Jean-Paul Sartre

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(FR)
« L'enfer, c'est les autres. »
(IT)
« L'inferno sono gli altri »
(Jean-Paul Sartre, A porte chiuse)
Jean-Paul Sartre
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1964 (rifiutato)[2]

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (pron. /ʒɑ̃.'pɔl ʃaʁl ɛ.'maːʁ 'saʁ.tʁ(ə)/; Parigi, 21 giugno 1905Parigi, 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell'esistenzialismo, che in lui prende la forma di un umanismo ateo in cui ogni individuo è libero e responsabile delle sue scelte[1].

Firma di Sartre

Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò, motivando il rifiuto col fatto che solo a posteriori, dopo la morte, sia possibile esprimere un giudizio sull'effettivo valore di un letterato. Nel 1945 aveva già rifiutato la Legion d'onore e, in seguito, la cattedra al Collège de France.[3]

Sartre fu uno dei più importanti intellettuali del XX secolo, influente, amato e criticato al tempo stesso, e uno studioso le cui idee furono sempre ispirate a un pensiero politico orientato verso la sinistra internazionale (negli anni della guerra fredda sostenne le ragioni dell'allora Unione Sovietica, pur criticandone la politica in diversi suoi scritti). Divise con Simone de Beauvoir - conosciuta nel 1929 all'École Normale Supérieure - la propria vita sentimentale e professionale, pur avendo entrambi altre relazioni contemporanee.[4][3]

Morì nel 1980 al culmine del suo successo di intellettuale "impegnato", quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra, in modo particolare della frazione maoista, di cui era diventato leader insieme a Pierre Victor (pseudonimo di Benny Lévy), passando dalla militanza nel Partito Comunista Francese ad una posizione di indipendenza di tipo anarco-comunista. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.[3]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia e l'adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre nacque il 21 giugno 1905, a Parigi; figlio unico, la sua era una famiglia borghese: suo zio si era laureato alla prestigiosa École polytechnique, suo padre era un militare, sua madre discendeva da una famiglia di intellettuali e di professori alsaziani, gli Schweitzer (era cugina di Albert Schweitzer, il celebre missionario e attivista protestante).[3]

Il padre morì di febbre gialla quando Jean-Paul aveva quindici mesi. A incarnare la figura paterna fu il nonno, Charles Schweitzer, uomo dalla forte personalità, che gli impartì istruzione prima che Jean-Paul iniziasse ad andare alla scuola pubblica, a dieci anni. Dal 1907 al 1917 il piccolo «Poulou», come era soprannominato in casa, visse quindi con sua madre a casa dei nonni materni. Furono dieci anni felici, in cui fu adorato, coccolato e premiato tutti i giorni, cosa che contribuì a far nascere in lui un certo narcisismo. Nella grande biblioteca di casa Schweitzer scoprì molto presto la letteratura, e preferiva leggere piuttosto che frequentare gli altri bambini.[3]

Fin da piccolo soffriva di strabismo[5], inoltre quando aveva tre anni, perse quasi del tutto la vista dall'occhio destro, già debole per il difetto congenito, a causa di una malattia infantile.[6] Il periodo dell'infanzia fu narrato da Sartre stesso nella sua autobiografia Le parole.[3]

Nel 1917 sua madre si risposò con Joseph Mancy, ingegnere nella marina, che Sartre, a quel tempo dodicenne, avrebbe sempre odiato. Si trasferirono a La Rochelle, dove Sartre rimase fino ai quindici anni: tre anni di sofferenza per lui, passato da un ambiente familiare felice al contatto con i liceali che gli sembrarono violenti e crudeli.[3]

Sartre nel 1924

Verso l’estate del 1920, malato, Jean-Paul Sartre fu portato d'urgenza a Parigi. Preoccupata per l'influsso sul figlio dei cattivi comportamenti dei liceali della Rochelle, sua madre decise di fargli continuare gli studi a Parigi, al liceo Henri IV, dove aveva studiato prima del trasferimento alla Rochelle. Qui ritrovò come compagno di studi Paul Nizan, con cui strinse una solida amicizia durata fino alla morte di Nizan, nel 1940. Dopo il baccalaureato preparò l'esame di ammissione alla École Normale Supérieure studiando al liceo Louis-le-Grand.[3]

Gli anni giovanili[modifica | modifica wikitesto]

Studiò all'École Normale Supérieure di Parigi, dove si laureò nel 1929 in filosofia, per insegnarla poi nei licei di Le Havre, di Laon e infine di Parigi. Fu qui che conobbe Simone de Beauvoir con cui condivise vita intima, lavoro e impegno politico.[3]

Avendo vinto una borsa di studio nel 1933, ebbe l'opportunità di specializzarsi a Berlino, potendo entrare in contatto diretto con la fenomenologia di Edmund Husserl e l'ontologia di Martin Heidegger, e leggendo, tra gli altri, Marx e Rousseau. Iscritto al Partito Comunista Francese, venne catturato dai tedeschi e, dopo la sua liberazione da un campo di prigionia, partecipò alla resistenza francese nella formazione Combat.[3]

Gli anni di gloria[modifica | modifica wikitesto]

L'apoteosi esistenzialista[modifica | modifica wikitesto]

I giovani Sartre e de Beauvoir nei pressi del monumento a Honoré de Balzac (anni 1920)

In seguito alla Liberazione, Sartre conobbe un successo enorme e per oltre un decennio dominò il panorama letterario francese. Promuovendo l'impegno politico-culturale come fine a se stesso, la diffusione delle sue idee avvenne specialmente attraverso la rivista che egli fondò nel 1945, Les Temps Modernes. Sartre vi condivise la sua "penna" con, tra gli altri, Simone de Beauvoir, Merleau-Ponty e Raymond Aron. Nel lungo editoriale del primo numero, pose i principi di una responsabilità dell'intellettuale nel suo tempo e di una letteratura impegnata. Per lui, lo scrittore è presente «qualunque cosa faccia, segnato, compromesso fino al suo più lontano ritiro dall'attività (...) Lo scrittore è "in situazione" nella sua epoca.» Questa posizione sartriana dominerà tutti i dibattiti intellettuali della seconda metà del XX secolo. La rivista è sempre considerata come la più prestigiosa tra le riviste francesi a livello internazionale.[3]

Simbolo di questa gloria surreale e dell'egemonia culturale di Saint-Germain-des-Prés sul mondo, la sua celebre conferenza dell'ottobre 1945, dove una folla immensa cerca di entrare nella piccola sala che era stata riservata. La gente litiga, partono dei colpi, ci sono signore che svengono o cadono in sincope. Sartre in quell'occasione presenta una sintesi della sua filosofia, l'esistenzialismo, in questa fase già modificato da influssi del pensiero marxista, che sarà poi trascritta nell'opera L'esistenzialismo è un umanismo. La sua pubblicazione, da parte dell'editore Nagel, è fatta all'insaputa di Sartre che giudica la trascrizione ex abrupto, necessariamente semplificatrice, poco compatibile con la scrittura e il lavoro del senso che la stessa implica.[3] Saint-Germain-des-Prés, residenza di Sartre sulla rive gauche, diviene quindi il quartiere parigino dell'esistenzialismo, e allo stesso tempo un luogo di vita culturale e notturna, nel quale si festeggia alla maniera esistenziale, nelle cantine affumicate, ascoltando del jazz, o recandosi al café-théâtre, rappresentando un fenomeno raro nella storia del pensiero francese: quello di un pensiero filosofico tecnico e austero che trova nel grande pubblico un'eco inaspettata. Ciò può essere spiegato con due fattori: all'inizio l'opera di Sartre è multiforme e permette a ciascuno di trovare il suo livello di lettura, successivamente l'esistenzialismo, che proclama la libertà totale, così come la responsabilità totale degli atti dell'uomo di fronte agli altri e a sé stesso, si presta perfettamente a questo strano clima del dopoguerra dove si mescolano festa e memoria delle atrocità. L'esistenzialismo diventa pertanto una vera e propria moda, più o meno fedele alle idee sartriane, e di cui l'autore sembra un po' superato dall'ampiezza che prende quest'ultima.[3]

Intanto, Sartre afferma il suo impegno politico chiarendo la sua posizione, attraverso i suoi articoli su Les Temps modernes: Sartre sposa, come molti intellettuali della sua epoca, la causa della rivoluzione marxista, ma, almeno dal 1956 in poi, senza per questo concedere i suoi favori al partito comunista, agli ordini di un'URSS che non può soddisfare l'esigenza di libertà. Sartre e i suoi amici continuano perciò a cercare una terza via, quella del doppio rifiuto del capitalismo e dello stalinismo.[3]

Nel dicembre 1946, la rivista prende posizione violentemente contro la guerra d'Indocina. Nel 1947, Sartre nei suoi articoli se la prende con il gollismo e con l'RPF, che considera come un movimento fascista.

Murale dedicato a Sartre in Armenia
L'uscita dal PCF e l'esperienza della terza forza[modifica | modifica wikitesto]

L'anno seguente, la guerra fredda che avanza conduce Les Temps modernes a combattere l'imperialismo americano, affermando al contempo un pacifismo neutralista. Egli pubblica così con Merleau Ponty un manifesto a favore di un'Europa socialista e neutrale, ed esce dal PCF.[3]

È allora che Sartre decide di tradurre il suo pensiero in espressione politica, fondando con un conoscente un nuovo partito politico, il Rassemblement Démocratique Révolutionnaire, che ambisce a rappresentare la "terza forza" alternativa allo schieramento USA-URSS. Malgrado il successo di qualche manifestazione, il RDR non raggiungerà mai un numero di aderenti tale da diventare un vero partito. Intuendo una deriva pro-americana da parte del suo co-leader, Sartre rassegna le sue dimissioni nell'ottobre 1949. A questo punto, senza uscite politiche, il riavvicinamento con i comunisti inizia a diventare per lui una soluzione.[3]

Sempre nel 1949 divenne membro di un comitato internazionale, assieme a Pablo Picasso, Tristan Tzara e Paul Robeson, per ottenere la liberazione del poeta turco e comunista Nazim Hikmet, incarcerato dal governo del proprio paese, obiettivo raggiunto l'anno seguente.[7] Con lo stesso Picasso, indirizzò nel 1953 un appello agli Stati Uniti per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte e giustiziati per presunto spionaggio a favore dell'URSS.[8]

Il compagno di strada del Partito Comunista Francese[modifica | modifica wikitesto]

(FR)
« Si la classe ouvrière veut se détacher du Parti (PCF), elle ne dispose que d'un moyen: tomber en poussière.[9] »
(IT)
« Se la classe operaia vuole distaccarsi dal Partito (PCF), essa dispone solo di un mezzo: ridursi in polvere. »

La guerra di Corea, che scoppia nel giugno 1950, accelera questa evoluzione verso il riavvicinamento al Partito Comunista Francese (PCF). Per Sartre, la guerra, divenuta calda, implica il fatto che ognuno ora debba scegliere il proprio campo. Merleau Ponty, in disaccordo, lascia allora, dopo Raymond Aron, les Temps Modernes, di cui egli era un membro importante.[3]

Il 28 maggio 1952, il PCF organizza una manifestazione contro la visita del generale Ridgway, che finirà nella repressione e nel sangue, con la morte di 2 militanti e l'arresto di Jacques Duclos, segretario del PCF. L'evento scioccò Sartre in modo tale che egli ne parlerà come di un'autentica «conversione»: egli inizia ormai a sostenere anima e corpo il PCF. Si lancia in un'amplissima spiegazione nell'articolo «I comunisti e la pace»: qui egli chiarisce che il proletariato non potrebbe vivere senza il suo partito, il partito comunista, e che bisogna dunque assimilare il partito comunista al proletariato. Il PCF diventa così il solo partito in favore del quale ci si deve impegnare.[3]

Sartre con Simone de Beauvoir e Che Guevara, a Cuba nel 1960. Di Guevara, Sartre scriverà che «non era solo un intellettuale, era l'essere umano più completo del nostro tempo.»[10] La coppia era presente durante la cerimonia in cui Alberto Korda scattò al "Che" la celebre immagine Guerrillero Heroico, e venne anch'essa fotografata.

Rapporti con l'Unione sovietica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1952, Sartre si era impegnato in un "matrimonio di ragione" con i sovietici: in particolare, partecipa al Congresso nazionale della pace a Vienna nel novembre 1952, organizzato dall'URSS, e la sua presenza conferisce all'avvenimento una considerazione insperata. Sartre arriva fino ad autocensurarsi facendovi impedire la ripresa della sua pièce Le mani sporche, che i comunisti consideravano antibolscevica, in quanto alludeva all'assassinio di Lev Trotsky, e che era previsto andasse in scena in quel periodo a Vienna.[3]

I comunisti potevano ora rallegrarsi per aver acquisito alla loro causa il filosofo e lo scrittore più celebre del mondo. Questo allineamento di Sartre ai comunisti separa lo stesso Sartre e Albert Camus (che abbraccia l'anarchismo al posto del marxismo), precedentemente molto vicini. Per Camus l'ideologia marxista non deve prevalere sui crimini staliniani, laddove per Sartre, che è al corrente di tali crimini, non si devono utilizzare questi fatti come pretesto per abbandonare l'impegno rivoluzionario. Nel 1954, al ritorno da un viaggio in URSS, Sartre diede a Libération, un quotidiano vicino al PCF, una serie di sei articoli che illustravano la gloria dell'URSS. Ancora nel 1955 scrisse una pièce teatrale (il Nekrassov) che fustigava la stampa anticomunista.[3]

Dopo il rapporto Kruscev, Sartre comincerà ad avere dei dubbi sull'URSS, e affermò di trovare «inammissibile l’esistenza dei campi di concentramento sovietici, ma trovo altrettanto inammissibile l’uso giornaliero che ne fa la stampa borghese... Kruscev ha denunciato Stalin senza fornire sufficienti spiegazioni, senza avvalersi di un’analisi storica, senza prudenza», rifiutando di condannare in toto l'esperienza sovietica.[11] In un articolo sulla tortura nella guerra d'Algeria, esprimerà la sua condanna delle pratiche staliniane.[12]

Il suo sodalizio con il PCF e il sostegno all'URSS terminarono all'indomani degli avvenimenti dell'autunno del 1956, quando i carri sovietici soffocarono la rivoluzione ungherese. L'insurrezione fece riflettere molti comunisti sul fatto che esisteva un proletariato al di fuori dal partito comunista con istanze non solo non rappresentate o misconosciute ma addirittura negate e avversate. Sartre, dopo aver firmato una petizione di intellettuali di sinistra e di comunisti contestatari, il 9 novembre concesse una lunga intervista al settimanale l'Express (giornale mendésista), per smarcarsi platealmente dal partito. Nel 1956 Sartre decise un cambiamento di strategia ma non cambiò le sue opinioni: socialiste, anti-borghesi, anti-americane, anti-capitaliste, e soprattutto anti-imperialiste; la lotta dell'intellettuale impegnato continuò e prese una nuova forma in seguito agli avvenimenti della guerra d'Algeria.[3]

« Non fu un cambiamento di idee. Da sempre sono stato più anarchico che marxista. (...) Quando i carri armati sovietici entrarono a Praga e coraggiosi militanti di sinistra vennero uccisi perché reclamavano l'indipendenza da Mosca, e da ogni altra potenza, allora dovemmo denunciare l'invasione. »
(Sartre sull'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968)

Altre controversie politiche e critiche[modifica | modifica wikitesto]

Rapporti con il maoismo e i regimi comunisti[modifica | modifica wikitesto]

Sartre e Simone de Beauvoir vendono per strada il giornale La cause du peuple, per protestare contro la proibizione e la sua chiusura (1970)

In questi anni, nella Parigi degli ambienti terzomondisti, Sartre stringe anche amicizia con un giovane cambogiano di nome Saloth Sar, con cui condivide la militanza nel Partito Comunista Francese, che diverrà poi noto alle cronache molti anni dopo con il nome di battaglia di Pol Pot, capo dei guerriglieri Khmer Rossi e feroce presidente della Kampuchea Democratica dal 1975 al 1979. Sartre fu accusato anche, da commentatori di area conservatrice e anticomunista[13] di aver influenzato indirettamente l'ideologia dei suddetti Khmer Rossi, tramite l'ex allievo Pol Pot che la portò alle estreme conseguenze fondendola con un nazionalismo totalitario esasperato, con ripetute violazioni dei diritti umani come già si erano viste con Stalin e la degenerazione del comunismo sovietico.[14] Un'altra critica fu appunto quella di non aver condannato pubblicamente, nel suo ultimo anno di vita (in cui si era comunque ritirato dalla vita pubblica per seri problemi di salute), Pol Pot e gli altri Khmer Rossi, cosa tra l'altro condivisa dalla maggior parte dei mass media e degli intellettuali occidentali di sinistra (tra cui Noam Chomsky), essendo l'opinione pubblica concentrata sul Vietnam e all'oscuro, tranne pochi testimoni, della realtà cambogiana vista invece benevolmente. Solo negli anni '80 il regime di Pol Pot verrà pienamente compreso nel suo orrore e condannato universalmente[15][16]; inoltre è da ricordare che, mentre Sartre era filo-sovietico, i Khmer Rossi saranno finanziati dagli Stati Uniti (oltre che da Cina e Thailandia) in funzione anti-vietnamita e anti-sovietica (quindi anticomunista), e da questi sostenuti fino al 1992.[17]

Per aver guardato con simpatia all'Unione Sovietica di Stalin (almeno prima della destalinizzazione e della denuncia dei crimini del leader bolscevico da parte di Nikita Krusciov), alla rivoluzione di Mao Tse-tung (per un lungo periodo Sartre sosterrà il maoismo) e per l'amicizia, poi interrotta, con Fidel Castro, Sartre venne accusato di supportare le dittature, in ossequio all'ideologia.[14]

Sartre e la rivoluzione cubana[modifica | modifica wikitesto]

Sostenitore attivo della rivoluzione cubana dal 1960, amico di Che Guevara e Fidel Castro, egli ruppe poi con il Líder Máximo nel 1971 a causa dell’«affaire Padilla»; Sartre firmò con la de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini e altri intellettuali di sinistra e non solo (con l'eccezione di Gabriel García Márquez) una lettera di critica al governo cubano, per aver arrestato e poi costretto ad una pubblica autocritica in cui accusava sé stesso e la moglie (condizione imposta per l'immediato rilascio e la concessione del visto d'uscita) il poeta Heberto Padilla, accusato di avere scritto contro la Rivoluzione e il castrismo. Per Sartre questo atto fu un abuso di potere e un attacco alla libertà d'espressione, non una difesa dai controrivoluzionari, come sostenuto a Cuba.[18] Egli dirà poi di Fidel Castro: «Il m’a plu, c’est assez rare, il m’a beaucoup plu» ("Mi è piaciuto, è piuttosto raro, mi è piaciuto molto").[3]

Adesione all'anarco-comunismo[modifica | modifica wikitesto]

In seguito a fatti come il genocidio cambogiano (peraltro poco conosciuto in Occidente prima del 1980) e la persecuzione degli omosessuali a Cuba[19], negli ultimi anni di vita Sartre si staccò dal comunismo statalista per avvicinarsi a quello anarchico (l'ideale anarchico, anche se in senso più individualistico, lo aveva attratto anche da giovane, portandolo inizialmente a criticare Lenin).[20][21][22][23]

Il caffè Les deux magots, meta abituale di Sartre a Saint-Germain-des-Prés

Rivoluzione e violenza rivoluzionaria secondo Sartre[modifica | modifica wikitesto]

Pur stimando la persona di Mao Tse-tung e quella di Lenin, alcune critiche alla realizzazione del socialismo reale vennero pronunciate da Sartre, unite ad una sempre presente critica al capitalismo e a considerazioni sull'ineluttabilità della guerra e della violenza rivoluzionaria; secondo il filosofo la storia procedeva verso il progresso, e gli errori non potevano fermarla, se l'impianto di fondo era buono:

« Nessuno afferma che le rivoluzioni siano facili. Se definiamo il progresso come l'aumento della gente che partecipa alle decisioni che riguardano la sua vita, non ci possono essere dubbi che, oltre ai massacri, ai genocidi, agli omicidi di massa che hanno abbondantemente segnato la storia dell'umanità, c'è stato un progresso. Potrebbe esserci una dittatura mondiale, oggi, ma nessuno storico, o quasi nessuno, affermerebbe che oggi la dittatura sia meglio della democrazia borghese. (...) Guarda la Rivoluzione culturale, per esempio. Sembra che sia terminata in orribili eccessi (dico «sembra che» perché non ho fiducia nella nostra opinione pubblica, cioè negli storici dell'establishment e nei media). Però la caratteristica principale della Rivoluzione culturale è che il popolo stabilisce le politiche e gli amministratori amministrano quella politica.(...) E tutti gli uomini del re, tutti quei propagandisti a Washington e a Londra non possono cancellarlo. Mao diceva: «Due passi avanti, un passo indietro».(...) Credo che una rivoluzione sia impossibile senza il terrore, precisamente perché il diritto ricorrerà al terrore per fermarla.(...) Non c'è stato terrore a Cuba (...) perché, come hai detto, Castro permise ai tribunali popolari di giudicare gli aguzzini di Batista come un modo per far uscire alla luce del giorno l'odio (...) Gli Stati Uniti permisero ai ricchi di emigare come volevano (...) Fidel li lasciò partire. »
(da Parlando con Sartre, pp. 207; 256)

Altre prese di posizioni politiche degli anni '60 e '70[modifica | modifica wikitesto]

Sartre e de Beauvoir si esprimeranno anche contro il fondamentalismo islamico della rivoluzione iraniana (1979), pur essendo avversi al precedente regime filoamericano dello scià, in particolare Simone de Beauvoir organizzerà manifestazioni contro l'imposizione del chador alle donne iraniane ed entrambi sosterrano politicamente il partito comunista iraniano, il Tudeh (in esilio in occidente).[24]

Tra le critiche fatte a Sartre fu quella di non essersi opposto alla pena di morte per certi reati politici nei paesi del blocco sovietico (anche se nel 1950 era stato tra gli intellettuali che avevano richiesto la grazia per la giurista dissidente cecoslovacca Milada Horáková, assieme ad Einstein e altri[25]), e per aver giustificato in parte l'uso del terrorismo come estrema arma politica, una «terribile arma, ma i poveri oppressi non ne hanno altre».[26]

La guerra d'Algeria e l'impegno per i diritti umani[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1956 al 1962, Sartre e la sua rivista intrapresero una lotta radicale a favore della causa nazionalista anticolonialista algerina. Nel marzo del 1956, quando i comunisti votarono in favore dei pieni poteri a Guy Mollet in Algeria, Sartre e i suoi amici denunciarono il mito di un'Algeria francese parlando della realtà colonialista. Quindi essi si impegnarono a favore dell'indipendenza, manifestando altresì la loro solidarietà con il Front de Libération Nationale. Les temps modernes fece anche apparire nella primavera del 1957 la testimonianza di Robert Bonneau, un soldato richiamato, che raccontò i barbari metodi adottati durante la guerra in Algeria, come torture, massacri e pulizia etnica.[3][12]

Nel settembre 1960 sostiene il manifesto del diritto alla non sottomissione (chiamato manifesto dei 121) e si dichiara solidale con le richieste di aiuto del FLN. Durante il processo a Francis Jeanson, giornalista di Temps Modernes accusato di essere un «portaborse» del FLN, egli proclama il suo assoluto sostegno all'imputato.[27] Questa dichiarazione provoca uno scandalo e, malgrado le proteste di diverse organizzazioni, Charles de Gaulle non volle persecuzioni contro Sartre.[28]

Discorso di Sartre su guerra e libertà

Questo suo impegno, non di meno, comporta i suoi rischi: nel gennaio 1962, l'OAS compie un attentato facendo esplodere una parte del suo domicilio, che Sartre aveva abbandonato proprio per timore di rappresaglie.

In questo periodo scrisse anche la prefazione al celebre testo I dannati della terra di Frantz Fanon[27], in cui scrive:

« È stato dato l’ordine di abbassare gli abitanti del territorio annesso al livello di scimmia superiore per giustificare il fatto che il colonizzatore li tratti come bestie da soma. La violenza coloniale non si propone soltanto lo scopo di tenere a debita distanza questi uomini ridotti in schiavitù, cerca anche di disumanizzarli. Non si lascerà nulla di intentato per annientare le loro tradizioni, per sostituire le nostre lingue alle loro, per distruggere la loro cultura senza dar loro la nostra; saranno abbrutiti dalla fatica (...) la cosa più urgente, se c’è ancora tempo, consiste nell’umiliare [le vittime], nello sradicare l’orgoglio dal loro cuore, nel ridurli al livello della bestia »

Il confronto con lo strutturalismo e la critica su Flaubert[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, sul piano teorico, il filosofo Sartre si occupa di produrre la teoria economica e sociale che servirà a conciliare socialismo e libertà. Si lancia in quest'impresa, che rimarrà incompiuta, con la pubblicazione della prima parte della Critica della ragione dialettica nel 1960.[3]

Dopo di che l'esistenzialismo sembra perdere colpi: durante gli anni 1960, l'influenza di Sartre sulla letteratura francese e sulle ideologie intellettuali diminuisce poco a poco, specialmente nel confronto con gli strutturalisti come l'antropologo Lévi-Strauss, il filosofo Foucault o lo psicanalista Lacan. Lo strutturalismo è in qualche modo l'avversario dell'esistenzialismo: in effetti nello strutturalismo non c'è molto spazio per la libertà umana, essendo ogni uomo imbrigliato nelle strutture che lo sovrastano e sulle quali non ha presa. Sartre è altrove, non si cura di discutere di questa nuova corrente: è interamente impegnato in un progetto personale, rappresentato dall'analisi del XIX secolo e della creazione letteraria, e soprattutto dalla critica di un autore di cui non ha mai condiviso lo stile parnassiano, Flaubert.

Problemi di salute e ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1960 la sua salute peggiora rapidamente. Sartre è prematuramente logorato, per la sua costante iperattività letteraria e politica, oltre che a causa dal tabacco, dall'alcool che assume in gran quantità[29], e dalle droghe che lo mantengono in forma e gli permettono di mantenere il suo ritmo di lavoro (stimolanti come anfetamine e corydrane, un farmaco composto da aspirina e anfetamine, in gioventù anche l'allucinogeno mescalina).[30][31]

Tomba di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

Nel 1973 subì un ictus, seguito da un'emorragia retinica all'occhio sinistro, l'unico completamente sano. Anche se mantenne la visione periferica, non fu più in grado di leggere o scrivere nel modo in cui era abituato e fu costretto a dettare gli scritti o a registrarli. Oltre a questi seri problemi di vista, che alla fine degli anni '70 lo porteranno alla cecità quasi completa, soffre di perdita dell'udito dovuta all'invecchiamento e di disturbi respiratori.[5][6]

Il Sessantotto, il Tribunale Russell-Sartre e il Nobel rifiutato[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia, il rifiuto, la rivolta, l'intransigenza si vedono sempre nelle azioni di Sartre, nonostante l'inizio di questo lungo periodo di decadenza fisica. Fonda con il matematico e filosofo socialista riformista Bertrand Russell, il Tribunale Russell-Sartre, che deve simbolicamente giudicare i crimini di guerra in Vietnam, e che poi si pronuncerà anche sul golpe cileno del 1973, attuato contro il socialista democratico Salvador Allende e altre violazioni di diritti umani. Nel 1964, fatto che avrà una grande risonanza mondiale, rifiuta il premio Nobel[32] poiché, a suo avviso, «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo». Aveva già rifiutato la Legione d'onore, nel 1945, e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale, che dichiarò, pur essendo simpatizzante del blocco comunista, che avrebbe rifiutato anche il Premio Lenin per la pace, qualora l'URSS glielo avesse concesso.[33]

Nel 1968 manifesta al maggio francese, e viene arrestato per disobbedienza civile, ottenendo però l'immediato perdono presidenziale dal suo principale avversario politico del momento, Charles de Gaulle, che affermò «Non si imprigiona Voltaire».[28]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un lungo declino fisico, Sartre morì nel 1980 di edema polmonare. Dopo una commemorazione civile, venne sepolto nel cimitero di Montparnasse, nella tomba in cui verrà seppellita anche la compagna Simone de Beauvoir, morta nel 1986[34][35] e che aveva descritto gli ultimi anni con il filosofo nel libro La cerimonia degli addii, scrivendo che «la sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».[36]

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

« L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da sé stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa. »
(da L'essere e il nulla)

Il pensiero di Sartre rappresenta il vertice dell'esistenzialismo del Novecento, e resta interessante per il suo sforzo di coniugare il marxismo e il comunismo con il rispetto della libertà di tipo umanistico, l'individualismo con il collettivismo e il socialismo, ideali spesso infrantesi con la realtà storica.[2] Karl Marx esercita una forte influenza su di lui:

« Lungi dall'essere esaurito, il marxismo è ancora giovanissimo, quasi nell'infanzia: ha appena cominciato a svilupparsi. Esso rimane dunque la filosofia del nostro tempo: è insuperabile perché le circostanze che l'hanno generato non sono ancora superate.[37] »
Karl Marx

La libertà[modifica | modifica wikitesto]

Sartre a Venezia, nel 1967

Pur mantenendo lo storicismo dialettico e il materialismo storico, Sartre sostiene la preminenza del libero arbitrio sul determinismo. Egli rimane molto influenzato dal pensiero di Edmund Husserl, anche se poi lo usa in modo originale, perché sin dai suoi primi studi vi imprime una forte critica psicologistica che sarà poi solo soppiantata da quella politica dopo il 1946. La prima fase del pensiero di Sartre è segnata dall'opera L'essere e il nulla, pubblicata nel 1943, che rimane l'opera principale a testimonianza del suo esistenzialismo ateo. Il tema principale posto in essa è la fondamentale libertà di realizzarsi di ogni uomo come uomo-dio e l'ineludibilità di rimanere sempre un dio-fallito.[3] Ciò che evidenzia il fallimento è l'angoscia che attanaglia l'uomo nel vivere il suo esistere come una libertà fasulla, basata sul nulla:

« Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà. E se si domanda qual è questo niente che fonda la libertà, risponderemo che non si può descriverlo perché non è, ma si può almeno indicarne il senso, in quanto questo niente è stato per l'essere umano nei suoi rapporti con se stesso. Corrisponde alla necessità per il motivo di non apparire come motivo altro che come correlazione di una coscienza "di" motivo. In una parola, poiché rinunciamo all'ipotesi dei contenuti di coscienza, dobbiamo riconoscere che non vi sono motivi "nella" coscienza ma solo "per" la coscienza. E per il fatto stesso che il motivo non può sorgere come apparizione, si costituisce da sé come inefficace.[38] »

Nelle ultime pagine autobiografiche del volume Le Parole, Sartre descrive il percorso tutt'altro che indolore che lo ha condotto all'ateismo.[3]

Il senso de La nausea e il pessimismo[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Jean-Paul Sartre

La nausea è il più celebre romanzo esistenzialista, assieme a Lo straniero di Albert Camus, e la prima opera pubblicata da Sartre. La nausea che prova il protagonista del romanzo - Antoine Roquentin - deriva proprio da quella condizione di sostanziale gratuità della vita, ovvero il sentire la vita come priva di un senso necessario. Ma vi è anche l'estraneità della coscienza nei confronti della natura, vista come brutalità priva di alcuna coscienza.

La nausea è quindi un romanzo filosofico nella misura in cui ripropone, sia pure in maniera del tutto originale, una specie di dualismo tra ciò che è cosciente e ciò che è incosciente. Per Sartre infatti la coscienza è l'elemento che distingue due categorie ontologiche distinte, appartenenti a due livelli ben distinti dell'essere.

La vita, secondo Roquentin, nel momento in cui ci appare come un unico e inevitabile flusso di esperienze senza un senso proprio, provoca la grande vertigine della nausea. Si può dunque dire che Sartre lamenta il fatto che la realtà non ci dia significato da sé, ma che è la coscienza dell'uomo a doverglielo dare. In questa impresa l'uomo è del tutto solo, perché non c'è un Dio a cui fare riferimento e porre domande.[3]

Questa possibilità, che è anche un compito, aperta all'uomo, è per diversi aspetti la stessa che provoca l'angoscia in Soren Kierkegaard, ma in quest'ultimo c'è una visione salvifica del Cristo a dare speranza. Non esiste un essere necessario "Dio" che possa dare significato dall'esterno a questa condizione esistenziale. L'esistenza è di per sé già compiuta nella sua evidenza, l'esistenza è assoluta e gratuita.

La condizione di chi si sente esistere è già vissuta come un esistente, seppure assurda perché senza uno scopo apparente, viviamo per vivere e per morire, gli eventi ci vengono incontro come fenomeni e non possiamo dedurli se non vengono in contatto con il nostro Io.[3] In risposta a questo pessimismo, Sarte concepirà la morale impegnata dell'esistenzialismo.[3]

L'umanismo[modifica | modifica wikitesto]

Sartre (al centro) con alcuni giornalisti e il generale George Marshall (1945)

Nell'opera L'esistenzialismo è un umanismo, Sartre presenta il suo esistenzialismo e risponde alle critiche avanzate da pensatori cristiani o marxisti, e in particolare dai comunisti, a cui desidera riavvicinarsi, pur mantenendo forte il suo umanismo. Costituisce un'introduzione "estremamente chiara", benché semplice, all'esistenzialismo, per essere letto senza la minima difficoltà anche da persone non abituate a testi filosofici più complessi. Tuttavia la troppa semplicità di questo testo ha condotto Sartre a rinnegarlo filosoficamente, affermando che non può costituire altro che una introduzione al suo pensiero (questo perché era originariamente una conferenza pubblicata dall'editore di Sartre a sua insaputa).[39] La nozione di senso della storia cara a Hegel, ma che Marx ammetteva non avere nulla di ineluttabile, è fortemente rigettata. Secondo Sartre, la libertà dell'uomo è tale nel suo proprio divenire che nessuno può prevedere, nemmeno a grandi linee, che direzione la Storia prenderà domani. Questo porta al rifiuto dell'ottimismo acritico dei marxisti (non di Marx) sui "domani che cantano" e che possono senz'altro non arrivare mai, ma anche del pessimismo.[40]

La morale kantiana è ugualmente criticata. Sartre prende in particolare l'esempio di un giovane che debba scegliere tra occuparsi di sua madre oppure raggiungere la Resistenza francese a Londra. In entrambi i casi, la massima della sua azione non è morale, poiché deve necessariamente sacrificare un "fine in sé" riducendolo al grado di "mezzo": abbandonare sua madre è il mezzo per arrivare a Londra, abbandonare i combattenti è invece il mezzo per occuparsi di sua madre.[40]

È l'illustrazione della sua celebre, e particolare, "teoria dei vigliacchi e dei mascalzoni": «Quelli che nasconderanno a sé stessi, seriamente o con scuse deterministe, la loro totale libertà, io li chiamerò vigliacchi; gli altri che cercheranno di mostrare che la loro esistenza è necessaria, mentre essa è la contingenza stessa dell'apparizione dell'uomo sulla terra, io li chiamerò mascalzoni».[40]

Sartre afferma che "l'esistenza precede l'essenza" e "l'uomo è condannato a essere libero"[40], famose frasi che riprende ne L'essere e il nulla.

L'attivismo e il comunismo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale, insieme alla cospicua produzione di opere drammaturgiche di alto livello, l'attenzione di Sartre si rivolge all'azione politica. Ma si può dire che in esse esistenzialismo e politica trovino la loro sintesi intellettuale. Egli si avvicina al comunismo benché i suoi rapporti con il Partito comunista non saranno mai facili. Con la definitiva adesione al comunismo, Sartre si mette decisamente in gioco a favore di questo e dà inizio a un suo ruolo di engagé che farà da modello a molti intellettuali di sinistra tra gli anni '50 e '80. Il resto della sua vita è segnato dal tentativo di riconciliare le idee esistenzialistiche con i principi del marxismo, convinto che le forze socio-economiche determinino il corso dell'esistenza umana e che il riscatto economico per la classe operaia possa diventare anche culturale.[3]

È in questa prospettiva che nasce il progetto della Critica della ragion dialettica (che uscirà nel 1960) e contemporaneamente la rottura sia con Camus che con Merleau-Ponty, non disposti a seguirlo nella sua radicalizzazione politica. Però quest'opera non è per niente allineata alla dottrina comunista sovietica, ma propone una visione della società che lascia all'individualità larghi spazi di libertà e di affermazione, anche se in una prospettiva deterministica. Nel perseguimento della "unità dialettica del soggettivo e dell'oggettivo" la soggettività è infatti dipendente dall'oggettività socio-ambientale come suo "campo delle possibilità".[3]

La libertà condizionata dell'uomo è in rapporto a un ampio sottofondo di necessità. Gli assunti fondamentali di L'essere e il nulla sono perciò nella Critica della ragion dialettica definitivamente negati con l'assunzione teorica del materialismo storico marxiano. È infatti il regno del "pratico-inerte" (l'essenza della materia) a imporsi, a dominare, a determinare la necessità e ad imporla anche all'uomo. Sartre viene quindi a scrivere:

« Non è né nell'attività dell'organismo isolato e né nella successione dei fatti fisico-chimici che la necessità si manifesta: il regno della necessità è il dominio, reale, ma ancora astratto dalla storia, dove la materialità inorganica si chiude sulla molteplicità degli uomini e trasforma i produttori nei loro prodotti. La necessità, come limite nel seno della libertà, come evidenza accecante e come momento del rovesciamento della praxis in attività pratico-inerte diventa, dopo la caduta dell'uomo nella società seriale, la struttura stessa di tutti i processi di serialità, quindi la modalità della loro assenza nella presenza e di una evidenza svuotata.[41] »
Sartre e de Beauvoir in Israele nel 1967, accolti da Avraham Shlonsky e Leah Goldberg all'aeroporto di Lod presso Tel Aviv. Pur non condividendo la politica israeliana dopo il 1967, Sartre fu sempre un attivo critico dell'antisemitismo in ogni sua forma.[24]

L'uomo esistenzialista[modifica | modifica wikitesto]

Nell'esistenzialismo di Sartre si realizza lo stesso paradosso di Heidegger e Jaspers: la trasformazione del concetto di possibilità in impossibilità. Secondo Sartre l'uomo è definito come "l'essere che progetta di essere Dio" (in "L'essere e il nulla"), ma questa attività si risolve in uno scacco: ciò che per Heidegger e Jaspers è nullificato dalla realtà fattuale, in Sartre è nullificato dalla molteplicità delle scelte e dall'impossibilità di discriminarne la fondatezza e validità.[3] Tra i cardini filosofici di questo esistenzialismo vi sono vari concetti[3]:

  • Se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta, esemplificato dalla frase Ein Mal ist kein Mal (una volta è nessuna volta).
  • Contingenza dell'essere: il mondo è «assurdo», senza ragione. È «di troppo». Esiste semplicemente, senza «fondamento». Le cose e gli Uomini esistono di fatto, e non di diritto. (Vedere La nausea.)
  • L'Uomo è definito dalla coscienza (il "per sé" che si oppone all'"in sé"). Ovvero ogni coscienza è coscienza di qualcosa (idea d'intenzionalità ripresa da Husserl). L'Uomo è dunque fondamentalmente aperto sul mondo, «incompleto», «girato verso», esistente (proiettato fuori di sé): c'è in lui un niente, un «foro nell'essere» suscettibile di ricevere gli oggetti del mondo.
  • La coscienza è ciò che non coincide mai con se stessi, ciò che è potenza di "nullificazione" (cioè di negazione, cioè d'azione) grazie all'immaginazione (che può pensare ciò che non è). La coscienza rende dunque il progetto possibile.
  • L'Uomo è assolutamente libero: egli non è nient'altro che ciò che egli fa della sua vita, egli è un progetto. L'esistenza precede l'essenza (contro Hegel: non c'è essenza predeterminata, l'essenza è liberamente scelta dall'esistente).

L'impegno non è una maniera di rendersi indispensabile e non importa chi è l'impegnato, esso è intercambiabile, quindi[3]:

  • «L'Uomo è condannato ad essere libero», e qualunque cosa faccia lo rimane: non impegnarsi è ancora una forma d'impegno, poiché se ne è responsabili. Inoltre, Dio non esiste (e in ogni caso "se esistesse ciò non cambierebbe nulla"), per cui l’uomo è unica fonte di valore e di moralità; è condannato ad inventare la propria morale.
  • Rifiuto del concetto freudiano d'inconscio, sostituito con la nozione di «malafede»: l'inconscio non saprebbe diminuire l'assoluta libertà dell'Uomo. Il criterio della morale non si trova dunque al livello delle "massime" kantiane ma degli "atti". La «malafede», sul piano pratico, consiste nel dire: "quel che conta è l'intenzione".
  • Intersoggettività: il soggetto tende a fare degli altri un oggetto e a percepirsi come l'oggetto d'altri (esempio particolare del "gesto sporco" sorpreso mentre fatto di nascosto).

L'uomo non vive se non in relazione all'altro (pur essendo presenti a volte, in Sartre, un certo elitarismo e misantropia), e l'"IO" sartriano non è più soggettivo ma oggettivo, in quanto è riferito ad ogni uomo in chiave universale e, in sintesi, siamo come una stanza con una finestra che si affaccia sul mondo esterno... e sta a noi, e solo a noi, decidere di aprirla.[3]

L'esistenzialismo, quindi, a detta dello stesso Sartre[2], vuole essere una filosofia della responsabilità: l'uomo non ha scusanti di fronte alla scelta, la sua caratteristica è il libero arbitrio. Nessuno insomma può giustificarsi, e invocare la necessità di una determinata posizione, magari mascherandosi dietro a varie forme di determinismi (la volontà di Dio, oppure le leggi storiche/sociali), semplicemente perché anche la non scelta è una scelta, talvolta più conveniente ma sempre una scelta deliberata. Il sentimento dell'angoscia, quindi, è intimamente connesso alla possibilità dell'uomo che ha di scegliere, che si pone davanti alle diverse possibilità; alla libertà dell'uomo. La libertà è intimamente connessa col nulla, e l'uomo nella sua esistenza convive con il non essere. Questo, come chiarisce Sartre in più punti, non porta ad una concezione pessimista, ma è una filosofia non consolatoria e della responsabilità, perché sottolineando l'essere prima dell'essenza, invita l'uomo a "creasi una propria morale", a scegliere autenticamente, e nel momento in cui opera questa scelta a livello personale, in realtà sta scegliendo per l'umanità. L'uomo è ciò che sceglie, in questo senso, che non vi è un concetto, un'essenza predefinita dell'uomo prima della sua scelta, ma è esattamente quello che sceglie di diventare.[3]

Presunta conversione religiosa e ripensamenti politici[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1980, pochi mesi prima di morire, Sartre fu intervistato da Benny Lévy. Il contenuto delle interviste, incentrato sui temi della speranza, della libertà e del potere, pubblicato da Le Nouvel Observateur, sconcertò i lettori, abituati al suo esistenzialismo ateo, ma il filosofo confermò l'autenticità dei testi (tuttavia resi pubblici solo dopo la morte nella loro interezza), nei quali si legge tra l'altro, una sorta di conversione "deista" (ma anche un appoggio al giudaismo, che era più che altro un'idea di Levy, che era ebreo di famiglia, a differenza di Sartre, nato da una famiglia cattolica e protestante e di cui non risultano conversioni all'ebraismo):

« Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell'universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio. »
(Sartre nel 1980)

Sartre respinse inoltre l'invito dei suoi amici più intimi a non manifestare tali idee, compreso quello della sua compagna, Simone de Beauvoir, che nel 1982 commentò su "National Review": «Come si potrebbe spiegare questo senile atto di un voltagabbana? Tutti i miei amici, tutti "le Sartreans", e la redazione di Les Temps Modernes mi hanno sostenuto nella mia costernazione».[42]. Per gli studiosi di Sartre è un enigma che deve ancora essere spiegato in modo soddisfacente, anche se una certa tensione verso l'Assoluto e verso argomenti religiosi, in senso lato e in maniera sentimentale, e non razionale, è reperibile in parte della sua opera, ad esempio in Bariona o il figlio del tuono (1940), opera scritta prima che abbandonasse la fede religiosa e, riprendendo Feuerbach e Nietzsche, affermasse che Dio esisteva in quanto creazione umana, ergo non esisteva realmente ma era utile a livello pratico in certi momenti umani[43][44][45], come dirà in seguito:

« Avevo bisogno di Dio, mi fu dato, lo ricevetti senza capire che lo cercavo. Non potendo attecchire nel mio cuore, egli ha vegetato in me, poi è morto. Oggi, quando mi si parla di Lui, dico con quel tanto di divertito, senza una punta di rimpianto, nel modo in cui un vecchio, vagheggiando, si rivolge a una vecchia fiamma incontrata per caso: "Cinquant’anni fa, senza quel malinteso, senza quell’errore, senza quell’incidente che ci separò, avrebbe potuto esserci qualcosa fra noi". »
(Sartre nel 1972[46])

In alcuni di questi interventi, sembrò rinnegare il marxismo-leninismo (come aveva già fatto qualche anno prima, avvicinandosi all'anarco-comunismo, ma in maniera ora più netta), rigettando anche parte del pensiero esistenzialista, suo e della de Beauvoir. Ronald Aronson ha commentato che le interviste non vanno estrapolate da un certo contesto e non sono attribuibili a tardive conversioni o discorsi di una mente danneggiata dalla malattia (anche se potrebbe aver influito la depressione per l'impossibilità a scrivere di suo pugno, nonché le delusioni politiche subite dalle grandi idee in cui aveva riposto la sua fiducia, in primo luogo dallo stalinismo e dal maoismo), come sostenuto da alcuni critici, ma al contrario rappresentano un'evoluzione del classico pensiero sartriano, da sempre in "divenire" dialettico e storicizzato, a modo suo coerente[45]:

« Passando di fallimento in fallimento, si raggiunge il progresso.[47] »

John Gerassi sostiene che Sartre sapeva quello che diceva e che il suo obiettivo era quello di creare uno scandalo, una nuova provocazione, questa volta post-mortem, considerando che invece le conversazioni registrate con Simone de Beauvoir nello stesso periodo sono di altro tono.[6]

Critiche al pensiero intellettuale[modifica | modifica wikitesto]

È stato spesso rimproverato a Sartre un certo intellettualismo, poco conciliabile con le sue convinzioni socio-politiche, marxiste e favorevoli alla cultura popolare. Il suo principale saggio filosofico, L'essere e il nulla, appare talvolta giocato su una teorizzazione della coscienza che ricorda troppo da vicino la metafisica colta che vorrebbe combattere.[3]

Critiche da altri esistenzialisti[modifica | modifica wikitesto]

Martin Heidegger

Oltre alle critiche alla visione politica comunista e marxista (ad esempio quelle dell'ex collaboratore Albert Camus, anarchico, e dei suoi ammiratori[48], e quelle degli esistenzialisti disimpegnati, come Emil Cioran ed Eugene Ionesco), tra le quelle meramente filosofiche vi è quella dell'altro grande teorico dell'esistenzialismo, Martin Heidegger; Heidegger accusa l'autore de L'essere e il nulla di soffermarsi su tematiche meramente "esistentive", anziché rivolgersi ad una visuale davvero esistenziale, che si occupi cioè del rapporto dell'ente con l'Essere. Con la sua opera Essere e tempo il pensatore tedesco, spesso accusato dagli altri esistenzialisti di essersi compromesso col nazismo, afferma invece di avere tracciato i veri punti di riferimento del movimento.[49] Heidegger risponde inoltre a Sartre, in maniera indiretta, sul ruolo dell'intellettuale e criticando l'umanismo degli esistenzialisti francesi: «Il pensiero non è solo l'engagement dans l'action per e mediante l'ente, nel senso del reale della situazione presente. Il pensiero è l'engagement per e attraverso la verità dell'essere [...] quel che conta è l'essere, non l'uomo.»[50]

Critiche marxiste e cattoliche[modifica | modifica wikitesto]

L'essere e il nulla venne attaccato anche dai marxisti non esistenzialisti e dai cattolici. I cattolici vi scorsero una filosofia atea e materialistica, mentre i marxisti lo accusarono di idealismo e di pessimismo. Nel saggio L'esistenzialismo é un umanismo, Sartre si difese rifiutando le interpretazioni pessimistiche e individualistiche, sostenendo di aver proposto una filosofia dell'uomo libero, con rapporti e responsabilità verso gli altri esseri umani.[51]

Altre critiche[modifica | modifica wikitesto]

Sartre è stato attaccato anche da Louis-Ferdinand Céline nel pamphlet À l'agité du bocal, risposta al testo di Sartre Ritratto dell'antisemita.[52]

Sartre nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce «Esistenzialismo», in Dizionario di filosofia Treccani
  2. ^ a b c J.-P. Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak Jean-Paul Sartre - Histoire du Monde
  4. ^ Sartre-De Beauvoir le relazioni pericolose - LASTAMPA.it
  5. ^ a b Quando Sartre guarda le foglie
  6. ^ a b c Review of The Late Interviews of Jean-Paul Sartre
  7. ^ Nazim Hikmet Biography
  8. ^ Julius and Ethel Rosenberg
  9. ^ Les Temps Modernes, 1953
  10. ^ Citato in: Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, traduzione di Gloria Cecchini, Gina Maneri e Sandro Ossola, ed. Il Saggiatore, Milano, 2012, p. 406. ISBN 978-88-428-1781-9
  11. ^ Intellettuali progressisti e marxismo
  12. ^ a b Jean-Paul Sartre sulla tortura
  13. ^ tra cui Paul Johnson, Francesco Alberoni e Vittorio Messori
  14. ^ a b Johnson, Paul, "The Heartless Lovers of Humankind", The Wall Street Journal, January 5, 1987.
  15. ^ Peter Fröberg Idling, Il sorriso di Pol Pot. Un viaggio svedese nella Cambogia dei khmer rossi. 335 pp., Iperborea, Milano, 2010, ed. orig. 2006, trad. dallo svedese di Laura Cangemi.
  16. ^ «Di certo il cambogiano che era a Parigi, che grazie all’influenza di Sartre si iscrisse al PCF e che subì il fascino e i dettati del Maestro, quel cambogiano divenuto poi famoso nel mondo con l’acronimo Pol Pot, forse da Politique Potentiel, di certo dicevo non si deve a Sartre quel massimalismo che lo indusse al terribile genocidio del suo popolo: ma qualche piccolo dubbio resta.»(Carlo Carlucci, Memorie parigine)
  17. ^ L'asse Pol Pot-Washington in funzione antisovietica
  18. ^ Heberto padilla: "Fuera del juego"
  19. ^ Affermò che gli omosessuali erano a Cuba come gli ebrei nel Terzo Reich, in Live recording in Conducta Impropria by Nestor Almendros, 1983
  20. ^ Sartre at Seventy: An Interview by Jean-Paul Sartre and Michel Contat in The New York Review of Books, 7 agosto 1975. URL consultato il 27 ottobre 2011.
  21. ^ R.A. Forum > Sartre par lui-même ( Sartre by Himself), Raforum.info, 28 settembre 1966. URL consultato il 27 ottobre 2011.
  22. ^ "Interview with Jean-Paul Sartre" in The Philosophy of Jean-Paul Sartre, ed. P.A. Schilpp, p.21.
  23. ^ John Gerassi, Parlando con Sartre. Conversazioni al caffè, pag. 420, Il Saggiatore, 2011
  24. ^ a b Edward Said, «Il mio incontro con Jean-Paul Sartre»
  25. ^ Remember a martyr
  26. ^ "terrible weapon but the oppressed poor have no others. (...) It's perfectly scandalous that the Munich attack should be judged by the French press and a section of public opinion as an intolerable scandal." (Sartre: The Philosopher of the Twentieth Century, Bernard-Henri Lévy, p. 343). Palestinians don't have any other choice, because of a lack of weapons and supporters, than to turn to terrorism…The terrorist act committed in Munich, I once said, was justified on two levels: first, because the Israeli athletes in the Olympic Games were soldiers, and second, because the action was committed for an exchange of prisoners."
  27. ^ a b Jean-Paul Sartre e la guerra d’Algeria…”L’Algérie n’est pas la France”
  28. ^ a b "Superstar of the Mind", by Tom Bishop in New York Times 7 June 1987
  29. ^ Jean-Paul Sartre - Hands across a century
  30. ^ Henry Samuel, Hell is other people removing your cigarette in The Telegraph, 10 marzo 2005.
  31. ^ Letteratura: Sartre e la droga, con allucinazioni vedeva aragoste
  32. ^ Secondo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2008, Sartre «rifiutò il Premio con grande enfasi pubblica e poi si fece avanti privatamente per ottenere l’assegno», rimanendo tuttavia ignorato dall’Accademia Svedese; vedere Dario Fertilio, Segreti da Nobel: intrighi a Stoccolma. Da Tolstoj a Fo: retroscena, polemiche e tic in Corriere della Sera, 9 ottobre 2008. URL consultato l'11 gennaio 2010.
  33. ^ La volta che Sartre rifiutò il Nobel
  34. ^ Sartre Cortege Plus Thousands End In Crush At The Cemetery in Boston Globe, Globe Newspaper Company, 20 aprile 1980. URL consultato il 9 maggio 2009.
  35. ^ Daniel Singer, Sartre's Roads to Freedom in The Nation, 5 giugno 2000. URL consultato il 9 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 2 giugno 2008).
  36. ^ S. de Beauvoir, La Cérémonie des adieux, 1981, p. 159: «Sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas. C'est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu si longtemps s'accorder».
  37. ^ Da Questions de méthode (Questioni di metodo), in Critique de la raisson dialectique, Gallimard, Paris, 1960, traduzione italiana di F. Ferniani, Il Saggiatore, Milano, 1976, pp. 92-96.
  38. ^ J.P. sartre, L'essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1965, pp.69-70
  39. ^ L'esistenzialismo è un umanismo - J. P. Sartre, a cura di Maria Marasco
  40. ^ a b c d Jean-Paul Sartre, Existentialism Is a Humanism, 1946, in Existentialism from Dostoyevsky to Sartre, ed. Walter Kaufman, Meridian Publishing Company, 1989; First Published: World Publishing Company in 1956; on-line su Marxists.org
  41. ^ J.P. Sartre, Critique de la raison dialectique, Gallimard, Paris 1960, pp.375-376
  42. ^ La “scandalosa” conversione di Jean-Paul Sartre | UCCR
  43. ^ Benny Lévy - Telegraph
  44. ^ Hope Now: The 1980 Interviews, Sartre, van den Hoven, Lévy
  45. ^ a b Jean-Paul Sartre e Benny Levy, Hope Now: The 1980 Interviews
  46. ^ citato in Sartre par lui même, 1972
  47. ^ J.-P. Sartre, B. Levy, Hope Now, III, pag. 54, Chicago Press, 1996
  48. ^ Michel Onfray, L'ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus
  49. ^ Michele Lenoci, in AA.VV., Manuale di base di storia della filosofia. Autori, indirizzi, problemi, p. 176, Firenze University Press, 2009.
  50. ^ M. Heidegger, Lettera sull'umanismo
  51. ^ Diego Fusaro (a cura di), Jean-Paul Sartre, filosofico.net
  52. ^ À l'agité du bocal
  53. ^ Ad esempio nell'episodio Undici giurati arrabbiati

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Romanzi e racconti
Teatro
Autobiografia, corrispondenza
Essais
Saggi politici
Critica letteraria
Filosofia
Sceneggiature

Saggi su Sartre[modifica | modifica wikitesto]

  • Le siècle de Sartre, di Bernard-Henri Lévy, Grasset, 2000 (edizione italiana: Il secolo di Sartre. L'uomo, il pensiero, l'impegno, Il Saggiatore, 2004).
  • Sartre e l'esistenzialismo di Lorenzo Nardi, Edizioni Cremonese, Roma 1973

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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