Walter Tobagi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Walter Tobagi

Walter Tobagi (San Brizio di Spoleto, 18 marzo 1947Milano, 28 maggio 1980) è stato un giornalista e scrittore italiano, che venne assassinato in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terroristico di estrema sinistra.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Walter Tobagi[1] nacque il 18 marzo 1947 a San Brizio, una frazione del comune di Spoleto, in Umbria. All'età di otto anni la famiglia si trasferì a Bresso, vicino a Milano, poiché il padre Ulderico era un ferroviere. La sua carriera di giornalista cominciò al ginnasio, come redattore del giornale del Liceo Parini di Milano La zanzara, reso famoso per un processo provocato da un articolo sull'educazione sessuale.

Dall'Avanti ad Avvenire[modifica | modifica sorgente]

Dopo il liceo, Tobagi entrò giovanissimo all'Avanti! di Milano, ma vi rimase solo pochi mesi per poi passare al quotidiano cattolico Avvenire. Il direttore, Leonardo Valente, disse di lui:

« Nel 1969, quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale. Di lui ricordo le lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne alla chiusura del giornale. Non c'era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione condivideva i presupposti, ma respingeva le intemperanze.[senza fonte] »

Sia all'Avanti! sia all'Avvenire si occupava di argomenti diversi, ma andava sempre più definendosi il suo interesse prioritario per i temi sociali, per l'informazione, per la politica e il movimento sindacale, a cui dedicava molta attenzione anche nel suo lavoro «parallelo», quello universitario e di ricercatore.

La prima inchiesta ampia pubblicata su Avvenire fu sul movimento studentesco a Milano: quattro puntate di storia, analisi, opinioni sui gruppuscoli e sulle lotte del movimento degli studenti in quegli anni: un'inchiesta che costituì la «base» per un più organico e ampio lavoro pubblicato nel 1970 da Sugar col titolo Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Sul frontespizio del libro si leggeva: «Il Movimento studentesco espressione dei ceti medi proletarizzati può essere considerato di fatto una avanguardia proletaria? Dalla prospettiva del Movimento il Partito comunista va considerato come 'l'ala destra del movimento operaio' oppure 'l'ala sinistra della borghesia'? E a sua volta il Movimento Studentesco è «l'ala sinistra del movimento operaio», oppure il nucleo del partito rivoluzionario?».

Ma Tobagi non trascurava neppure i temi economici: si misurò con inchieste in diverse puntate sull'industria farmaceutica, la ricerca, la stampa, l'editoria, ecc. In quegli stessi anni si mostrò interessato anche alla politica estera, in particolare all'India, alla Cina, al Medio Oriente, alla Spagna (alla vigilia del crollo del franchismo), alla guerriglia nel Ciad, alla crisi economica e politica della Tunisia, alle violazioni dei diritti dell'uomo nella Grecia dei colonnelli, alle prospettive politiche dell'Algeria, e così via.

Tuttavia, l'impegno maggiore Tobagi lo dedicò alle vicende del terrorismo, a cominciare dalla morte di Giangiacomo Feltrinelli e dall'assassinio del commissario Calabresi. Si interessò, inoltre, alle prime iniziative militari delle Br, ai «covi» terroristici scoperti a Milano, al rapporto del questore Allitto Bonanno, alla guerriglia urbana che provocava tumulti (e morti) per le strade di Milano, organizzata dai gruppuscoli estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia.

La carriera nel Corriere[modifica | modifica sorgente]

Quelli trascorsi all'Avanti! e all'Avvenire furono anni di iniziazione e di pratica alla scuola di «cronista sul campo», un praticantato lungo e faticoso che doveva portarlo al Corriere d'Informazione e, nel 1972, al Corriere della Sera, dove poté esprimere pienamente le sue potenzialità di inviato sul fronte del terrorismo e di cronista politico e sindacale.

Come ha raccontato Leonardo Valente,

« Walter preparava gli articoli con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all'università si dedicava alle ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e decine di telefonate di controllo, consultazione di leggi, regolamenti, enciclopedie. Insomma svolgeva una mole di lavoro enorme per un pezzo di due cartelle. Ma quando finalmente si metteva alla macchina da scrivere si poteva esser certi che dal rullo sarebbero uscite due cartelle di oro colato. E se per caso, al termine delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle da cui era partito, buttava tutto all'aria e ricominciava dal principio, senza darsi la minima preoccupazione della fatica e del tempo che impiegava. Il suo solo problema era di arrivare alla verità, a qualunque costo »

Questo fu il metodo seguito con scrupolo anche nel suo lavoro di inviato del Corriere. Un metodo rigoroso, consistente nell'analizzare essenzialmente i fatti, alieno dalle ipotesi fantasiose e dalla facile emotività. Forse è per il suo voler innanzitutto «capire» che Tobagi è stato ucciso. La pensa così, ad esempio, Giampaolo Pansa, che ha rilevato come

« Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera »

Un giornalista in prima linea[modifica | modifica sorgente]

Al Corriere della Sera Tobagi seguì sistematicamente tutte le vicende relative agli «anni di piombo»: dai tempi degli autoriduttori che disturbavano le Feste dell'Unità agli episodi di sangue più efferati con protagoniste le Br, Prima Linea e le altre bande armate. Analizzando le vicende luttuose del terrorismo risaliva alle origini di Potere operaio, con la galassia delle storie politiche e individuali sfociate in mille gruppi, di cui molti approdati alle bande armate.

In Vivere e morire da giudice a Milano Walter raccontò la storia di Emilio Alessandrini, 39 anni, sostituto procuratore della Repubblica, assassinato in un agguato da Prima Linea: un magistrato che si era particolarmente distinto nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente, su quelli terroristi di sinistra. Anche Alessandrini era un «personaggio simbolo». Scrisse Tobagi: «Alessandrini rappresentava quella fascia di giudici progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli». Osservò inoltre che i terroristi prendevano di mira soprattutto i riformisti, condividendo il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso in un'intervista all'Avanti!: «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società». Un giudizio che doveva trovare una tragica conferma proprio con la uccisione di Tobagi.

Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino («Come e perché un 'laboratorio del terrorismo' si è trapiantato nel vecchio borgo del Ticinese», «Vogliono i morti per sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all'anno per mille esecutori clandestini», ecc.). Non trascurò il fenomeno del pentitismo, con tutti gli aspetti anche negativi, e studiò il terrorista nella clandestinità, («C'è una regola dei due anni, termine ultimo oltre il quale non resiste il Br clandestino»). E siamo dunque a uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, un testo che è stato ripubblicato molte volte perché considerato uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono samurai invincibili».

Tobagi sfatò tanti luoghi comuni sulle Br e gli altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, come molti segnali gli avevano indicato. Scrisse, ad esempio:

« La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato »

Le sue opinioni risultano confermate anche in un'altra significativa intervista al figlio di Carlo Casalegno, Andrea. In quell'intervista, concessa un mese prima dell'uccisione di Tobagi, Casalegno disse: «Non sento la benché minima traccia di odio, né provo alcun perdono cristiano. Sento l'offesa come nel momento in cui è avvenuta». L'intervistatore chiese se riteneva giusto denunciare i «compagni di lotta». E Andrea Casalegno rispose senza reticenze: «La denuncia è importante e va fatta se serve a evitare atti futuri gravi. È un dovere, perché è assolutamente necessario impedire che vittime innocenti cadano ancora».

La sera prima di essere assassinato, Walter Tobagi presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano. Si discuteva del «caso Isman»[2] e dunque della libertà di stampa, della responsabilità del giornalista di fronte all'offensiva delle bande terroristiche. Il dibattito fu piuttosto agitato e l'inviato del Corriere fu fatto oggetto di ripetute aggressioni verbali, cosa non nuova, del resto, come ha raccontato[3] il suo collega ed amico Gianluigi Da Rold:

« Negli anni del suo impegno professionale e come responsabile sindacale dei giornalisti lombardi, Walter Tobagi viene violentemente attaccato, più di una volta, sia dalla parte comunista della redazione del Corriere, sia dai giornalisti di altre testate milanesi di cosiddetta "area comunista." »

A un certo punto, durante quel dibattito, Tobagi, riferendosi alla lunga serie di attentati terroristici, disse: «Chissà a chi toccherà la prossima volta». Dieci ore più tardi era caduto sull'asfalto sotto i colpi dei suoi assassini. Lasciava la moglie, Maristella, e due figli, Luca e Benedetta.[4]

L'assassinio[modifica | modifica sorgente]

Tobagi venne ucciso alle 11 di mattina con cinque colpi di pistola da un "commando" di terroristi (Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano),[5] buona parte dei quali figli di famiglie della borghesia milanese. Due membri del commando in particolare appartengono all'ambiente giornalistico: sono Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni (di proprietà del gruppo RCS), e Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico del quotidiano Il Giorno Morando Morandini.

A sparare furono Mario Marano e Marco Barbone. È quest'ultimo a dargli quello che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto essere il colpo di grazia: quando Tobagi era ormai accasciato a terra, il terrorista gli si avvicinò e gli esplose un colpo dietro l'orecchio sinistro. In realtà, da come risulta dall'autopsia, il colpo mortale fu il secondo esploso dai due assassini, che colpendo il cuore causò la morte del giornalista[6].

Il processo[modifica | modifica sorgente]

Nel giro di pochi mesi dall'omicidio, le indagini di Carabinieri e magistratura portarono all'identificazione degli assassini, ed in particolare a quella del leader della neonata Brigata XXVIII marzo, lo stesso Marco Barbone. Subito dopo il suo arresto, il 25 settembre del 1980, Barbone decise di collaborare con gli inquirenti; grazie alle sue rivelazioni l'intera Brigata XXVIII marzo fu smantellata e furono incarcerati più di un centinaio di sospetti terroristi di sinistra, con cui Barbone venne in contatto nel corso della sua breve ma intensa "carriera" terroristica.

Le 102 udienze di quello che fu un maxi-processo all'area sovversiva di sinistra iniziarono il 1º marzo 1983 e terminarono 28 novembre dello stesso anno. La sentenza suscitò molte polemiche poiché il giudice Cusumano, interpretando la legge sui pentiti in modo difforme rispetto al Tribunale di Roma (dove furono comminate comunque pene a oltre vent'anni di carcere ai terroristi pentiti delle Unità comuniste combattenti), concesse a Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione se non detenuti per altra causa»[7], mentre agli altri membri della XXVIII marzo, De Stefano, Giordano e Laus, furono inflitti trent'anni di carcere[6].

Le indagini non hanno chiarito il ruolo svolto dalla fidanzata di Marco Barbone, Caterina Rosenzweig, appartenente ad una ricca famiglia milanese. Nel 1978, cioè ben due anni prima dell'omicidio, Caterina Rosenzweig aveva lungamente pedinato Tobagi, che era anche suo docente di storia moderna all'Università Statale di Milano. Anche se nel settembre 1980 viene arrestata insieme con gli altri, Caterina verrà assolta per insufficienza di prove, nonostante nel corso del processo venga accertato che il gruppo di terroristi si riuniva a casa sua in via Solferino, a poca distanza dagli uffici dove lavorava Tobagi. Dopo il processo si trasferirà in Brasile, dove si perdono le sue tracce.

Discussa fu la scelta da parte della magistratura di imbastire un processo con oltre 150 imputati e relativo non soltanto all'assassinio Tobagi ma a tutta l'area della sovversione di sinistra. Ciò, a detta di Ugo Finetti, segretario provinciale del PSI, ha fatto apparire il dibattimento come "un processo che sulla carta dovrebbe andare in scena perché si parli poco e male della vittima e con gli assassini più che altro messi sul banco non degli imputati, bensì degli accusatori, perché la sceneggiatura prevede che il centro dell'attenzione processuale riguardi altri fatti e altre persone". Fu infatti scelto come referente privilegiato Marco Barbone, il quale, pentitosi subito dopo l'arresto, cominciò a fornire una notevole mole d'informazioni sugli ambienti della "lotta armata". Tale scelta appare irrituale se si considera che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa in un'intervista a Panorama rilasciata il 22 settembre 1980 (tre giorni prima dell'arresto del terrorista), fa cenno all'assassinio di Tobagi e alla Brigata XXVIII marzo e parla di aver «[...] usato la stessa tecnica adottata a Torino nel '74-75 per la cattura di Renato Curcio: massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell'avversario, infiltrazione». Ossia, le forze dell'ordine e la magistratura potevano già disporre di una serie d'informazioni relative al gruppo terroristico e al delitto. Nonostante ciò, come già detto, durante il dibattimento ci si basò sulle dichiarazioni di Barbone, il quale non fu arrestato come sospetto per l'omicidio[8] ma con i seguenti capi d'accusa: appartenenza alle Fcc, a Guerriglia rossa e partecipazione alla rapina ai Vigili urbani di via Colletta. Nella stessa intervista il generale afferma che vi sono sostenitori della Brigata XXVIII marzo tra i giornalisti.
Altra stranezza è la insolita uniformità di punti di vista tra pm e difesa di Barbone e la contrapposizione, altrettanto insolita, tra accusa e parte civile, la quale si è vista rifiutare ogni istanza tesa a chiarire le dinamiche del delitto e le circostanze che hanno portato Marco Barbone a pentirsi[6].

Nel documento di rivendicazione del delitto i terroristi sembrano essere a conoscenza dei fenomeni legati al mondo della carta stampata e a particolari relativi alla vita professionale di Walter Tobagi. Del giornalista scrissero «preso il volo dal Comitato di redazione CORSERA dal '74, si è subito posto come dirigente capace di ricomporre le grosse contraddizioni politiche esistenti fra le varie correnti», ma Gianluigi Da Rold si chiede: «Come fanno a sapere che Walter Tobagi fece parte del comitato di redazione del CORSERA (termine usato solo all'interno di via Solferino) quale rappresentante sindacale del «Corriere d'informazione» anche se per poco tempo [due mesi, ndr], nel 1974?»[9]. Il comitato di redazione del CORSERA non è da confondere con l'omologo del Corriere della sera; vi si riunivano i rappresentanti delle redazioni di tutti i quotidiani e periodici allora collegati alla testata milanese. Nel testo, quindi, si cita un fatto molto particolare, ma Barbone, durante il dibattimento, afferma di essersi confuso: riprendendo un articolo di Ikon, ci si sarebbe sbagliati e scritto 1974 anziché 1977, l'anno in cui Tobagi entrò effettivamente a far parte del comitato di redazione del quotidiano. Ma, come detto, il cdr del Corriere della sera è cosa diversa da quello del CORSERA e appare strano che, laddove l'autore del testo (o gli autori, stando alla versione fornita da Barone) appare consapevole della differenza, nella sua dichiarazione al processo dimostra di non averla ben presente, affermando di essersi semplicemente confuso sulla data di ingresso di Tobagi nel cdr del «Corriere della sera»[6].

Altra incongruenza nelle dichiarazioni di Barbone è quella relativa al suo pedinamento del giornalista la notte del 27 maggio, il giorno prima del delitto. Nel mese di maggio del 1980, la vittima si assentò spesso da Milano per seguire la campagna elettorale per le amministrative, e tornava solo la domenica. Il 27, un mercoledì, eccezionalmente era presente al "Circolo della stampa" di Milano (dove fu oggetto, come riferiscono i testimoni, di attacchi verbali). Il terrorista, successivamente, affermò di aver girato con l'auto attorno alla sede dell'associazione «per rintracciare eventualmente quella del Tobagi e avere conferma che ci fosse, ma senza averla vista, me ne andai subito. La mattina successiva, quindi, agimmo». Se la presenza dell'auto presso il circolo era un fatto secondario rispetto alla messa in pratica del disegno criminoso, allora perché Barbone decise di pedinare Tobagi e soprattutto, come seppe della sua presenza a Milano[6]?

Condanne e pene degli assassini[modifica | modifica sorgente]

Al processo del 1983 vennero emesse le condanne contro i componenti del commando della Brigata XXVIII marzo[10]:

  • Marco Barbone (Milano, 1958), il leader del gruppo terrorista, che esplose probabilmente il colpo mortale, fu condannato nel 1983 a soli 8 anni e nove mesi, poiché divenuto immediatamente collaboratore di giustizia, ed ebbe subito la libertà provvisoria, dopo tre anni di carcere scontati (uscì dopo la sentenza).
  • Paolo Morandini, anche lui immediatamente "pentito", ebbe la medesima condanna di Barbone.
  • Mario Marano (Milano, 1953), che sparò il primo colpo, confessò e fu condannato a 20 anni e 4 mesi, ridotti per la sua collaborazione, a 12 anni in appello (poi 10 con un condono). Fu condannato anche a undici anni nel processo alle Unità Comuniste Combattenti e a tre anni e mezzo nel processo a Prima Linea, per un totale di circa 24 anni.[11][12] Scontò la pena ai domiciliari a partire dal 1986. Scarcerato ufficialmente negli anni novanta.
  • Manfredi De Stefano (Salerno, 23 maggio 1957), condannato a 28 anni e otto mesi; morì in carcere nel 1984, colpito da aneurisma.
  • Daniele Laus, l'autista del delitto, confessò ma poi ritrattò e aggredì con un punteruolo il giudice istruttore. Condannato a 27 anni e otto mesi, in secondo grado ebbe sedici anni. Dal dicembre 1985 fu rimesso in libertà provvisoria.
  • Francesco Giordano, che fece la copertura del gruppo di fuoco, non volle ammettere la partecipazione né collaborare, anche se condannò l'esperienza del terrorismo e la sua affiliazione al gruppo. Fu condannato a 30 anni e otto mesi, in appello divenuti 21. Fu l'unico che scontò l'intera pena: uscì di prigione nel 2004. Fu condannato anche a 13 anni nel processo alle Unità Comuniste Combattenti. Giordano sostenne di essere stato torturato da polizia e carabinieri nel 1980, dopo il suo arresto.[13]

La memoria[modifica | modifica sorgente]

Tobagi teneva un diario, ma la discrezione di una famiglia simile a lui lo ha sottratto all'invadenza dei mass media. Come ha scritto Gaspare Barbiellini Amidei, però, «sarebbe un giorno lezione civile poterlo leggere sui banchi della scuola. Molti ragazzi dicono di voler fare da grandi i giornalisti. Lo diventino come lui fu».

A Walter Leo Valiani rese omaggio con queste parole:[14]

« L'Italia repubblicana non ha fatto, sotto i colpi del terrorismo, la stessa fine dell'Italia liberale sotto i colpi dello squadrismo. I politici, i sindacalisti, i magistrati, i poliziotti ed i carabinieri, i giornalisti, e le grandi masse del paese, hanno imparato qualche cosa dall'amara esperienza del primo dopoguerra. Se hanno saputo difendere la repubblica, lo si deve anche ad uomini come Tobagi ed al loro sacrificio. Buono, generoso quale era, se fosse rimasto in vita, Tobagi non se ne vanterebbe. Ma noi gli dobbiamo sempre un accorato omaggio »

In via Salaino, a Milano, all'angolo con via Solari, cioè nei pressi del luogo dell'omicidio, il 28 maggio 2005 è stata posta una targa in memoria di Walter Tobagi. Così la Giunta comunale di Milano, accogliendo la richiesta dell'Associazione Lombarda Giornalisti, di cui Tobagi era presidente, e dell'Ordine del Giornalisti della Lombardia, ha deciso di ricordare l'inviato del Corriere della Sera nel venticinquesimo anniversario della morte. Nella targa è riportato un passo di una lettera che Tobagi scrisse nel dicembre del 1978 alla moglie:

« ... al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani (...) per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi. »

A Walter Tobagi è stata dedicata una via a Milano, a Lodi, a Peschiera Borromeo (MI), a Travedona-Monate (VA), a Prato (PO), a Spoleto (PG), a Pisa, a San Donaci (BR), a Legnaro (PD), a Limena (PD), a Cosenza, a Modena, a Sassuolo (MO), a Manerbio (BS), a Tribiano (MI), a Ornago (MB), a Bergamo,a Capolona (AR), a Curno, Almenno San Bartolomeo e Calcinate (BG), a Montespertoli (FI), a Limito (MI), a Latina (LT), a Montale (PT), a Taviano (LE), a Tromello (PV), a L'Aquila (presso l'insediamento del progetto C.A.S.E. di Paganica 2), a Siderno(RC), a Savona, a Vigolzone (PC), il lungomare a Borghetto Santo Spirito (SV), a Roma presso l'incrocio tra il GRA e la via Casilina. Essa dà il nome anche a una delle fermate della ferrovia Roma-Pantano. A Limbiate (MI), a Cadoneghe (PD) e a San Biagio di Callalta (TV) è stata dedicata a Walter Tobagi una piazza, a Cusano Milanino la Sala Consiliare Municipale.

Il 23 gennaio 2008, in una puntata speciale di Ballarò, in prima serata su Rai 3, il giornalista Giovanni Floris intervistò Benedetta, figlia di Walter, che aveva tre anni quando il padre venne colpito a morte sotto casa. Benedetta Tobagi, che oggi collabora con la Repubblica, ha ricostruito la vita del padre in un libro: "Come mi batte forte il tuo cuore".[15]

Pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della sua breve vita, Walter Tobagi ha pubblicato sette libri:

  • Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia (1970, Sugar editore). È il primo libro di Tobagi, ventitreenne, scritto elaborando e arricchendo inchieste già pubblicate sui quotidiani.
  • Gli anni del manganello, Fratelli Fabbri Editori, 1973. È un libro-inchiesta, in cui Tobagi racconta l'Italia del periodo 1922-1926: gli anni in cui il fascismo impone la legge della violenza come legge di Stato.
  • La fondazione della politica salariale della CGIL, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1974.
  • I cattolici e l'unità sindacale, Esi[16], 1976. È un libro-antologia di scritti e discorsi di Achille Grandi (1944-1946). Una più ampia biografia del sindacalista cattolico, insieme a una serie di saggi di altri autori, venne curata da Tobagi in un nuovo libro, pubblicato da Il Mulino (Achille Grandi, sindacalismo cattolico e democrazia sindacale).
  • La rivoluzione impossibile, Il Saggiatore, 1978.
  • Il sindacato riformista, Sugarco, 1979. Raccolta di alcuni saggi originali, legati a temi storici e d'attualità.
  • (postumo) Che cosa contano i sindacati, Rizzoli, 1980. Il libro metteva a nudo gli errori, le contraddizioni, i limiti del sindacato degli anni settanta.

Oltre ai libri, Walter Tobagi pubblicò un saggio su «Mario Borsa giornalista liberale» in Problemi dell'informazione, luglio-settembre 1976.
Nel 1979 insieme con Giorgio Bocca, pubblicò «Vita di giornalista» (Laterza) e «Il Psi dal centro sinistra all'autunno caldo» in Storia del partito socialista (Marsilio editori).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Walter Tobagi, profeta della ragione, Silvia Editrice, 2006. Raccoglie, oltre a una ricchissima rassegna stampa, gli atti del convegno tenutosi al Circolo della Stampa di Milano in occasione del 25º anniversario dell'assassinio di Walter Tobagi
  • Renzo Magosso, Le carte di Moro, perché Tobagi. Chi portò via gli scritti "caldi" di Aldo Moro: i nomi, i reati, i retroscena. Come e quando decisero di non salvare Walter Tobagi Edizioni Franco Angeli, 2003 (con Roberto Arlati)
  • Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, Rizzoli, 2006. Sono le vittime di trent'anni di violenza, da Piazza Fontana a oggi
  • Daniele Biacchessi, Walter Tobagi. Morte di un giornalista, Baldini Castoldi Dalai, 2005
  • Piero V. Scorti, L'affaire Tobagi. Un «giallo politico», Montedit (collana: Koinè saggi), 2003
  • Gianluigi Da Rold, ... Annientate Tobagi!, Bietti, 2000 (scheda libro)
  • Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Franco Angeli, Milano 1989 (scheda libro). Contributi di G. Benvenuto, E. Biagi, P. Carniti, M. Cianca, N. Dalla Chiesa, M. Matteotti, A. Petacco, S. Turone, L. Valiani
  • Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore - Storia di mio padre, Einaudi, 2009, EAN 9788806198886[17]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Le informazioni sopra riportate si basano in parte sull'ampio profilo biografico contenuto nel volume Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Franco Angeli, Milano 1989.
  2. ^ Fabio Isman, giornalista del Messaggero di Roma, era stato incarcerato per aver pubblicato un documento sul terrorismo.
  3. ^ Gianluigi Da Rold, La battaglia di via Solferino, SugarCo,1984, p. 93. Cit. nell'articolo di Luigi Oreste Rintallo "28 maggio 1980: il delitto Tobagi", Quaderni Radicali, maggio 2000
  4. ^ Per farsi un'idea del clima politico-culturale all'interno del quale è maturata l'impresa criminale che ha posto fine alla vita di Tobagi si veda il già citato articolo di L. O. Rintallo (Quaderni Radicali). L'articolo rende conto anche di quanto emerse dal processo ai responsabili dell'attentato, nonché di quanto non è mai stato chiarito. Fa sicuramente riflettere, ad esempio, quanto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Panorama a proposito dei "sostenitori" che la Brigata XXVIII marzo avrebbe avuto "tra i giornalisti." Durante il processo, tra l'altro, emersero alcune testimonianze relative all'omicidio di Antonio Custra.
  5. ^ Walter Tobagi - Associazione Vittime del Terrorismo
  6. ^ a b c d e Luigi Oreste Rintallo,28 maggio 1980: il delitto Tobagi[1]. Si veda anche la ricostruzione della vicenda fatta da Antonello Piroso in Omnibus speciale: Walter Tobagi. Giornalista. [2]
  7. ^ Registrazione della lettura della sentenza riproposta dallo speciale di Omnibus dedicato a Walter Tobagli [3] (minuto 18:44 del video)
  8. ^ Risulta da un documento delle indagini relative a un'altra formazione terroristica, la Brigata Lo Muscio, che il giovane terrorista fosse sospettato dai Carabinieri di essere uno dei probabili autori del crimine.
  9. ^ Gianluigi Da Rold, Da Ottone alla P2, SugarCo, 1982, pp.80-81
  10. ^ Radio rai tre su carta: Tobagi di Miguel Gotor
  11. ^ PENE PIU' MITI PER LE UCC - La Repubblica
  12. ^ Marano È Tornato A Casa Con Barbone Sparo' A Tobagi - La Repubblica
  13. ^ come egli stesso afferma anche in Le torture affiorate, Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle foglie, cooperativa fondata dall'ex brigatista Renato Curcio
  14. ^ Leo Valiani, "Perché lui?", in Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, cit.
  15. ^ Benedetta Tobagi - Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi. URL consultato il 15-11-2009.
  16. ^ Esi, Editrice sindacale italiana ora Casa Editrice Ediesse
  17. ^ Vedi: Lafeltrinelli.it

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]