Destalinizzazione

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Nikita Khruščёv fu il principale responsabile della destalinizzazione

Il termine destalinizzazione indica la metodica distruzione del culto di Stalin (1879-1953) iniziata da Nikita Khruščёv al XX Congresso del PCUS, svoltosi a Mosca nel febbraio-marzo del 1956.

Essa trovò espressione nel cosiddetto rapporto di Khruščёv, inizialmente segreto fino a che fu rivelato dal Dipartimento di Stato americano nel maggio-giugno successivo, e confermato poi anche da fonte russa solo dopo una serie di inutili smentite.

Il rapporto Khruščёv capovolse drasticamente il giudizio dei comunisti su Stalin, sino ad allora esaltato quale padre dei popoli, maestro e guida, difensore degli oppressi e della pace. Stalin, secondo il rapporto, era stato invece un tiranno megalomane, un sadico paranoico ed assassino, un teorico da farsa, un persecutore di innocenti, il responsabile della guerra fredda. Il rapporto lasciava oscuramente intendere, inoltre, che la morte di Stalin era stata probabilmente "accelerata" ed apriva il sospetto sulle stesse circostanze della morte del dittatore.

In sostanza, il rapporto fece del periodo staliniano (1924-1953) un quadro ancora più fosco di quello per tanti anni descritto dalla stampa occidentale, e sempre sdegnosamente respinto come falso e calunnioso dalla propaganda comunista.

« Stalin, dal XVII Congresso del PCUS, prese a perseguire politicamente e fisicamente non soltanto i nemici del partito ma anche molti tra i suoi più provati e capaci membri. Così Orgionikidze venne spinto al suicidio, 70 dei 133 membri del Comitato Centrale nel 1937 vennero fucilati; fucilato fu anche il maresciallo Tuchačevskij capo dell'Armata Rossa e con lui 5000 ufficiali.

Stalin fece assassinare Sergej Kirov, capo del partito nel 1934, a Leningrado. Il georgiano Grigory Orgionikidze, amico intimo e conterraneo di Stalin, dovette scegliere tra l'esecuzione ed il suicidio. Si uccise e gli furono decretati grandi funerali a spese dello Stato.

Perfino i membri del Politburo erano tenuti da Stalin all'oscuro di quanto avveniva. Così fu quando sparì Nikolaj A. Voznesensky, membro del Politburo e capo della Commissione della Pianificazione Statale, nel marzo 1949. Solo più tardi si era appreso che era stato arrestato e fucilato qualche mese dopo.

I tre quarti dei delegati del XVII Congresso del PCUS, durante il quale parecchi parlarono contro Stalin, furono poco dopo fucilati. Dopo la morte di Lenin, Stalin ne maltrattò e minaccio la vedova, Nadežda Krupskaja. Le disse che se avesse osato ancora parlare male di lui in pubblico egli avrebbe fatto rivelare pubblicamente che ella non era mai stata la moglie di Lenin. Gli stessi membri del Politburo avevano paura quando erano convocati da Stalin: non sapevano mai che cosa poteva loro capitare.

Stalin era un misto di mania di persecuzione e di grossolanità. Il giardino della sua dacia era pieno di suoi busti ed egli usava passeggiarvi in mezzo ammirandoli. Fu Stalin a formulare il concetto di "nemico del popolo". Questo termine rese automaticamente superfluo che gli errori ideologici in una controversia venissero provati. Questo termine rese possibile l'uso della repressione più crudele.

Principalmente l'unica prova di colpevolezza usata, contro tutte le norme del diritto, era la confessione dell'imputato stesso; e, come provarono le successive risultanze, le confessioni venivano ottenute mediante pressioni fisiche contro gli accusati.

Disponendo di un potere illimitato Stalin si abbandonava a vari arbitrii e riconduceva le persone moralmente e fisicamente al silenzio. Si era venuta a creare una situazione per cui nessuno poteva esprimere la propria volontà.

È chiaro che Stalin mostrò in tutta una serie di casi la sua intolleranza, la sua brutalità ed il suo abuso di potere.

E così, già alla fine del 1943, quando già si era verificato su tutti i fronti della grande guerra patriottica un rovesciamento definitivo della situazione, a beneficio dell'Unione Sovietica, fu decisa e attuata la deportazione di tutti i Karaciai dalle terre in cui avevano fino allora vissuto. Nello stesso periodo, alla fine del dicembre 1943, la stessa sorte fu riservata alle intere popolazioni cecene e inguscie che furono deportate e le repubbliche autonome che esse formavano eliminate. Nell'aprile 1944 tutti i Balkari furono deportati in località assai lontane dal territorio della Repubblica autonoma Kabardini-Balkaria che fu ribattezzata Repubblica autonoma Kabardina. »

(Stralci dal Rapporto Khruščёv)

In contemporanea alla destalinizzazione si verificò anche una politica di coesistenza relativamente pacifica col campo occidentale, cosa che suscitò le critiche di Mao Zedong e del Partito comunista cinese, dando avvio al dissidio cino-sovietico degli anni '60. Il 22º Congresso del PCUS (1961) decideva intanto lo spostamento della salma di Stalin dal Mausoleo di Lenin e il cambiamento di nome di Stalingrado in Volgograd (misura criticata da più parti in base alle memorie legate alla Seconda guerra mondiale e all'importanza della vittoria sovietica proprio a Stalingrado). Tra le conseguenze principali della destalinizzazione, vanno citate l’inizio dello smantellamento del sistema dei gulag, la liberazione di molti prigionieri politici, la riabilitazione di varie vittime delle epurazioni, e infine il graduale ristabilirsi della “legalità socialista” accanto a un clima più aperto e tollerante sul terreno culturale (stagione del "disgelo").

Il PCI e la destalinizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito Comunista Italiano negli anni cinquanta aveva una salda tradizione filosovietica, che lo stesso Palmiro Togliatti aveva in tutti i modi promosso e rafforzato. Ad esempio il 6 marzo 1953 affermò alla Camera dei deputati commemorando Stalin: "Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero [...] Col suo nome verrà chiamato un secolo intero [...]"[1]. Né peraltro molto diversi furono in quella occasione i commenti di leader lontani dal comunismo, quali A. De Gasperi, a dimostrazione che la memoria della guerra antifascista combattuta e vinta assieme, col decisivo contributo dell'URSS, era ancora viva.

Il rapporto Khruščёv, comunque, colse di sorpresa la base comunista. Il testo venne rivelato nell'aprile del 1956; il 17 giugno L'Unità (organo ufficiale del partito) ammise che "la società sovietica era giunta a certe forme di degenerazione".

Il 4 luglio successivo Togliatti proclamò per altro: "È per me fuori discussione che la linea seguita dai compagni sovietici nella costruzione di una società socialista è stata giusta". La sua intervista al periodico "Nuovi Argomenti", in risposta a "Nove domande sullo stalinismo", costituì una efficace messa a punto della posizione dei comunisti italiani sull'argomento.

Il 17 marzo 1959 l'Unità pubblicava il rapporto di Togliatti al Comitato Centrale del partito che tra l'altro affermava:

« Ricordate quali conseguenze si vollero dedurre dalle critiche al culto della personalità? Da parte degli avversari si pretese che quelle critiche dovessero significare che tutto il sistema sovietico era da respingersi e da condannarsi. Questa posizione venne difesa, in seno al movimento operaio, dai revisionisti, e ci fu chi la sostenne alla testa dello stesso partito socialista, affermando che delle trasformazioni istituzionali sarebbero state fatalmente compiute nell'Unione Sovietica, forse allo scopo di instaurare la democrazia come metodo e come sistema, di tornare al regime parlamentare, o alla rotazione dei partiti di Governo, come da noi... I fatti hanno fatto piazza pulita di queste fantasticherie balzane. »
(Palmiro Togliatti)

Il XXII Congresso del PCUS, con le gravi accuse al "gruppo antipartito" e la decisione di sfrattare la salma di Stalin dal Mausoleo della Piazza Rossa, provocò nel novembre 1961 un altro choc.

Un gruppo guidato da Giorgio Amendola chiese libertà di dissenso, i giovani comunisti di riabilitare Leon Trotsky ed il giornale Nuova generazione (poi soppresso) "...alcuni fatti confortano la tesi secondo cui la denuncia dello stalinismo è, almeno in parte, solo strumentale ai fini della lotta di potere..." e ad accusare Khruščёv di "usare gli stessi metodi di Stalin nella lotta al gruppo antipartito".

Finalmente il 28 novembre il Comitato Centrale del PCI pubblica una risoluzione in cui si afferma che "una parte di quella durezza di Stalin non era in alcun modo giustificata dalla necessità di difendere la rivoluzione..." e più avanti che dirigenti comunisti italiani erano all'oscuro di tutto, tesi parzialmente smentita dallo stesso Togliatti che in un discorso tenuto a Frascati il 21 novembre affermava pubblicamente che "..anche durante il XVIII Congresso del PCUS tenutosi nel 1939, vivo Stalin, vennero denunciate delle violazioni della legalità socialista".

Lo stesso 21 novembre la Pravda (Organo ufficiale del PCUS) criticava alcuni compagni italiani "...che vorrebbero investire con le loro critiche tutto il sistema socialista e non solo il culto della personalità".

In risposta il 1º dicembre i dirigenti del PCI Giancarlo Pajetta e Mario Alicata indissero una conferenza stampa per rassicurare Mosca:

« ...l'autonomia dei partiti comunisti non va intesa in opposizione, ma in funzione all'internazionalismo comunista... »

Negli anni settanta con Enrico Berlinguer la differenziazione del PCI dalla politica del PCUS e dall'esperienza sovietica si acuirà fino a portare allo "strappo" del 1981.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://legislature.camera.it/_dati/leg01/lavori/stenografici/sed1098/sed1098.pdf

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]