Kulaki

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I kulaki (plurale di kulak, in russo: кула́к[?] ascolta[?·info], "pugno") erano una categoria di contadini presente negli ultimi anni dell'Impero russo, e nei primi della neo Unione Sovietica, finché nel 1924 con la morte di Lenin prese il potere Stalin che diede il via alla collettivizzazione e i Kulaki divennero a tutti gli effetti nemici dello stato. Iniziò così un vero e proprio rastrellamento nelle campagne e moltissimi finirono nei micidiali gulag nell'arcipelago artico. La parola kulaki inizialmente si riferiva a contadini indipendenti della Russia che possedevano grandi appezzamenti di terreno ed utilizzavano manovali o schiavi; successivamente il termine fu utilizzato spregiativamente dai bolscevichi per indicare i contadini agiati.

Durante il periodo sovietico, per essere classificati come kulaki bastava "l'utilizzo di un operaio agricolo per una parte dell'anno, il possesso di macchine agricole un po' più perfezionate del semplice aratro, di due cavalli e quattro mucche" (Nicolas Werth)[1].

La riforma del 1906[modifica | modifica sorgente]

La categoria dei kulaki nacque nel 1906, con la riforma agraria di Pëtr Stolypin sulla distribuzione delle terre. Essa prevedeva che le terre dello stato potessero essere assegnate ai contadini, ma solo attraverso un pagamento. In questo modo i contadini poveri peggiorarono ulteriormente le loro condizioni di vita perché non poterono più accedere alle terre comuni per bisogni quali il pascolo, la legna, i frutti della natura e la caccia.

La riforma creò in Russia una divisione tra i contadini, suddividendoli in:

  • contadini poveri, senza soldi per acquistare terre (kombèdy);
  • contadini benestanti o medi proprietari (kulaki).

Questi ultimi, avendo a disposizione le terre, avevano la possibilità di assumere i contadini nullatenenti per coltivarle.

Lenin e i kulaki[modifica | modifica sorgente]

Il comunismo di guerra - varato da Lenin dopo la presa di potere dei bolscevichi nell'ottobre del 1917 - comportava, tra le altre misure, la requisizione forzata di tutto il grano eccedente le necessità di sopravvivenza e di semina del contadino. Il provvedimento colpì in particolare la classe dei kulaki.

Nel marzo del 1921 il comunismo di guerra fu accantonato per essere sostituito dalla Nuova politica economica (Nep), che reintroduceva elementi di profitto individuale e di libertà economica. Le requisizioni forzate di grano cessarono, per essere sostituite da un'imposta in natura; inoltre il contadino aveva la possibilità di vendere le proprie eccedenze. Questi provvedimenti favorirono la ripresa del ceto dei kulaki.

Scontro ideologico sui kulaki: Trockij e Bucharin[modifica | modifica sorgente]

Lo scontro idelogico e di potere successivo alla morte di Lenin si ripercosse anche sulla concezione delle varie fazioni sui kulaki. Lev Trockij li osteggiava vivamente, secondo le sue idee era necessario intraprendere al più presto una lotta contro i kulaki, perché essi, andando contro i principi comunisti della parità di ricchezza, rappresentavano una minaccia al mantenimento della rivoluzione.

Nicolaj Bucharin sosteneva invece che bisognava non solo permettere, ma anche rassicurare i contadini sulla possibilità di arricchirsi. Bucharin riteneva infatti che solo con l'aumento dell'attività agricola, il paese, seppur lentamente, poteva innescare una spirale virtuosa di sviluppo.

"Vi è una situazione per cui il contadino ha paura di farsi un tetto di lamiera perché teme di essere dichiarato kulak, se acquista una macchina cerca di fare in modo che i comunisti non se ne accorgano. Le tecnica avanzata è divenuta clandestina [...] oggi questi metodi ostacolano lo sviluppo economico. Oggi dobbiamo eliminare una serie di restrizioni per il contadino agiato da un lato e per i braccianti che vendono la propria forza lavoro dall'altro. La lotta contro i kulaki deve essere condotta con altri metodi, per altra via [...] A tutti i contadini complessivamente, a tutti gli strati di contadini bisogna dire: arricchitevi, accumulate, sviluppate le vostre aziende. Soltanto degli idioti possono dire che da noi deve sempre esserci povertà [...] Cosa otteniamo per effetto dell'accumulazione nell'economia contadina? Accumulazione nell'agricoltura significa domanda crescente di prodotti della nostra industria". (Nicolaj Bucharin)[2]

Stalin e lo sterminio dei kulaki[modifica | modifica sorgente]

Josif Stalin inizialmente, alleandosi con Bucharin, si allineò sulle posizioni di quest'ultimo; Stalin era infatti favorevole ad una prosecuzione della Nep.

Nel 1927, in occasione di una crisi agricola egli ripristinò le misure sulla requisizione di cereali tipiche del comunismo di guerra, ed inoltre intraprese una dura campagna propagandistica contro i kulaki. Abbandonate totalmente le tesi di Bucharin, anzi entrato in contrasto con lui, Stalin introdusse una pianificazione integrale dell'economia. Questo portò alla collettivizzazione forzata delle terre, utilizzata come metodo per trasferire ricchezza dall'agricoltura all'industria: le terre vennero unificate in cooperative agricole (Kolchoz) o in aziende di stato (Sovchoz), che avevano l'obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato.

I contadini, compresi i kulaki, si opposero fermamente alla collettivizzazione, nascondendo le derrate alimentari, macellando il bestiame ed anche utilizzando le armi. Stalin reagì ordinando sistematiche eliminazioni fisiche e deportazioni di massa nei campi di lavoro; questi provvedimenti colpirono milioni di contadini in maggioranza kulaki.

"Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki [...] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo". (Josif Stalin)[3]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ citato in "La città dell'uomo, il Novecento tra conflitti e trasformazioni - Marco Fossati, Giorgio Luppi, Emilio Zanette" pag. 145.
  2. ^ N.Bucharin, E.Preobrazenskij, L'accumulazione socialista, Editori Riuniti, Roma, 1969.
  3. ^ J.Stalin, Questioni di leninismo, Roma, 1945.