Grazia Deledda

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano. »
(Motivazione del Premio Nobel per la letteratura[1])
Maria Grazia Cosima Deledda
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1926

Maria Grazia Cosima Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871Roma, 15 agosto 1936) è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871, quinta di sette tra figli e figlie,[2] in una famiglia benestante.[3]

Il padre, Giovanni Antonio Deledda, aveva studiato legge ma non esercitava la professione. Era un imprenditore e agiato possidente, si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e lui stesso componeva versi dialettali, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu sindaco di Nuoro nel 1892. La madre era Francesca Cambosu.[4] Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, Grazia Deledda viene seguita privatamente da un professore ospite di una parente della famiglia Deledda che le impartì lezioni di base di italiano, latino e francese (i costumi del tempo non consentivano alle ragazze un'istruzione oltre quella primaria e, in generale, degli studi regolari). Prosegue la sua formazione totalmente da autodidatta.[5] Importante per la formazione letteraria di Grazia Deledda, nei primi anni della sua carriera da scrittrice, è l'amicizia con lo scrittore, archivista e storico dilettante sassarese Enrico Costa che per primo ne comprese il talento. La famiglia è colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandona gli studi, diventa alcolizzato e affetto da delirio tremens, il più giovane, Andrea, è arrestato per piccoli furti. Il padre muore per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia deve affrontare difficoltà economiche. Quattro anni più tardi muore anche la sorella Vincenza.[6]

Attività letteraria giovanile[modifica | modifica sorgente]

Nel 1888 invia a Roma alcuni racconti, Sangue sardo e Remigia Helder, sono pubblicati dall'editore Edoardo Perino sulla rivista "L'ultima moda", diretta da Epaminonda Provaglio. Sulla stessa rivista viene pubblicato a puntate il romanzo Memorie di Fernanda.

Nel 1890 esce a puntate sul quotidiano di Cagliari L'avvenire della Sardegna, con lo pseudonimo Ilia de Saint Ismail, il romanzo Stella d'Oriente, e a Milano, presso l'editore Trevisini, Nell'azzurro, un libro di novelle per l'infanzia.

Incontra l'approvazione di letterati come Angelo de Gubernatis e Ruggero Bonghi, che nel 1895 accompagnerà con una sua prefazione l'uscita del romanzo Anime oneste.[7]

Coollabora con riviste sarde e continentali: "La Sardegna", "Piccola rivista" e "Nuova Antologia".

Fra il 1891 e il 1896 sulla Rivista delle tradizioni popolari italiane, diretta da Angelo de Gubernatis è pubblicato a puntate il saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, introdotto da una citazione di Tolstoi, prima espressione documentata dell'interesse della scrittrice per la letteratura russa. Seguono romanzi e racconti di argomento isolano. Nel 1896 il romanzo La via del male è recensito in modo favorevole da Luigi Capuana.[8]

Nel 1897 esce una raccolta di poesie, Paesaggi sardi edito da Speirani.

Maturità[modifica | modifica sorgente]

Nell'ottobre del 1899 la scrittrice si trasferisce a Roma. Nel 1900, sposa Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, conosciuto a Cagliari. A Roma conduce una vita appartata. Ha due figli, Franz e Sardus.[9]

Nel 1903 la pubblicazione di Elias Portolu la conferma come scrittrice e la avvia ad una fortunata serie di romanzi e opere teatrali: Cenere (1904), L'edera (1908), Sino al confine (1910), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913), L'incendio nell'oliveto (1918), Il Dio dei venti (1922). Da Cenere fu tratto un film interpretato da Eleonora Duse.

La sua opera è apprezzata da Giovanni Verga oltre che da scrittori più giovani come Enrico Thovez, Emilio Cecchi, Pietro Pancrazi, Antonio Baldini.[10] È riconosciuta e stimata anche all'estero: D.H. Lawrence scrive la prefazione della traduzione in inglese de La madre. Grazia Deledda è anche traduttrice, è sua infatti una versione di Eugénie Grandet di Honoré de Balzac.

Il premio Nobel[modifica | modifica sorgente]

Nel 1926 le viene conferito il premio Nobel per la letteratura.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Un tumore di cui soffriva da tempo la portò alla morte il 15 agosto 1936.[11]

Le spoglie della Deledda sono custodite in un sarcofago di granito nero levigato nella chiesetta della Solitudine ai piedi del Monte Ortobene di Nuoro.

Lasciò incompiuta la sua ultima opera Cosima, quasi Grazia, autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini e poi verrà edita col titolo Cosima.

La sua casa natale, nel centro storico di Nuoro (Santu Predu), è adibita a museo.[12]

Critica[modifica | modifica sorgente]

Tomba di Grazia Deledda nella Chiesa della Solitudine a Nuoro
Grazia Deledda ritratta con il marito e il figlio

La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell'-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo, oltre che nella letteratura della Sardegna. Altri critici invece preferiscono riconoscerle l'originalità della sua poetica.

Il primo a dedicare a Grazia Deledda una monografia critica a metà degli anni trenta fu Francesco Bruno.[13] Negli anni quaranta-cinquanta, sessanta, nelle storie e nelle antologie scolastiche della letteratura italiana, la presenza della Deledda ha rilievo critico e numerose pagine antologizzate, specialmente dalle novelle.

Tuttavia parecchi critici italiani avanzavano riserve sul valore delle sue opere. I primi a non comprendere la Deledda furono i suoi stessi conterranei. Gli intellettuali sardi del suo tempo si sentirono traditi e non accettarono la sua operazione letteraria, ad eccezione di alcuni: Costa, Ruju, Biasi. Le sue opere le procurarono le antipatie degli abitanti di Nuoro, in cui le storie erano ambientate. I suoi concittadini erano infatti dell'opinione che descrivesse la Sardegna come terra rude, rustica e quindi arretrata.[14]

Verismo[modifica | modifica sorgente]

Ai primi lettori dei romanzi della Deledda era naturale inquadrarla nell'ambito della scuola verista.

Luigi Capuana la esortava a proseguire nell'esplorazione del mondo sardo, "una miniera" dove aveva "...già trovato un elemento di forte originalità".[15]

Anche Borgese definisce la Deledda "degna scolara di Giovanni Verga".[16] Lei stessa scrive nel 1891 al direttore della rivista romana La Nuova Antologia, Maggiorino Ferraris: "L'indole di questo mio libro mi pare sia tanto drammatica quanto sentimentale e anche un pochino veristica se 'verismo' può dirsi il ritrarre la vita e gli uomini come sono, o meglio come li conosco io."

Differenze rispetto al Verismo[modifica | modifica sorgente]

Ruggero Bonghi, manzoniano, per primo si sforza di sottrarre la scrittrice sarda al clima delle poetiche naturalistiche.[17]

Emilio Cecchi nel 1941 scrive:"Ciò che la Deledda poté trarre dalla vita della provincia sarda, non s'improntò in lei di naturalismo e di verismo...Sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico, in lei presero subito di lirico e di fiabesco..."[18]

Natalino Sapegno definisce i motivi che distolgono la Deledda dai canoni del Verismo: "Ma da un'adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a cominciare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell'ispirazione, per cui le rappresentazioni ambientali diventano trasfigurazioni di un'assorta memoria e le vicende e i personaggi proiezioni di una vita sognata. A dare alle cose e alle persone un risalto fermo e lucido, una illusione perentoria di oggettività, le manca proprio quell'atteggiamento di stacco iniziale che è nel Verga; ma anche nel Capuana e nel De Roberto, nel Pratesi e nello Zena."[19]

Decadentismo[modifica | modifica sorgente]

Vittorio Spinazzola scrive: "Tutta la miglior narrativa deleddiana ha per oggetto la crisi dell'esistenza. Storicamente, tale crisi risulta dalla fine dell'unità culturale ottocentesca, con la sua fiducia nel progresso storico, nelle scienze laiche, nelle garanzie giuridiche poste a difesa delle libertà civili. Per questo aspetto la scrittrice pare pienamente partecipe del clima decadentistico. I suoi personaggi rappresentano lo smarrimento delle coscienze perplesse e ottenebrate, assalite dall'insorgenza di opposti istinti, disponibili a tutte le esperienze di cui la vita offre occasione e stimolo."[20]

La Deledda e i narratori russi[modifica | modifica sorgente]

La scrittrice Grazia Deledda

È noto che la giovanissima Grazia Deledda, quando ancora collaborava alle riviste di moda, si rese conto della distanza che esisteva tra la stucchevole prosa in lingua italiana di quei giornali e la sua esigenza di impiegare una lingua italiana più vicina alla realtà e alla società dalla quale proveniva.

La Sardegna, tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, tenta come l’Irlanda di Oscar Wilde, di Joyce, di Yeats o la Polonia di Conrad, un dialogo alla pari con le grandi letterature europee e soprattutto con la grande letteratura russa.

Nicola Tanda nel saggio, La Sardegna di Canne al vento scrive che, in quell’opera della Deledda, le parole evocano memorie tolstojane e dostoevskiane, parole che possono essere estese a tutta l'opera narrativa deleddiana: «L'intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio. Della libertà di compiere il male, ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio, doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita».

Negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, quelli in cui la scrittrice si dedica alla ricerca di un proprio stile, concentra la sua attenzione, sull'opera e sul pensiero di Tolstoj. Ed è questo incontro che sembra aiutarla a precisare sempre meglio le sue predilezioni letterarie. In una lettera in cui comunicava il progetto di pubblicare una raccolta di novelle da dedicare a Tolstoj, Deledda scriveva: «Ai primi del 1899 uscirà La giustizia: e poi ho combinato con la casa Cogliati di Milano per un volume di novelle che dedicherò a Leone Tolstoi: avranno una prefazione scritta in francese da un illustre scrittore russo, che farà un breve studio di comparazione fra i costumi sardi e i costumi russi, così stranamente rassomiglianti». La relazione tra la Deledda e i russi è ricca e profonda, e non è legata solo a Tolstoj ma si inoltra nel mondo complesso degli altri contemporanei: Gor'kij, Anton Čechov e quelli del passato più recente, Gogol', Dostoevskij e Turgenev.

Altre voci di critici[modifica | modifica sorgente]

Attilio Momigliano in più scritti[21][22] sostiene la tesi che Deledda sia "un grande poeta del travaglio morale" da paragonare a Dostoevskij.

Francesco Flora[23][24]afferma che "La vera ispirazione della Deledda è come un fondo di ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, e nella trama di quei ricordi quasi figure che vanno e si mutano sul fermo paesaggio, si compongono i sempre nuovi racconti. Anzi, poiché i primi affetti di lei si formano essenzialmente con la sostanza di quel paesaggio che ella disegnava sulla vita della nativa Sardegna, è lecito dire, anche per questa via, che l'arte della Deledda è essenzialmente un'arte di paesaggio."

Testimonianze di scrittori stranieri[modifica | modifica sorgente]

Su di lei scrisse prima Maksim Gorkij e più tardi D. H. Lawrence.

Maksim Gorkij raccomanda la lettura delle opere di Grazia Deledda a L. A. Nikiforova, una scrittrice esordiente. In una lettera del 2 giugno del 1910 le scrive: «Mi permetto di indicarLe due scrittrici che non hanno rivali né nel passato, né nel presente: Selma Lagerlof e Grazia Deledda. Che penne e che voci forti! In loro c'è qualcosa che può essere d'ammaestramento anche al nostro mužik».

D. H. Lawrence, nel 1928, dopo che la Deledda aveva già vinto il Premio Nobel, scrive nell'Introduzione alla traduzione inglese del romanzo La Madre: «Ci vorrebbe uno scrittore veramente grande per farci superare la repulsione per le emozioni appena passate. Persino le Novelle di D’Annunzio sono al presente difficilmente leggibili: Matilde Serao lo è ancor meno. Ma noi possiamo ancora leggere Grazia Deledda, con interesse genuino». Parlando della popolazione sarda protagonista dei suoi romanzi la paragona ad Hardy, e in questa comparazione singolare sottolinea che la Sardegna è proprio come per Thomas Hardy l’isolato Wessex. Solo che subito dopo aggiunge che a differenza di Hardy, «Grazia Deledda ha una isola tutta per sé, la propria isola di Sardegna, che lei ama profondamente: soprattutto la parte della Sardegna che sta più a Nord, quella montuosa». E ancora scrive: «È la Sardegna antica, quella che viene finalmente alla ribalta, che è il vero tema dei libri di Grazia Deledda. Essa sente il fascino della sua isola e della sua gente, più che essere attratta dai problemi della psiche umana. E pertanto questo libro, La Madre, è forse uno dei meno tipici fra i suoi romanzi, uno dei più continentali».

Poetica[modifica | modifica sorgente]

Il fato[modifica | modifica sorgente]

L'esistenza umana è in preda a forze superiori, "canne al vento" sono le vite degli uomini e la sorte è concepita come "malvagia sfinge".[25]

Il peccato e la colpa[modifica | modifica sorgente]

La narrativa della Deledda si basa su forti vicende d'amore, di dolore e di morte sulle quali aleggia il senso del peccato, della colpa, e la coscienza di una inevitabile fatalità. «La coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, 'gettata' in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta».

Il bene e il male[modifica | modifica sorgente]

«Nelle sue pagine si racconta della miserevole condizione dell'uomo e della sua insondabile natura che agisce - lacerata tra bene e male, pulsioni interne e cogenze esterne, predestinazione e libero arbitrio - entro la limitata scacchiera della vita; una vita che è relazione e progetto, affanno e dolore, ma anche provvidenza e mistero. La Deledda sa che la natura umana è altresì - in linea con la grande letteratura europea - manifestazione dell'universo psichico abitato da pulsioni e rimozioni, compensazioni e censure. Spesso, infatti, il paesaggio dell'anima è inteso come luogo di un’esperienza interiore dalla quale riaffiorano ansie e inquietudini profonde, impulsi proibiti che recano angoscia: da una parte intervengono i divieti sociali, gli impedimenti, le costrizioni e le resistenze della comunità di appartenenza, dall’altra, come in una sorta di doppio, maturano nell'intimo altri pensieri, altre immagini, altri ricordi che agiscono sugli esistenti. La coscienza dell'Io narrante, che media tra bisogni istintuali dei personaggi e contro-tendenze oppressive e censorie della realtà esterna, sembrerebbe rivestire il ruolo del demiurgo onnisciente, arbitro e osservatore neutrale delle complesse dinamiche di relazione intercorrenti tra identità etiche trasfigurate in figure che recitano il loro dramma in un cupo teatro dell'anima».

Sentimento religioso[modifica | modifica sorgente]

«In realtà il sentimento di adesione o repulsione autorale rispetto a questo o a quel personaggio, trova nella religiosità professata e vissuta, una delle discriminanti di fondo. Di fronte al dolore, all'ingiustizia, alle forze del male e all’angoscia generata dall'avvertito senso della finitudine, l’uomo può soccombere e giungere allo scacco e al naufragio, ma può altresì decidere di fare il salto, scegliendo il rischio della fede e il mistero di Dio. Altri tormenti vive chi, nel libero arbitrio, ha scelto la via del male, lontano dal timor di Dio e dal senso del limite, e deve sopportare il peso della colpa e l'angoscia del naufrago sospeso sull’abisso del nulla».

Personaggi[modifica | modifica sorgente]

«Le figure deleddiane vivono sino in fondo, senza sconti, la loro incarnazione in personaggi da tragedia. L'unica ricompensa del dolore, immedicabile, è la sua trasformazione in vissuto, l'esperienza fatta degli uomini in una vita senza pace e senza conforto. Solo chi accetta il limite dell'esistere e conosce la grazia di Dio non teme il proprio destino. Portando alla luce l'errore e la colpa, la scrittrice sembra costringere il lettore a prendere coscienza dell'esistenza del male e nel contempo a fare i conti col proprio profondo, nel quale certi impulsi, anche se repressi, sono sempre presenti. Ma questo processo di immedesimazione non conosce catarsi, nessun liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, perché la vicenda tragica in realtà non si scioglie e gli eventi non celano alcuna spiegazione razionale, in una vita che è altresì mistero. Resta la pietas, intesa come partecipazione compassionevole verso tutto ciò che è mortale, come comprensione delle fragilità e delle debolezze umane, come sentimento misericordioso che induce comunque al perdono e alla riabilitazione di una comunità di peccatori con un proprio destino sulle spalle. Anche questo avvertito senso del limite e questo sentimento di pietà cristiana rendono la Deledda una grande donna prima ancora che una grande scrittrice».[26]

Una Sardegna mitica[modifica | modifica sorgente]

La Deledda esprime una scrittura personale che affonda le sue radici nella conoscenza della cultura e della tradizione sarda, in particolare della Barbagia. «L’isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere.»[27]

« Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (...) nonostante la loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della vita. Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti. Sono le grandi verità fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano... »
(Discoteca di Stato: parole registrate nella serie "La Voce dei Grandi", anche in "Il Convegno", Omaggio alla Deledda (N. Valle), 1959.)

Lingua e stile[modifica | modifica sorgente]

È stata la stessa Deledda a chiarire più volte, nelle interviste e nelle lettere, la distanza tra la cultura e la civiltà locali e la cultura e la civiltà nazionali. Ma anche questo suo parlare liberamente del proprio stile e delle proprie lingue ha suscitato e suscita soprattutto oggi interpretazioni fuorvianti, e tuttavia ripropone senza posa l'intenso rapporto tra civiltà-cultura-lingua come una equazione mal risolta.

In una sua lettera scrive: "Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano - ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall'italiana". La lingua italiana è quindi, per lei sardofona, una lingua non sua, una lingua che deve conquistarsi. La composizione in lingua italiana, per uno scrittore che assuma la materia della narrazione dal proprio vissuto e dal proprio universo antropologico sardo, presenta numerose e sostanziali difficoltà e problemi. Né il dibattito recente sul bilinguismo è riuscito ancora a chiarire questo rapporto di doppia identità. Doppia identità per questa specie particolare di bilinguismo, e di diglossia che è stata per secoli la "condizione umana degli scrittori italiani non toscani; ma anche dei toscani, quando non componevano in vernacolo".

L' attività epistolare e autocorrettoria di Grazia Deledda è ben ponderata, cosa che non le impedì di scrivere in lingua italiana questa lettera del 1892 sull'italiano: "Io non riuscirò mai ad avere il dono della buona lingua, ed è vano ogni sforzo della mia volontà". Dall'epistolario e dal suo profilo biografico si evince un distinto senso di noia per quei manuali di "lingua" italiana che avrebbero dovuto insegnarle lo stile e che sarebbero dovuti esserle di aiuto nella formazione della sua cultura letteraria di autodidatta, di contro emerge una grande abitudine alla lettura e una grande ammirazione per i maestri narratori attraverso la lettura dei loro romanzi.

Quella della Deledda era una scrittura moderna che ben si adattava alla narrazione cinematografica, infatti dai suoi romanzi vennero tratti diversi film già nei primi anni dieci del XX secolo. Nel 1916 il regista Febo Mari aveva iniziato a girare Cenere con l'attrice Eleonora Duse, purtroppo a causa della guerra il film non fu mai concluso.

Nel più recente dibattito sul tema delle identità e culture nel terzo millennio, il filologo Nicola Tanda[28]ha scritto: "La Deledda, agli inizi della sua carriera, aveva la coscienza di trovarsi a un bivio: o impiegare la lingua italiana come se questa lingua fosse stata sempre la sua, rinunciando alla propria identità o tentare di stabilire un ponte tra la propria lingua sarda e quella italiana, come in una traduzione. Comprendendo però che molti di quei valori di quel mondo, di cui avvertiva imminente la crisi, non sarebbero passati nella nuova riformulazione. La presa di coscienza, anche linguistica, della importanza e dell'intraducibilità di quei valori, le consente di recuperare termini e procedimenti formali del fraseggio e della colloquialità sarda che non sempre trovano in italiano l'equivalente e che perciò talora vengono introdotti e tradotti in nota.

Nei dialoghi domina meglio l'ariosità e la vivacità della comunicazione orale, di cui si sforza di riprodurre l'intonazione, di ricalcare l'andamento ritmico. Accetta e usa ciò che è etnolinguisticamente marcato, imprecazioni, ironie antifrastiche, risposte in rima, il repertorio di tradizioni e di usi, già raccolto come materiale etnografico per la Rivista di tradizioni popolari, che ora impiega non più come reperto documentario o decorativo ma come materiale estetico orientato alla produzione di senso. Un'operazione tendenzialmente espressionistica che la prosa italiana, malata di accademismo con predilezione per la forma aulica, si apprestava a compiere, per ricavarne nuova linfa, tentando sortite in direzione del plurilinguismo o verso il dialetto."

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Le è stato dedicato un cratere di 32 km di diametro sul pianeta Venere. Un traghetto porta il suo nome, Deledda. Il compositore nuorese Ignazio Pes le ha dedicato varie composizioni vocali e strumentali, ispirate ad alcuni romanzi e poesie. L'artista Maria Lai di Ulassai nel 2012 le ha dedicato il monumento Omaggio a Grazia Deledda, presso la Chiesa della Solitudine a Nuoro. Porta il suo nome anche la centrale termoelettrica dell'Enel di Portoscuso in provincia di Carbonia, in seguito a un concorso-sondaggio intitolato "Dai un nome alla Centrale Elettrica" bandito per gli studenti delle scuole del Sulcis nel 2004. Nel Marzo del 2013 il Delegato Magistrale ed i Fratelli del Supremo Consiglio d'Italia e San Marino del 33° ed Ultimo Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato dedicano alla Scrittrice la Rispettabile Loggia all'Oriente di Dorgali riconoscendole il suo ruolo culturale fondamentale nella ricerca della verità.

Le Autrici della Letteratura Italiana[modifica | modifica sorgente]

Grazia Deledda (1871-1936) è scrittrice fondamentale nella storia della letteratura italiana del Novecento; è quindi censita in Le Autrici della Letteratura Italiana [1]

Opere[modifica | modifica sorgente]

Grazia Deledda nel suo studio romano
  • Nell'azzurro!..., Milano, Trevisini, 1890.
  • Stella d'oriente/Ilia di Saint-Ismael, Cagliari, Tip. Edit. dell'Avvenire di Sardegna, 1890.
  • Fior di Sardegna, Roma, Perino, 1891.
  • Racconti sardi, Sassari, Dessì, 1894.
  • Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, Roma, Forzani e c. tipografi del Senato, 1894.
  • Anime oneste. Romanzo famigliare, Milano, Cogliati, 1895.
  • La via del male, Torino, Speirani e Figli, 1896.
  • L'ospite, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1897.
  • Paesaggi sardi, Torino, Speirani e Figli, 1897.
  • Il tesoro, Torino, Speirani e Figli, 1897.
  • Le tentazioni. Novella sarda, in "Nuova Antologia", 1898; Milano, Cogliati, 1899.
  • La giustizia, Torino, Speirani e Figli, 1899.
  • Giaffah. Racconto, Milano-Palermo, Sandron, 1900.
  • Il vecchio della montagna, Torino, Roux e Viarengo, 1900.
  • Elias Portolu, in "Nuova Antologia", agosto-ottobre 1900; Torino-Roma, Roux e Viarengo, 1903.
  • La regina delle tenebre, Milano, Agnelli, 1902.
  • Dopo il divorzio, Torino, Roux e Viarengo, 1902.
  • I giuochi della vita, in "Nuova Antologia", 1902; Milano, Treves, 1905.
  • Cenere, Roma, Nuova Antologia, 1904.
  • Nostalgie, Roma, Nuova Antologia, 1905.
  • L'ombra del passato, Roma, Nuova Antologia, 1907.
  • Amori moderni, Roma, Voghera, 1907.
  • Il nonno. Novelle, Roma, Nuova Antologia, 1908.
  • L'edera, in "Nuova Antologia", 1908; Milano, Treves, 1921.
  • Il nostro padrone, Milano, Treves, 1910.
  • Sino al confine, Milano, Treves, 1910.
  • Colombi e sparvieri, Milano, Treves, 1912.
  • Chiaroscuro. Novelle, Milano, Treves, 1912.
  • L'edera. Dramma in tre atti, con Camillo Antona-Traversi, Milano, Treves, 1912.
  • Canne al vento, in "L'Illustrazione italiana", 12 gennaio-27 aprile 1913; Milano, Treves, 1913.
  • Le colpe altrui, Milano, Treves, 1914.
  • Marianna Sirca, Milano, Treves, 1915.
  • Il fanciullo nascosto. Novelle, Milano, Treves, 1915.
  • L'incendio nell'oliveto, Milano, Treves, 1918.
  • Il ritorno del figlio; La bambina rubata. Novelle, Milano, Treves, 1919.
  • La madre, Milano, Treves, 1920.
  • La Grazia. Dramma pastorale in tre atti, con Claudio Guastalla e Vincenzo Michetti, Milano, Ricordi, 1921.
  • Il segreto dell'uomo solitario, Milano, Treves, 1921.
  • Il Dio dei viventi, Milano, Treves, 1922.
  • Il flauto nel bosco. Novelle, Milano, Treves, 1923.
  • La danza della collana, Milano, Treves, 1924.
  • La fuga in Egitto, Milano, Treves, 1925.
  • Il sigillo d'amore, Milano, Treves, 1926.
  • Annalena Bilsini, Milano, Treves, 1927.
  • Il vecchio e i fanciulli, Milano, Treves, 1928.
  • Il dono di Natale, Milano, Treves, 1930.
  • Il paese del vento, Milano, Treves, 1931.
  • La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932.
  • Sole d'estate, Milano, Treves, 1933.
  • L'argine, Milano, Treves, 1934.
  • La chiesa della solitudine, Milano, Treves, 1936.
  • Cosima, in "Nuova Antologia", 16 settembre e 16 ottobre 1936; Milano, Treves, 1937.
  • Versi e prose giovanili, Milano, Treves, 1938.
  • Il cedro del Libano. Novelle, Milano, Garzanti, 1939.
  • Lettere di Grazia Deledda a Marino Moretti (1913-1923), Padova, Rebellato, 1959.
  • Lettere inedite, Milano, Fabbri, 1966.
  • Lettere inedite di Grazia Deledda ad Arturo Giordano, direttore della Rivista letteraria, Alghero, Nemapress, 2004. ISBN 88-7629-023-0.
  • Lettere ad Angelo De Gubernatis (1892-1909), Cagliari, Centro di studi filologici sardi-CUEC, 2007. ISBN 978-88-8467-399-2.
  • Amore lontano. Lettere al gigante biondo (1891-1909), Milano, Feltrinelli, 2010. ISBN 978-88-07-49102-3.

Riduzioni cinematografiche e televisive[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Les Prix Nobel en 1927, p. 49.
  2. ^ in M. Massaiu, La Sardegna di Grazia Deledda, p. 44: quattro sorelle femmine, Giovanna (6 gennaio 1874-17 gennaio 1880), Vincenza (12 dicembre 1868-27 novembre 1896), Giuseppa (19 marzo 1877-Roma 1938), Nicolina (8 maggio 1879); due fratelli Giovanni Santo o Santus (1864-1914) e Andrea (1866-1922).
  3. ^ Introduzione a cura di Nunzio Zago e Cronologia della vita e delle opere, in Grazia Deledda, Canne al vento, Rizzoli, Milano 2009, pp. 5-19.
  4. ^ Dolores Turchi, Introduzione e Nota biobibliografica in Grazia Deledda, La via del male, Newton Compton, Roma 1994. pp. 9-20.
  5. ^ Nunzio Zago, Introduzione e Cronologia della vita e delle opere, in Grazia Deledda, Canne al vento, Rizzoli, Milano 2009, pp. 5-19.
  6. ^ Dolores Turchi, Introduzione e Nota biobibliografica in Grazia Deledda, La via del male, Newton Compton, Roma 1994. pp. 9-20.
  7. ^ Natalino Sapegno, Prefazione e Cronologia in Grazia Deledda, Romanzi e novelle, Collana I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971, pp. I-XXVIII.
  8. ^ Natalino Sapegno, Prefazione e Cronologia in Grazia Deledda, Romanzi e novelle, Collana I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971, pp. I-XXVIII.
  9. ^ Nunzio Zago, Introduzione e Cronologia della vita e delle opere, in Grazia Deledda, Canne al vento, Rizzoli, Milano 2009, pp. 5-19.
  10. ^ Mario Miccinesi, Notizie biografiche, in Grazia Deledda, Edizioni Il Castoro, 1975, p. 118.
  11. ^ Sulla data del giorno di morte c'è controversia: alcune fonti riportano il 15 agosto:
    • Museo Deleddiano
    • Maria Tettamanzi,Deledda, Editrice La Scola, Brescia 1969,
    • Maria Giacobbe, Grazia Deledda, Bompiani, 1974 ISBN 88-86007-12-4,
    • Vittorio Spinazzola, Cronologia, in Grazia Deledda, Romanzi Sardi, Mondadori, Milano 1981,
    • Anna Dolfi, Nota Biobibliografica in Grazia Deledda, Dieci Romanzi, Newton Compton, Roma 1994 ISBN 88-7893-711-7
    • Nunzio Zago,Introduzione e Cronologia della vita e delle opere, in Grazia Deledda, Canne al vento, Rizzoli, Milano 2009, p. 19;
    altre fonti riportano il 16 agosto:
    • Natalino Sapegno, Prefazione e Cronologia in Grazia Deledda, Romanzi e novelle, Collana I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971, p. XXVIII,
    • Mario Miccinesi, Grazia Deledda, Firenze, La Nuova Italia, 1975. p. 118.
    • Dolores Turchi, prefazione a La via del male, Newton Compton, Roma 1994. p. 16.
    L'Enciclopedia Treccani, on line, riporta:
  12. ^ Museo Deleddiano
  13. ^ Francesco Bruno, Grazia Deledda, Di Giacomo, Salerno 1935.
  14. ^ Dolores Turchi, Introduzione e Nota biobibliografica in Grazia Deledda, La via del male, p. 15.
  15. ^ Luigi Capuana, Gli 'ismi' contemporanei, Giannotta, Catania 1898; Nuova Edizione a cura di G.Luti, Milano, Fabbri Editori 1973, pp. 96-97.
  16. ^ Giuseppe Antonio Borgese, Grazia Deledda, in La vita e il libro, Torino 1911, pp. 104, 97.
  17. ^ Ruggero Bonghi, Prefazione, in Anime oneste, Milano 1895.
  18. ^ Emilio Cecchi, Introduzione in Grazia Deledda, Romanzi e novelle , 4 volumi, Milano, Mondadori 1941.
  19. ^ Natalino Sapegno, Prefazione a Romanzi e novelle, p. XIV.
  20. ^ Vittorio Spinazzola, Introduzione, in Grazia Deledda, La madre, Mondadori, Milano 1980, p. 17.
  21. ^ Attilio Momigliano, Grazia Deledda in Storia della letteratura italiana, Principato, Milano-Messina 1936.
  22. ^ Attilio Momigliano,Storia della Letteratura Italiana dalle origini ai nostri giorni, Principato, Milano-Messina 1948.
  23. ^ Francesco Flora, Dal romanticismo al futurismo, Mondadori, Milano 1925.
  24. ^ Francesco Flora, Grazia Deledda in Saggi di poetica modernaD'Anna, Messina-Firenze 1949.
  25. ^ Luperini-Cataldi-Marchiani-Marchese, La scrittura e l'interpretazione, Dal naturalismo al postmoderno, Palumbo Editore, Firenze 1998, p. 158.
  26. ^ Sui paragrafi Il peccato e la colpa, Il bene e il male, Sentimento religioso e Personaggi cfr.: Dino Manca, Introduzione a L'edera, edizione critica, Cagliari, Centro di Studi Filologici Sardi/Cuec, 2010, pp. IX-CXVI.
  27. ^ Dino Manca, Introduzione a L'edera cit., p. XI.
  28. ^ Nicola Tanda, Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, con un’appendice di lettere, Roma, Bulzoni, Roma, 1992; Introduzione a Canne al vento, Milano, Mondadori, 1993.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ruggero Bonghi, Prefazione, in Grazia Deledda, Anime oneste, Milano 1895.
  • Capuana Luigi, Gli «ismi» contemporanei: verismo, simbolismo, idealismo, cosmopolitismo ed altri saggi di critica letteraria ed artistica, Catania, Giannotta, 1898.
  • Giuseppe Lipparini, Cercando la Grazia. Discorsi letterari, Zanichelli, Bologna 1906, e Recensione a Sino al confine, in "Il Marzocco", XV, n. 41, 9 ottobre 1910.
  • Giuseppe Antonio Borgese, Grazia Deledda, in La vita e il libro, 3 volumi, II, Torino, Bocca, 1911, poi Bologna, Zanichelli, 1928, II serie, pp. 78-85.
  • Luigi Russo, Grazia Deledda, in I narratori, Roma, Fondazione Leonardo, 1923.
  • Francesco Flora, Dal romanticismo al futurismo, Mondadori, Milano 1925.
  • Benedetto Croce, Grazia Deledda, in La letteratura della nuova Italia. Saggi critici, saggio del 1934, Laterza, Bari 1945-1950, VI, pp. 312-321.
  • Francesco Bruno, Grazia Deledda, Di Giacomo, Salerno 1935.
  • Giuseppe Dessì, Il verismo di Grazia Deledda, in "L'Orto", Roma, gennaio 1938, pp. 35-45.
  • Eurialo De Michelis, Grazia Deledda e il decadentismo, Firenze, La Nuova Italia, 1938.
  • Emilio Cecchi, Introduzione, in Grazia Deledda, Romanzi e novelle, 4 volumi, Mondadori, Milano 1941.
  • Attilio Momigliano, Storia della Letteratura Italiana dalle origini ai nostri giorni, Principato, Milano-Messina 1948.
  • Francesco Flora, Grazia Deledda in Saggi di poetica moderna, D'Anna, Messina-Firenze 1949, pp. 177-184.
  • Ettore Buono, Grazia Deledda, Bari 1951.
  • Ichnusa, Cagliari-Sassari, 1951, I-II, numero speciale dedicato a Grazia Deledda,
  • A. Guarino, Bibliografia per la Deledda, in Ichnusa, n. 8, Cagliari-Sassari 1951.
  • Attilio Momigliano, Intorno a Grazia Deledda, in Ultimi studi, Firenze, La Nuova Italia, 1954.
  • Bonaventura Tecchi, Quel che è vivo nell'arte di Grazia Deledda, in "Nuova Antologia", n. 478, fasc. 1909, gennaio-aprile 1960, pp. 69-84.
  • Giuseppe Petronio, Grazia Deledda, in I contemporanei, Marzorati, Milano 1963, vol. I, pp. 137-158.
  • Goffredo Bellonci, Prefazione, in Grazia Deledda, Le opere, UTET, Torino 1964.
  • Eurialo De Michelis, Introduzione, in Grazia Deledda. Opere scelte, Mondadori, Milano 1964, Vol. I, pp. 11-39.
  • F. Di Pilla, La vita e l'opera di Grazia Deledda, in Grazia Deledda,Premio Nobel per la letteratura, 1926, Fabbri, Milano 1966, pp. 23-235.
  • Emilio Cecchi, Grazia Deledda, in Prosatori e narratori, in Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Milano, Garzanti, 1967.
  • Vittorio Spinazzola, Introduzione, in Grazia Deledda, Canne al vento, Mondadori, Milano 1967.
  • Antonio Piromalli, Grazia Deledda, Firenze, La Nuova Italia, 1968.
  • Ivan Petkanov, Un caso di letteratura a sfondo regionale: verismo e inquietudine morale nei romanzi di Grazia Deledda, in AA. VV.,Culture regionali e letteratura nazionale, Bari, Adriatica Editrice, 1970.
  • Giuseppe Dessì, Grazia Deledda cent'anni dopo, in "Nuova Antologia", novembre 1971, pp. 307-311.
  • Mario Massaiu, La Sardegna di Grazia Deledda, Celuc, Milano 1972.
  • Natalino Sapegno, Prefazione a Romanzi e novelle, Milano, Mondadori, 1972, pp. XI-XXVIII. ISBN 978-88-04-09674-8
  • AA.VV., Atti del convegno nazionale di studi deleddiani, Cagliari, Fossataro, 1974. Interventi di G.Petronio, G.Sotgiu, M.Pittau, F.Alziator, A.Piromalli, I.Delogu, G,Cerina, A.Cirese, L. Del Piano, A. Frattini,M.Massaiu, P.Pittalis; Giorgio Barberi Squarotti, La tecnica e la struttura del romanzo deleddiano, pp. 127-154.
  • Maria Giacobbe, Grazia Deledda. Introduzione alla Sardegna, Milano, Bompiani, 1974.
  • Mario Miccinesi, Grazia Deledda, Firenze, La Nuova Italia, 1975.
  • Alberto Mario Cirese, Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Torino, Einaudi, 1976, pp. 33-46; 135-138..
  • Eurialo De Michelis, Riassunto sulla Deledda, in Novecento e dintorni. Dal Carducci al neorealismo, Milano, Mursia, 1976, pp. 81-123..
  • Ada Ruschioni, Dalla Deledda a Pavese, Milano, Vita e Pensiero, 1977.
  • Giulio Herczeg, La struttura della frase di Grazia Deledda, in Italia linguistica nuova e antica, Galatina (Lecce), Congedo, 1978.
  • Silvio Ramat, Due saggi su Grazia Deledda, in Protonovecento, Milano, Il Saggiatore, 1978, pp. 69-192.
  • Anna Dolfi, Grazia Deledda, Milano, Mursia, 1979.
  • Olga Lombardi, Invito alla lettura di Grazia Deledda, Milano, Mursia,1979.
  • Nicola Tanda, Grazia Deledda, in Letteratura Italiana Contemporanea - I, a cura di G. Mariani, M. Petrucciani, Roma, Lucarini, 1979;
  • Cristina Lavinio, Scelte linguistiche e stile in Grazia Deledda, in Id., Narrare un'isola. Lingua e stile di scrittori sardi, Roma, Bulzoni, 1991, pp. 91-109.
  • Neria De Giovanni, Grazia Deledda, Nemapress Editrice, Alghero, 1991.
  • Giulio Angioni, Grazia Deledda, l'antropologia positivistica e la diversità della Sardegna, in Grazia Deledda nella cultura contemporanea, a c. di U. Collu, Nuoro, 1992, pp. 299-306.
  • Nicola Tanda,Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni [con un’appendice di lettere], Roma, Bulzoni, Roma, 1992; Introduzione a Canne al vento, Milano, Mondadori, 1993.
  • Dolores Turchi, Introduzione e Nota biobibliografica in Grazia Deledda, La via del male, Newton Compton, Roma 1994.
  • Cristina Lavinio, Cenere: il romanzo e il film, in G.L. Beccaria – C. Marello (a c. di), La parola al testo. Scritti per Bice Mortara Garavelli, Tomo II, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2001, pp. 857-864.
  • Francesco Casula, Gratzia Deledda, Alfa Editrice, Quartu Sant'Elena, 2006.
  • Nunzio Zago,Introduzione e Cronologia della vita e delle opere, in Grazia Deledda, Canne al vento, Rizzoli, Milano 2009, pp. 5-19. ISBN 978-88-17-02208-8
  • Enrico Tiozzo, La letteratura italiana e il premio Nobel. Storia critica e documenti, Firenze, Olschki, 2009.
  • Mariacristina Bertacca, Il teatro di Grazia Deledda, verista dell'interiorità, in Italianistica, XXXIX, 1, 2010.
  • Giulio Angioni, Introduzione a Nel deserto, Bibliotheca sarda, Nuoro, Ilisso, 2008; Introduzione a Tradizioni popolari di Nuoro, Bibliotheca sarda, Nuoro, Ilisso, 2010.
  • Dino Manca, Introduzione a L'edera, ed. critica a c. di D. Manca, Cagliari, Centro di Studi Filologici Sardi/Cuec, 2010, pp. IX-CXVI.
  • Cristina Lavinio, Un bestiario novellistico tra martore e cornacchie, in Dalla Quercia del monte al Cedro del Libano. Le novelle di Grazia Deledda, a c. di G. Pirodda, ISRE edizioni - AIPSA edizioni, Nuoro-Cagliari, 2010, pp. 31-43.
  • Francesco Casula, Grazia Deledda in Uomini e donne di Sardegna, Alfa Editrice, Quartu Sant'Elena,2010,pagg.124-145.
  • Clelia Martignoni, Grazia Deledda: una scrittura della distanza, in Studi di storia e critica della letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento in onore di Giuseppe Farinelli, Milano, Otto/Novecento, 2011.
  • Francesco Casula,Letteratura e civiltà della Sardegna, vol.I, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011, pagg.165-178.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Brano audio[modifica | modifica sorgente]

Voce dell'autore: Grazia Deledda. Discorso in occasione del premio Nobel, (1926).

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 34455396 LCCN: n79084283 SBN: IT\ICCU\CFIV\000071