Prima guerra cecena

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Prima guerra cecena
Elicottero russo Mil Mi-8 abbattuto dai ceceni vicino a Groznyj, dicembre 1994
Elicottero russo Mil Mi-8 abbattuto dai ceceni vicino a Groznyj, dicembre 1994
Data 11 dicembre 1994 - 31 agosto 1996
Luogo Cecenia
Casus belli Dichiarazione d'indipendenza della Repubblica Cecena d'Ičkeria
Esito Accordo di Khasav-Yurt e indipendenza de facto della Repubblica cecena di Ichkeria
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
38.000
dicembre 1994
70.500
febbraio 1995
15.000
dicembre 1994
Perdite
Militari:
3.826 morti, 1.906 dispersi e 17.892 feriti
Civili:
Almeno 161 morti al di fuori della Cecenia, 120 nella crisi degli ostaggi dell'ospedale di Budyonnovsk e 41 nel raid di Kizlyar
Militari:
Almeno 3.000 morti o dispersi secondo l'esercito ceceno, 15.000 secondo l'esercito russo
Civili:
50.000 – 100.000 morti
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Regione del Caucaso settentrionale

La prima guerra cecena, conosciuta anche come guerra di Cecenia, venne combattuta tra Russia e Cecenia dal 1994 al 1996 e finì con la dichiarazione d'indipendenza della Cecenia dalla Russia e la nascita della Repubblica Cecena d'Ičkeria.

Dopo la campagna iniziale del 1994-1995, culminata con la devastante battaglia di Groznyj, le forze federali russe cercarono di controllare le varie aree montuose della Cecenia ma vennero respinti dalla guerriglia cecena e dai raid condotti in pianura, nonostante la preponderante maggioranza di uomini russi, la superiorità negli armamenti e il supporto aereo di cui fruivano. La diffusa demoralizzazione delle forze federali e la quasi universale opposizione dell'opinione pubblica russa riguardo al conflitto, portarono il governo di Boris Eltsin a dichiarare il cessate il fuoco nel 1996 e a siglare un trattato di pace l'anno seguente.

Le stime ufficiali indicano 5.500 vittime tra i militari russi, mentre altre fonti le indicano tra 3.500 e 7.500, altre ancora fino a 14.000. Stime ufficiali e accurate per i guerriglieri ceceni non ci sono, i numeri vanno da 3.000 a 14.000. Le vittime civili oscillano tra le 30.000 e le 100.000 e più di 200.000 feriti; più di 500.000 persone furono costrette a lasciare la loro terra e le città, così come molti villaggi, vennero lasciate in rovina lungo tutto il paese.[1][2]

Origini della guerra in Cecenia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Russia Imperiale all'Unione Sovietica[modifica | modifica wikitesto]

I Cosacchi vissero nelle pianure della Cecenia (Terek) sin dal XVI secolo. La Russia invase per la prima volta gli altopiani ceceni durante il regno di Pietro I il Grande, agli inizi del XVIII secolo. Dopo una serie di feroci battaglie, la Cecenia fu sconfitta e annessa all'Impero nel 1870. I successivi tentativi ceceni di riconquistare l'indipendenza dopo la caduta dell'Impero fallirono. Nel 1922 la Cecenia venne incorporata nella Russia Bolscevica e successivamente nell'Unione Sovietica (URSS).

Nel 1936, il leader sovietico Iosif Stalin decise di creare la Repubblica Autonoma Socialista Sovietica Ceceno-Inguscia. Nel 1944, per ordine del capo dell'NKVD Lavrentij Beria, più di un milione di ceceni, ingusci ed altri popoli caucasici settentrionali furono deportati in Siberia e in Asia Centrale, ufficialmente come punizione per aver collaborato e appoggiato l'invasione della Germania nazista. La politica di Stalin rese la Cecenia una "non entità". Soltanto nel 1957, il primo segretario sovietico Nikita Kruschev garantì al popolo ceceno e a quello inguscio il permesso di ritornare nella terra d'origine e di restaurare la repubblica autonoma.

Il collasso dell'Unione Sovietica[modifica | modifica wikitesto]

La Russia divenne una nazione indipendente dopo il collasso dell'Unione Sovietica nel dicembre 1991. La Russia fu largamente accettata come lo Stato successore dell'URSS, ma perse allo stesso tempo la maggior parte della sua forza militare ed economica. Mentre l'etnia russa componeva più del 70% della popolazione della Repubblica Socialista Sovietica Federata Russa, significanti differenze etniche e religiose divennero un elemento di concreta minaccia di disintegrazione politica in molte altre regioni. Durante il periodo sovietico, ad alcune delle oltre cento nazionalità in Russia, erano garantite delle enclavi etniche con propri diritti formali concessi dalla federazione. Le relazioni di queste entità con il governo federale e le richieste di maggiore autonomia irruppero come una fondamentale questione politica all'inizio del 1990.

Il futuro presidente Boris Eltsin fece sue queste richieste durante la campagna elettorale del 1990, annunciando che la loro risoluzione era di urgente priorità. Si sentì la forte necessità di una legge che chiarisse definitivamente i poteri di ogni soggetto federale. Tale legge venne approvata il 31 marzo 1992, quando Eltsin e Ruslan Khasbulatov, egli stesso di etnia cecena e dirigente del Soviet Supremo Russo, siglarono il Trattato di Federazione bilateralmente con 86 degli 88 soggetti federali. Nella maggior parte dei casi le richieste di maggior indipendenza vennero soddisfatte attraverso concessioni riguardante l'autonomia regionale e regimi fiscali diversificati. Il trattato delineava tre tipi di soggetti federali base e stabiliva i poteri e le competenze riservate alle comunità locali o al governo federale.

I soli soggetti federali che non firmarono il trattato furono la Cecenia e il Tatarstan. Nella primavera del 1994 il presidente Boris Eltsin siglò un accordo politico speciale con Mintimer Şäymiev, presidente del Tatarstan, garantendo molte delle richieste di autonomia da parte della repubblica all'interno della Russia. La Cecenia rimase così l'unico soggetto federale a non aver accettato l'accordo. Né Eltsin né il governo ceceno intrapresero ulteriormente delle serie negoziazioni e la situazione si sarebbe deteriorata da lì a poco in un conflitto aperto.

La dichiarazione d'indipendenza cecena[modifica | modifica wikitesto]

la Cecenia (in rosso) e la Federazione Russa

Nel frattempo, il 6 settembre 1991, militanti del partito del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (NCCHP), creato dall'ex generale sovietico Dzhokhar Dudayev, convocarono una sessione del Soviet Supremo dell'ASSR Ceceno-Inguscia con l'obiettivo di dichiarare l'indipendenza. Uccisero il rappresentante del Partito Comunista dell'Unione Sovietica a Grozny tramite defenestrazione, linciarono molti altri membri del partito ed ufficialmente dissolsero il governo della Repubblica Autonoma dell'Unione Sovietica Ceceno-Inguscia.[3][4][5]

Il mese seguente Dudayev ottenne in maniera schiacciante il sostegno popolare per spodestare l'amministrazione ad-interim appoggiata dal governo federale. Divenuto presidente, decretò unilateralmente l'indipendenza dall'URSS. Nel novembre 1991, il presidente Yeltsin inviò delle truppe a Groznyj, ma esse furono costrette a ritirarsi quando le forze di Dudayev, schieratesi in assetto di combattimento, riuscirono ad evitare che esse lasciassero l'aeroporto. Dopo che la Cecenia pronunciò l'iniziale dichiarazione di sovranità, la Repubblica Autonoma Ceceno-Inguscia si divise in due zone nel giugno del 1992, nel bel mezzo del conflitto armato Inguscio con l'altra Repubblica russa dell'Ossezia del Nord. La Repubblica dell'Inguscezia in seguito confluì nella Federazione Russa, mentre la Cecenia dichiarò la piena indipendenza nel 1993 con il nome di Repubblica cecena di Ichkeria (ChRI).

Conflitti interni in Cecenia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Groznyj (1994).

Dal 1991 al 1994 decine di migliaia di persone di etnia non cecena, per la maggioranza russa, lasciarono la repubblica riportando notizie riguardo alle violenze contro le popolazioni non cecene (soprattutto russi, ucraini ed armeni).[6][7][8] L'industria della Cecenia iniziò a decadere come risultato dell'abbandono della regione da parte di molti ingegneri e lavoratori russi, il più delle volte ufficialmente espulsi dalla repubblica. Durante la guerra civile non dichiarata nel paese, le varie fazioni pro e contro Dudayev combatterono per il potere, a volte in vere e proprie battaglie campali con l'utilizzo di armamenti pesanti.

Nel marzo 1992, l'opposizione tentò un colpo di stato, ma il tentativo venne vanificato con la forza. Un mese più tardi, Dudayev si arrogò direttamente i poteri presidenziali e, nel giugno 1993, sciolse il parlamento per evitare un referendum su di un voto di sfiducia. Le forze federali inviate per il conflitto Osseto-Inguscio vennero deviate sul confine ceceno alla fine dell'ottobre 1992 e Dudayev, che percepì la cosa come un "atto di aggressione contro la Repubblica Cecena" dichiarò lo stato d'emergenza e minacciò la mobilitazione totale se le truppe russe non si fossero ritirate immediatamente. Dopo aver organizzato un altro golpe nel dicembre 1993, l'opposizione convocò un Consiglio Provvisorio con il ruolo di potenziale governo alternativo per la Cecenia, chiedendo l'assistenza di Mosca.

Un simpatizzante di Dudayev che prega davanti al Palazzo Presidenziale di Grozny, 1994

Nell'agosto del 1994, quando la coalizione delle forze d'opposizione, con base nel nord della Cecenia, lanciò una campagna armata per deporre il governo di Dudayev, Mosca decise di aiutare le forze ribelli tramite supporto finanziario, equipaggiamento militare e forze mercenarie. La Russia sospese tutti i voli civili per Grozny mentre, allo stesso tempo, l'aviazione militare e le truppe di confine pianificarono un embargo della repubblica. Il 30 ottobre 1994, aeromobili non identificati russi iniziarono a bombardare la capitale Grozny. Le forze d'opposizione, alle quali si erano aggiunte le truppe russe, lanciarono un assalto clandestino ma male organizzato a Grozny alla metà di ottobre del 1994. Esso fu seguito da un secondo e più potente attacco, indicato anche come "Battaglia di Grozny", tra il 26 ed il 27 novembre. La Guardia Nazionale Cecena di Dudayev respinse però gli attacchi. Con grande imbarazzo per il Cremlino, riuscì anche a catturare circa 20 regolari dell'esercito russo ed altri 50 cittadini russi legati segretamente al controspionaggio russo (FSK).[9]

Il 29 novembre il presidente Boris Yeltsin emise un ultimatum a tutte le fazioni belligeranti della Cecenia, ordinando loro il disarmo e la resa. Nel momento in cui il governo di Grozny rifiutò, il presidente Yeltsin ordinò un attacco per ristabilire l'"ordine costituzionale". Fino al primo dicembre le forze russe condussero pesanti bombardamenti aerei su tutta la Cecenia, bersagliando sia siti militari sia la stessa capitale Grozny.

L'11 dicembre 1994, cinque giorni dopo che Dudayev e il ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, avevano concordato di evitare un ulteriore uso della forza, le forze russe entrarono in Cecenia con l'ordine di "stabilire l'ordine costituzionale in Cecenia e di preservare l'integrità territoriale della Russia". Grachev sentenziò che avrebbe potuto eliminare Dudayev in un paio d'ore con un solo reggimento aereo e proclamò che "sarebbe stata una sanguinosa guerra lampo, e che sarebbe durata non oltre il 20 dicembre."

La guerra con la Russia[modifica | modifica wikitesto]

Fasi iniziali[modifica | modifica wikitesto]

Un uomo prega durante la battaglia di Grozny

L'11 dicembre 1994 le forze armate russe lanciarono un attacco missilistico su Grozny da tre fronti. L'attacco principale venne temporaneamente fermato dal vice comandante dell'esercito russo il generale Eduard Vorobyov come protesta perché considerava un "crimine mandare le forze armate contro il mio stesso popolo"[10]. Molti governatori e militari si opposero alla guerra come Vorobyov. Il consigliere per gli affari nazionali di Boris Eltsin, Emil Pain, il vice Ministro della Difesa Boris Gromov (uno dei comandanti nella guerra in afghanistan) e il gen. Boris Poliakov rassegnarono le dimissioni come protesta contro la guerra. Gromov, alla televisione, disse: "Sarà un bagno di sangue, un altro Afghanistan". Più di 800 tra soldati professionisti e ufficiali si rifiutarono di prendere parte all'operazione; di questi 83 vennero condannati dalle corti militari e i restanti assolti. Tempo dopo il generale Lev Rokhlin rifiutò la decorazione di Eroe di Russia per aver preso parte alla guerra.

L'aeronautica cecena venne completamente distrutta nelle prime ore di guerra, mentre 500 persone circa approfittarono dell'amnistia di metà dicembre dichiarata da Boris Eltsin per i membri dei gruppi armati di Dzhokhar Dudayev. Tuttavia le aspettative del gabinetto di Boris Eltsin di un attacco chirurgico, seguito da una capitolazione del regime ceceno, vennero deluse. Il morale delle truppe russe, poco preparate e incoscienti sul dove fossero mandate, era basso fin dall'inizio. Alcune unità russe si rifiutarono di avanzare e in alcuni casi sabotarono il proprio equipaggiamento. In Inguscezia, alcuni civili fermarono la colonna ovest e incendiarono 30 veicoli mentre 70 soldati coscritti disertarono. L'avanzata della colonna nord fu fermata a Dolinskoye dalla resistenza cecena e le forze russe patirono le prime perdite gravi.[10]. Un gruppo di 50 truppe aerotrasportate si arrese alla resistenza dopo essere stato scagliato oltre le linee nemiche e abbandonato.

Eltsin ordinò alle forze russe di mostrare autocontrollo, ma queste non erano preparate a ciò. Le perdite tra i civili aumentarono rapidamente, di conseguenza l'ostilità nei confronti delle forze russe si diffuse anche tra coloro che avevano intenzione di destituire Dudayev. Altri problemi sorsero con l'invio di soldati coscritti, freschi di addestramento, provenienti da regioni lontane, invece che soldati professionisti. Bande di combattenti ceceni, dotati di grandissima mobilità, causarono gravi perdite alle truppe russe impreparate e demoralizzate. I comandanti militari russi risposero con bombardamenti a tappeto indiscriminati che portarono a enormi perdite tra la popolazione cecena e russa.[11] Il 29 dicembre, in uno dei rari casi di vittoria piena dei russi, l'aviazione russa sequestrò l'aeroporto militare di Grozny e respinse un contrattacco ceceno nella battaglia di Khankala; il prossimo obiettivo era la città stessa, con i russi che stavano chiudendo la capitale, i ceceni cominciarono a organizzare le posizioni difensive e a concentrare le loro forze in città.

Bombardamento su Grozny[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Groznyj (1994 - 1995).
Il Palazzo presidenziale ceceno durante la battaglia di Grozny

Quando le forze russe assediarono la capitale cecena, migliaia di civili morirono a causa dei raid aerei e dei bombardamenti in quella che fu la più grande campagna di bombardamenti in Europa dai tempi della distruzione di Dresda.[12] L'assalto iniziale partì nella notte di capodanno nel 1995 e culminò in una pesante disfatta russa, con gravi perdite e con il morale delle truppe fortemente colpito. La sconfitta determinò tra 1.000 e i 2.000 morti tra i soldati russi, per la maggior parte coscritti poco addestrati e disorientati; la 131ª Brigata "Maikop" fu completamente distrutta nei combattimenti vicino alla stazione centrale.[10]. Nonostante l'iniziale vittoria cecena, Groznyj fu conquistata dalle forze russe al termine di una dura guerra urbana. Dopo la sconfitta iniziale, le forze russe diedero il via ad un massiccio bombardamento utilizzando l'aviazione e l'artiglieria. Allo stesso tempo accusarono i ceceni di utilizzare gli abitanti come scudi umani, impedendo loro di lasciare la città.[13] Il 7 gennaio 1995 il maggior generale russo Viktor Voroboyov fu ucciso dai ceceni con un colpo di mortaio. Il 19 gennaio le forze russe, dopo tre settimane, conquistarono il Palazzo Presidenziale ceceno, nel centro città ormai distrutto. La battaglia per la parte sud della città continuò fino al 6 marzo 1995, quando ne venne dichiarata ufficialmente la fine.

Il consigliere di Boris Eltsin per i diritti umani Sergey Kovalev stimò che circa 27.000 civili morirono nelle prime cinque settimane di combattimenti. Lo storico e generale russo Dmitri Volkogonov affermò che i bombardamenti russi provocarono 35.000 vittime civili, inclusi 5.000 bambini, e che la grande maggioranza di queste vittime era di etnia russa. Mentre le vittime tra i soldati non sono conosciute, la parte russa ha ammesso di aver perso 2.000 uomini, uccisi o scomparsi.[14] La battaglia di Grozny aveva scioccato la russia e il mondo provocando dure critiche verso la guerra. Gli osservatori internazionali dell'OCSE descrissero la scena come una "catastrofe inimmaginabile", l'ex leader sovietico Michail Gorbačëv definì la guerra una "vergognosa avventura sanguinaria" e il cancelliere tedesco Helmut Kohl "pura follia".[15]

Offensiva russa[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la caduta di Grozny, le forze russe allargarono il controllo nelle zone rurali e in quelle montagnose. In questo periodo venne perpetrato uno dei più feroci massacri della guerra, il 7 aprile, gli OMON e altre forze federali russe uccisero almeno 103 civili durante la presa del villaggio di frontiera di Samashki, mentre diverse centinaia furono arrestate, picchiate o torturate.[16] Il 15 aprile, nelle montagne a sud, le forze russe lanciarono un'offensiva lungo tutto il fronte, avanzando in larghe colonne di 200 - 300 veicoli.[17] Le forze della ChRI difesero la città di Argun, poi, prima di essere completamente circondate, spostarono il quartier generale nella città di Shali, successivamente a Serzhen - Yurt e infine nella roccaforte di montagna di Vedeno, luogo d'origine di Shamil Basayev. Gudermes, la seconda città più grande della Cecenia, venne circondata senza combattere, ma il villaggio di Shatoy venne difeso dagli uomini di Ruslan Gelayev. Alla fine, lo Stato Maggiore ceceno, si ritirò dalla zona di Vedeno per spostarsi verso il villaggio di Dargo e poi verso Benoy.[18] Secondo una stima dell'Esercito degli Stati Uniti, tra gennaio e giugno del 1995 le forze russe, quando conquistarono la maggior parte del territorio ceceno, ebbero circa 2.800 morti, 10.000 feriti e più di 500 tra scomparsi o catturati.[19] Comunque, alcuni ribelli ceceni ritornarono nelle zone pacificate nascosti tra i profughi.[20]

Alla volontà di continuare l'offensiva, i separatisti ceceni risposero con frequenti prese di ostaggi per influenzare la popolazione russa e i leader russi. Nel giugno 1995 un gruppo guidato da Shamil Basayev prese in ostaggio più di 1.500 persone nell'ospedale Budyonnovsk nel sud della russia; prima del cessate il fuoco stipulato da Basayev e dal Primo ministro russo Viktor Chernomyrdin, circa 120 civili russi morirono. La situazione impose ai russi di fermare le operazioni belliche consentendo ai ceceni di riorganizzarsi, durante il loro momento più difficile, e preparare la ribellione nazionale. Il massiccio attacco russo portò molti degli oppositori di Dudayev a schierarsi con lui e migliaia di volontari a ingrossare le fila dei ribelli. Molti altri formarono delle milizie per difendere le proprie abitazioni dagli attacchi delle forze federali, verso la fine del 1995 secondo fonti ufficiali vi erano 5.000 - 6.000 uomini armati. Complessivamente le forze messe in campo dalla ChRI raggiungeva i 10.000 - 12.000 combattenti, più i riservisti, secondo il comando ceceno. Secondo un rapporto dell'ONU i ribelli ceceni disponevano di molti bambini-soldato, alcuni di essi avevano 11 anni, incluse le femmine.[21] Più il territorio controllato dai ribelli diminuiva, più quest'ultimi si avvalsero delle classiche tecniche di guerriglia come trappole esplosive e mine lungo le strade. La tattica di utilizzare ordigni esplosivi e imboscate ebbe un grande successo.

Verso la fine del 1995 il generale Anatoliy Romanov, allora comandante delle truppe federali russe in Cecenia, venne gravemente ferito dalla esplosione di una bomba a Grozny che gli provocò la paralisi. I sospetti dell'attacco caddero su elementi deviati delle forze armate russe. L'attacco fece cadere ogni speranza di un cessate il fuoco permanente, sviluppatosi dalla fiducia tra il generale Romanov e il comandante delle truppe cecene Aslan Maschadov,[22] in agosto i due comandanti andarono nel sud della Cecenia per cercare di convincere il locale comandante ceceno a rilasciare dei soldati russi prigionieri.[23] Nel febbraio del 1996 le truppe federali e gruppi ceceni pro-Russia aprirono il fuoco su una grossa manifestazione a Grozny a favore dell'indipendenza, uccidendo diversi dimostranti;[24] il palazzo presidenziale ceceno di Grozny, ormai in rovina, simbolo dell'indipendenza cecena, venne abbattuto due giorni dopo.

Diritti umani e violazioni della leggi di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Le organizzazioni per i diritti umani accusarono le forze russe di aver utilizzato in maniera sproporzionata ed indiscriminata la forza quando vi erano episodi di resistenza, determinando in questo modo un alto numero di vittime civili; ad esempio secondo Human Rights Watch nel dicembre 1995 l'artiglieria russa uccise almeno 267 civili durante un raid a Gudermes. Per tutta la campagna i russi utilizzarono principalmente l'artiglieria e gli attacchi aerei, una tecnica che opinioni cecene e occidentali definirono come deliberati attacchi terroristici.[25] Paradossalmente la maggior parte delle vittime civili di questi attacchi era di etnia russa, che non era in grado di trovare buone vie di fuga, mentre i ceceni erano molti più abili a rifugiarsi nei villaggi circostanti. I villaggi vennero comunque fortemente colpiti fin dalla prima settimana di conflitto; il 3 gennaio 1995 una cluster bomb uccise 55 civili. Le truppe russe impedirono spesso ai civili di lasciare le zone sotto attacco e non consentirono l'attività di organizzazioni umanitarie nell'assistenza dei civili. È stato ampiamente confermato che le truppe russe, soprattutto quelle che rispondevano al MVD, hanno commesso spesso, e talvolta sistematicamente, atti di tortura ed esecuzioni sommarie nei confronti dei filo-separatisti, spesso definiti zachistka. Gruppi umanitari hanno riportato spesso cronache di stupri e saccheggi commessi dai soldati russi, azioni compiute senza tener contro della nazionalità delle vittime.

Durante il conflitto anche i separatisti ceceni commisero diversi crimini: presero in ostaggio molte persone alla volta, rapirono o uccisero civili considerati collaboratori dei russi e maltrattarono civili e soldati catturati (soprattutto i piloti) come Evgenij Rodionov, il quale venne decapitato in un video tre mesi prima che la guerra finisse. Alcuni ribelli e membri delle forze federali utilizzarono gli ostaggi come scudi umani durante le operazioni di guerra e di spostamento; ad esempio alcune truppe russe presero in ostaggio circa 500 civili nell'ospedale del 9º Municicipio di Grozny.[26]

Le violenze commesse dai membri delle forze russe furono solitamente tollerate e non furono punite quando vi furono delle indagini. Televisioni e giornali riportarono molte immagini non censurate del conflitto, di conseguenza la popolarità del presidente Eltsin diminuì molto. La guerra in Cecenia ebbe anche l'effetto di aumentare la paura dei russi nei confronti delle altre etnie della federazione.

Diffusione della guerra[modifica | modifica wikitesto]

La dichiarazione del Gran Muftì della Cecenia, Akhmad Kadyrov, che il ChRI stesse portando avanti un Jihad contro la Russia sollevò il timore che molti jihadisti provenienti da altre regioni della russia e da stati stranieri avrebbero combattuto come volontari. Secondo una stima, 5.000 non-ceceni hanno combattuto per motivi religiosi e / o nazionali.

Alcuni scontri si ebbero anche nella piccola repubblica confinante della Inguscezia, soprattutto quando i comandanti russi ordinarono alle truppe di inseguire i ribelli che attraversavano il confine, mentre 200.000 profughi provenienti non solo dalla Cecenia ma anche dalla Ossezia del Nord indebolirono l'economia del posto già fortemente provata. In diverse occasioni il presidente ingusco Ruslan Aushev protestò per le incursioni arrivando anche a minacciare il ministro della Difesa russo di denuncia per i danni subiti, ricordando come le forze federali avessero in precedenza assistito alla espulsione della popolazione inguscia della Ossezia del Nord.[27] Vi furono resoconti di abusi (omicidi, stupri, pestaggi) commessi dalle truppe russe; in un incidente, parzialmente testimoniato della visita di deputati russi della Duma, almeno 9 civili ingusci e un soldato baschiro furono uccisi da soldati russi apparentemente ubriachi, prima ancora un soldato russo ubriaco uccise un suo commilitone, 5 civili ingusci e il ministro della Sanità ingusco.[28] Scontri più duri si verificarono in Daghestan, il villaggio di frontiera di Pervomayskoye venne completamente distrutto dalle truppe russe come risposta alla presa di più di 2.000 ostaggi a Kizlyar, provocando forti critiche da parte delle autorità locali e aumento il malcontento interno. I cosacchi del Don, inizialmente simpatizzarono per la causa cecena, successivamente si mostrarono alleati dei russi, la loro cultura ha molte più affinità verso la Russia che verso la Cecenia, tenendo conto che hanno alle spalle una lunga storia di conflitti con le popolazioni indigene tra cui quella cecena; i cosacchi del Kuban organizzarono delle azioni, come posti di blocco, contro i ceceni che si infiltrarono nei loro territori.

Mentre la guerra in Cecenia continuava, all'interno della federazione russa nacquero nuove forme di ribellione. Si diffuse tra i membri di minoranze etniche una resistenza alla coscrizione, tanto che alcune repubbliche emanarono leggi e decreti riguardanti l'argomento. La Repubblica di Ciuvascia emanò una legge che proteggeva i soldati che si rifiutavano di partecipare alla guerra in Cecenia e impose limiti sull'uso di armi federali in conflitti etnici o regionali che vedono coinvolta la Russia. Alcune autorità federali chiesero che venisse proibito l'uso dei coscritti nei conflitti interni, mentre altre auspicavano che venisse vietato l'utilizzo delle forze armate in tali situazioni. Le autorità russe temevano che porre fine al conflitto in tempi brevi avrebbe portato ad una serie di tentativi di separazione da parte di altre minoranze etniche.

Il 6 marzo 1996 un aereo passeggeri cipriota venne dirottato da simpatizzanti ceceni mentre era in volo verso la Germania. Il 9 gennaio 1996 una nave passeggeri turca che trasportava 200 russi venne sequestrata da uomini armati, soprattutto turchi, con l'intenzione di far conoscere la causa cecena. La maggior parte di questi incidenti venne risolta tramite trattative e senza vittime.

Proseguimento della offensiva russa[modifica | modifica wikitesto]

Il 6 marzo 1996, tra i 1.500 e i 2.000 ribelli ceceni si infiltrarono all'interno di Grozny e per tre giorni lanciarono attacchi a sorpresa in molte zone della città riuscendo anche a impossessarsi di armi e munizioni. Sempre a marzo i ceceni attaccarono Samashki dove vennero uccisi centinaia di civili; il mese successivo, il 16 aprile, il comandante arabo Ibn al-Khattab nell'agguato di Shatoy distrusse una grande colonna di corazzati russi uccidendo 53 soldati (secondo molti 100), in un altro attacco 28 soldati furono uccisi vicino a Vedeno.[29]

Le perdite militari e le crescenti vittime civili resero la guerra ancora più impopolare in Russia, le vicine elezioni presidenziali indussero il governo di Boris Eltsin alla ricerca di una via d'uscita al conflitto. Nonostante l'uccisione di Dzhokhar Dudayev, avvenuta per mano di un missile guidato russo il 21 aprile 1996, il movimento separatista permase. Il mese successivo, il 28 maggio 1996, il presidente russo Eltsin dichiarò la vittoria a Grozny, dopo un temporaneo "cessate il fuoco" con il presidente ceceno ad interim Zelikhan Yandarbiyev,[30] ma le forze armate continuavano la guerra. Il 6 agosto 1996, tre giorni prima che Eltisn venisse nominato presidente della Russia per il secondo mandato e quando la maggior parte delle truppe russe venne spostata a sud in attesa dell'offensiva finale nelle roccaforti separatiste in montagna, i ribelli ceceni lanciarono un attacco a sorpresa su Grozny.

La 3ª battaglia per Grozny e l'accordo di Khasav-Yurt[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante le circa 12.000 truppe russe dislocate dentro e fuori Grozny, più di 5.000 ribelli ceceni occuparono i distretti chiave in poche ore in una operazione preparata e diretta da Maskhadov (che la chiamò Operazione Zero) e Basayev (che la chiamò Operazione Jihad). I ribelli assediarono le postazioni e le basi russe e la zona del governo nel centro città mentre molti ceceni dichiararono di essere collaboratori russi quando venivano radunati, detenuti e talvolta uccisi.[31] Negli stessi momenti le truppe russe di stanza ad Argun e Gudermes erano circondate nelle proprie guarnigioni. Le colonne corazzate che provarono diverse volte a soccorrere le truppe bloccate a Grozny furono respinte con diverse perdite tra le file russe (il 276º Reggimento Motorizzato composto da 900 unità perse la metà degli uomini nei due giorni in cui provò a raggiungere il centro città). Gli ufficiali russi affermarono che vi furono più di 200 morti e circa 800 feriti nei cinque giorni di combattimento mentre il numero dei dispersi è sconosciuto. I ceceni parlarono di 1000 soldati russi uccisi. Migliaia di soldati furono presi in ostaggio o circondati, molti vennero disarmati e barbaramente uccisi ed i loro equipaggiamenti sequestrati dai ceceni.

Il 19 agosto nonostante la presenza di 50.000-200.000 civili ceceni e russi e migliaia di militari a Grozny, il comandante russo Konstantin Pulikovsky lanciò un ultimatum ai ribelli ceceni, o lasciavano la città in 48 ore oppure sarebbe partito un massiccio attacco con aerei e artiglieria, inclusi bombardieri strategici (non ancora utilizzati in Cecenia) e missili balistici Dopo l'annuncio vi furono scene di panico con civili che cercavano di fuggire prima che incominciasse l'attacco con colonne di profughi e bombe che cadevano.[32] Il bombardamento venne presto fermato dal "cessate il fuoco" stipulato dal gen.Alexander Lebed, il Consigliere Nazionale per la Sicurezza di Boris Eltsin.

Durante i successivi otto giorni di colloqui Lebed e Meskhadov formularono l'Accordo di Khasav - Yurt, firmato il 31 agosto 1996. Esso prevedeva:

  • aspetti tecnici riguardanti la demilitarizzazione
  • il ritiro di entrambe le forze da Grozny,
  • la creazione di un Quartier generale congiunto volto ad evitare combattimenti in città,
  • il ritiro di tutte le forze armate russe dalla Cecenia a partire dal 31 agosto 1996
  • clausola per cui ogni accordo riguardante le relazioni tra Russia e Repubblica cecena di Ichkeria non dovrà essere firmato fino al 2001.

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Perdite[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo Stato Maggiore delle Forze Armate Russe, 3.826 soldati furono uccisi, 17.892 feriti e 1.906 dispersi durante le operazioni. Mentre secondo il NVO (National Virtual Observatory), un autorevole settimanale militare russo indipendente, i soldati russi morti furono almeno 5.362, i feriti o ammalati 52.000 e più di 3.000 i dispersi fino al 2005. Secondo l'Unione dei comitati delle madri dei soldati russi, i militari russi morti sarebbero 14.000, la cifra si basa su informazioni ottenute da soldati feriti e da parenti dei soldati; nel conteggio si tenne conto solo delle truppe regolari, kontraktniki e le truppe speciali non vennero considerate.

Il numero dei morti ceceni arriva a 100.000, forse di più, di cui la maggior parte civili. Diverse altre stime indicano il numero tra 50.000 e 100.000. Il ministro dell'Interno russo Anatoly Kulikov ha affermato che il numero dei civili ceceni morti era inferiore a 20.000. La squadra di Sergey Kovalyov (politico dissidente russo) potrebbe presentare dei documenti che indicano in 50.000 i civili uccisi. Il ChRI porta il numero a 100.000. Secondo il giornale russo "Gazeta" 35.000 persone di etnia russa sono state uccise dai soldati russi durante le operazioni in Cecenia, la maggior parte durante i bombardamenti su Grozny.

Il ChRI ha dichiarato che i ribelli ceceni uccisi sono 3.000 (di cui 800 caduti durante i primi tre mesi di guerra e la maggior parte morti a causa dei colpi di mortaio), tale numero, nonostante le dichiarazioni, è comunque troppo basso. Tony Wood, giornalista e autore, che ha scritto spesso sulla Cecenia, stima in 4000 i morti tra le file dei guerriglieri ceceni. Il numero dei morti tra i ribelli non è quantificabile, dato che molti di loro combatterono senza essere sotto il comando di Dudayev. Di conseguenza non furono compresi nel conteggio ufficiale. Le stime russe sono molto più alte, il Comando delle forze armate russe ha quantificato ben 15.000 ribelli uccisi alla fine del conflitto.

Prigionieri e scomparsi[modifica | modifica wikitesto]

Nell'accordo di Khasav-Yurt entrambe le parti si accordarono per uno scambio di prigionieri da effettuarsi alla fine della guerra. Nonostante questa clausola molte persone rimasero prigioniere. Un'analisi parziale della lista di 1.432 soggetti dati per dispersi mostrava che, in data 30 ottobre 1996, almeno 139 ceceni risultavano ancora prigionieri nel lato russo, non si sa quanti fossero ancora vivi. Secondo Human Rights Watch, a metà gennaio 1997 le forze cecene detenevano ancora tra i 700 e i 1000 russi, sia soldati che ufficiali, come prigionieri di guerra. Secondo Amnesty International, nello stesso mese, 1058 tra soldati e ufficiali russi erano prigionieri dei guerriglieri ceceni, i quali li avrebbero liberati in seguito ad uno scambio con membri della guerriglia cecena.

Trattato di pace di Mosca[modifica | modifica wikitesto]

L'Accordo di Khasav-Yurt spianò la strada alla firma di altri due accordi tra Russia e Cecenia. A metà novembre del 1996 Eltsin e Maschadov firmarono un accordo riguardante le relazioni economiche e i risarcimenti per i ceceni colpiti dalla guerra. Nel febbraio 1997 la Russia approvò un'amnistia per i soldati russi e ceceni separatisti che avevano commesso azioni illegali nel corso della guerra.

Il 12 maggio 1997, sei mesi dopo l'Accordo di Khasav-Yurt, il presidente ceceno Maschadov volò a Mosca dove, insieme ad Eltsin, firmò un trattato "sulla pace e sui principi delle relazioni russo-cecene", secondo Maschadov il trattato avrebbe eliminato "qualunque base per creare cattive relazioni tra Mosca e Grozny". L'ottimismo di Maschkadov, successivamente, venne smentito. Poco più di due anni dopo, alcuni ex comandanti di Maschadov, guidati da radicali come Shamil Basayev e Ibn Al-Khattab, lanciarono un'invasione del Daghestan. Era l'estate del 1999, per questo, poco dopo, la Russia invase nuovamente la Cecenia, dando il via alla Seconda guerra cecena.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ CDI Russia Weekly
  2. ^ GlobalSecurity.org
  3. ^ The Chechen Wars: Will Russia Go the Way of the Soviet Union? by Matthew Evangelista Page 18.
  4. ^ Russia's Chechen war by Tracey C. German Page 176
  5. ^ Chechnya: Calamity in the Caucasus by Carlotta Gall and Thomas De Waal Page 96; Vitaly Kutsenko, the elderly First Secretary of the town soviet either was pushed out of a first-floor window or tried to clamber out to escape the crowd.
  6. ^ (RU) O.P. Orlov, V.P. Cherkassov, Россия — Чечня: Цепь ошибок и преступлений, Memorial.
  7. ^ Unity Or Separation: Center-periphery Relations in the Former Soviet Union By Daniel R. Kempton, Terry D. Clark p.122
  8. ^ Allah's Mountains: Politics and War in the Russian Caucasus By Sebastian Smith p.134
  9. ^ (EN) Royal Danish Defence College, Märta-Lisa Magnusson, The Battle(s) of Grozny in Baltic Defence Review, 1999. URL consultato il 17 febbraio 2010.
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  11. ^ Cluster Munitions Use by Russian Federation Forces in Chechnya Mennonite Central Committee
  12. ^ Williams, Bryan Glyn (2001).The Russo-Chechen War: A Threat to Stability in the Middle East and Eurasia?. Middle East Policy 8.1.
  13. ^ Chechens 'using human shields' BBC News
  14. ^ ["The Battle(s) of Grozny"; Faurby Ib e Märta-Lisa Magnusson; Baltic Defence Review]
  15. ^ ["The First Bloody Battle";The Chechen Conflict;BBC NEWS]
  16. ^ The Russian Federation Human Rights Developments Human Rights Watch
  17. ^ Alikhadzhiev interview
  18. ^ Iskhanov interview
  19. ^ Lessons Learned from Modern Urban Combat U.S. Army
  20. ^ Foreign Military Studies Office Publications - Combat Stress in Chechnya: "The Equal Opportunity Disorder"
  21. ^ The situation of human rights in the Republic of Chechnya of the Russian Federation United Nations
  22. ^ Honoring a General Who is Silenced The St. Petersburg Times
  23. ^ Chechnya: Election Date Postponed, Prisoner Exchange in Trouble. The Jamestown Foundation
  24. ^ Mass protests in Grozny end in bloodshed
  25. ^ Russia’s Invasion of Chechnya: A Preliminary Assessment
  26. ^ Grozny, August 1996. Occupation of Municipal Hospital No. 9 Memorial
  27. ^ July archive
  28. ^ Army demoralized
  29. ^ Russian fighting ceases in Chechnya; Skeptical troops comply with Yeltsin order CNN
  30. ^ Yeltsin declares Russian victory over Chechnya CNN
  31. ^ The Violation of Human Rights and Norms of Humanitarian Law in the Course of the Armed Conflict in the Chechen Republic Memorial
  32. ^ Lebed calls off assault on Grozny The Daily Telegraph

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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