Imperialismo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Anti-imperialismo)

L'imperialismo si sviluppa come nuovo colonialismo tra il 1870 e il 1914,[1] e consiste nell'azione da parte dei governi ad imporre la propria egemonia su altri paesi per sfruttarli dal punto di vista economico assumendone il pieno controllo monopolistico delle fonti energetiche ed esportazione soprattutto di capitali.

Il termine "Imperialismo" fu coniato in Francia nel primo Ottocento per definire il regime instaurato da Napoleone III. In seguito fu usato in Inghilterra, associato all'idea di dispotismo, per indicare il regime di Napoleone III. Infine il termine assunse il suo significato più noto: la tendenza di una nazione ad imporre il suo dominio economico e ad influenzare la politica interna di altri paesi con l'obiettivo di avviare la costruzione di imponenti imperi economici. Per i paesi dominanti uno degli obiettivi principali di questo sistema era quello di ricavare dai paesi occupati una grande quantità di materie prime a costi bassi. Il termine è usato talvolta per descrivere la politica di uno stato tesa al mantenimento di colonie e domini in terre lontane, anche se lo stato stesso non si considera un impero.

Inoltre, il termine imperialismo può indicare una posizione intellettuale, che implicherebbe la convinzione che la conquista e il mantenimento degli imperi abbiano una valenza positiva; tale punto di vista è spesso unito al presupposto di una superiorità culturale o di altro tipo intrinseca al potere imperiale.

Una definizione scientifica del termine imperialismo, l'unica di fatto, può ricercarsi nelle trattazioni dedicate da Lenin all'argomento, prima tra tutte la seguente: l'imperialismo è la fase suprema del capitalismo avanzato, entrato cioè nella sua fase matura.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il fenomeno dell'imperialismo è scaturito in primo luogo da cause di tipo politico e di tipo ideologico, incanalate, articolate, ampliate ed inserite in un più generale disegno economico. Tale desiderio di espansione è dovuto ai cambiamenti della situazione economica e non solo. È anche legato a motivazioni politiche e persino ideologiche, che variavano a seconda della situazione del paese colonizzatore e dei paesi da colonizzare. Sul piano ideo-politico l'imperialismo è dovuto all'affermarsi di atteggiamenti nazionalistici tesi ad esaltare i caratteri ritenuti originali della propria nazione che non si configurano come il nazionalismo degli inizi 1800, e cioè caratterizzato dalle tensioni indipendentistiche, ma è ormai ornato (e quindi svilito) da quel sentimento di "prestigio" tanto agognato dalle precellenti nazioni europee.

A tutto ciò era congiunta una radicata convinzione di una superiorità biologica della propria razza rispetto alle popolazioni di quei paesi che non riuscivano a dare lo slancio alle loro economie, e in particolare ci riferiamo ai popoli africani. A tale proposito riportiamo un pezzo di quanto detto in un corso di geografia universale del 1850: "È sentenza quasi UNIVERSALE dei fisiologi che gli uomini di razza nera hanno, per natura, breve l'intelletto! Ora, pur senza negare che anche i Negri possono incivilirsi, è comunque certo che quella civiltà sarà sempre inferiore alla nostra, perché inferiore è realmente la forza della mente di quelle genti [...] Dobbiamo aiutare, istruire, assistere i Neri; siamo in dovere di farlo perché sono nostri fratelli."

Paesi che recentemente avevano conseguito un solido sviluppo economico, al quale si era aggiunto anche l'elemento di un capitalismo che non era più "industriale", ma "finanziario" (cioè sorretto da prestiti da parte di istituti di credito), ritenevano l'espansione verso territori d'oltremare una buona causa per:

a) impossessarsi dei beni a basso costo;
b) opportunità di investimento dei capitali in territori nei quali era possibile avviare attività ad alto profitto.

Tirando le somme, è facile comprendere quale fosse l'atteggiamento assunto da Germania, Inghilterra e Francia in questo trentennio di storia di esasperato imperialismo, un atteggiamento di fanatico "eurocentrismo". Nella prima metà del XIX secolo tutto lasciava pensare che il colonialismo fosse ormai tramontato:

  • Le colonie inglesi del Nord America erano diventate indipendenti e avevano costituito gli Stati Uniti;
  • Le colonie spagnole e portoghesi dell’America centro-meridionale avevano ottenuto anch’esse l’indipendenza;
  • Le poche colonie rimaste all’Europa in Asia, in Africa o nelle isole dell’America centrale sembravano poco interessanti dal punto di vista economico con la sola eccezione dell’India, saldamente dominata dalla Gran Bretagna.

Nel corso del secolo, però, la popolazione europea era aumentata e, dal 1860, grandi masse di tutte le nazioni, non trovando lavoro in patria cominciarono a prendere la via dell’emigrazione e a inserirsi non solo nelle due Americhe, ma anche in Asia e in Africa. Finanzieri e banchieri, a loro volta, guardandosi attorno per cercare nuovi investimenti, collocarono grandi quantità di denaro nelle miniere e nelle piantagioni di altri continenti; di conseguenza, vollero difendere i loro capitali e sorvegliare da vicino i paesi in cui li avevano impegnati. L’Europa, inoltre, padroneggiava i mezzi di comunicazione intercontinentali, ma le sue navi avevano bisogno di scali sicuri per approvvigionarsi di carbone durante le sue traversate. Contemporaneamente gli imprenditori volevano allargare i propri mercati e avere serbatoi di materie prime di cui l’Europa era priva, come, per esempio, il petrolio e il caucciù. Le classi dirigenti dell’Ottocento tradussero tutte queste necessità in Imperialismo, cioè in una nuova forma di colonialismo che, per la prima volta, mirò sia al totale sfruttamento economico dei paesi colonizzati sia al loro controllo territoriale. Si concretizzò attraverso:

  • La conquista militare di vaste zone per prenderne il controllo ed assicurare la pace tra le popolazioni locali
  • Il controllo politico delle nuove colonie attraverso funzionari europei
  • Lo sfruttamento economico con lo scopo di commercializzare le materie prime e di rivenderne i prodotti finiti in Europa.

L’imperialismo portò comunque diversi vantaggi ai popoli colonizzati. Una parte di essi ebbe modo di imparare nuove tecnologie a discapito delle loro antiquate tecniche di lavorazione tradizionale. Nelle colonie le leggi diventarono di tipo europeo, seppur con qualche modifica, non c'era sicuramente lo stesso trattamento tra un europeo e un africano o un asiatico.Le colonie venivano sfruttate con le monocolture. La concorrenza per il rafforzamento della propria potenza creò in Europa molte rivalità. Per questo nel novembre del 1884 Bismarck, allora cancelliere dell'Impero tedesco, convocò a Berlino una grande Conferenza, in cui si stabilirono i criteri di base ai quali le potenze Europee si sarebbero suddivisi le colonie; nel documento conclusivo si affermava che ciascuno stato si sarebbe potuto impadronire di territori africani e asiatici, a condizione che avesse avvisato le altre potenze, le quali avrebbero potuto far valere i “propri reclami”.

La missione civilizzatrice[modifica | modifica wikitesto]

Oltre a motivazioni economiche, gli europei erano spinti verso altri continenti anche dalla convinzione di avere una responsabilità di esportare la civiltà bianca. Il progresso raggiunto dall'Europa in tutti i campi, tecnologico, sociale, medico doveva esservi esportando anche nei territori molto più arretrati. Anche i diritti umani erano un campo cui per esempio i britannici puntavano molto ad esportare, in India infatti alcune sette praticavano ancora dei sacrifici umani in onore della dea Kali e in alcune parti dell'Africa Centrale era ancora diffuso il cannibalismo, grazie all'intervento europeo questi riti vennero fermati. La missione civilizzatrice era quindi intesa in questo senso oltre che a formare una élite di semi-governati autoctoni adeguatamente formati nelle scuole e nelle università d'Europa che potevano coadiuvare gli europei nel governo delle colonie.

L'India, la "Perla" dell'Impero Britannico[modifica | modifica wikitesto]

Sotto il regno della regina Vittoria l’Inghilterra fondò l’impero britannico, il più grande impero del mondo. La sua perla era l’India, governata da un viceré britannico (dal 1858) con sede prima a Calcutta (1858 - 1931) e poi a Nuova Delhi (1931 - 1947). A seguito della completa conquista del territorio indiano nel 1876 la regina Vittoria si fregiò del titolo di “imperatrice dell'India”. In quel paese sterminato, 200 000 inglesi, tra militari e funzionari, controllavano 130 milioni di indiani sparsi su un territorio immenso, denominato “sub-continente indiano”. In esso si parlavano un centinaio di lingue diverse e si praticavano tre religioni principali, induismo, buddismo, islamismo.

Nel XIX secolo la Compagnia delle Indie, colpevole di corruzione e di truffe ai danni dello Stato, fu liquidata e il governo britannico assunse direttamente l’amministrazione della penisola indiana. I funzionari britannici, sostenuti dagli aristocratici indù, compirono mosse di grande peso che avevano come obbiettivo la modernizzazione del paese. Tra il 1850 e il 1900 furono costruiti i binari che avrebbero collegato la maggior parte del territorio indiano, la famosa Ferrovia indiana peninsulare collegava direttamente Bombay a Calcutta riducendo di molto il viaggio a piedi o via elefante tra le due maggiori città. Nel 1880 partì il servizio postale e la prima rete telegrafica elettrica, furono incrementati i canali d’irrigazione dei campi. Furono fondate anche tre grandi università, per l’educazione occidentale delle popolazioni locali.

L'intento dei britannici era di esportare il loro modello in modo da formare una élite di caste che li coadiuvassero nella gestione dell'immenso territorio indiano. La divisione interna etnico-religiosa degli indiani (hindu, musulmani, sikh, ecc.) contribuì all'attuazione della politica britannica del "divide et impera" già utilizzata dai romani, ovvero quel tipo di politica atta a mantenere e favorire le divisioni tra le popolazioni indiane, in modo tale che il governo britannico non fosse mai messo in discussione e le varie lotte interne vedevano quindi il governo inglese come arbitro e l'unico in grado di mantenere la pace nel sub-continente. La politica di pacificazione e divisione attuata dai vari governatori e viceré britannici contribuì al non formarsi di rivolte contro gli stessi inglesi almeno fino agli anni '20 del '900.

Nel corso della prima metà del XX secolo l'amministrazione britannica attuò numerose riforme per lo sviluppo dell'India e anche in campo giuridico. Agli indiani fin dal 1858 era concesso esprimere un voto nelle assemblee provinciali, voto che permetteva ad un ristretto gruppo di persone di essere eletti ad una specie di camera bassa che collaborava con il governatore britannico della provincia nella gestione della stessa. Questo sistema democratico di voto è tutt'oggi presente nelle province indiane, nel 1860 fu emanato il 1º codice civile valevole per tutto il territorio dell'Impero Indiano, oltre ad essere un grande strumento democratico in quanto considerava ogni suddito indiano indipendentemente dalla casta uguale di fronte alla legge fu anche uno dei più completi. Ancora oggi infatti la sua sostanza è alla base del codice civile indiano. Il codice civile mise fine anche al dispotico governo dei Maharajà, questi ultimi infatti si dovettero adeguare alle nuove disposizioni e nonostante non fu ben accetto da tutti nel tempo esso diede i suoi buoni frutti.

Conseguenze economiche[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista economico, l'esperienza coloniale ebbe effetti positivi sui paesi che ne furono investiti, portando ad un miglioramento dell'apparato produttivo, grazie all'inserimento delle nuove tecnologie europee anche i popoli colonizzati poterono giovarne dei benefici, in molte colonie le popolazioni locali impiegate nelle attività di produzione venivano anche pagati in modo tale da poter far circolare la moneta ed agevolare gli scambi.

Furono create economie orientate essenzialmente all'esportazione e alle monocolture, in molti casi però la colonia era precedentemente orientata verso un mercato interno anche se la produzione era decisamente inferiore e quindi si ebbe una sorta di shock iniziale che fu comunque assorbito nel tempo.

Fu messo in moto un processo di sviluppo, ma in funzione degli interessi europei, i quali del resto si appropriarono sistematicamente di gran parte dei ricavi economici dei paesi colonizzati.

Conseguenze culturali[modifica | modifica wikitesto]

L'effetto dell'imperialismo sulle culture dei paesi colonizzati fu alquanto rilevante.

I sistemi culturali che avevano una più solida tradizione e che erano legati a strutture politico-sociali organizzate benché molto primitivi, come nei paesi dell'Asia e del Nord Africa si difesero meglio nonostante alla fine furono soppiantati da sistemi democratici basati su modelli europei.

Ben diverso fu il caso dell'Africa più arcaica, animista e pagana. Qui furono infatti alterati alle fondamenta gli equilibri delle tribù e dei villaggi, mentre interi sistemi di vita, di riti e di valori entrarono rapidamente in crisi, la stessa élite di persone che avevano potuto studiare nelle scuole d'Europa che nella seconda metà del Novecento si trovarono ad amministrare le nuove nazioni indipendenti capirono che i sistemi di governo che sostenevano l'Europa erano giusti e democratici. Essi tuttavia travisarono questi ideali di democrazia e giustizia favorendo nell'era post-coloniale la formazione di dittature proprio sfruttando il fatto di essere stati istruiti in Europa ed aver quindi appreso pregi e difetti degli europei anche nel modo di governare. Le popolazioni locali videro quindi il dominio delle élite europeizzate sostituirsi al dominio diretto degli europei in moltissimi casi questo cambiamento portò ad orrendi massacri, deportazioni e persecuzioni delle popolazioni locali da parte proprio degli stessi abitanti i quali per mantenere il potere ereditato dagli europei fecero di tutto.

Conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Sul piano politico l'espansione coloniale finì per favorire la formazione o il risveglio di nazionalismi locali, ad opera soprattutto dei nuovi quadri dirigenti, che si formarono nelle scuole europee e vi assorbirono gli ideali democratici e i principi di nazionalità.

L'Europa si trovò ad esportare quello che meno avrebbe desiderato: il bisogno di autogovernarsi e di decidere del proprio destino. I nuovi governanti che si trovarono ad amministrare le nazioni indipendenti nell'era post-coloniale travisarono completamente gli ideali di democrazia e giustizia acquisiti studiando in Europa. Essi sedotti dal potere grazie alla loro istruzione poterono soggiogare in breve tempo le popolazioni locali formando delle dittature. I principi egualitari di cui tanto l'Europa si vantava non furono assorbiti o meglio le nuove élite di governanti capirono come sfruttare a loro favore gli strumenti appresi in Europa nonostante durante le guerre per l'indipendenza spesso si nascondevano dietro la bandiera dell'oppressione europea e dell'antidemocraticità, bandiera che non tardò ad essere eliminata una volta che l'indipendenza veniva raggiunta.

Teoria Leninista sull'Imperialismo[modifica | modifica wikitesto]

L'accezione leninista di imperialismo è al di fuori della dimensione prettamente politica, ma si basa su una definizione economica; suoi contrassegni sono:

  • concentrazione degli strumenti di produzione e del capitale in una ristretta cerchia di proprietari (e quindi la formazione di monopoli, dando termine all'agognata "libera concorrenza").
  • fusione del capitale bancario col capitale industriale, e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un'oligarchia finanziaria (derivante dalla necessità per le imprese monopolistiche di dover reggere la concorrenza, attraverso l'erogazione dagli istituti finanziari di ingenti somme di capitali).
  • grande importanza acquisita dall'esportazione di capitali in confronto con l'esportazione di merci (quest'ultima caratterizzava la libera concorrenza, mentre nell'imperialismo la maggioranza dei capitali ha un'origine finanziaria, determinandosi continue "eccedenze" di capitale da dover investire, soprattutto all'estero).
  • il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali, che si ripartiscono il mondo (la concorrenza tra queste, e lo sviluppo ineguale del capitalismo determina una continua ascesa e declino degli stati, e un mutamento continuo delle relazioni globali, e delle spartizioni delle zone d'influenza).
  • la compiuta ripartizione (geografica) della terra tra le più grandi potenze capitalistiche (osserviamo, per quanto possa risultare normale oggigiorno, che dagli inizi del Novecento non esiste più alcuna "terra di nessuno", e tutte le terre sono state appunto ripartite tra i vari stati, a seconda della loro forza, concessa loro dal loro capitale).

L'imperialismo oggi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Imperialismo (dibattito storiografico).

Negli ultimi anni, le critiche all'imperialismo sono state mosse, più che sul piano politico, sul suo aspetto culturale, con particolare riguardo alla crescente influenza globale della cultura dell'Unione Europea. Ciò lo si deve anche alle ultime operazioni belliche europee, viste da molti come un tentativo di controllo indiretto delle risorse dei territori occupati. Alcuni tuttavia contestano questo significato allargato della parola con la motivazione che la distinzione tra interazioni reciproche e influenza indotta è estremamente soggettiva. L'imperialismo infatti oggi è chiamato formale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Età dell'imperialismo 1870-1914 - riassunto di storia

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]