leonardo Editore, 1990.
  • Eugenio Scalfari e il suo tempo, di Angelo Cannatà, Mimesis, 2010.
  • Eugenio Scalfari. L'intellettuale dilettante, di Francesco Bucci, Società Editrice Dante Alighieri, Roma, 2013

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Direttore de L'espresso Successore
Arrigo Benedetti 9 giugno 1963 - 24 marzo 1968 Gianni Corbi
Predecessore Direttore de la Repubblica Successore
nessuno 1976 - 1996 Ezio Mauro

Controllo di autorità VIAF: 3282480 LCCN: n79135156 SBN: IT\ICCU\CFIV\007927