Grande rivoluzione culturale

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La Grande rivoluzione culturale (文化大革命sempl., wénhuà dà gémìngpinyin), il cui nome completo era Grande rivoluzione culturale proletaria (无产阶级文化大革命sempl., wúchǎn jiējí wénhuà dà gémìngpinyin), è nota anche con l'abbreviazione Rivoluzione culturale (文革sempl.).

Lanciata nella Repubblica Popolare Cinese nel 1966 da Mao Zedong, già de facto estromesso dagli incarichi dirigenziali dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese, era volta a frenare l'ondata controriformista promossa in seno al partito principalmente da Deng Xiaoping 邓小平 e Liu Shaoqi 刘少奇, per ripristinare l'applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista. L'epurazione dei controriformisti coinvolse anche l'ex Ministro delle Finanze Bo Yibo 薄一波, che fu condannato a dieci anni di carcere.

In appoggio a Mao intervenne Lin Biao 林彪, ideatore e curatore della prima edizione del "Libretto rosso", una antologia di citazioni di Mao inizialmente utilizzato per fare propaganda all'interno dell'Esercito di liberazione popolare.

La Rivoluzione culturale era fondata sulla mobilitazione dei giovani, universitari e non, che non fossero iscritti al partito, contro le strutture dello stesso PCC. Basi teoriche erano il pensiero di Mao sulle "contraddizioni in seno al popolo e al Partito" in cui il processo hegeliano di tesi-antitesi-sintesi non veniva a cessare con la presa del potere da parte dei comunisti, ma continuava incessantemente per evitare fenomeni di imborghesimento del partito stesso.

Francobolli della Rivoluzione Culturale che raffigurano: l'internazionalismo proletario, cinesi che esultano con Mao (che è raffigurato più alto) e Mao che saluta.

In ogni città, provincia, qualsiasi Unità di lavoro fu investita dalla critica radicale contro gli esponenti di spicco del PCC. Questi erano costretti all'autocritica e alle dimissioni, sovente seguite da un periodo di rieducazione presso i villaggi contadini più sperduti.

In caso di resistenza da parte delle strutture del PCC contro i giovani rivoluzionari - generalmente chiamati "Guardie Rosse" anche se in effetti erano tantissimi gruppi autonomi con molti diversi nomi in lotta spesso anche fra loro, dato che il PCC aveva fondato sue proprie organizzazioni similari ma antagoniste - si ricorreva allo scontro fisico, talora anche armato.

Il periodo di caos che ne seguì si interruppe solo nel 1969, tanto che spesso per Rivoluzione culturale si intende solo il periodo 1966-1969[senza fonte]. Nel 1969 infatti le Unità di Lavoro e ogni centro dirigenziale burocratico fu affidato a una triplice rappresentanza: del Partito Comunista Cinese, degli attivisti delle "Guardie rosse" e dell'Esercito di liberazione popolare, che così si trovava nella posizione di garante della stabilità.

Nel 1976 la morte di Mao permise di chiudere la Grande rivoluzione culturale addossando tutte le responsabilità alla Banda dei quattro che, pur avendo fatto parte del movimento, non poteva essere considerata ispiratrice o dirigente della stessa. In questo modo il PCC fu nuovamente in grado di avere il controllo delle leve di comando della Repubblica Popolare Cinese.

Ancora oggi non è chiaro quanti siano stati i morti dovuti alla Rivoluzione Culturale, e le stime degli storici oscillano tra 300.000 e 7 milioni di vittime.[1]

Premesse[modifica | modifica sorgente]

I fattori che posero le basi per la Rivoluzione Culturale furono:

  • il ruolo dominante di Mao Zedong alla direzione del Partito, considerato massima autorità ideologica e morale;
  • la già esistente definizione di un'unica linea interpretativa corretta (quella di Mao) contrapposta a linee erronee di destra (posizioni revisioniste o volte all'indebolimento della rivoluzione) e di sinistra (posizioni volte a visioni astratte tendenti a politiche premature rispetto ai tempi del processo rivoluzionario);
  • l'accostamento di etichettatura politica e demonizzazione del nemico a soggetti politici ritenuti responsabili del proseguimento secondo le sopracitate linee erronee;
  • l'intolleranza verso la critica e il dissenso degli intellettuali che influenzò la denuncia di massa nei loro confronti e la loro classificazione come "nona categoria puzzolente", in fondo alla scala sociale, al tempo della Rivoluzione Culturale. La loro negatività, sottolineata in meeting e denunce, era addebitata al mancato adeguamento dei comportamenti degli intellettuali alla nuova realtà;
Raffigurazione di tre giovani Guardie Rosse da un libro di testo scolastico di Guangxi (1971)
  • a denunce e meeting segue, in un secondo momento, l'utilizzo di metodi polizieschi; in questa fase, in particolare, la figura di Kang Sheng condurrà ad ampio terrore all'interno del PCC, cessato solo dall'intervento di Mao[2].

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Nel 1962, alla decima sessione plenaria del Comitato centrale, Mao mise in guardia contro eventuali scivolamenti nel revisionismo (citando i casi di Tito e Chruščëv) e mise in risalto il fatto che lo sviluppo della lotta di classe non avrebbe dovuto interferire con la normale conduzione del lavoro in campo economico: su queste basi, ai miglioramenti (fino al 1965) dati dal processo di riaggiustamento economico, venne accostata, per quanto riguarda la lotta di classe, la creazione del "Mes" (Movimento di Educazione Socialista) con l'obiettivo di rinvigorire lo spirito e la lotta di classe, e di migliorare la qualità dei quadri e dei responsabili del partito.

Il Mes diede avvio ad iniziative volte a correggere gli errori (di natura economica, politica, ideologica o gestionale) dei quadri e a contrastare corruzione, spreco e speculazione. Sempre più spesso, soprattutto a partire dal 1963, squadre del Mes si trattenevano in loco e, sostenendo le rivendicazioni dei contadini poveri, reclutavano nuovi iscritti fra questi mobilitandoli in sessioni di lotta e di denuncia contro i responsabili scoperti colpevoli. Preoccupazioni per i cambiamenti all'interno del Mes fuorono messe in risalto anche da Mao nel 1963 nella Prima Decisione in Dieci Punti. Nel 1964, con il Documento in 23 punti gli obiettivi del Mes subiscono un grande cambiamento, puntando ora alla denuncia dei responsabili del partito "che stavano prendendo la via del capitalismo".[2]

Sviluppi[modifica | modifica sorgente]

Serie di libri di scienze pubblicati durante la Rivoluzione Culturale (anni 1970)

Se da una parte il Mes denunciò comportamenti negativi come cattiva gestione, corruzione, atteggiamenti oppressivi e repressivi contro le masse, dall'altra i comportamenti sbagliati (di natura diversa) vennero confusi e si passò spesso a metodi di risoluzione inadeguati, tali da sfociare in umiliazione e violenza.
Un dramma storico del 1960, Le dimissioni di Hai Rui di Wu Han, diventa il pretesto per la critica contro le posizioni "revisioniste": dopo due rapporti critici sul testo in questione, si giunse ad un primo rapporto che affermava l'esistenza, in campo culturale, di tendenze borghesi, ma si invitava alla prudenza e a trattenere il dibattito in un ambito prettamente accademico.

Nel frattempo, i gruppi radicali vicini a Mao elaborarono un secondo rapporto, che metteva invece in risalto la lotta di classe che il socialismo doveva portare avanti contro il revisionismo, il quale controllava al momento la politica culturale.

Nel 1966 venne approvata la "Circolare del 16 maggio" in cui si criticava duramente il primo rapporto (quello di febbraio): il documento constatava invece la necessità di smascherare le tendenze reazionarie o borghesi delle "autorità accademiche" che si opponevano al partito e al socialismo, e di criticare i rappresentanti della borghesia infiltrati nelle istituzioni. A quel punto, Liu Shaoqi e Deng Xiaoping (al vertice del partito per la momentanea assenza di Mao), decisero di inviare squadre di lavoro politico nei campus universitari, incontrando resistenze da parte di molti studenti. In seguito a misure repressive, diversi insegnanti e studenti vengono criticati come controrivoluzionari.

Tornato a Pechino, Mao Zedong ritira le squadre inviate da Liu Shaoqi e Deng Xiaoping; decide invece di inviare nuove squadre di lavoro nei campus, ma questa volta con il fine di sostenere gli studenti ribelli. Il 5 agosto viene approvata la Decisione del Comitato Centrale sulla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, accompagnata da un ricambio significativo ai vertici del partito.

Oltre alle perdite umane (si stimano dai 500.000 ai 700.000 morti), ingenti danni furono arrecati alla cultura (persecuzione di insegnanti, scrittori, artisti, intellettuali) e numerose furono anche le epurazioni, che provocarono un ricambio politico fra il 50 e il 70% a seconda dei diversi contesti. Non molto rilevanti furono invece i danni economici, dato che lo sviluppo riprende il proprio cammino già dal 1969.

La principale causa di danni e perdite subiti dalla Cina fu dovuta alle Guardie Rosse, che si svilupparono nel vuoto politico (già dal 1966) creato dal ritiro dalle università delle squadre di lavoro. Le guardie rosse, (giovani appartenenti alla classe operaia e alla classe contadina) si contrapposero alle classi "nere" (fra le quali anche gli intellettuali). Ricevettero l'approvazione di Mao e del Gruppo per la Rivoluzione Culturale, e si diffusero in migliaia di gruppi. Le guardie rosse perseguirono il compito di spazzare via i quattro vecchiumi (vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti) spesso con metodi estremamente violenti, accompagnati da motivazioni personali e lotte contro discriminazioni subite in passato.

L'inasprirsi delle lotte prosegue fino alla primavera del 1967, quando Mao decise di contrastare la situazione di profonda instabilità e fu aiutato dall'Epl (Esercito Popolare di Liberazione), che restaurò l'ordine reprimendo le guardie rosse più radicali e gestì le organizzazioni di massa.

Nella primavera del 1968 le guardie rosse furono smobilitate e più di quattro milioni di studenti (in gran parte guardie rosse) furono inviati nelle campagne a vivere con i contadini e a rieducarsi, così come molti quadri e responsabili del partito.[2]

Molto intense furono anche le persecuzioni religiose: le pratiche religiose vennero infatti vietate e chi insisteva nel praticarle subì spesso l'esilio, la carcerazione e la morte. I luoghi di culto vennero chiusi: la loro parziale riapertura venne consentita nuovamente solo a partire dalla fine degli anni '70[3].

La Rivoluzione Culturale e il mondo[modifica | modifica sorgente]

Negli stessi anni della Grande Rivoluzione Culturale cinese in molti altri paesi si verificarono parallele manifestazioni giovanili ('68, maggio francese..) atte al rinnovamento delle classi politica ed intellettuale e di una rifondazione delle strutture sociali che non riflettevano più il corso dei tempi. La volontá di rinnovamento della gioventù cinese, la rottura degli antichi schemi dei rapporti di sudditanza maestro-allievo non più confacenti alle modifiche verificatesi nelle società del novecento, il desiderio di partecipazione attiva dei giovani con l'obbiettivo di costruire una nuova societá migliore sono state una delle fonti di ispirazione dei movimenti giovanili che in contemporanea si sono verificati in altri paesi europei e americani.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Twentieth Century Atlas - Death Tolls
  2. ^ a b c G. Samarani, La Cina del Novecento, Dalla fine dell'Impero a oggi, Torino, Einaudi, pp. 250-266.
  3. ^ Brian J. Grim, Roger Finke, The Price of Freedom Denied: Religious Persecution and Conflict in the 21st Century, Cambridge University Press, 2011.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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