Colletto bianco

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La locuzione colletti bianchi (dalla lingua inglese white-collar worker), identifica quei lavoratori che svolgono mansioni meno fisiche, ma spesso più remunerate rispetto ai colletti blu che svolgono il lavoro manuale. Infatti le camicie bianche si sporcano facilmente e quindi distinguono i lavoratori che "non si sporcano le mani".

L'espressione è attribuita a Upton Sinclair, uno scrittore statunitense, sebbene alcuni riferimenti all'espressione appaiono già nel 1911.[1] Deriva dalla classica camicia bianca che veniva indossata da questo tipo di lavoratori.

Soggetti[modifica | modifica wikitesto]

Essi sono professionisti salariati, così come impiegati, generalmente con funzioni amministrative. Talvolta i manager sono considerati come appartenenti ai colletti bianchi, in altri invece non vengono considerati come tali.

Abbigliamento[modifica | modifica wikitesto]

In questo tipo di ambiente il rango è meno significativamente indicato dall'abbigliamento, ma diventa evidente guardando la qualità dello spazio lavorativo, le responsabilità delegate, i privilegi concessi e il salario stesso.

In tempi recenti i lavoratori hanno avuto vari gradi di libertà riguardo alla scelta dell'abbigliamento. I codici per l'abbigliamento possono andare dal rilassato (jeans e abbigliamento casual) al tradizionale (giacca e cravatta o tailleur).

Impiego[modifica | modifica wikitesto]

In passato, minoranza nelle società agricole e nelle prime società industriali, sono divenuti una maggioranza nelle nazioni industrializzate. La recente "rivoluzione tecnologica" ha creato molti più lavori da scrivania e diminuito il numero di persone che svolgono lavoro manuale nelle fabbriche. Generalmente, la paga è più alta tra i colletti bianchi, anche se molti di questi non appartengono necessariamente ai ceti alti o privilegiati, come il termine implicava un tempo. Ad esempio, molti impieghi nel sempre più crescente settore dei servizi richiedono un abbigliamento formale nonostante la paga bassa.
Inoltre, un numero crescente di aziende non ha nessun colletto blu, in quanto non producono alcun bene materiale, hanno invece un'intera gerarchia di colletti bianchi, che vestono essenzialmente allo stesso modo.

Contesto e spazi lavorativi[modifica | modifica wikitesto]

Come esempio di contrasto negli spazi lavorativi, i dirigenti possono avere uffici più ampi e meglio arredati, mentre gli impiegati di grado inferiore condividono piccoli cubicoli con mobili economici. Come esempio delle differenti responsabilità, i lavoratori di grado più alto avranno solitamente responsabilità più ampie e fondamentali nell'azienda, mentre i subordinati saranno delegati a compiti più specifici e limitati. I casi di differenza nei ruoli, benefici connessi e nel salario parlano da soli. In quanto impiegati salariati, possono essere membri di sindacati settoriali ed esercitare diritto di sciopero.

In Italia, tra le fonti normative che dispilinano il loro rapporto di lavoro grande importanza riveste la contrattazione collettiva.

Criminologia e sociologia della devianza[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione viene utilizzata, sempre più di frequente, anche in ambito sociologico e criminologico, per indicare una particolare categoria di reati (i reati dei "colletti bianchi"), prendendo spunto dal termine White-collar crime ("reati (o crimini) dei colletti bianchi"), introdotta dal criminologo Edwin Sutherland nel 1939.

Con tale espressione, si suole indicare quel particolare genere di reati, quasi sempre sottovalutati e impuniti, commessi da esponenti della borghesia delle professioni, da leader della politica e dell'economia. Il riferimento a tali tipologie di reato è sempre più attuale, poiché l’ingresso nel più ampio sistema delle reti criminali – per le organizzazioni criminali che sono riuscite a realizzarlo – non ne ha lasciato inalterato l’assetto organizzativo e ha contribuito a diversificare le loro attività, incidendo sulla loro immagine pubblica.

Nel tempo, le mafie e le organizzazioni criminali hanno riversato nell'economia e nella finanza grandi patrimoni illecitamente percepiti, rendendo sempre più difficile la loro separazione da quelli leciti, spostando così l’utilizzo di mezzi illeciti nel mercato delle normali transazioni, esternalizzando e dando in appalto l’uso della violenza: non più esplicita, diretta e visibile, ma sempre più invisibile e indiretta, tendendo ad agire a monte, sul processo di normazione.
Oltre alla difficoltà di separare i mercati leciti da quelli illeciti, il nuovo assetto reticolare delle mafie ha prodotto un’altra pericolosa conseguenza: il trasferimento sulle attività delle organizzazioni criminali tradizionali di quella stessa impunità di cui hanno sempre, storicamente potuto beneficiare i cosiddetti colletti bianchi, sia per quel che riguarda gli assetti dell’amministrazione della giustizia, sia per quanto attiene al giudizio formulato dalla pubblica opinione.

Parlare di colletti bianchi nel contesto contemporaneo, significa affrontare il tema della commistione tra economia legale ed economia criminale, che trovano sempre più spesso forme e luoghi di pacifica convivenza, magari agevolate dall’esistenza di “camere di compensazione” istituzionali o paraistituzionali, interessate all’accumulazione o alla speculazione finanziaria.
Uno tra i più recenti esempi in tal senso è certamente quello vissuto in Italia negli anni novanta del XX secolo, con Tangentopoli.

Opere dedicate agli impiegati[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Oxford English Dictionary, 3rd edition. Electronically indexed online document. White collar, usage 1, first example.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alessandra Dino (a cura di), Sistemi criminali e metodo mafioso, (in collaborazione con Livio Pepino), Milano, Franco Angeli, 2008.
  • Alessandra Dino (a cura di), Criminalità dei potenti e metodo mafioso, Milano, Mimesis, 2009.
  • Alessandra Dino, Mafia, salotti e colletti bianchi, in AA.VV., La mafia esiste ancora. Mafia e antimafia prima e dopo le stragi del 1992, Roma, l’Unità, 2004, pp. 34-38.
  • Edwin H. Sutherland, White-Collar Criminality, in “American Sociological Review”, V, 1940
  • Edwin H. Sutherland, Is “White Collar Crime” Crime?, in “American Sociological Review”, X, 1945
  • Sutherland E.H. (1961), White Collar Crime, Holt, Rinehart and Winston, New York, N.Y., (trad. ita. Ceretti A., Merzagora I., (a cura di), La criminalità dei colletti bianchi e altri scritti, Unicopli, Milano, 1996)
  • C. Wright Mills, Colletti bianchi, Einaudi, Torino 1966.
  • Ferruccio Pinotti, Luca Tescaroli, Colletti sporchi, Rizzoli, Milano 2008.
  • Vincenzo Ruggiero, È criminale la criminalità dei colletti bianchi? Fare ricerca sui delitti dei potenti, Antigone, 1 (2): 11-18, 2006.
  • Vincenzo Ruggiero, “È l’economia, stupido!”. Una classificazione dei crimini di potere, in Sistemi criminali e metodo mafioso – Quaderni di Questione Giustizia, Franco Angeli, Milano, 2008.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]