Luigi Calabresi

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Luigi Calabresi

Luigi Calabresi (Roma, 14 novembre 1937Milano, 17 maggio 1972) è stato un poliziotto italiano con la qualifica di commissario di Pubblica Sicurezza, medaglia d'oro al merito civile alla memoria. Era vice-responsabile della squadra politica della questura di Milano quando cadde vittima del terrorismo di sinistra. Solo dopo molti anni si giunse ad individuare, nelle condanne definitive, gli esecutori e i mandanti dell'omicidio: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, esponenti di Lotta continua.

Note biografiche[modifica | modifica sorgente]

Di famiglia romana medio-borghese, padre commerciante in oli e vini, frequentò il liceo classico San Leone Magno e si laureò nel 1964 in giurisprudenza con una tesi sulla mafia siciliana. Da giovane entra nel movimento cristiano "Oasi", fondato dal padre gesuita Virginio Rotondi[1]. Alla carriera forense preferisce quella nella polizia, spiegando agli amici che non "sente la vocazione del magistrato né dell'avvocato". L'anno seguente, nel 1965, vince il concorso per vice commissario di pubblica sicurezza e quindi frequenta il corso di formazione nell'Istituto superiore di polizia, allora all'EUR, per prendere poi servizio a Milano. Saltuariamente scrive per il quotidiano socialdemocratico "Giustizia" [2] e nel 1968, con uno pseudonimo, sul quotidiano romano "Momento Sera".

A Milano viene inserito nell'ufficio politico della questura e incaricato di sorvegliare e indagare gli ambienti della sinistra extraparlamentare, che iniziava allora a prendere consistenza: tra questi, indaga in particolare i gruppi maoisti e quelli anarchici con cui instaura una buona dialettica. Gli ambienti anarchici erano sospettati, a seguito di comunicazioni del controspionaggio USA, di essere i fornitori di esplosivi usati in Grecia per una serie di attentati che avvenivano a quel tempo in quel paese governato dalla Dittatura dei colonnelli, sostenuta dagli USA. Si tratta dell'area politica entro cui svolgerà le sue indagini nel corso della sua breve carriera. Nel 1967 ottiene, su richiesta degli anarchici, dalla questura di Como il permesso per un campeggio anarchico a Colico, e durante questi contatti conosce Giuseppe Pinelli, a cui nel Natale 1968 regalerà, assieme al suo superiore Antonio Allegra, il libro ”Mille milioni di uomini” di Enrico Emanuelli, il dono fu ricambiato l'agosto successivo con l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters il libro preferito di Pinelli, come racconta il figlio Mario [3], attualmente direttore de "La Stampa" di Torino.

Nella notte del 16 novembre 1967 guida le forze della polizia nello sgombero dell'Università cattolica del Sacro Cuore, occupata da poche ore dagli studenti guidati da Mario Capanna: questa occupazione fu il primo atto di lotta studentesca che iniziò la stagione della contestazione nota come il Sessantotto a Milano.

Nel 1968 diventa commissario capo e si trova anche a dirigere le cariche dei reparti della polizia durante gli scontri per il mantenimento dell'ordine pubblico nel corso di manifestazioni di protesta per le vie milanesi, la sua carriera proseguirà fino alla carica di vice capo dell'Ufficio politico della Questura di Milano [4].

Il 25 aprile 1969 viene incaricato delle indagini relative agli attentati con bombe avvenuti nel padiglione della Fiat alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale: si tratta della prima indagine che lo espone alla stampa ed alla conoscenza della pubblica opinione. Calabresi svolge le indagini entro l'area anarchica e quindici persone della sinistra extraparlamentare vengono fermate ed arrestate. Costoro saranno incarcerate per sette mesi, dopo i quali vengono scarcerate per "mancanza di indizi" mentre la loro protesta per il trattamento ricevuto arriverà fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo.

Il 21 novembre 1969, ai funerali dell'agente Antonio Annarumma deve intervenire in difesa di Mario Capanna, sottraendolo ad un tentativo di pestaggio da parte di agenti incolleriti dalla presenza dell'esponente delle sinistra extraparlamentare alle esequie funebri [5].

Il caso Pinelli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giuseppe Pinelli.

Il 12 dicembre 1969 scoppiano cinque bombe di cui una posta nella filiale della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, che provoca la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre ottantotto. Calabresi che aveva già in corso inchieste su attentati da bombe, viene incaricato delle indagini sul caso. La prima ipotesi sugli attentatori è che siano da ricercare nell'area politica di estrema-sinistra, come Calabresi dichiarò a La Stampa: "è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra [...] sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti" [6].

Proprio nelle indagini sulla bomba a Piazza Fontana, Calabresi divenne noto all'opinione pubblica, in seguito al tragico e discusso evento accaduto nel corso delle prime indagini sulla strage: l'anarchico Giuseppe Pinelli, già noto a Calabresi per via di indagini precedenti nell'ambiente degli anarchici, convocato in questura nelle prime ore seguenti all'attentato insieme ad altri 84 sospettati, tenuto illegalmente in stato di fermo da più di due giorni per essere interrogato riguardo al suo alibi, precipitò alle 23.57 del 15 dicembre dalla finestra dell'ufficio del commissario, al quarto piano, dell'edificio della Questura di Milano[7]. La prima versione data dalla questura, per voce del questore Marcello Guida (già direttore del carcere per prigionieri politici di Ventotene durante il fascismo[8]) durante una conferenza stampa, a cui parteciparono anche Calabresi e Antonino Allegra, responsabile dell'Ufficio politico della questura, afferma che Pinelli si sarebbe suicidato in quanto implicato negli attentati e senza un alibi valido, versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli, al contrario di quanto affermato, si rivelò veritiero.[2][9][10]

Le formazioni extra-parlamentari di sinistra accusarono Calabresi di aver ucciso Pinelli gettandolo dalla finestra durante l'interrogatorio. Da quel momento Calabresi divenne il bersaglio di una martellante campagna di denuncia, sia da parte di intellettuali di sinistra (tra gli altri, Elio Petri e Nelo Risi che girarono il lungometraggio militante Documenti su Giuseppe Pinelli (1970) e Dario Fo, che si ispirò alla vicenda di Pinelli per un'opera teatrale, Morte accidentale di un anarchico) (1970), che da parte di gruppi più estremisti (con minacce scritte sui muri cittadini).

Un peso rilevante nel determinare la situazione di odio montante nei confronti del commissario fu a carico del giornale della sinistra extraparlamentare Lotta Continua, dalle cui pagine con articoli e vignette venivano denunciate le supposte responsabilità di Calabresi, del questore Guida e degli altri uomini della questura milanese, per la morte di Giuseppe Pinelli.

A seguito della incessante campagna mediatica contro di lui, il 15 aprile 1970 Calabresi denunciò Pio Baldelli l'allora direttore [11] del giornale Lotta Continua, per diffamazione continuata e aggravata, arrivando ad un processo, iniziato nell'ottobre 1970 e noto come il processo "Calabresi-Lotta Continua". Nell'intervallo di tempo trascorso tra la denuncia di Calabresi e l'apertura del processo venne archiviata il 3 luglio l'indagine del giudice Antonio Amati sulla morte di Pinelli, conclusasi nel maggio 1970 con la dichiarazione di morte accidentale. Poco tempo dopo venne denunciato, sempre per calunnia, anche l'avvocato Carlo Smuraglia estensore della denuncia presentata dalla vedova di Pinelli. Il processo si trasformò subito in uno scontro politico nel corso del quale Michele Lener, avvocato del commissario, ricusò il giudice Carlo Biotti che aveva anticipato, in un colloquio privato, la sua convinzione assolutoria rispetto all’accusa di diffamazione. La richiesta di ricusazione venne interpretata dagli accusatori di Calabresi come una mossa che intendeva prendere tempo a fronte della richiesta di riesumazione della salma di Pinelli avanzata dalla difesa da Baldelli, tendente a verificare l'esistenza di tracce di un colpo di karate sulla nuca di Pinelli. La ricusazione venne presentata il 29 aprile 1971 ed accettata dalla Corte d'Appello il 7 giugno, a seguito di ciò il 13 giugno 1971 sul settimanale L'espresso venne pubblicato un articolo di Camilla Cederna che accusava Calabresi di essere un torturatore e responsabile della fine di Pinelli, Biotti di aver inquinato il processo per carrierismo e concludeva chiedendo l'allontanamento dai pubblici uffici dei giudici e dei pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli. L'articolo terminava sotto forma di lettera aperta alla pubblica sottoscrizione. Il numero successivo de L'espresso uscì il 20 giugno con un elenco di nomi di qualche centinaio di intellettuali che avevano sottoscritto l'appello: altre firme vennero aggiunte nei numeri pubblicati il 27 giugno per un totale di quasi ottocento firmatari.

Durante il processo, gli interrogatori dei testimoni riguardo alla morte di Pinelli presentarono alcune discrepanze che spinsero la Procura della Repubblica a riaprire il caso Pinelli inviando un «avviso di reato» ai testimoni e al commissario Calabresi [12]. Su questo processo Francesco Leonetti realizzò il documentario "Processo Politico", con l'aiuto di Arnaldo Pomodoro e la fotografia di Carla Cerati [13]

Fra le accuse che parte della sinistra rivolgeva a Calabresi, nel delineare la sua persona, vi era quella di essere stato un agente della CIA, di essere legato al generale Edwin A. Walker [14], uomo di Barry Goldwater, a cui avrebbe fatto da accompagnatore ufficiale (o guardia del corpo) nel 1966 durante un viaggio in Italia, presentandolo anche al generale De Lorenzo [15] o quanto meno aver frequentato per alcuni mesi un corso di aggiornamento negli Stati Uniti[16]. Queste accuse sono fermamente negate dal figlio Mario argomentando: "Basterebbe poco, un briciolo di intelligenza e di curiosità, mio padre non parlava una parola di inglese e non ebbe mai la possibilità e il tempo per viaggiare" [17]. Peraltro il generale Edwin A. Walker, per via delle sue convinzioni ritenute troppo di destra, era già stato rimosso dall'incarico dal presidente Kennedy nel 1961.[3]

La morte di Calabresi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi omicidio Calabresi.

Il 17 maggio 1972 alle ore 09:15 il commissario di polizia Luigi Calabresi fu assassinato a Milano in via Francesco Cherubini di fronte al civico n° 6, vicino alla sua abitazione , mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle. Lasciò la moglie Gemma Capra, incinta, e due figli: Mario, che diventerà noto giornalista e scrittore, attuale direttore de La Stampa, e che ha raccontato la storia della sua famiglia nel libro Spingendo la notte più in là e Paolo. Il terzo figlio (Luigi) nascerà pochi mesi dopo la sua morte. Calabresi, in quel periodo, partendo da sue indagini sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, dilaniato da una bomba che l'editore (secondo alcune ricostruzioni) stava collocando su di un traliccio, stava investigando su di un traffico internazionale di esplosivi e di armi che sarebbe avvenuto attraverso il confine triestino e quello svizzero; in relazione a questo traffico illegale vennero collegati i nomi di alcuni estremisti di destra tra cui Gianni Nardi [4].

Il 17 maggio 1973, ad un anno dall'assassinio, durante l'inaugurazione di un busto commemorativo in memoria del commissario nel cortile della questura di via Fatebenefratelli a Milano, cerimonia cui partecipò l'allora Ministro dell'Interno Mariano Rumor, Gianfranco Bertoli, dichiaratosi anarchico (si scoprirà diversi anni dopo essere stato, tra il 1966 ed il 1971, informatore del Sifar prima e agente infiltrato agli ordini del Sid poi, con il nome in codice "Negro"[18]), lanciò una bomba a mano tra i partecipanti alla commemorazione. L'esplosione uccise 4 persone e ne ferì 45, non colpì il ministro indicato come probabile obiettivo, già allontanatosi dal cortile. Bertoli, che era da poco tornato in Italia dopo un periodo trascorso in un kibbutz israeliano, rivendicò l'azione come vendetta per la morte di Pinelli[18].

L'inchiesta conclusiva della magistratura sulla morte di Pinelli, condotta dal magistrato Gerardo D'Ambrosio, terminata il 27 ottobre 1975 con una sentenza assolutoria per Calabresi, scagionò la polizia, giungendo alla conclusione che la caduta avvenne «a causa di un malore attivo e dall'improvvisa alterazione del centro di equilibrio»" e quindi classificando la morte come "accidentale", quindi né suicidio, né omicidio, accertando peraltro che il commissario Calabresi non si trovava neppure nella stanza al momento del fatto.[19]

Nel 1988 Leonardo Marino, uno dei sicari di Calabresi, pentitosi, confessò di aver partecipato insieme ad Ovidio Bompressi all'assassinio del commissario, mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti in precedenza militanti ed ai vertici del movimento politico di Lotta Continua. Leonardo Marino è stato condannato ad 11 anni di reclusione, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri a 22 anni di reclusione.

Il processo di beatificazione[modifica | modifica sorgente]

Calabresi è stato proclamato servo di Dio dalla Chiesa cattolica, che lo considera martire per la giustizia e le cui qualità cristiane furono riconosciute da Papa Paolo VI[20]. Giovanni Paolo II lo definisce "testimone del Vangelo e eroico difensore del bene comune"[21]. È iniziato un processo di beatificazione ad opera del sacerdote Ennio Innocenti. La pratica ebbe il via libera di Camillo Ruini e passò all'esame del cardinale Dionigi Tettamanzi.[22][23] La fede cristiana del commissario, che trova origine sin nella partecipazione giovanile al movimento "Oasi" di padre Virginio Rotondi, gli fu di conforto nel periodo in cui era sotto accusa per la morte di Pinelli, tanto che il commissario ebbe a dichiarare a Giampaolo Pansa: «Da due anni sto sotto questa tempesta e lei non può immaginare cosa ho passato e cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non so come potrei resistere...»[24]. Analoga testimonianza di fede diede Calabresi all'amico Enzo Tortora, come il presentatore ricorda in uno scritto il giorno successivo alla morte del commissario [25].

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglia d'oro al merito civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al merito civile
«Fatto oggetto di ignobile campagna denigratoria, mentre si recava sul posto di lavoro, veniva barbaramente trucidato con colpi d’arma da fuoco esplosigli contro in un vile e proditorio attentato. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere.[26]»
— Milano, 17 maggio 1972

Commemorazioni[modifica | modifica sorgente]

Francobollo commemorativo emesso dalle poste italiane

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Luigi Calabresi
  2. ^ a b Luigi Calabresi, articolo di approfondimento dal sito rifondazione-cinecitta.org
  3. ^ a b Mario Calabresi Spingendo la notte più in là - Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007
  4. ^ a b Daniele Biacchessi, Il caso Sofri'. Cronaca di un'inchiesta. Editori Riuniti, 1998, ISBN 88-359-4445-7
  5. ^ Il fatto è documentato da un fotografia pubblicata dal numero del 22 novembre 1969 del Corriere della Sera
  6. ^ Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974 in "Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi" Doc. XXIII n. 64 Volume Primo Tomo II
  7. ^ Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri/Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1992, ISBN 88-04-40190-7, pag.54
  8. ^ Centro Culturale Sandro Pertini - Biografia
  9. ^ Una finestra sulla storia, articolo di ricostruzione dei fatti del sito temporis, riportato da Internet Archive
  10. ^ Dossier a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, contenente gli articoli Colpo di scena: un fermato si uccide in questura del "Corriere della Sera", Clamoroso colpo di scena nelle indagini sui terroristi e Gesto rivelatore da "La Notte" del 16 dicembre 1969 e l'articolo Improvviso dramma in questura: l'anarchico Pinelli si uccide del settimanale "Epoca"
  11. ^ In quel periodo numerose firme si alternavano alla direzione del quotidiano per permetterne la pubblicazione
  12. ^ Appunti per un glossario della recente storia nazionale (Sen. Athos De Luca) in Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Doc. XXIII n. 64 Volume Primo Tomo IV
  13. ^ Cinema in La meglio gioventù Accadde in Italia 1965-1975 (Diario 5 Dic. 2003, Anno II, n.5)
  14. ^ Comandante forze NATO americane in Europa
  15. ^ Michele Brambilla, L'Eskimo in redazione: quando le Brigate Rosse erano "sedicenti", Bompiani, 1993, ISBN 88-452-2070-2
  16. ^ II Capitolo del libro: La strage di stato
  17. ^ Marco Calabresi 2006
  18. ^ a b 1973, bomba tra la folla Strage davanti alla questura, articolo de Il Corriere della Sera, del 22 aprile 2009
  19. ^ Sentenza contro Luigi CALABRESI e altri per i fatti legati alla morte di Giuseppe Pinelli (1975)
  20. ^ Agiografia di Luigi Calabresi su Santi e Beati
  21. ^ Articolo da TGCom
  22. ^ La Stampa Calabresi beato, via libera di Ruini
  23. ^ Nulla osta per la beatificazione di Calabresi Il materiale all'esame di Tettamanzi
  24. ^ Come riportato da D'Avanzo su Repubblica
  25. ^ Come riportato su Ragionpolitica.it
  26. ^ Luigi Calabresi Medaglia d'oro al merito civile in Presidenza della Repubblica. URL consultato il 24 maggio 2010.
  27. ^ Comunicato del Quirinale sulla concessione medaglia d'oro.
  28. ^ La targa commemorativa vista con Google Street View.
  29. ^ Scheda tecnica su ComingSoon.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 3304509 LCCN: n95080174