Comunismo di guerra

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Fu Vladimir Lenin il principale elaboratore del comunismo di guerra

Con la locuzione comunismo di guerra si intende l'insieme di provvedimenti economici e sociali presi nella Russia postrivoluzionaria guidata da Vladimir Lenin e dal Partito Comunista Russo (bolscevico) tra il 1918 e il 1921.

L'insieme dei provvedimenti era visto come una necessaria reazione alla situazione critica in cui versava il paese, dilaniato dalla guerra civile e minacciato dall'intervento straniero, con un'economia disastrata dalla prima guerra mondiale e dalla recente rivoluzione. L'espressione comunismo di guerra fu forgiata per criticare il periodo e al contempo giustificare con le condizioni di guerra i severi provvedimenti presi. In realtà, sebbene la dottrina marxista indicasse una società con accumulazione di capitale come presupposto fondamentale per la creazione del socialismo, Lenin sperava di poterla realizzare a pochi anni dalla presa del potere. Lo stesso Lenin avrebbe riconosciuto l'errore nel 1921, anno di abbandono del comunismo di guerra in favore della nuova politica economica (NEP).

Lo stato bolscevico era minacciato dalle truppe bianche sia a ovest (dove agivano di concerto con i cosacchi) che a est. Per respingere i loro attacchi e far fronte alla carestia era necessario un controllo diretto delle derrate alimentari e della produzione industriale da parte dello stato. La nazionalizzazione completa delle industrie, gestite da collettivi operai, fu il primo passo del comunismo di guerra, giustificato dalla dottrina marxista. Lo stato prendeva inoltre il controllo diretto della produzione agricola, subordinando le strutture latifondiste preesistenti alle proprie esigenze ed operando ampie requisizioni di derrate alimentari ai danni dei contadini. Ogni compravendita privata fu vietata e si introdusse il razionamento e un sistema di tessere per il cibo. Queste misure portarono alla nascita di un fiorente mercato nero e al sensibile impoverimento della popolazione urbana.

Sul piano sociale e politico le misure prese furono molto meno giustificabili dal punto di vista marxista. Il partito bolscevico rinnegava (in teoria solo temporaneamente) le rivendicazioni prerivoluzionarie: agli operai fu vietato lo sciopero e fu attuata la militarizzazione del lavoro, con turni di lavoro forzato e soppressione della libertà d'opinione. Nonostante la pena di morte fosse stata abolita dopo l'ottobre 1917, essa fu reintrodotta per il reato di "controrivoluzione" e amplissimi poteri discrezionali furono dati alla Ceka, la polizia politica che divenne simbolo della repressione di quegli anni. La censura fu rafforzata e vennero vietate molte testate anche di ideologia bolscevica. Chi veniva considerato non lavoratore (categoria molto ampia che comprendeva anche i contadini che facessero uso di braccianti sulle proprie terre) era passibile di essere perseguito penalmente.

Il comunismo di guerra permise al fragile stato bolscevico di superare una situazione oggettivamente disperata e di vincere una guerra su due fronti. Il controllo sulla produzione permise di rendere l'Armata Rossa un esercito professionale e di garantirne l'approvvigionamento per tutta la durata del conflitto. Le conseguenze economiche non furono ugualmente positive: la produzione agricola crollò per lo scarso rendimento del lavoro e quella industriale si trovò in una situazione analoga per la velocità con cui era stata attuata la riforma; la riconversione all'economia di pace sarebbe stata possibile solo grazie a una nuova apertura ai metodi capitalistici, attuata dalla NEP. Sul piano sociale le conseguenze furono, se possibile, ancora più ampie. La popolazione fu sprofondata nel terrore, un'arma politica che lo stesso Lenin (basandosi sull'esperienza francese) considerava indispensabile nei primi anni di una rivoluzione. La Ceka rimase un ricordo indelebile nella mente della popolazione, tanto che si ritenne opportuno scioglierla alla fine del comunismo di guerra, per sostituirla con la OGPU, un organo analogo e con lo stesso capo.

La scelta di abbandonare il comunismo di guerra venne presa dopo una serie di ribellioni operaie (tra le quali la più estesa fu quella di Tambov), e soprattutto dopo l'ammutinamento della base navale di Kronstadt, i cui soldati erano stati tra i più attivi sostenitori della rivoluzione d'ottobre. Il bombardamento della base di Kronstadt da parte dell'Armata Rossa di Lev Trotsky è visto da alcuni storici come l'evento che pone fine al periodo rivoluzionario in Russia.