Jean-Paul Sartre

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(FR)

« L'enfer, c'est les autres. »

(IT)

« L'inferno sono gli altri »

(Jean-Paul Sartre, A porte chiuse)
Jean-Paul Sartre
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1964 (rifiutato)[2]

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (pron. /ʒɑ̃.'pɔl ʃaʁl ɛ.'maːʁ 'saʁ.tʁ(ə)/; Parigi, 21 giugno 1905Parigi, 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo , critico letterario e attivista francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell'esistenzialismo, che in lui prende la forma di un umanismo ateo in cui ogni individuo è radicalmente libero e responsabile delle sue scelte, ma in una prospettiva soggettivista e relativista. In seguito Sartre diverrà un sostenitore dell'ideologia marxista e del conseguente materialismo storico[1].

Firma di Sartre

Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò, motivando il rifiuto col fatto che solo a posteriori, dopo la morte, sia possibile esprimere un giudizio sull'effettivo valore di un letterato. Nel 1945 aveva già rifiutato la Legion d'onore e, in seguito, la cattedra al Collège de France.[3]

Sartre fu uno dei più importanti intellettuali del XX secolo, influente, amato e criticato al tempo stesso, e uno studioso le cui idee furono sempre ispirate a un pensiero politico orientato verso la sinistra internazionale (negli anni della guerra fredda sostenne le ragioni dell'allora Unione Sovietica, pur criticandone la politica in diversi suoi scritti). Divise con Simone de Beauvoir - conosciuta nel 1929 all'École Normale Supérieure - la propria vita sentimentale e professionale, pur avendo entrambi altre relazioni contemporanee.[4][3] Ebbe inoltre rapporti di collaborazione culturale con numerosi intellettuali contemporanei, come Albert Camus, Maurice Merleau-Ponty, Raymond Aron, ma anche con Bertrand Russell, con cui fondò l'organizzazione denominata Tribunale Russell-Sartre.

Secondo Bernard-Henri Lévy, il teatro di Sartre, seppur passando forse in secondo piano di fronte all'impatto di quello di Beckett e Genet, colpisce ancora per suoi testi, che contengono inquietanti profezie sulla crisi della civiltà occidentale capitalista e consumistica, e per la sua forza politica e didattica.[5] Fu inoltre autori di romanzi, come La nausea, e di importanti saggi filosofici, tra cui L'esistenzialismo è un umanismo, Critica della ragione dialettica e la sua opera più celebre, L'essere e il nulla, che segnano il distacco dall'esistenzialismo precedente, come quello di Heidegger.

Sartre morì nel 1980 al culmine del suo successo di intellettuale "impegnato", quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra, in modo particolare della frazione maoista, di cui era diventato leader insieme a Pierre Victor (pseudonimo di Benny Lévy), passando dalla militanza nel Partito Comunista Francese ad una posizione di indipendenza di tipo anarco-comunista. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.[3]

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia e l'adolescenza (1905-1923)[modifica | modifica wikitesto]

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre nacque il 21 giugno 1905, a Parigi; figlio unico, la sua era una famiglia borghese: suo zio si era laureato alla prestigiosa École polytechnique, suo padre era un militare di famiglia cattolica, mentre sua madre discendeva da una famiglia di intellettuali e di professori alsaziani e luterani, gli Schweitzer (era cugina di Albert Schweitzer, il celebre missionario e attivista protestante).[3]

Il padre morì di febbre gialla quando Jean-Paul aveva quindici mesi. A incarnare la figura paterna fu il nonno, Charles Schweitzer, uomo dalla forte personalità, che gli impartì istruzione prima che Jean-Paul iniziasse ad andare alla scuola pubblica, a dieci anni. Dal 1907 al 1917 il piccolo «Poulou», come era soprannominato in casa, visse quindi con sua madre a casa dei nonni materni. Furono dieci anni felici, in cui fu adorato, coccolato e premiato tutti i giorni, cosa che contribuì a far nascere in lui un certo narcisismo. Nella grande biblioteca di casa Schweitzer scoprì molto presto la letteratura, e preferiva leggere piuttosto che frequentare gli altri bambini.[3] Durante tutta la vita Sartre mostrerà sempre tratti di leggero egocentrismo e talvolta asocialità, fatto che ha portato a ipotizzare che avesse la condizione neurologica denominata sindrome di Asperger; lo stesso Sartre parlò di Gustave Flaubert descrivendolo come una persona autistica, e scrisse poi, al proposito, «Flaubert sono io».[6]

Fin da piccolo soffriva di strabismo[7], inoltre quando aveva tre anni, perse quasi del tutto la vista dall'occhio destro, già debole per il difetto congenito, a causa di una malattia infantile.[8] Il periodo dell'infanzia fu narrato da Sartre stesso nella sua autobiografia Le parole.[3]

Nel 1917 sua madre si risposò con Joseph Mancy, ingegnere nella marina, che Sartre, a quel tempo dodicenne, avrebbe sempre odiato. Si trasferirono a La Rochelle, dove Sartre rimase fino ai quindici anni: tre anni di sofferenza per lui, passato da un ambiente familiare felice al contatto con i liceali che gli sembrarono violenti e crudeli.[3]

Sartre nel 1924

Verso l’estate del 1920, malato, Jean-Paul Sartre fu portato d'urgenza a Parigi. Preoccupata per l'influsso sul figlio dei cattivi comportamenti dei liceali della Rochelle, sua madre decise di fargli continuare gli studi a Parigi, al liceo Henri IV, dove aveva studiato prima del trasferimento alla Rochelle. Qui ritrovò come compagno di studi Paul Nizan, con cui strinse una solida amicizia durata fino alla morte di Nizan, nel 1940. Dopo il baccalaureato preparò l'esame di ammissione alla École Normale Supérieure studiando al liceo Louis-le-Grand.[3]

Gli anni giovanili e la Resistenza (1923-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Studiò all'École Normale Supérieure di Parigi, dove si laureò nel 1929 in filosofia, per insegnarla poi nei licei di Le Havre, di Laon e infine di Parigi. Fu qui che conobbe la futura scrittrice femminista Simone de Beauvoir con cui condivise vita intima, lavoro e impegno politico, anche se convivranno mai stabilmente (anche se lui avrebbe voluto sposarla, ad un certo punto) e avranno relazioni contemporanee e perfino dei ménage à trois (cosa che farà nascere il mito sessantottino e rivoluzionario della coppia aperta Sartre-de Beauvoir) tra Jean-Paul, Simone e occasionali amanti di sesso femminile della de Beauvoir, dichiaratamente bisessuale.[3][9][10][11]

Avendo vinto una borsa di studio nel 1933, ebbe l'opportunità di specializzarsi a Berlino, potendo entrare in contatto diretto con la fenomenologia di Edmund Husserl e l'ontologia di Martin Heidegger, e leggendo, tra gli altri, Marx e Rousseau. Iscritto al Partito Comunista Francese, venne catturato dai tedeschi e, dopo la sua liberazione da un campo di prigionia, partecipò alla resistenza francese nella formazione Combat.[3]

Gli anni di gloria (1945-1956)[modifica | modifica wikitesto]

L'apoteosi esistenzialista[modifica | modifica wikitesto]

I giovani Sartre e de Beauvoir nei pressi del monumento a Honoré de Balzac (anni 1920)

In seguito alla Liberazione, Sartre conobbe un successo enorme e per oltre un decennio dominò il panorama letterario francese. Promuovendo l'impegno politico-culturale come fine a se stesso, la diffusione delle sue idee avvenne specialmente attraverso la rivista che egli fondò nel 1945, Les Temps Modernes. Sartre vi condivise la sua "penna" con, tra gli altri, Simone de Beauvoir, Merleau-Ponty e Raymond Aron. Nel lungo editoriale del primo numero, pose i principi di una responsabilità dell'intellettuale nel suo tempo e di una letteratura impegnata. Per lui, lo scrittore è presente «qualunque cosa faccia, segnato, compromesso fino al suo più lontano ritiro dall'attività (...) Lo scrittore è "in situazione" nella sua epoca.» Questa posizione sartriana dominerà tutti i dibattiti intellettuali della seconda metà del XX secolo. La rivista è sempre considerata come la più prestigiosa tra le riviste francesi a livello internazionale.[3]

Simbolo di questa gloria surreale e dell'egemonia culturale di Saint-Germain-des-Prés sul mondo, la sua celebre conferenza dell'ottobre 1945, dove una folla immensa cerca di entrare nella piccola sala che era stata riservata. La gente litiga, partono dei colpi, ci sono signore che svengono o cadono in sincope. Sartre in quell'occasione presenta una sintesi della sua filosofia, l'esistenzialismo, in questa fase già modificato da influssi del pensiero marxista, che sarà poi trascritta nell'opera L'esistenzialismo è un umanismo. La sua pubblicazione, da parte dell'editore Nagel, è fatta all'insaputa di Sartre che giudica la trascrizione ex abrupto, necessariamente semplificatrice, poco compatibile con la scrittura e il lavoro del senso che la stessa implica.[3] Saint-Germain-des-Prés, residenza di Sartre sulla rive gauche, diviene quindi il quartiere parigino dell'esistenzialismo, e allo stesso tempo un luogo di vita culturale e notturna, nel quale si festeggia alla maniera esistenziale, nelle cantine affumicate, ascoltando del jazz, o recandosi al café-théâtre, rappresentando un fenomeno raro nella storia del pensiero francese: quello di un pensiero filosofico tecnico e austero che trova nel grande pubblico un'eco inaspettata. Ciò può essere spiegato con due fattori: all'inizio l'opera di Sartre è multiforme e permette a ciascuno di trovare il suo livello di lettura, successivamente l'esistenzialismo, che proclama la libertà totale, così come la responsabilità totale degli atti dell'uomo di fronte agli altri e a sé stesso, si presta perfettamente a questo strano clima del dopoguerra dove si mescolano festa e memoria delle atrocità. L'esistenzialismo diventa pertanto una vera e propria moda, più o meno fedele alle idee sartriane, e di cui l'autore sembra un po' superato dall'ampiezza che prende quest'ultima.[3]

Sartre divenne però l'intellettuale più ammirato del momento, e scrisse addirittura testi di canzoni (come per Juliette Gréco), entrando nell'immaginario popolare francese e mondiale come il simbolo dell'intellettuale impegnato.[3]

Intanto, Sartre afferma il suo impegno politico chiarendo la sua posizione, attraverso i suoi articoli su Les Temps modernes: Sartre sposa, come molti intellettuali della sua epoca, la causa della rivoluzione marxista, ma, almeno dal 1956 in poi, senza per questo concedere i suoi favori al partito comunista, agli ordini di un'URSS che non può soddisfare l'esigenza di libertà. Sartre e i suoi amici continuano perciò a cercare una terza via, quella del doppio rifiuto del capitalismo e dello stalinismo.[3]

Nel dicembre 1946, la rivista prende posizione violentemente contro la guerra d'Indocina. Nel 1947, Sartre nei suoi articoli se la prende con il gollismo e con l'RPF, che considera come un movimento fascista.

Murale dedicato a Sartre in Armenia
L'uscita dal PCF e l'esperienza della terza forza[modifica | modifica wikitesto]

L'anno seguente, la guerra fredda che avanza conduce Les Temps modernes a combattere l'imperialismo americano, affermando al contempo un pacifismo neutralista. Egli pubblica così con Merleau Ponty un manifesto a favore di un'Europa socialista e neutrale, ed esce dal PCF.[3]

È allora che Sartre decide di tradurre il suo pensiero in espressione politica, fondando con un conoscente un nuovo partito politico, il Rassemblement Démocratique Révolutionnaire, che ambisce a rappresentare la "terza forza" alternativa allo schieramento USA-URSS. Malgrado il successo di qualche manifestazione, il RDR non raggiungerà mai un numero di aderenti tale da diventare un vero partito. Intuendo una deriva pro-americana da parte del suo co-leader, Sartre rassegna le sue dimissioni nell'ottobre 1949. A questo punto, senza uscite politiche, il riavvicinamento con i comunisti inizia a diventare per lui una soluzione.[3]

Sempre nel 1949 divenne membro di un comitato internazionale, assieme a Pablo Picasso, Tristan Tzara e Paul Robeson, per ottenere la liberazione del poeta turco e comunista Nazim Hikmet, incarcerato dal governo del proprio paese, obiettivo raggiunto l'anno seguente.[12] Con lo stesso Picasso, indirizzò nel 1953 un appello agli Stati Uniti per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte e giustiziati per presunto spionaggio a favore dell'URSS.[13]

Il compagno di strada del Partito Comunista Francese[modifica | modifica wikitesto]

(FR)

« Si la classe ouvrière veut se détacher du Parti (PCF), elle ne dispose que d'un moyen: tomber en poussière.[14] »

(IT)

« Se la classe operaia vuole distaccarsi dal Partito (PCF), essa dispone solo di un mezzo: ridursi in polvere. »

La guerra di Corea, che scoppia nel giugno 1950, accelera questa evoluzione verso il riavvicinamento al Partito Comunista Francese (PCF). Per Sartre, la guerra, divenuta calda, implica il fatto che ognuno ora debba scegliere il proprio campo. Merleau Ponty, in disaccordo, lascia allora, dopo Raymond Aron, les Temps Modernes, di cui egli era un membro importante.[3]

Il 28 maggio 1952, il PCF organizza una manifestazione contro la visita del generale Ridgway, che finirà nella repressione e nel sangue, con la morte di 2 militanti e l'arresto di Jacques Duclos, segretario del PCF. L'evento scioccò Sartre in modo tale che egli ne parlerà come di un'autentica «conversione»: egli inizia ormai a sostenere anima e corpo il PCF. Si lancia in un'amplissima spiegazione nell'articolo «I comunisti e la pace»: qui egli chiarisce che il proletariato non potrebbe vivere senza il suo partito, il partito comunista, e che bisogna dunque assimilare il partito comunista al proletariato. Il PCF diventa così il solo partito in favore del quale ci si deve impegnare.[3]

Il caffè Les deux magots, meta abituale di Sartre a Saint-Germain-des-Prés, assieme al Café Flore, l'altro luogo di ritrovo degli esistenzialisti di Parigi

Gli anni successivi saranno pieni di attività politica e filosofica per Sartre, accanto alla sinistra marxista e maoista, e poi anarco-comunista.

La guerra d'Algeria e l'impegno per i diritti umani (1956-1960)[modifica | modifica wikitesto]

Discorso di Sartre su guerra e libertà

Dal 1956 al 1962, Sartre e la sua rivista intrapresero una lotta radicale a favore della causa nazionalista anticolonialista algerina. Nel marzo del 1956, quando i comunisti votarono in favore dei pieni poteri a Guy Mollet in Algeria, Sartre e i suoi amici denunciarono il mito di un'Algeria francese parlando della realtà colonialista. Quindi essi si impegnarono a favore dell'indipendenza, manifestando altresì la loro solidarietà con il Front de Libération Nationale. Les temps modernes fece anche apparire nella primavera del 1957 la testimonianza di Robert Bonneau, un soldato richiamato, che raccontò i barbari metodi adottati durante la guerra in Algeria, come torture, massacri e pulizia etnica.[3][15]

Nel settembre 1960 sostiene il manifesto del diritto alla non sottomissione (chiamato manifesto dei 121) e si dichiara solidale con le richieste di aiuto del FLN. Durante il processo a Francis Jeanson, giornalista di Temps Modernes accusato di essere un «portaborse» del FLN, egli proclama il suo assoluto sostegno all'imputato.[16] Questa dichiarazione provoca uno scandalo e, malgrado le proteste di diverse organizzazioni, Charles de Gaulle non volle persecuzioni contro Sartre.[17]

Questo suo impegno, non di meno, comporta i suoi rischi: nel gennaio 1962, l'OAS compie un attentato facendo esplodere una parte del suo domicilio, che Sartre aveva abbandonato proprio per timore di rappresaglie.

In questo periodo scrisse anche la prefazione al celebre testo I dannati della terra di Frantz Fanon[16], in cui scrive:

« È stato dato l’ordine di abbassare gli abitanti del territorio annesso al livello di scimmia superiore per giustificare il fatto che il colonizzatore li tratti come bestie da soma. La violenza coloniale non si propone soltanto lo scopo di tenere a debita distanza questi uomini ridotti in schiavitù, cerca anche di disumanizzarli. Non si lascerà nulla di intentato per annientare le loro tradizioni, per sostituire le nostre lingue alle loro, per distruggere la loro cultura senza dar loro la nostra; saranno abbrutiti dalla fatica (...) la cosa più urgente, se c’è ancora tempo, consiste nell’umiliare [le vittime], nello sradicare l’orgoglio dal loro cuore, nel ridurli al livello della bestia. »

Problemi di salute e ultimi anni (1960-1980)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1960 la sua salute peggiora rapidamente. Sartre è prematuramente logorato, per la sua costante iperattività letteraria e politica, oltre che a causa del tabacco, dell'alcool che assume in gran quantità[18], e delle droghe che lo mantengono in forma e gli permettono di mantenere il suo ritmo di lavoro (stimolanti come anfetamine e corydrane, un farmaco composto da aspirina e anfetamine, in gioventù anche l'allucinogeno mescalina).[19][20]

Tomba di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

Nel 1973 subì un ictus, seguito da un'emorragia retinica all'occhio sinistro, l'unico completamente sano. Anche se mantenne la visione periferica, non fu più in grado di leggere o scrivere nel modo in cui era abituato e fu costretto a dettare gli scritti o a registrarli. Oltre a questi seri problemi di vista, che alla fine degli anni '70 lo porteranno alla cecità quasi completa, soffre di perdita dell'udito dovuta all'invecchiamento e di disturbi respiratori.[7][8] Tuttavia, il rifiuto, la rivolta, l'intransigenza si vedono sempre nelle azioni di Sartre, nonostante l'inizio di questo lungo periodo di decadenza fisica.

Il confronto con lo strutturalismo e la critica su Flaubert[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, sul piano teorico, il filosofo Sartre si occupa di produrre la teoria economica e sociale che servirà a conciliare socialismo e libertà. Si lancia in quest'impresa, che rimarrà incompiuta, con la pubblicazione della prima parte della Critica della ragione dialettica nel 1960.[3]

Dopo di che l'esistenzialismo sembra perdere colpi: durante gli anni 1960, l'influenza di Sartre sulla letteratura francese e sulle ideologie intellettuali diminuisce poco a poco, specialmente nel confronto con gli strutturalisti come l'antropologo Lévi-Strauss, il filosofo Foucault o lo psicanalista Lacan. Lo strutturalismo è in qualche modo l'avversario dell'esistenzialismo: in effetti nello strutturalismo non c'è molto spazio per la libertà umana, essendo ogni uomo imbrigliato nelle strutture che lo sovrastano e sulle quali non ha presa. Sartre è altrove, non si cura di discutere di questa nuova corrente: è interamente impegnato in un progetto personale, rappresentato dall'analisi del XIX secolo e della creazione letteraria, e soprattutto dalla critica di un autore di cui non ha mai condiviso lo stile parnassiano, Flaubert.

Il Sessantotto, il Tribunale Russell-Sartre e il Nobel rifiutato[modifica | modifica wikitesto]

« Per il suo lavoro, che, ricco di idee e pieno di spirito di libertà e ricerca della verità, ha esercitato una profonda influenza sulla nostra epoca. »
(Motivazione del Premio Nobel per la letteratura, declinato da Sartre)

Negli anni '60 fonda con il matematico e filosofo socialista riformista Bertrand Russell, il Tribunale Russell-Sartre, che deve simbolicamente giudicare i crimini di guerra in Vietnam, e che poi si pronuncerà anche sul golpe cileno del 1973, attuato contro il socialista democratico Salvador Allende e altre violazioni di diritti umani. Nel 1964, fatto che avrà una grande risonanza mondiale, rifiuta il premio Nobel[21] poiché, a suo avviso, «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo». Aveva già rifiutato la Legione d'onore, nel 1945, e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale, che dichiarò, pur essendo simpatizzante del blocco comunista, che avrebbe rifiutato anche il Premio Lenin per la pace, qualora l'URSS glielo avesse concesso.[22]

Nel 1968 manifesta al maggio francese, e viene arrestato per disobbedienza civile, ottenendo però l'immediato perdono presidenziale dal suo principale avversario politico del momento, Charles de Gaulle, che affermò «Non si imprigiona Voltaire».[17]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un lungo declino fisico, Sartre morì nel 1980 di edema polmonare. Dopo una commemorazione civile, venne sepolto nel cimitero di Montparnasse, nella tomba in cui verrà seppellita anche la compagna Simone de Beauvoir, morta nel 1986[23][24] e che aveva descritto gli ultimi anni con il filosofo nel libro La cerimonia degli addii, scrivendo che «la sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».[25]

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

« L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da sé stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa. »
(da L'essere e il nulla)

Il pensiero di Sartre rappresenta il vertice dell'esistenzialismo del Novecento, e resta interessante per il suo sforzo di coniugare il marxismo e il comunismo con il rispetto della libertà di tipo umanistico, l'individualismo con il collettivismo e il socialismo, ideali spesso infrantesi con la realtà storica.[2] Karl Marx esercita una forte influenza su di lui:

« Lungi dall'essere esaurito, il marxismo è ancora giovanissimo, quasi nell'infanzia: ha appena cominciato a svilupparsi. Esso rimane dunque la filosofia del nostro tempo: è insuperabile perché le circostanze che l'hanno generato non sono ancora superate.[26] »
Karl Marx

La libertà[modifica | modifica wikitesto]

Sartre a Venezia nel 1976

Pur mantenendo lo storicismo dialettico e il materialismo storico, Sartre sostiene la preminenza del libero arbitrio sul determinismo. Egli rimane molto influenzato dal pensiero di Edmund Husserl, anche se poi lo usa in modo originale, perché sin dai suoi primi studi vi imprime una forte critica psicologistica che sarà poi solo soppiantata da quella politica dopo il 1946. In sottofondo, tra le ispirazioni di Sartre, visono anche l'Heidegger di Essere e tempo e il pensiero di Hegel. La prima fase del pensiero di Sartre è segnata dall'opera L'essere e il nulla, pubblicata nel 1943, che rimane l'opera principale a testimonianza del suo esistenzialismo ateo. Il tema principale posto in essa è la fondamentale libertà di realizzarsi di ogni uomo come uomo-dio e l'ineludibilità di rimanere sempre un dio-fallito.[3] Ciò che evidenzia il fallimento è l'angoscia che attanaglia l'uomo nel vivere il suo esistere come una libertà fasulla, basata sul nulla:

« Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà. E se si domanda qual è questo niente che fonda la libertà, risponderemo che non si può descriverlo perché non è, ma si può almeno indicarne il senso, in quanto questo niente è stato per l'essere umano nei suoi rapporti con se stesso. Corrisponde alla necessità per il motivo di non apparire come motivo altro che come correlazione di una coscienza "di" motivo. In una parola, poiché rinunciamo all'ipotesi dei contenuti di coscienza, dobbiamo riconoscere che non vi sono motivi "nella" coscienza ma solo "per" la coscienza. E per il fatto stesso che il motivo non può sorgere come apparizione, si costituisce da sé come inefficace.[27] »

Nelle ultime pagine autobiografiche del volume Le Parole, Sartre descrive il percorso tutt'altro che indolore che lo ha condotto all'ateismo.[3]

Il senso de La nausea e il pessimismo: il primo esistenzialismo[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Jean-Paul Sartre

La nausea è il più celebre romanzo esistenzialista, assieme a Lo straniero di Albert Camus, e la prima opera pubblicata da Sartre. La nausea che prova il protagonista del romanzo - Antoine Roquentin - deriva proprio da quella condizione di sostanziale gratuità della vita, ovvero il sentire la vita come priva di un senso necessario. Ma vi è anche l'estraneità della coscienza nei confronti della natura, vista come brutalità priva di alcuna coscienza.

La nausea è quindi un romanzo filosofico nella misura in cui ripropone, sia pure in maniera del tutto originale, una specie di dualismo tra ciò che è cosciente e ciò che è incosciente. Per Sartre infatti la coscienza è l'elemento che distingue due categorie ontologiche distinte, appartenenti a due livelli ben distinti dell'essere.

La vita, secondo Roquentin, nel momento in cui ci appare come un unico e inevitabile flusso di esperienze senza un senso proprio, provoca la grande vertigine della nausea. Si può dunque dire che Sartre lamenta il fatto che la realtà non ci dia significato da sé, ma che è la coscienza dell'uomo a doverglielo dare. In questa impresa l'uomo è del tutto solo, perché non c'è un Dio a cui fare riferimento e porre domande.[3]

Questa possibilità, che è anche un compito, aperta all'uomo, è per diversi aspetti la stessa che provoca l'angoscia in Soren Kierkegaard, ma in quest'ultimo c'è una visione salvifica del Cristo a dare speranza. Non esiste un essere necessario "Dio" che possa dare significato dall'esterno a questa condizione esistenziale. L'esistenza è di per sé già compiuta nella sua evidenza, l'esistenza è assoluta e gratuita.

La condizione di chi si sente esistere è già vissuta come un esistente, seppure assurda perché senza uno scopo apparente, viviamo per vivere e per morire, gli eventi ci vengono incontro come fenomeni e non possiamo dedurli se non vengono in contatto con il nostro Io.[3] In risposta a questo pessimismo, Sarte concepirà la morale impegnata dell'esistenzialismo.[3]

L'umanismo e il secondo esistenzialismo[modifica | modifica wikitesto]

Sartre (al centro) con alcuni giornalisti e il generale George Marshall (1945)

Nell'opera L'esistenzialismo è un umanismo, Sartre presenta il suo esistenzialismo e risponde alle critiche avanzate da pensatori cristiani o marxisti, e in particolare dai comunisti, a cui desidera riavvicinarsi, pur mantenendo forte il suo umanismo. Costituisce un'introduzione "estremamente chiara", benché semplice, all'esistenzialismo, per essere letto senza la minima difficoltà anche da persone non abituate a testi filosofici più complessi. Tuttavia la troppa semplicità di questo testo ha condotto Sartre a rinnegarlo filosoficamente, affermando che non può costituire altro che una introduzione al suo pensiero (questo perché era originariamente una conferenza pubblicata dall'editore di Sartre a sua insaputa).[28] La nozione di senso della storia cara a Hegel, ma che Marx ammetteva non avere nulla di ineluttabile, è fortemente rigettata. Secondo Sartre, la libertà dell'uomo è tale nel suo proprio divenire che nessuno può prevedere, nemmeno a grandi linee, che direzione la Storia prenderà domani. Questo porta al rifiuto dell'ottimismo acritico dei marxisti (non di Marx) sui "domani che cantano" e che possono senz'altro non arrivare mai, ma anche del pessimismo.[29]

Etica e morale[modifica | modifica wikitesto]

La morale kantiana è ugualmente criticata. Sartre prende in particolare l'esempio di un giovane che debba scegliere tra occuparsi di sua madre oppure raggiungere la Resistenza francese a Londra. In entrambi i casi, la massima della sua azione non è morale, poiché deve necessariamente sacrificare un "fine in sé" riducendolo al grado di "mezzo": abbandonare sua madre è il mezzo per arrivare a Londra, abbandonare i combattenti è invece il mezzo per occuparsi di sua madre.[29]

È l'illustrazione della sua celebre, e particolare, "teoria dei vigliacchi e dei mascalzoni": «Quelli che nasconderanno a sé stessi, seriamente o con scuse deterministe, la loro totale libertà, io li chiamerò vigliacchi; gli altri che cercheranno di mostrare che la loro esistenza è necessaria, mentre essa è la contingenza stessa dell'apparizione dell'uomo sulla terra, io li chiamerò mascalzoni».[29]

L'uomo è pienamente responsabile di ogni sua scelta, anche se ci sono comunque delle cause per ogni azione negativa o positiva, che vanno individuate e analizzate; l'essere umano trova la sua massima realizzazione nell'impegno sociale e politico al miglioramento della propria e dell'altrui condizione.[29]

La scelta come "bene"[modifica | modifica wikitesto]

Per Sartre, "non c'è dottrina più ottimista" del suo nuovo esistenzialismo, che rifiuta il pessimismo e il nichilismo in quanto è «morale dell'azione e dell'impegno». La sola scelta umana e anti-trascendente è di per sé "un bene", anche quando non conduce al bene. A questo dilemma morale ("se la scelta è bene intrinseco per il soggetto e l'umanità, come giustificare le scelte negative?"; inoltre se l'uomo è responsabile per sé delle sue scelte perché non è un burattino del Fato, ma le sue scelte sono tutte giuste, diventa come se non fosse responsabile davanti agli altri) risponderà con l'adesione al marxismo, ma nel saggio del 1946 scrive:

« Soggettivismo vuol dire, da una parte, scelta del soggetto individuale per se stesso e, dall’altra, impossibilità per l’uomo di oltrepassare la soggettività umana. Questo secondo è il senso profondo dell’esistenzialismo. Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, come questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è un solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere. Scegliere d’essere questo piuttosto che quello è affermare, nello stesso tempo, il valore della nostra scelta, giacché non possiamo mai scegliere il male; ciò che scegliamo è sempre il bene e nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti. (...) così la nostra responsabilità è più grande di quello che vorremmo supporre perché coinvolge l’umanità intera.[30] »
La necessità come "bene" nel sistema del materialismo storico[modifica | modifica wikitesto]

L'esistenzialismo si configura quindi come una dottrina soggettivista e, fino a un certo punto, relativista, anche Sartre sceglierà poi razionalmente di impegnare la propria soggettività nella prospettiva marxista e nel materialismo storico, dove è la necessità a giustificare utilitaristicamente la scelta.[31]

L'esistenza e l'essenza[modifica | modifica wikitesto]

Sartre nel 1965

Sartre afferma che «l'esistenza precede l'essenza» e "l'uomo è condannato a essere libero"[29], famose frasi de L'esistenzialismo è un umanismo che riprende ne L'essere e il nulla, in cui Sartre affronta il problema dell'ontologia e della fenomenologia. L'Esistenza (la forma sensibile, che per il materialista Sartre è il risultato pratico dell'azione del pensiero) è ritenuta superiore all'Essenza (il motivo per cui l'essere è così e non altro, come l'Idea platonica) che è identificata tradizionalmente con l'Essere (cioè che è), e che si manifesta invece nel pensiero teorico. Per Sartre è quindi l'esistenza, cioè il fatto compiuto, quello che conta davvero, è l'uomo e la sua attività la cosa più importante, più che la speculazione teorica astratta, se essa resta mero pensiero.[29] Se l'esistenza viene prima dell'essenza, occorre partire dalla soggettività. L'uomo è costretto ad inventare l'uomo e su di lui cade la responsabilità totale dell'esistenza, deve cercare uno scopo fuori di sé, solo così si realizzerà. Il passo successivo è identificare l'essere col nulla, staccandolo dalla speculazione; dopo aver spodestato completamente l'essere, l'uomo si trova quindi al centro di tutto, come nell'umanesimo del Rinascimento. Alla fine, con l'adesione al marxismo, sarà l'essenza della materia a trascendere tutto all'interno della filosofia sartriana.[32]

Durante la sua prigionia di guerra (1940-1941) Sartre lesse Essere e tempo di Martin Heidegger, una ricerca ontologica condotta con la visione ed il metodo della fenomenologia di Edmund Husserl (che di Heidegger fu il maestro). L'opera di Heidegger fu in effetti prodromica a quella sartriana, il cui sottotitolo recita "Saggio fenomenologico sull'ontologia". Il saggio di Sartre è manifestamente influenzato da Heidegger, sebbene l'autore francese nutrisse profondo scetticismo riguardo ad ogni forma in cui l'umanità potesse raggiungere una sorta di stato personale di realizzazione comparabile con l'ipotesi heideggeriana di re-incontro con l'Essere. Nella sua più tetra descrizione de L'essere e il nulla, l'uomo è una creatura ossessionata da una visione di "compiutezza", che Sartre chiama ens causa sui,[33][34] e che le religioni fanno coincidere con Dio. Venuti al mondo nella realtà materiale del proprio corpo, in un universo disperatamente materiale, ci si sente inseriti nell'essere (con la "e" minuscola). La coscienza è in uno stato di coabitazione con il suo corpo materiale, ma non ha alcuna realtà obiettiva; è nulla (nel senso etimologico di nulla res, "nessuna cosa"). La coscienza ha l'attitudine di concettualizzare le possibilità, e di farle apparire, o di annichilirle.[34]

L'attivismo e il comunismo: l'esistenzialismo marxista[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale, insieme alla cospicua produzione di opere drammaturgiche di alto livello, l'attenzione di Sartre si rivolge all'azione politica. Ma si può dire che in esse esistenzialismo e politica trovino la loro sintesi intellettuale. Egli si avvicina al comunismo benché i suoi rapporti con il Partito comunista non saranno mai facili. Con la definitiva adesione al comunismo, Sartre si mette decisamente in gioco a favore di questo e dà inizio a un suo ruolo di engagé che farà da modello a molti intellettuali di sinistra tra gli anni '50 e '80. Il resto della sua vita è segnato dal tentativo di riconciliare le idee esistenzialistiche con i principi del marxismo, convinto che le forze socio-economiche determinino il corso dell'esistenza umana e che il riscatto economico per la classe operaia possa diventare anche culturale.[3]

La critica della ragione dialettica e il materialismo storico[modifica | modifica wikitesto]

È in questa prospettiva che nasce il progetto della Critica della ragion dialettica (che uscirà nel 1960) e contemporaneamente la rottura sia con Albert Camus che con Maurice Merleau-Ponty, non disposti a seguirlo nella sua radicalizzazione politica e avversi (soprattutto il primo) all'Unione sovietica, mentre il secondo si staccherà anch'egli in maniera più graduale dal comunismo sovietico(dopo che inizialmente aveva giustificato i processi di Stalin in Umanesimo e terrore). La Critica, però, non è per niente allineata alla dottrina comunista sovietica, ma propone una visione della società che lascia all'individualità larghi spazi di libertà e di affermazione, anche se in una prospettiva deterministica. Nel perseguimento della "unità dialettica del soggettivo e dell'oggettivo" la soggettività è infatti dipendente dall'oggettività socio-ambientale come suo "campo delle possibilità".[3]

La libertà condizionata dell'uomo è in rapporto a un ampio sottofondo di necessità. Gli assunti fondamentali di L'essere e il nulla sono perciò nella Critica della ragion dialettica definitivamente negati con l'assunzione teorica del materialismo storico marxiano. È infatti il regno del "pratico-inerte" (l'essenza della materia) a imporsi, a dominare, a determinare la necessità e ad imporla anche all'uomo. Sartre viene quindi a scrivere:

« Non è né nell'attività dell'organismo isolato e né nella successione dei fatti fisico-chimici che la necessità si manifesta: il regno della necessità è il dominio, reale, ma ancora astratto dalla storia, dove la materialità inorganica si chiude sulla molteplicità degli uomini e trasforma i produttori nei loro prodotti. La necessità, come limite nel seno della libertà, come evidenza accecante e come momento del rovesciamento della praxis in attività pratico-inerte diventa, dopo la caduta dell'uomo nella società seriale, la struttura stessa di tutti i processi di serialità, quindi la modalità della loro assenza nella presenza e di una evidenza svuotata.[35] »
Sartre e de Beauvoir in Israele nel 1967, accolti da Avraham Shlonsky e Leah Goldberg all'aeroporto di Lod presso Tel Aviv. Pur non condividendo la politica israeliana dopo il 1967, Sartre fu sempre un attivo critico dell'antisemitismo in ogni sua forma.[36]

Rapporti con l'Unione sovietica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1952, Sartre si era impegnato in un "matrimonio di ragione" con i sovietici: in particolare, partecipa al Congresso nazionale della pace a Vienna nel novembre 1952, organizzato dall'URSS, e la sua presenza conferisce all'avvenimento una considerazione insperata. Sartre arriva fino ad autocensurarsi facendovi impedire la ripresa della sua pièce Le mani sporche, che i comunisti consideravano antibolscevica, in quanto alludeva all'assassinio di Lev Trotsky, e che era previsto andasse in scena in quel periodo a Vienna.[3] I comunisti potevano ora rallegrarsi per aver acquisito alla loro causa il filosofo e lo scrittore più celebre del mondo. Questo allineamento di Sartre ai comunisti separa lo stesso Sartre e Albert Camus (che abbraccia l'anarchismo al posto del marxismo), precedentemente molto vicini. Per Camus l'ideologia marxista non deve prevalere sui crimini staliniani, laddove per Sartre, che è al corrente di tali crimini, non si devono utilizzare questi fatti come pretesto per abbandonare l'impegno rivoluzionario. Già nel 1950 infatti Sartre e Merleau-Ponty denunciano pubblicamente il sistema dei gulag in un articolo.[37]

Nel 1954, al ritorno da un viaggio in URSS, Sartre diede invece a Libération, un quotidiano vicino al PCF, una serie di sei articoli che illustravano la gloria dell'URSS. Ancora nel 1955 scrisse una pièce teatrale (il Nekrassov) che fustigava la stampa anticomunista.[3] Dopo il rapporto Kruscev, Sartre comincerà ad avere dei dubbi sull'URSS, e affermò di trovare «inammissibile l’esistenza dei campi di concentramento sovietici, ma trovo altrettanto inammissibile l’uso giornaliero che ne fa la stampa borghese... Kruscev ha denunciato Stalin senza fornire sufficienti spiegazioni, senza avvalersi di un’analisi storica, senza prudenza», rifiutando di condannare in toto l'esperienza sovietica, perché considerata una fase di passaggio che aveva, perlomeno, un obiettivo ideale ancora da raggiungere.[38] In un articolo sulla tortura nella guerra d'Algeria, esprimerà però la sua netta condanna delle pratiche staliniane più deteriori.[15]

Parlando del dissidio con Merleau-Ponty, affermò:

« L’esistenza dei campi, egli diceva, permetteva di misurare tutta l’illusione dei comunisti di oggi. Ma subito dopo aggiungeva: “È questa illusione che ci impedisce di confondere il comunismo e il fascismo. Se i nostri comunisti accettano i campi e l’oppressione è perché essi sono in attesa di una società senza classi... Mai nazista si è ingombrato la testa di idee quali riconoscimento dell’uomo da parte dell’uomo, internazionalismo, società senza classi. È vero che le idee trovano nel comunismo di oggi soltanto un portatore infedele... resta il fatto che ci rimangono”. E aggiungeva in maniera ancor piú esplicita: “Noi abbiamo gli stessi valori di un comunista... Possiamo pensare che egli li comprometta, incarnandoli nel comunismo di oggi. Certo è che questi valori sono nostri e che noi non abbiamo, al contrario, niente in comune con un buon numero degli avversari del comunismo... L’URSS si trova grosso modo situata... dalla parte delle forze che lottano contro le forme di sfruttamento da noi conosciute... Non bisogna avere indulgenza nei confronti del comunismo, ma non si può in nessun caso venire a patti con i suoi avversari. La sola critica sana è quindi quella che prende di mira, nell’URSS e fuori dell’URSS, lo sfruttamento e l’oppressione”.[39] »

e sostenendo poi che vi era una differenza capitale tra i crimini sovietici e i crimini borghesi, anche se i primi parevano odiosi in un regime nato per evitare i secondi, i crimini sovietici erano colpe del momento storico, mentre i crimini borghesi si sarebbero perpetuati per sempre nel sistema capitalista:

« Niente di piú chiaro; qualunque siano i suoi crimini, l’URSS ha questo temibile privilegio nei confronti delle democrazie borghesi: l’obiettivo rivoluzionario. Un inglese diceva, a proposito dei campi: “Sono le loro colonie”. Al che Merleau risponde: “Quindi le nostre colonie, mutatis mutandis, sono i nostri campi di lavoro”. Ma questi nostri campi non hanno altro scopo che di arricchire le classi privilegiate; quelli russi sono forse piú criminali ancora poiché tradiscono la rivoluzione; ma rimane il fatto che sono stati costruiti con l’idea di servirla. Può darsi che il marxismo si sia imbastardito, che le difficoltà interne e la pressione esterna abbiano falsato il regime, deviato le istituzioni, stornato il socialismo dal suo corso la Russia rimane qualche cosa che non si può confrontare con le altre nazioni; non è permesso giudicarla che dopo aver accettato la sua impresa e nel nome di questa.[39] »

concludendo poi

« Insomma, cinque anni dopo il suo primo articolo, in un momento di estrema gravità, egli ritornava ai princípi della sua politica: a fianco del partito, vicino al partito, mai dentro. Il partito era il nostro unico punto di riferimento; l’opposizione dall’esterno il nostro solo atteggiamento nei suoi confronti. Attaccare soltanto l’URSS significava assolvere l’occidente. Si può trovare in questo fermo proposito un’eco del pensiero trotskista: se l’URSS è attaccata, diceva Trotski, bisogna difendere le basi del socialismo; quanto alla burocrazia staliniana, non tocca al capitalismo regolare i conti con essa, se ne incaricherà il proletariato russo.[39] »

Il suo sodalizio con il PCF e il sostegno attivo all'URSS terminarono all'indomani degli avvenimenti dell'autunno del 1956, quando i carri sovietici soffocarono la rivoluzione ungherese. L'insurrezione fece riflettere molti comunisti sul fatto che esisteva un proletariato al di fuori dal partito comunista con istanze non solo non rappresentate o misconosciute ma addirittura negate e avversate. Sartre, dopo aver firmato una petizione di intellettuali di sinistra e di comunisti contestatari, il 9 novembre concesse una lunga intervista al settimanale l'Express (giornale mendésista), per smarcarsi platealmente dal partito. Nel 1956 Sartre decise un cambiamento di strategia ma non cambiò le sue opinioni: socialiste, anti-borghesi, anti-americane, anti-capitaliste, e soprattutto anti-imperialiste; la lotta dell'intellettuale impegnato continuò e prese una nuova forma in seguito agli avvenimenti della guerra d'Algeria.[3] Nel 1968 attaccò Breznev e supportò la primavera di Praga di Alexander Dubček, che sarà stroncata nuovamente dai sovietici:

« Non fu un cambiamento di idee. Da sempre sono stato più anarchico che marxista. (...) Quando i carri armati sovietici entrarono a Praga e coraggiosi militanti di sinistra vennero uccisi perché reclamavano l'indipendenza da Mosca, e da ogni altra potenza, allora dovemmo denunciare l'invasione. »
(Sartre sull'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968)

Altre controversie politiche e critiche[modifica | modifica wikitesto]

Rapporti con il maoismo e i regimi comunisti[modifica | modifica wikitesto]
Sartre e Simone de Beauvoir vendono per strada il giornale La cause du peuple, per protestare contro la proibizione e la sua chiusura (1970)
« Potrebbe esserci una dittatura mondiale, oggi, ma nessuno storico, o quasi nessuno, affermerebbe oggi che la dittatura sia meglio della democrazia borghese, proprio come quasi nessuno prima affermava che un legislatore divino fosse meglio della monarchia parlamentare. Ogni tappa può essere superata temporaneamente e il mondo può anche regredire temporaneamente, ma una volta fondata nell'ethos umano, la nozione di progresso si propaga tra la gente di tutto il mondo. »
(Citato in Parlando con Sartre di John Gerassi, pag. 207)

Negli anni '50, nella Parigi degli ambienti terzomondisti, Sartre conobbe anche un giovane cambogiano di nome Saloth Sar, con cui condivide la militanza nel Partito Comunista Francese, che diverrà poi noto alle cronache molti anni dopo con il nome di battaglia di Pol Pot, capo dei guerriglieri Khmer Rossi e feroce presidente della Kampuchea Democratica dal 1975 al 1979. Sartre fu accusato anche, da commentatori di area conservatrice e anticomunista[40] di aver influenzato indirettamente l'ideologia dei suddetti Khmer Rossi, tramite l'ex allievo Pol Pot che la portò alle estreme conseguenze fondendola con un nazionalismo totalitario esasperato, con ripetute violazioni dei diritti umani come già si erano viste con Stalin e la degenerazione del comunismo sovietico, sebbene secondo la maggioranza dei commentatori l'azione del Partito Comunista di Kampuchea non è ovviamente da imputare all'ideologia e alla filosofia sartriana.[41][42] Per aver guardato con simpatia all'Unione Sovietica di Stalin (almeno prima della destalinizzazione e della denuncia dei crimini del leader bolscevico da parte di Nikita Krusciov), alla rivoluzione di Mao Tse-tung - per un lungo periodo Sartre sosterrà il maoismo, nella speranza che potesse essere un comunismo non burocratico e popolare, speranza che andrà delusa - e per l'amicizia, poi interrotta, con Fidel Castro, Sartre venne accusato di supportare le dittature, in ossequio all'ideologia.[41]

Sartre e la rivoluzione cubana[modifica | modifica wikitesto]

Sostenitore attivo della rivoluzione cubana dal 1960, amico di Che Guevara e Fidel Castro, egli ruppe poi con il Líder Máximo nel 1971 a causa dell’«affaire Padilla»; Sartre firmò con la de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini e altri intellettuali di sinistra e non solo (con l'eccezione di Gabriel García Márquez) una lettera di critica al governo cubano, per aver arrestato e poi costretto ad una pubblica autocritica in cui accusava sé stesso e la moglie (condizione imposta per l'immediato rilascio e la concessione del visto d'uscita) il poeta Heberto Padilla, accusato di avere scritto contro la Rivoluzione e il castrismo. Per Sartre questo atto fu un abuso di potere e un attacco alla libertà d'espressione, non una difesa dai controrivoluzionari, come sostenuto a Cuba.[43] Egli dirà poi di Fidel Castro: «Il m’a plu, c’est assez rare, il m’a beaucoup plu» (cioè "Mi è piaciuto, è piuttosto raro, mi è piaciuto molto").[3] Discussa è l'influenza reciproca tra la dottrina politica di Guevara e quella marxista-esistenzialista di Sartre e dei sartriani, anche se di certo entrambi ponevano l'accento sulla questione umanistica (per Marx facente parte della sovrastruttura, quindi "superflua", oppure derivata dalla struttura, ma secondaria) più che su quella economica del marxismo tradizionale.[44][45]

Adesione all'anarco-comunismo[modifica | modifica wikitesto]

Sartre sosterrà poi con forza il governo socialista democratico di Salvador Allende in Cile. In seguito a fatti come il genocidio cambogiano (peraltro poco conosciuto in Occidente prima del 1980) e la persecuzione degli omosessuali a Cuba[46], negli ultimi anni di vita Sartre si staccò dal comunismo statalista per avvicinarsi a quello anarchico (l'ideale anarchico, anche se in senso più individualistico, lo aveva attratto anche da giovane, portandolo inizialmente a criticare Lenin).[47][48][49][50]

Sartre con Simone de Beauvoir e Che Guevara, a Cuba nel 1960. Di Guevara, Sartre scriverà che «non era solo un intellettuale, era l'essere umano più completo del nostro tempo.»[51] La coppia era presente durante la cerimonia in cui Alberto Korda scattò al "Che" la celebre immagine Guerrillero Heroico, e venne anch'essa fotografata.

Rivoluzione e violenza rivoluzionaria secondo Sartre[modifica | modifica wikitesto]

Pur stimando le persone di Mao Tse-tung e di Lenin (altro punto di contrasto con Camus, che vedeva nel leninismo il tradimento del marxismo e della stessa rivoluzione d'ottobre), Sartre prenderà poi le distanze dai regimi nati dalle loro rivoluzioni, e alcune critiche alla realizzazione del socialismo reale e degli stati socialisti vennero da lui pronunciate, unite ad una sempre presente critica al capitalismo e a considerazioni sull'ineluttabilità della guerra e della violenza rivoluzionaria; secondo il filosofo la storia procedeva verso il progresso, e gli errori non potevano fermarla, se l'impianto di fondo era buono; come il capitalismo, anche il comunismo faceva errori e causava morti, ma secondo lui sarebbe migliorato col tempo, e avrebbe portato al miglioramento della società, mentre il capitalismo selvaggio al suo collasso:

« Nessuno afferma che le rivoluzioni siano facili. Se definiamo il progresso come l'aumento della gente che partecipa alle decisioni che riguardano la sua vita, non ci possono essere dubbi che, oltre ai massacri, ai genocidi, agli omicidi di massa che hanno abbondantemente segnato la storia dell'umanità, c'è stato un progresso. (...) Guarda la Rivoluzione culturale, per esempio. Sembra che sia terminata in orribili eccessi (dico «sembra che» perché non ho fiducia nella nostra opinione pubblica, cioè negli storici dell'establishment e nei media). Però la caratteristica principale della Rivoluzione culturale è che il popolo stabilisce le politiche e gli amministratori amministrano quella politica.(...) E tutti gli uomini del re, tutti quei propagandisti a Washington e a Londra non possono cancellarlo. Mao diceva: «Due passi avanti, un passo indietro».(...) Credo che una rivoluzione sia impossibile senza il terrore, precisamente perché il diritto ricorrerà al terrore per fermarla.(...) Non c'è stato terrore a Cuba (...) perché, come hai detto, Castro permise ai tribunali popolari di giudicare gli aguzzini di Batista come un modo per far uscire alla luce del giorno l'odio (...) Gli Stati Uniti permisero ai ricchi di emigare come volevano (...) Fidel li lasciò partire. »
(da Parlando con Sartre, pp. 207 e 256)

Altre prese di posizioni politiche degli anni '60 e '70[modifica | modifica wikitesto]

Sartre e de Beauvoir si esprimeranno anche contro il fondamentalismo islamico della rivoluzione iraniana (1979), pur essendo avversi al precedente regime filoamericano dello scià, in particolare Simone de Beauvoir organizzerà manifestazioni contro l'imposizione del chador alle donne iraniane ed entrambi sosterrano politicamente il partito comunista iraniano, il Tudeh (in esilio in occidente).[36]

Tra le critiche fatte a Sartre fu quella di non essersi opposto alla pena di morte per certi reati politici nei paesi del blocco sovietico (anche se nel 1950 era stato tra gli intellettuali che avevano richiesto la grazia per la giurista dissidente cecoslovacca Milada Horáková, assieme ad Einstein e altri[52]) in quanto "estrema sanzione" per elementi controrivoluzionari, da usare in casi-limite e solo per "salvare la rivoluzione" (per i crimini comuni era contrario, ma si astenne sempre da esplicite campagne abolizionistiche, al contrario di Camus, cosa che non fu perdonata a Sartre dai detrattori[53]), e per aver giustificato in parte l'uso del terrorismo come ultima arma politica contro forze militari nemiche, una «terribile arma, ma i poveri oppressi non ne hanno altre», disse riferendosi alla lotta dei palestinesi nel conflitto arabo-israeliano.[54]

Fra il 1977 e il 1979, all’epoca in cui nel Parlamento francese era in discussione la riforma del Codice penale, numerosi intellettuali francesi si schierarono a favore dell'abolizione della legge sull'età del consenso; nel 1977, molti filosofi e pensatori tra i quali lo stesso Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida, Roland Barthes e Simone de Beauvoir, sottoscrissero alcune petizioni indirizzate al Parlamento, chiedendo l'abrogazione di numerosi articoli di legge e la depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni (l'età del consenso in Francia), le cosiddette Pétitions françaises contre la majorité sexuelle.[55]

L'uomo esistenzialista[modifica | modifica wikitesto]

Sartre fotografato in Piazza San Marco a Venezia nel 1967

Nell'esistenzialismo di Sartre si realizza lo stesso paradosso di Heidegger e Jaspers: la trasformazione del concetto di possibilità in impossibilità. Secondo Sartre l'uomo è definito come "l'essere che progetta di essere Dio" (in "L'essere e il nulla"), ma questa attività si risolve in uno scacco: ciò che per Heidegger e Jaspers è nullificato dalla realtà fattuale, in Sartre è nullificato dalla molteplicità delle scelte e dall'impossibilità di discriminarne la fondatezza e validità.[3] Tra i cardini filosofici di questo esistenzialismo vi sono vari concetti[3]:

  • Se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta, esemplificato dalla frase Ein Mal ist kein Mal (una volta è nessuna volta).
  • Contingenza dell'essere: il mondo è «assurdo», senza ragione. È «di troppo». Esiste semplicemente, senza «fondamento». Le cose e gli Uomini esistono di fatto, e non di diritto. (concetto espresso anche ne La nausea.)
  • L'Uomo è definito dalla coscienza (il "per sé" che si oppone all'"in sé"). Ovvero ogni coscienza è coscienza di qualcosa (idea d'intenzionalità ripresa da Husserl). L'Uomo è dunque fondamentalmente aperto sul mondo, «incompleto», «girato verso», esistente (proiettato fuori di sé): c'è in lui un niente, un «foro nell'essere» suscettibile di ricevere gli oggetti del mondo.
  • La coscienza è ciò che non coincide mai con se stessi, ciò che è potenza di "nullificazione" (cioè di negazione, cioè d'azione) grazie all'immaginazione (che può pensare ciò che non è). La coscienza rende dunque il progetto possibile.
  • L'Uomo è assolutamente libero: egli non è nient'altro che ciò che egli fa della sua vita, egli è un progetto. L'esistenza precede l'essenza (contro Hegel: non c'è essenza predeterminata, l'essenza è liberamente scelta dall'esistente).

L'impegno non è una maniera di rendersi indispensabile e non importa chi è l'impegnato, esso è intercambiabile, quindi[3]:

  • «L'Uomo è condannato ad essere libero», e qualunque cosa faccia lo rimane: non impegnarsi è ancora una forma d'impegno, poiché se ne è responsabili. Inoltre, Dio non esiste (e in ogni caso "se esistesse ciò non cambierebbe nulla"), per cui l’uomo è unica fonte di valore e di moralità; è condannato ad inventare la propria morale.
  • Rifiuto del concetto freudiano d'inconscio, sostituito con la nozione di «malafede»: l'inconscio non saprebbe diminuire l'assoluta libertà dell'Uomo. Il criterio della morale non si trova dunque al livello delle "massime" kantiane ma degli "atti". La «malafede», sul piano pratico, consiste nel dire: "quel che conta è l'intenzione".
  • Intersoggettività: il soggetto tende a fare degli altri un oggetto e a percepirsi come l'oggetto d'altri (esempio particolare del "gesto sporco" sorpreso mentre fatto di nascosto).

L'uomo non vive se non in relazione all'altro (pur essendo presenti a volte, in Sartre, un certo elitarismo e misantropia), e l'"IO" sartriano non è più soggettivo ma oggettivo, in quanto è riferito ad ogni uomo in chiave universale e, in sintesi, siamo come una stanza con una finestra che si affaccia sul mondo esterno... e sta a noi, e solo a noi, decidere di aprirla.[3]

L'esistenzialismo, quindi, a detta dello stesso Sartre[2], vuole essere una filosofia della responsabilità: l'uomo non ha scusanti di fronte alla scelta, la sua caratteristica è il libero arbitrio. Nessuno insomma può giustificarsi, e invocare la necessità di una determinata posizione, magari mascherandosi dietro a varie forme di determinismi (la volontà di Dio, oppure le leggi storiche/sociali), semplicemente perché anche la non scelta è una scelta, talvolta più conveniente ma sempre una scelta deliberata. Il sentimento dell'angoscia, quindi, è intimamente connesso alla possibilità dell'uomo che ha di scegliere, che si pone davanti alle diverse possibilità; alla libertà dell'uomo. La libertà è intimamente connessa col nulla, e l'uomo nella sua esistenza convive con il non essere. Questo, come chiarisce Sartre in più punti, non porta ad una concezione pessimista, ma è una filosofia non consolatoria e della responsabilità, perché sottolineando l'essere prima dell'essenza, invita l'uomo a "creasi una propria morale", a scegliere autenticamente, e nel momento in cui opera questa scelta a livello personale, in realtà sta scegliendo per l'umanità. L'uomo è ciò che sceglie, in questo senso, che non vi è un concetto, un'essenza predefinita dell'uomo prima della sua scelta, ma è esattamente quello che sceglie di diventare.[3]

Il pensiero (già azione in sé) deve essere seguito dall'azione pratica, non conta la potenza ma solo l'atto, respingendo quindi il quietismo, qui inteso come pessimismo rinunciatario[56]:

« L’uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si pone in atto; non è, dunque, niente altro che la somma dei suoi atti, niente altro che la sua vita. Da questo possiamo comprendere perché la nostra dottrina faccia orrore a un certo numero di persone. Perché, spesso, esse hanno un solo modo di sopportare la loro miseria, ed è di pensare: le circostanze sono state contro di me, io volevo molto di più di quello che sono stato. »
(da L'esistenzialismo è un umanismo)

Presunta conversione religiosa e ripensamenti politici[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1980, pochi mesi prima di morire, Sartre fu intervistato da Benny Lévy. Il contenuto delle interviste, incentrato sui temi della speranza, della libertà e del potere, pubblicato da Le Nouvel Observateur, sconcertò i lettori, abituati al suo esistenzialismo ateo, ma il filosofo confermò l'autenticità dei testi (tuttavia resi pubblici solo dopo la morte nella loro interezza), nei quali si legge tra l'altro, una sorta di conversione "deista" (ma anche un appoggio al giudaismo, che era più che altro un'idea di Levy, che era ebreo di famiglia, a differenza di Sartre, nato da una famiglia cattolica e protestante e di cui non risultano conversioni all'ebraismo):

« Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell'universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio. »
(Sartre nel 1980)

Sartre respinse inoltre l'invito dei suoi amici più intimi a non manifestare tali idee, compreso quello della sua compagna, Simone de Beauvoir, che nel 1982 commentò su "National Review": «Come si potrebbe spiegare questo senile atto di un voltagabbana? Tutti i miei amici, tutti "le Sartreans", e la redazione di Les Temps Modernes mi hanno sostenuto nella mia costernazione».[57]. Per gli studiosi di Sartre è un enigma che deve ancora essere spiegato in modo soddisfacente, anche se una certa tensione verso l'Assoluto e verso argomenti religiosi, in senso lato e in maniera sentimentale, e non razionale, è reperibile in parte della sua opera, ad esempio in Bariona o il figlio del tuono (1940), opera scritta prima che abbandonasse la fede religiosa e, riprendendo Feuerbach e Nietzsche, affermasse che Dio esisteva in quanto creazione umana, ergo non esisteva realmente ma era utile a livello pratico in certi momenti umani[58][59][60], come dirà in seguito:

« Avevo bisogno di Dio, mi fu dato, lo ricevetti senza capire che lo cercavo. Non potendo attecchire nel mio cuore, egli ha vegetato in me, poi è morto. Oggi, quando mi si parla di Lui, dico con quel tanto di divertito, senza una punta di rimpianto, nel modo in cui un vecchio, vagheggiando, si rivolge a una vecchia fiamma incontrata per caso: "Cinquant’anni fa, senza quel malinteso, senza quell’errore, senza quell’incidente che ci separò, avrebbe potuto esserci qualcosa fra noi". »
(Sartre nel 1972[61])

In alcuni di questi interventi, sembrò rinnegare il marxismo-leninismo (come aveva già fatto qualche anno prima, avvicinandosi all'anarco-comunismo, ma in maniera ora più netta), rigettando anche parte del pensiero esistenzialista, suo e della de Beauvoir. Ronald Aronson ha commentato che le interviste non vanno estrapolate da un certo contesto e non sono attribuibili a tardive conversioni o discorsi di una mente danneggiata dalla malattia (anche se potrebbe aver influito la depressione per l'impossibilità a scrivere di suo pugno, nonché le delusioni politiche subite dalle grandi idee in cui aveva riposto la sua fiducia, in primo luogo dallo stalinismo e dal maoismo), come sostenuto da alcuni critici, ma al contrario rappresentano un'evoluzione del classico pensiero sartriano, da sempre in "divenire" dialettico e storicizzato, a modo suo coerente[60]:

« Passando di fallimento in fallimento, si raggiunge il progresso.[62] »

John Gerassi sostiene che Sartre sapeva quello che diceva e che il suo obiettivo era quello di creare uno scandalo, una nuova provocazione, questa volta post-mortem, considerando che invece le conversazioni registrate con Simone de Beauvoir nello stesso periodo sono di altro tono.[8]

Critiche al pensiero intellettuale[modifica | modifica wikitesto]

È stato spesso rimproverato a Sartre un certo intellettualismo, poco conciliabile con le sue convinzioni socio-politiche, marxiste e favorevoli alla cultura popolare. Il suo principale saggio filosofico, L'essere e il nulla, appare talvolta giocato su una teorizzazione della coscienza che ricorda troppo da vicino la metafisica colta che vorrebbe combattere.[3]

Critiche da altri esistenzialisti[modifica | modifica wikitesto]

Martin Heidegger

Oltre alle critiche alla visione politica comunista e marxista, ad esempio quelle dell'ex collaboratore Albert Camus, anarchico, e dei suoi ammiratori[63], e quelle degli esistenzialisti disimpegnati, come Emil Cioran (nel Sommario di decomposizione ne traccia un caustico e anonimo - ma riconoscibile - ritratto: «impresario di idee», «pensatore senza destino», nel quale «tutto è notevole, salvo l'autenticità», «infinitamente vacuo e meravigliosamente ampio», ma proprio per questo capace, con un'opera che "degrada il nulla" come una merce, di soddisfare «il nichilismo da boulevard e l'amarezza degli sfaccendati»[64]) ed Eugene Ionesco, tra quelle meramente filosofiche vi è quella dell'altro grande teorico dell'esistenzialismo, Martin Heidegger.

La critica di Heidegger[modifica | modifica wikitesto]

Heidegger accusa l'autore de L'essere e il nulla di soffermarsi su tematiche meramente "esistentive", anziché rivolgersi ad una visuale davvero esistenziale, che si occupi cioè del rapporto dell'ente (cioè l'Essenza) con l'Essere. Con la sua opera Essere e tempo il pensatore tedesco, spesso accusato dagli altri esistenzialisti di essersi compromesso col nazismo, afferma invece di avere tracciato i veri punti di riferimento del movimento. Per Heidegger (in polemica contro gran parte della filosofia dopo Platone) l'Essere e l'Essenza sono due cose diverse, ed entrambe precedono gerarchicamente l'Esistenza.[65]

Heidegger risponde inoltre a Sartre, in maniera indiretta, sul ruolo dell'intellettuale e criticando l'umanismo degli esistenzialisti francesi: «Il pensiero non è solo l'engagement dans l'action per e mediante l'ente, nel senso del reale della situazione presente. Il pensiero è l'engagement per e attraverso la verità dell'essere [...] quel che conta è l'essere, non l'uomo».[66]

Critiche marxiste e cattoliche[modifica | modifica wikitesto]

L'essere e il nulla venne attaccato anche dai marxisti non esistenzialisti e dai cattolici. I cattolici vi scorsero una filosofia atea e materialistica, mentre i marxisti lo accusarono di idealismo e di pessimismo. Nel saggio L'esistenzialismo é un umanismo, Sartre si difese rifiutando le interpretazioni pessimistiche e individualistiche, sostenendo di aver proposto una filosofia dell'uomo libero, con rapporti e responsabilità verso gli altri esseri umani.[67]

Altre critiche[modifica | modifica wikitesto]

Sartre è stato attaccato anche da Louis-Ferdinand Céline nel pamphlet À l'agité du bocal, risposta al testo di Sartre Ritratto dell'antisemita, in cui il pensatore esistenzialista attaccava l'antisemitismo e criticava duramente lo scrittore del Viaggio al termine della notte (libro che Sartre aveva grandemente ammirato alla sua uscita nel 1932), per i suo pamphlet filo-nazisti scritti prima e durante la guerra.[68]

Sartre nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Sartre è spesso citato dal personaggio di Gil Grissom (e da altri personaggi), criminologo della serie televisiva americana CSI - Scena del crimine.[69]
  • Viene citato nella canzone Bologna di Francesco Guccini, dall'album Metropolis (1981): «Bologna per me provinciale Parigi minore: / mercati all'aperto, bistrots, della "rive gauche" l'odore / con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l'assenzio cantava...»
  • Il film TV francese Les Amants du Flore di Ilan Duran Cohen (2006) racconta la relazione di Sartre (interpretato da Lorànt Deutsch) e Simone de Beauvoir.
  • È direttamente citato nel film La vita di Adele, poiché la coprotagonista Emma dice ad Adele, al loro primo incontro, che si ritrova molto in questa figura, citando alcune sue opere, come Le mani sporche o L'esistenzialismo è un umanismo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce «Esistenzialismo», in Dizionario di filosofia Treccani
  2. ^ a b c J.-P. Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al Jean-Paul Sartre - Histoire du Monde
  4. ^ Sartre-De Beauvoir le relazioni pericolose - LASTAMPA.it
  5. ^ Maria Grazia Gregori, Sartre dimenticato. A teatro
  6. ^ Autistic philosophers
  7. ^ a b Quando Sartre guarda le foglie
  8. ^ a b c Review of The Late Interviews of Jean-Paul Sartre
  9. ^ Io piccola ebrea, amante di Sartre e Simone
  10. ^ Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. La fedeltà oltre il tradimento
  11. ^ (EN) Angelique Chrisafis, Academic tug-of-love over De Beauvoir legacy in The Guardian, 4 gennaio 2008. URL consultato il 29 agosto 2014.
  12. ^ Nazim Hikmet Biography
  13. ^ Julius and Ethel Rosenberg
  14. ^ Les Temps Modernes, 1953
  15. ^ a b Jean-Paul Sartre sulla tortura
  16. ^ a b Jean-Paul Sartre e la guerra d’Algeria…”L’Algérie n’est pas la France”
  17. ^ a b "Superstar of the Mind", by Tom Bishop in New York Times 7 June 1987
  18. ^ Jean-Paul Sartre - Hands across a century
  19. ^ Henry Samuel, Hell is other people removing your cigarette in The Telegraph, 10 marzo 2005.
  20. ^ Letteratura: Sartre e la droga, con allucinazioni vedeva aragoste
  21. ^ Secondo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2008, Sartre «rifiutò il Premio con grande enfasi pubblica e poi si fece avanti privatamente per ottenere l’assegno», rimanendo tuttavia ignorato dall’Accademia Svedese; vedere Dario Fertilio, Segreti da Nobel: intrighi a Stoccolma. Da Tolstoj a Fo: retroscena, polemiche e tic in Corriere della Sera, 9 ottobre 2008. URL consultato l'11 gennaio 2010.
  22. ^ La volta che Sartre rifiutò il Nobel
  23. ^ Sartre Cortege Plus Thousands End In Crush At The Cemetery in Boston Globe, Globe Newspaper Company, 20 aprile 1980. URL consultato il 9 maggio 2009.
  24. ^ Daniel Singer, Sartre's Roads to Freedom in The Nation, 5 giugno 2000. URL consultato il 9 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 2 giugno 2008).
  25. ^ S. de Beauvoir, La Cérémonie des adieux, 1981, p. 159: «Sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas. C'est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu si longtemps s'accorder».
  26. ^ Da Questions de méthode (Questioni di metodo), in Critique de la raisson dialectique, Gallimard, Paris, 1960, traduzione italiana di F. Ferniani, Il Saggiatore, Milano, 1976, pp. 92-96.
  27. ^ J.P. sartre, L'essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1965, pp.69-70
  28. ^ L'esistenzialismo è un umanismo - J. P. Sartre, a cura di Maria Marasco
  29. ^ a b c d e f Jean-Paul Sartre, Existentialism Is a Humanism, 1946, in Existentialism from Dostoyevsky to Sartre, ed. Walter Kaufman, Meridian Publishing Company, 1989; First Published: World Publishing Company in 1956; on-line su Marxists.org
  30. ^ Jean Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, GUM, pag. 31-32
  31. ^ Umanismo ed esistenzialismo: Sartre ed Heidegger
  32. ^ L'esistenzialismo di Sartre e Heidegger, filosofico.net
  33. ^ "Esistente a causa di sé stesso", ovvero "che è causa di sé". Tradizionalmente, un essere che non deve la propria esistenza ad altro essere, per cui Dio o un essere supremo, si confronti il concetto di primum mobile.
  34. ^ a b L'ontologia di Sartre
  35. ^ J.P. Sartre, Critique de la raison dialectique, Gallimard, Paris 1960, pp.375-376
  36. ^ a b Edward Said, «Il mio incontro con Jean-Paul Sartre»
  37. ^ Sartre: biografia e opere, La Frusta letteraria
  38. ^ Intellettuali progressisti e marxismo
  39. ^ a b c da Il filosofo e la politica, Editori Riuniti, Roma, 1972, pagg. 222-224
  40. ^ tra cui Paul Johnson, Francesco Alberoni e Vittorio Messori
  41. ^ a b Johnson, Paul, "The Heartless Lovers of Humankind", The Wall Street Journal, January 5, 1987.
  42. ^ Un'altra critica fu appunto quella di non aver condannato pubblicamente, nel suo ultimo anno di vita (in cui si era comunque ritirato dalla vita pubblica per seri problemi di salute), Pol Pot e gli altri Khmer Rossi, cosa tra l'altro condivisa dalla maggior parte dei mass media e degli intellettuali occidentali di sinistra (tra cui Noam Chomsky), essendo l'opinione pubblica concentrata sul Vietnam e all'oscuro, tranne pochi testimoni, della realtà cambogiana vista invece benevolmente. Solo negli anni '80 il regime di Pol Pot verrà pienamente compreso nel suo orrore e condannato universalmente; cfr. Peter Fröberg Idling, Il sorriso di Pol Pot. Un viaggio svedese nella Cambogia dei khmer rossi. 335 pp., Iperborea, Milano, 2010, ed. orig. 2006, trad. dallo svedese di Laura Cangemi; Carlo Carlucci, Memorie parigine: «Di certo il cambogiano che era a Parigi, che grazie all’influenza di Sartre si iscrisse al PCF e che subì il fascino e i dettati del Maestro, quel cambogiano divenuto poi famoso nel mondo con l’acronimo Pol Pot, forse da Politique Potentiel, di certo dicevo non si deve a Sartre quel massimalismo che lo indusse al terribile genocidio del suo popolo: ma qualche piccolo dubbio resta.»; inoltre è da ricordare che, mentre Sartre era filo-sovietico, i Khmer Rossi saranno finanziati dagli Stati Uniti (vedi John Pilger, Lo zio Sam e Pol Pot (oltre che da Cina, Regno Unito e Thailandia come dice sempre John Pilger, [https://aurorasito.wordpress.com/2013/04/12/come-thatcher-aiuto-pol-pot/ Come Thatcher aiutò Pol Pot) in funzione anti-vietnamita e anti-sovietica (quindi anticomunista), e da questi sostenuti fino al 1992.Fonte: L'asse Pol Pot-Washington in funzione antisovietica
  43. ^ Heberto padilla: "Fuera del juego"
  44. ^ L'umanesimo nel pensiero di Che Guevara
  45. ^ Pierre Kalfon, Il Che. Una leggenda del secolo, Feltrinelli, 2008, pag. 56
  46. ^ Affermò che gli omosessuali erano a Cuba come gli ebrei nel Terzo Reich, in Live recording in Conducta Impropria by Nestor Almendros, 1983
  47. ^ Sartre at Seventy: An Interview by Jean-Paul Sartre and Michel Contat in The New York Review of Books, 7 agosto 1975. URL consultato il 27 ottobre 2011.
  48. ^ R.A. Forum > Sartre par lui-même ( Sartre by Himself), Raforum.info, 28 settembre 1966. URL consultato il 27 ottobre 2011.
  49. ^ "Interview with Jean-Paul Sartre" in The Philosophy of Jean-Paul Sartre, ed. P.A. Schilpp, p.21.
  50. ^ John Gerassi, Parlando con Sartre. Conversazioni al caffè, pag. 420, Il Saggiatore, 2011
  51. ^ Citato in: Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, traduzione di Gloria Cecchini, Gina Maneri e Sandro Ossola, ed. Il Saggiatore, Milano, 2012, p. 406. ISBN 978-88-428-1781-9
  52. ^ Remember a martyr
  53. ^ Arianna Marchente, Jacques Derrida sulla pena di morte: «La condanna a morte non suggella solo l’alleanza tra due termini, bensì stabilisce una relazione a tre: quella tra il discorso religioso, quello politico e quello filosofico-ontologico.Questa particolare forma del diritto penale è infatti un altro nome del “proprio” dell’uomo che detiene, a differenza di tutti gli altri esseri viventi, la capacità di eccedere il limite naturale, di sacrificarsi in nome di una dignità che non teme la morte perché vale più della vita stessa. È un discorso chiaramente filosofico, che ha le sue radici nella platonica visione della filosofia e della vita come “esercizio di morte”, e prosegue attraverso la concezione kantiana della dignità umana, dell’uomo come unico essere vivente che, in quanto persona, deve essere considerato come un fine e mai come un mezzo, ragione per cui diviene necessario inscrivere la pena di morte nel suo diritto; ritroviamo poi questo discorso nell’hegeliana lotta per il riconoscimento, che presuppone il rischio della propria vita nello scontro, e nella filosofia heideggeriana, che fa della morte il discrimine più forte tra Dasein e animale: solo l’uomo può morire, l’animale cessa semplicemente di vivere.Osservando queste posizioni si capisce perché, commenta astutamente Derrida, non sono mai esistiti, nella storia della filosofia, discorsi abolizionisti: il discorso filosofico tradizionale infatti o riconosce la legittimità della pena di morte – come nel caso di Platone, di Kant e di Hegel – oppure si limita a tacere la questione – come fanno Heidegger e Sartre – , laddove tacere è un altro modo di non opporsi e quindi legittimare lo stato giuridico delle cose. I discorsi abolizionisti vengono condotti per lo più da giuristi – come nel caso di Cesare Beccaria – e quasi mai da filosofi».
  54. ^ Riguardo al massacro di Monaco (dove alcuni palestinesi di Settembre Nero sequestrarono un gruppo di atleti israeliani ai giochi olimpici di Monaco 1972, con lo scopo di attuare uno scambio con alcuni militanti palestinesi dell'OLP prigionieri, ma terminato in una strage dopo l'intervento delle forze speciali della polizia tedesca, e seguito da una rappresaglia del Mossad), pur rammaricandosi della strage, sostenne che l'attacco in sé era giustificato per varie ragioni, e il terrorismo, anche uccidere i nemici, era un'«arma terribile, ma i poveri oppressi non ne hanno altre. (...) E' perfettamente scandaloso che l'attacco di Monaco debba essere giudicato dalla stampa francese e da una parte dell'opinione pubblica come uno scandalo intollerabile.» (citato in Il secolo di Sartre di Bernard-Henri Lévy, p. 343). Tra le ragioni, Sartre ne espone alcune: «I palestinesi non hanno altra scelta, a causa della mancanza di armi e sostenitori, si sono volti al terrorismo... L'atto terroristico commesso a Monaco, ho detto una volta, è stato giustificato su due livelli: in primo luogo, perché gli atleti israeliani ai Giochi Olimpici erano soldati, e in secondo luogo, perché l'azione venne attuata per ottenere uno scambio di prigionieri».
  55. ^ [http://web.archive.org/web/20050404190912/http://www.decadi.com/dignaction/Fpetit.html Quelques pétitions ou lettres ouvertes pas sans équivoque]
  56. ^ Sartre non intende difatti il quietismo in senso teologico, ma in questo senso particolare
  57. ^ La “scandalosa” conversione di Jean-Paul Sartre | UCCR
  58. ^ Benny Lévy - Telegraph
  59. ^ Hope Now: The 1980 Interviews, Sartre, van den Hoven, Lévy
  60. ^ a b Jean-Paul Sartre e Benny Levy, Hope Now: The 1980 Interviews
  61. ^ citato in Sartre par lui même, 1972
  62. ^ J.-P. Sartre, B. Levy, Hope Now, III, pag. 54, Chicago Press, 1996
  63. ^ Michel Onfray, L'ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus
  64. ^ E.M. Cioran. La rivincita dell'anti-Sartre
  65. ^ Michele Lenoci, in AA.VV., Manuale di base di storia della filosofia. Autori, indirizzi, problemi, p. 176, Firenze University Press, 2009.
  66. ^ M. Heidegger, Lettera sull'umanismo
  67. ^ Diego Fusaro (a cura di), Jean-Paul Sartre, filosofico.net
  68. ^ À l'agité du bocal di L-F. Céline
  69. ^ Ad esempio nell'episodio Undici giurati arrabbiati

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Romanzi e racconti
Teatro
Autobiografia, corrispondenza
Essais
Saggi politici
Critica letteraria
Filosofia
Sceneggiature

Saggi su Sartre[modifica | modifica wikitesto]

  • Le siècle de Sartre, di Bernard-Henri Lévy, Grasset, 2000 (edizione italiana: Il secolo di Sartre. L'uomo, il pensiero, l'impegno, Il Saggiatore, 2004).
  • Sartre e l'esistenzialismo di Lorenzo Nardi, Edizioni Cremonese, Roma 1973

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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