Ateismo

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Atomo dell'Ateismo[senza fonte].
La parola greca αθεοι (atheoi, "[coloro che sono] senza dio") come compare nel testo della Lettera agli Efesini 2,12 tramandato dal Papiro 46, risalente all'inizio del III secolo. Questa parola e i suoi derivati non compaiono in nessun'altra parte del Nuovo Testamento o nella versione greca dell'Antico Testamento.
« Non vedo alcun dio quassù. »
(Jurij Gagarin[1])

L'ateismo (dal greco ἄθεος, àtheos, composto da α- privativo, senza, e θεός, dio, letteralmente senza dio) è, in modo non univoco, una posizione filosofica opposta al teismo e al panteismo in generale, al politeismo e al monoteismo in particolare.

Definizioni[modifica | modifica sorgente]

Si definisce ateo o atea colui o colei che non creda in alcuna divinità.

Se considerata rispetto al concetto di "divinità", la definizione di "ateismo" che il filosofo britannico Antony Flew coniò circa alla metà degli anni settanta del XX secolo distingue tra ateismo positivo — ovvero l'asserzione che non esistano dèi oppure la negazione dell'asserzione che una qualsivoglia divinità esista[2] — e negativo, al quale egli stesso si richiamava, che si basa sull'impossibilità di verificare o falsificare con l'esperienza qualsivoglia asserzione teologica[3]; l'accezione di cui alla prima definizione citata, anche identificata con ateismo forte, ovvero la positiva affermazione dell'inesistenza di Dio e non di una generica divinità, è tuttavia oggetto di nuove attribuzioni di significato: nel XXI secolo si tende ad attribuire al termine ateismo positivo o forte il significato — oltre a quello, scontato, di negazione del trascendente — di disapprovazione morale e di avversione alle credenze[4].

Qualora rapportata altresì al concetto di "credenza in qualsivoglia divinità", emerge una distinzione tra ateismo pratico — proprio di chi, per esempio, pur non negando i dogmi o le credenze che affermino l'esistere di qualsivoglia ente trascendente, prescinde nella realtà quotidiana da tale ente e agisce come se esso non esistesse[5] — e teorico, appannaggio di chi, indipendentemente dal proprio comportamento, non creda, o apertamente neghi, l'esistenza di un ente trascendente[5].

Un'ulteriore posizione è quella dell'apateismo, che caratterizza chi considera irrilevante o priva di significato qualsiasi discussione sull'esistenza o meno di una divinità[6] e, in senso più esteso, qualsiasi discussione su religione o sistemi valoriali o morali legati a credenze religiose[6]; la posizione implicita dell'apateismo può essere riassunta nell'asserzione: «Dio esiste? Non lo so e non m'interessa»[6].

Nel suo portale dedicato all'ateismo, la BBC introduce l'argomento con la seguente definizione: «Gli atei sono persone che credono che Dio o gli dèi (o altri esseri soprannaturali) siano costruzioni umane, miti e leggende, o che credono che questi concetti non siano significativi»[7].

Generalmente l'ateismo si contrappone al teismo, e in modo particolare al monoteismo (anche se, nell'ateismo «forte», è esclusa ogni forma di esistenza che trascenda la natura); talora, infatti, l'opposizione al panteismo o al politeismo risulta più sfumata o molto meno sviluppata, come – per esempio – in Richard Dawkins o Daniel Dennett.

L'ateismo si differenzia dall'agnosticismo, che raggruppa tutti coloro che si astengono dall'esprimersi su una materia quale l'esistenza o meno di una divinità, considerandola a priori inconoscibile. Ateismo e agnosticismo tuttavia non sono posizioni contrapposte. Un ateo può essere considerato agnostico nel momento in cui, pur non credendo nell'esistenza del divino, ammette di non poterne avere la certezza assoluta. Prendendo in prestito una terminologia in uso nel mondo anglosassone, all'ateo agnostico si contrappone l'ateo gnostico, cioè colui che ritiene di poter affermare con certezza la non esistenza del divino[8].

Nell'antichità il termine "ateo" era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare coloro di un credo diverso; a titolo d'esempio, il padre della Chiesa Clemente Alessandrino (II-III secolo) riferisce nei suoi Stromateis che i greci dell'epoca consideravano «atei» i primi cristiani[9].

Storia[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della storia la posizione atea è stata spesso denigrata e fatta oggetto di ostilità persecutoria da parte di istituzioni e culture teocratiche e non: per fare un esempio, lo stesso Voltaire, pur critico del cristianesimo, dell'islam e di altre religioni organizzate, combatteva l'ateismo («Certo non vorrei aver a che fare con un principe ateo perché, nel caso si mettesse in mente d’avere interesse a farmi pestare in un mortaio, son ben certo che lo farebbe senza esitazione…», si legge nel Dizionario filosofico[10]) in quanto a suo giudizio «amorale» e «socialmente pericoloso»[10].

Le diverse aree del mondo condizionate dalla religione considerano gli atei come persone immorali o pericolose dunque temono l'ateismo potenzialmente eversivo. Nell'antica Grecia filosofi come Diagora di Milo, detto l'Ateo, e Protagora furono osteggiati, ma con essi l'ateismo non è espresso in modo compiuto. Nel dialogo Le Leggi, Platone propose di introdurre pene molto severe per gli atei: l'ateo «pratico» (cioè quello che vive come se non esistesse alcuna divinità) è passibile di condanna al carcere, mentre l'ateo «teorico» (che nega l'esistenza degli dèi sulla base di motivazioni teoriche) dev'essere, nel peggiore dei casi, condannato a morte. L'editto di Tessalonica del 380 impose il Cristianesimo come religione di Stato.

Durante il Medioevo, in Europa, sono rare le professioni di ateismo, sebbene alcune riflessioni preludano al riaffiorare dello stesso nel Rinascimento[11]. Per i bestemmiatori, in Francia, erano previste pene diverse a seconda delle epoche e dei luoghi: se a Marsiglia, per disposizione delle autorità cittadine, chi bestemmiava in luogo pubblico era condannato a bagnarsi tre volte in un fosso fangoso [12], i sovrani tentarono d'intervenire con ordinanze regie di assai varia entità: Luigi IX equiparò la bestemmia al reato di lesa maestà[13] e tentò d'introdurre la marchiatura a fuoco o il taglio della lingua in caso di recidiva, sebbene non sia chiaro se la pena sia mai stata in concreto applicata[14]; Carlo VII, nel 1460, dispose invece che i bestemmiatori fossero esposti alla gogna nei giorni di mercato[15].

Al contrario, alcuni stati socialisti nel XX secolo hanno incoraggiato l'ateismo; in particolare nell'Albania di Enver Hoxha fu imposto l'ateismo di Stato tra il 1944 e il 1990.

Non necessariamente «ateismo» è sinonimo di «irreligione», che può riferirsi – oltre che all'ateismo – all'agnosticismo, all'ignosticismo, al libero pensiero, all'antiteismo, all'umanesimo secolare e così via, tutti compresi nella categoria di Noncredenza quale espressione generica dell'irreligiosità.

Inoltre, può darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come «forza vitale» o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi «spiritualistici» — posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia, e dagli atei «naturalisti», che rifiutano ogni approccio mistico o soprannaturale, relegandolo nell'ambito della superstizione o della religiosità popolare.

Il Buddha va considerato agnostico[secondo chi?], poiché dichiara (Majjhima Nikāya, Discorso 63º): «Quindi, Malunkyaputta, tieni presente quello che ho spiegato perché l'ho spiegato e quello che non ho spiegato perché non l'ho spiegato. Quali sono le cose che non ho spiegato? Se l'universo è eterno o no; se l'universo è finito o no; se l'anima è la stessa cosa del corpo o no»; in verità questo discorso si riferisce all'urgenza di accogliere il Dharma ancor prima di superare problemi metafisici: infatti, il Buddha spiega: «O Mālunkyāputta, se un uomo fosse colpito da una freccia avvelenata, abbondantemente cosparsa di veleno, e i suoi amici e compagni, parenti e congiunti chiamassero un medico chirurgo ed egli, tuttavia, dicesse: "Non voglio farmi estrarre questa freccia fino a quando non saprò chi mi ha colpito, se un guerriero o un brāhmana, se un mercante o un servo"; e dicesse: "Non voglio farmi estrarre questa freccia, fino a quando non saprò quale uomo mi ha colpito, qual è il suo nome, qual è la sua gente" (...) certamente quest'uomo, o Mālunkyāputta, non riuscirebbe a sapere tutto ciò, prima di aver già finito il suo tempo.»[16]. Bisogna anche tenere presente che, se egli non riconosceva gli dèi e anzi aveva atteggiamenti sprezzanti nei loro confronti[senza fonte] («Colui che offre in sacrificio i propri desiderî morbosi comprende l'inutilità di codesto macello d'animali sull'altare. Il sangue non pulisce, ma sporca. [...] Seguire la via della rettitudine è meglio che adorare gli dèi», Raccolta dei discorsi lunghi); in verità, tale disprezzo era rivolto ai sacerdoti e non alle divinità, la cui esistenza, fossero esse buone o cattive, non è mai stata messa in dubbio dall'Illuminato; così nel Puppha-Vagga: «Chi vincerà questa terra ed il mondo di Yama assieme a [quello de]gli dèi? Chi coglierà il Dhammapada bene spiegato, come l'esperto [coglie] il [giusto] fiore? Il discepolo vincerà la terra, il mondo di Yama, assieme a [quello de]gli dèi. Il discepolo coglierà il Dhammapada ben spiegato, come l'esperto [coglie] il [giusto] fiore. Avendo conosciuto questo corpo come simile alla spuma, avendo compreso la sua natura di miraggio, spezzate le fiorite frecce di Mara[17], proceda egli invisibile al Re della Morte.»[18]; inoltre, secondo la dottrina della reincarnazione il Buddha stesso accoglieva la nozione di inferno[19] per quanto non eterno: «Molti che indossano la veste gialla rappezzata [del monaco] sono di indole malvagia e non controllati. Essi, cattivi, conseguono l'inferno per le loro cattive azioni.»[20] nella realtà ha creato i presupposti perché i posteri considerassero proprio lui una divinità, come infatti è avvenuto[senza fonte].
Il Dalai Lama in una intervista afferma : "Secondo certi specialisti, il termine "religione", nel suo preciso significato, designa una forma di fede basata sul concetto di "creatore". In tal senso, dunque, il buddhismo non è una religione" [21].Il Dalai Lama intende che il buddismo non venera alcun "dio" creatore, quindi sia che si voglia considerare una religione sia che lo si voglia considerare una filosofia, il buddismo è da ritenersi "ateo". Tuttavia, sempre il Dalai Lama Tenzin Gyatso, interrogato circa l'esistenza di un Dio personale, ha risposto articolatamente circa le affinità e le differenze presenti fra la spiritualità cristiana e occidentale e quella buddista («Se Dio viene considerato una realtà o una verità definitiva, allora la mancanza di identità può essere considerata come Dio e persino come un creatore ...»)[22]

«Ateismo» non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti che vogliano tenere separati i due ambiti. Esiste, inoltre, la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale è invece da includere nell'ateismo, pur essendo molto particolare: è quella dei cosiddetti «atei devoti», che sostengono i valori cristiani pur non credendo nell'esistenza di Dio.

Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da molteplici fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, sicché non esiste un «pensiero unico», né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Posto ciò, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo è opportuno distinguere almeno tra «debole» e «forte», «pratico» e «teorico».
La distinzione tra «debole» e «forte» ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si ha del termine «ateo» in Occidente, dove si tende a identificare il teismo col solo Cristianesimo. In questo contesto, risulta forte l'affermazione «non esiste alcun dio», mentre è debole «non esiste il dio biblico»: questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, dei Neoplatonici o di Giordano Bruno, in quello del deismo dei secoli XVII e XVIII, in Shiva, in Vishnu o altri.
Per quanto riguarda la distinzione tra «pratico» e «teorico», va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con le dovute cautele, dunque, è la distinzione «pratico – teorico» ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella «debole – forte» possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico.

Dal 1987 si è costituita in Italia l'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), un'organizzazione filosofica non confessionale e apartitica che tutela i diritti civili degli atei e degli agnostici, a livello nazionale e locale. L'UAAR è impegnata in battaglie civili tra cui quella sulla possibilità di sbattezzarsi e la protesta contro la devoluzione alle confessioni religiose degli oneri di urbanizzazione concernenti gli edifici di culto[23]. Inoltre, ha inoltrato all'Unione Europea la richiesta che in Italia si rimuovano i crocifissi dai luoghi pubblici[24].

Nella rivista ufficiale dell'UAAR, L'Ateo, sono stati variamente esposti i principî regolatori dell'ateismo moderno in campo sia teorico sia etico[25].

Argomenti per l'inesistenza di Dio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esistenza di Dio.

Gli argomenti filosofici e scientifici avanzati per non credere nell'esistenza di Dio sono di vario tipo. Il più semplice può essere sintetizzato nel fatto che non ci siano ragioni sufficienti per credere in qualcosa che trascenda la sfera della materialità, di cui siamo costituiti e nella quale siamo immersi. Il "principio di immanenza" è quindi il fondamento di ogni ateismo e con ciò non si esclude solamente l'entità denominata "Dio", bensì ogni entità astratta (Logos, Nous, Essere, Assoluto, Spirito ecc.) che alluda all'esistenza di un ambito di realtà fuori di quello sottoposto all'indagine della scienza.

Un argomento ateo più complesso e articolato non si basa esclusivamente sulla negazione di Dio, ma sul superamento della credenza nel divino. Esso porta a sostegno prove sulla base di dati di fatto scientifici, sia teorici che sperimentali, tali da escludere l'obbligo dell'esistenza di qualche azione trascendente sulla realtà dell'immanenza. In tal senso, è stata determinante la teoria evoluzionistica formulata da Charles Darwin a metà del XIX secolo e basata sulla casualità delle mutazioni genetiche, per fornire un'ipotesi che non rende più strettamente necessaria la figura di un dio creatore.

Il darwinismo (nonostante il recente rigurgito di creazionismo e antievoluzionismo) sta conoscendo una fase di rinnovamento, concretatosi nella riunione dei "16 di Altenberg"[26] del 2008, dove 16 tra i più grandi biologi e filosofi evoluzionisti si sono riuniti per integrare la teoria dell'evoluzione con nuove idee ed ipotesi su meccanismi che sembra si aggiungano a quelli ben noti. Il cuore teorico dell'evoluzionismo sta nel porre la casualità come uno degli agenti fondamentali dell'evoluzione nel produrre nuove specie, ma, affinché esse sopravvivano, è necessario che la selezione naturale ne verifichi la fitness per un ecosistema dato.

Il biologo Premio Nobel 1965 Jacques Monod (nel saggio Il caso e la necessità) ha dimostrato che in biologia le mutazioni genetiche sono il frutto del caso mentre la necessità provvede (attraverso invarianza e teleonomia) a mantenere l'esistente. Il caso è dunque il portatore del nuovo nel mondo della vita, mentre la necessità lo conserva se adatto. Il biologo molecolare Motoo Kimura con la sua teoria neutralista del 1972 ha confermato che a livello molecolare le mutazioni appaiono del tutto casuali.

Man mano che la scienza prosegue nelle sue ricerche, gli atei vedono come sempre più evidente l'insostenibilità della trascendenza. Il fenomeno psichico che la esige e che la supporta appare loro come qualcosa di ancestrale e che ha a che fare con l'esistenza stessa dell'uomo. Già Sigmund Freud aveva messo in evidenza i meccanismi psichici che fanno nascere il senso del sacro nella nostra mente, ed è ancora oggi lo studioso della psiche che meglio ha enucleato e analizzato il senso della religione come pura illusione, partorita dalla nostra mente per determinare uno stato di "basso investimento" (Besetzung), risparmiare energia e sentirsi appagati. L'uomo tende a costruirsi una falsa rappresentazione della realtà, utile per evitare la nevrosi da iper-investimento psichico e per cercare di risolvere uno stato di disagio.

Recentemente il filosofo della scienza Telmo Pievani è tornato sul problema del creazionismo (Creazione senza Dio, 2006)[27]. Per quanto il darwinismo sia stato ormai accettato dagli scienziati, qualcuno ancora lo combatte usando le armi spuntate del neocreazionismo. Pievani si limita a separare i piani della scienza e della fede personale: «È evidente che denunciare l'inconsistenza scientifica del neocreazionismo non implica alcun tipo di interferenza nella sfera delle credenze religiose di chiunque, che restano del tutto libere e incondizionate. Il punto sta nel decidere come comportarsi quando una credenza religiosa vuole travestirsi da scienza e quindi manipolare o censurare, per esempio, i programmi delle scuole pubbliche»[28].

L'onere della prova[modifica | modifica sorgente]

Affirmanti incumbit probatio: già i latini sostenevano che «la prova tocca a chi afferma». L'onere della prova è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l'esistenza di una o più divinità, e tocca quindi a lui dimostrare tale esistenza. Il non credente afferma che esiste l'universo, il credente afferma che esiste l'universo e, in aggiunta, Dio: fornire verifica di quell'aggiunta è suo compito. La situazione è paragonabile a una causa giudiziaria: è l'accusa che, in un tribunale, deve condurre delle prove a sostegno della propria tesi; la difesa deve al massimo invalidare le suddette prove, non di certo fornire alla giuria una dimostrazione di innocenza nei confronti di un'accusa infondata. È quindi necessario, secondo questo principio, che gli stessi credenti si facciano carico dell'onere della prova, a sostegno delle loro affermazioni.

Gli atei e gli agnostici non hanno tendenzialmente problemi a riconoscere il fatto che non è possibile dimostrare l'inesistenza di Dio: anche perché, come scrive Richard Dawkins, «non si può dimostrare in maniera incontrovertibile l'inesistenza di niente».[29] Infine, se non esistono prove possono comunque esserci pesanti indizi.

L'assenza di evidenze[modifica | modifica sorgente]

L'ateismo nasce come confutazione delle pretese dei credenti sull'esistenza di Dio, benché per essere atei sia più che sufficiente non essere persuasi dell'esistenza di Dio. Si è quindi data a lungo una fondamentale importanza alla parte critica, piuttosto che alla formulazione di argomenti "positivi” in favore della miscredenza. Così facendo, gli atei ritengono che l'assenza di evidenze a favore dell'esistenza di Dio prodotte dai credenti, a cui spetta l'onere della prova, sia già un argomento sufficiente per negare l'esistenza di qualsiasi entità sovrannaturale (così come, per gli agnostici, è già un argomento sufficiente per non esprimersi affatto sulla questione). Come ha sostenuto Christopher Hitchens citando Euclide, «ciò che può essere asserito senza prove concrete può essere anche rifiutato senza prove concrete». Se per credere in Dio bisogna rinunciare alla ragione e sostenere che la ragione umana è troppo presuntuosa quando pretende di dire la sua su questioni che «la ragione stessa non può dimostrare», allora si può teoricamente credere a qualunque cosa, anche a una teiera di porcellana orbitante tra la Terra e Marte.

È una posizione affine a quella del ragionamento scientifico, secondo il quale non si possono prendere per veritiere asserzioni completamente sprovviste di prove: è teoricamente possibile, ad esempio, che esistano esseri extraterrestri con una lunga proboscide a forma di trombetta, ma l'infinitesimale possibilità che ciò possa essere reale non è una valida ragione per crederla vera. Molti atei sostengono inoltre che la scienza è competente a intervenire sulle questioni religiose: se si pretende che la divinità interagisca con la sfera materiale (ad esempio attraverso i miracoli), allora la scienza ha tutte le credenziali per studiare la congruità dell'affermazione. Da un punto di vista logico, infine, si è anche sostenuto (A. J. Ayer) che tutte le asserzioni su Dio sono letteralmente prive di significato, in quanto nulla può valere come verifica della loro verità o falsità. Non si dimostra l'esistenza di qualcuno, ma la si constata.

Utilizzo ateologico del Rasoio di Ockham[modifica | modifica sorgente]

Il frate francescano Guglielmo di Ockham (1280 – 1349) sostenne che mentre Dio è un assoluto apriori, per spiegare una qualsiasi altra cosa, non bisogna aggiungere, quando non servono, elementi ulteriori che si rivelano inutili. Tale teoria, nota come Rasoio di Ockham, è stata in seguito utilizzata per mettere in discussione la stessa esistenza di Dio, poiché semplifica l'affermazione «Dio, che è sempre esistito, ha creato l'universo» in «l'universo è sempre esistito». Questo punto di vista caratterizza sia il panteismo di Spinoza e sia il materialismo monista e determinista di d'Holbach, per il quale Dio si rivela pertanto un ente inutile.

Nello spinozismo l'identificazione Dio-mondo, dove il mondo è eterno e necessitato dal Dio-Tutto (Natura) teorizza che "il mondo rifluisce in Dio", a differenza del panteismo stoico per il quale "Dio pervade e permea il mondo". Dunque è solo nel materialismo monistico-deterministico che Dio viene escluso e la sua ipostasi superflua, in quanto la sua inesistenza non pregiudica affatto il funzionamento dell'universo, che si può spiegare molto meglio evitando di ricorrere a un'entità sovrannaturale. Il mondo è dunque autosufficiente.

La noncredenza[modifica | modifica sorgente]

Molte persone non credono. Non può esistere una divinità che possa e voglia essere creduta (e possibilmente adorata) da tutti, e contemporaneamente non sia in grado di dare la fede a tutti. A questo principio logico ad excludendum comparso verso la metà del Settecento, e rimasto a lungo paradigmatico, nel Novecento si è affiancato un nuovo significato, oggi prevalente. La noncredenza è quell'atteggiamento razionalistico che non ritiene gnoseologicamente valido ipostatizzare l'indimostrabile. Se ciò avviene una datà entità è "creduta" e non può dirsi "conosciuta". La noncredenza dunque non coincide tout court con l'ateismo, ma lo include insieme ad altre espressioni laicistiche di tipo agnostico o scettico. Tuttavia nel linguaggio della Chiesa Cattolica a partire dal decennio 1970-1980 è invalso l'uso di chiamare noncredenti gli atei nei documenti ufficiali, ciò ha fatto sì che nel linguaggio chiesastico il termine noncredente abbia praticamente sostituito quello di ateo, sempre più in disuso.

La pluralità delle religioni e degli dèi[modifica | modifica sorgente]

Nel mondo vi sono migliaia di religioni. Milioni di divinità diverse (dagli dèi antropomorfi a quelli assolutamente trascendenti) sono state venerate negli ultimi millenni dagli esseri umani. In nessuna epoca storica una religione specifica è stata praticata dalla maggioranza della popolazione mondiale. Se una religione fosse detentrice della verità e soprattutto direttamente ispirata da Dio, la sua universalità dovrebbe già essersi affermata. Così non è, e i conflitti inter-religiosi hanno generato guerre tra le più terribili. Inoltre, le dottrine religiose sono caratterizzate da contrasti spesso insanabili anche all'interno di una stessa fede di base (es: cattolici/protestanti e sunniti/sciiti). I noncredenti sostengono l'impossibilità che alcuna religione possa essere "vera" perché si contraddicono l'una con l'altra: non è possibile che più di una di esse sia vera, e questo diminuisce ulteriormente la loro attendibilità. L'esistenza di tante religioni e tante diverse divinità è quindi la dimostrazione che nessuna di esse ha mai portato prove irrefutabili.

"Nessun motivo"[modifica | modifica sorgente]

L'argomento è stato formulato da Scott Adams nel libro God's Debris. Adams sostiene che un essere onnipotente e/o perfetto non avrebbe alcun motivo di agire, in particolar modo creando l'universo: Dio non proverebbe infatti alcun desiderio, poiché il concetto stesso di desiderio è specificamente umano. Ma l'universo esiste, e quindi c'è una contraddizione: di conseguenza, un dio onnipotente non può esistere.

Il dolore e il male (Teodicea)[modifica | modifica sorgente]

Si Deus est, unde malum? Chi più, chi meno, ci troviamo tutti a condividere parte della nostra esistenza con il dolore fisico. Non solo, nel mondo esiste, e spesso predomina, il male (la cui definizione, per quanto relativa, è comunque collocabile dalla maggior parte degli esseri umani nella realtà visibile). Perché un Dio onnipotente e al contempo benevolo dovrebbe tollerare l'esistenza della tortura fisica, le indicibili sofferenze di un malato terminale, la morte di un bambino inerme, Auschwitz, le guerre e le catastrofi naturali? L'ateo osserva che l'uomo ha da sempre dovuto trovare di persona una soluzione al male, sia che esso fosse di natura sociale (e, quindi, argomentabilmente attribuibile all'azione dell'uomo stesso, come la povertà, la guerra o l'ingiustizia), sia che esso fosse di natura materiale (come la malattia, il dolore o la morte).

Alcune religioni, come il Cristianesimo, sostengono che l'esistenza del male dipenda dall'imperfezione dell'uomo stesso e dalle sue azioni sconsiderate. La maggior parte degli atei non accetta questa asserzione, sostenendo invece che l'essere umano, al pari dell'Universo, se creato da un Dio benevolo e onnipotente, non dovrebbe poter contenere né essere portatore del male; la stessa esistenza del male dovrebbe essere esclusa dalla realtà, in quanto non contemplata dal motore divino. Un'altra linea di pensiero apologetica, formulata originariamente dal filosofo tedesco Gottfried Leibniz, accetta la sfida posta dal problema della Teodicea, sostenendo che quello in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili.

Gli atei contestano vigorosamente questa posizione, ribattendo che non è difficile, neppure per una mente umana, concepire un mondo migliore di quello in cui viviamo. Il filosofo Bertrand Russell, ad esempio, sostiene che «Non è difficile immaginare un mondo senza i nazisti o il Ku klux Klan»[30]. La larga condivisibilità di questa affermazione è fonte di sostegno per le obiezioni atee. Per queste ragioni, gli atei sostengono che l'esistenza del male nel mondo è dimostrazione dell'impossibilità dell'esistenza di un dio benevolo e al contempo onnipotente.

L'incoerenza degli attributi divini[modifica | modifica sorgente]

I vari attributi divini (onniscienza, onnipotenza, somma benevolenza) sono vicendevolmente escludenti. Perché Dio non impedisce che si compia il male? Se non lo fa perché non può, vuol dire che non è onnipotente. Se non lo fa perché non vuole, vuol dire che non è sommamente buono. Se non lo fa perché non sa come farlo, vuol dire che non è onnisciente; se Dio è onnisciente, sa in anticipo come interverrà in futuro usando la sua onnipotenza: non può dunque mutare parere, e dunque non è onnipotente.

Un'ulteriore contraddizione si rinviene nella teoria del libero arbitrio: se Dio ha dotato l'uomo di libero arbitrio, ben sapendo che lo avrebbe usato per fare del male, vuol dire che Dio non è sommamente buono; se non lo poteva prevedere, vuol dire che non è onnisciente; oppure è perfido, e si prende gioco sia degli esseri umani che predestina a compiere il male, sia di quelli che predestina al ruolo di vittime. Le contraddizioni si moltiplicano, e la mancanza di una spiegazione comprensibile conduce il pensiero ateo a ritenere impossibile l'esistenza del divino laddove riscontri l'incompatibilità dei suoi attributi.

La complessità di Dio[modifica | modifica sorgente]

L'argomento è stato presentato da Richard Dawkins nel suo libro L'illusione di Dio. Secondo Dawkins, «un Dio capace di monitorare e controllare in permanenza le condizioni di ogni singola particella dell'universo», di curare simultaneamente «azioni, emozioni e preghiere di ogni singolo essere umano», di «decidere ogni momento di non salvarci miracolosamente quando ci ammaliamo di cancro» non può essere «semplice», come sostengono tanti teologi, ma necessita di una spiegazione «mastodontica» statisticamente improbabile quanto il supposto Creatore.

Feuerbach e l'antropomorfismo teologico[modifica | modifica sorgente]

«Una volta che la coscienza dell'uomo abbia constatato che i predicati attribuiti a Dio dalla religione sono soltanto antropomorfismi, cioè rappresentazioni umane, già la sua fede è incrinata dal dubbio e dall'incredulità. [...] Se gli attributi sono antropomorfismi, è un antropomorfismo anche il soggetto dei medesimi. Se l'amore, la bontà, la personalità sono qualificazioni umane, lo è pure il soggetto delle medesime, il soggetto che tu ad esse presupponi, ed allora anche l'esistenza di Dio, anche la fede nell'esistenza di un qualsiasi dio è un antropomorfismo, una proiezione assolutamente umana» (Ludwig Feuerbach, L'essenza del cristianesimo[31]).

Tipologie di ateismo[modifica | modifica sorgente]

Risultano esistere differenti linee di pensiero nella filosofia atea, che vedono delle differenze sulla questione dell'esistenza di una divinità. Essendo divisioni di forte natura settoriale, nella realtà può spesso capitare che una persona abbia delle idee in condivisione con vari pensieri, creando un suo pensiero autonomo e personale.

Ateismo forte[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ateismo forte.

La posizione chiamata ateismo forte o esplicito è quella secondo cui non esiste alcun Dio. Ad esso si oppone l'ateismo debole, cioè l'assenza di fede in un certo Dio, senza la convinzione che questo non esista. L'ateismo forte asserisce positivamente, quanto meno, che non esiste alcuna divinità, e può spingersi fino a sostenere che l'esistenza di alcune o di tutte le divinità è impossibile dal punto di vista logico. Ad esempio, gli atei forti sostengono comunemente che la combinazione di attributi che possono essere ascritti al Dio cristiano, quali onnipotenza, onniscienza, onnipresenza, trascendenza, somma benevolenza, è logicamente contraddittoria, incomprensibile o assurda; quindi si afferma che l'esistenza di Dio è impossibile a priori.

Similarmente, l'ateismo esplicito può sostenere che qualsiasi asserzione circa l'esistenza sovrannaturale è irrazionale e falsa a priori. Un esempio storico significativo di ateismo forte è certamente rappresentato da Karl Marx, colui che più di ogni altro ha gettato le basi sociologiche del rifiuto della religione come una delle cause fondamentali delle aberrazioni sociali generate da questo «oppio dei popoli». Dopo di lui moltissimi pensatori e sociologi hanno ripreso le sue tesi sviluppandole in modo interessante, ma senza riuscire ad aggiungere molto a quanto già Marx aveva enunciato.

Ateismo debole[modifica | modifica sorgente]

La posizione dell'ateismo debole è così riassumibile: non ci sono motivi per credere in un qualsiasi dio o entità, per ragioni diverse dalla prova della loro (in) esistenza. Gli atei deboli sostengono che il semplice fatto che non ci sono argomentazioni a favore dell'esistenza di Dio accettabili da un punto di vista scientifico è sufficiente a dimostrare che l'esistenza del dio non è necessaria per spiegare l'universo (vedi anche Rasoio di Occam). A questo proposito, si racconta che, quando Laplace scrisse la sua opera maggiore, il Trattato di meccanica celeste, Napoleone avrebbe osservato: «Signor Laplace, mi dicono che avete scritto questo grande libro sul sistema dell'universo, e non avete mai nemmeno menzionato il suo Creatore». Laplace rispose: «Je n'avais pas besoin de cette hypothèse-là» («Non avevo bisogno di quell'ipotesi»)[32]

In base a tale ragionamento, una persona in grado di confutare qualsiasi argomento a favore dell'esistenza di Dio è giustificata nell'adottare una visione atea. Tale obiezione viene spesso espressa in termini che la collegano, come detto sopra, all'onere della prova: secondo gli scettici tocca ai sostenitori dell'esistenza di una qualsiasi cosa (nella fattispecie un dio) dimostrarla. Le dimostrazioni filosofiche dell'esistenza di Dio, molto diffuse nel Medioevo, sono state poi contestate dai filosofi illuministi. Dopo la rivoluzione scientifica, i pochi tentativi di portare prove scientifiche a favore dell'ipotesi dell'esistenza di Dio, tra i quali figura quello di Kurt Gödel[33], non hanno ottenuto significativi riscontri.

Il filosofo Friedrich Nietzsche, uno dei rappresentanti dell'ateismo moderno[34]

Ateismo pratico (o comportamentale)[modifica | modifica sorgente]

Per ateismo pratico si intende la posizione per cui ci si comporta "come se" Dio non esistesse, pur non ponendo alla base del comportamento la convinzione su basi teoriche che non esista. L'ateo pratico è quindi piuttosto identificabile con l'"incredulo", colui che non crede ma neppure nega. Lo storico Georges Minois ha fatto della categoria dell'incredulità il sottofondo di tutta la sua ricerca nel saggio Storia dell'ateismo, apparso in Francia nel 1988 e in Italia nel 2000 (Editori Riuniti).

In tal senso lo studio di Minois è un testo di riferimento molto utile per comprendere gli sviluppi storici e le modalità di porsi della forma pratica dell'ateismo in Europa tra il XVI e il XVIII secolo. Esempi di ateismo pratico nel passato sono propri del pensiero libertino e della miscredenza in generale. Il Marchese de Sade è l'esempio più famoso di ateismo pratico, e anche quello di Friedrich Nietzsche può essere considerato pratico più che teorico, per il fatto che egli combatte la religione e l'idea di Dio, ma non propone una filosofia atea con rigorose basi teoriche.

Ateismo teorico (o filosofico)[modifica | modifica sorgente]

L'ateismo teorico è quello che riguarda il comportamento soltanto in maniera secondaria, caratterizzandosi in primo luogo per l'assunzione di elementi prettamente teorici di carattere filosofico. In termini molto semplificati, due elementi concettuali emergono in esso: l'impossibilità dell'esistenza del divino; la formulazione su basi teoriche di una filosofia capace di porre in una nuova prospettiva sia l'esistenza dell'universo e la sua natura, sia l'esistenza dell'uomo in rapporto ad esso. Nella prospettiva dell'ateismo teorico l'idea del divino e del trascendente in generale diventa non solo surrettizia, ma filosoficamente insostenibile. L'ateismo teorico in sé stesso trascura quindi gli elementi polemici contro la religione, in quanto inessenziali alla formulazione di una teoria filosofica rigorosamente atea, puntando semmai l'attenzione contro la metafisica e le sue costruzioni logiche e dialettiche infondate o insussistenti.

Nella storia della filosofia un vero ateismo teorico è più raro di quanto comunemente si pensi, anche a causa della frequente confusione che si fa con quello forte. I primi atei teorici possono forse essere considerati Leucippo e Democrito (e, dopo di loro Lucrezio) per aver escluso qualsiasi causa trascendente dalla cosmogonia, fondandola esclusivamente sul vuoto e sugli atomi come elementi primi dell'essere – pur non negando l'esistenza degli dèi. Devono passare diciotto secoli prima che cominci «la storia del vero ateismo»[35], che troverà in Jean Meslier e, successivamente, La Mettrie e d'Holbach i suoi maggiori esponenti. L'Ottocento ha in Feuerbach (e, dopo di lui, Freud) un teorico che riesce ad individuare la causa psichica generatrice dell'idea di Dio e di ogni religione. Nel XX secolo, il più noto teorico dell'ateismo, in chiave scientifico-logica, fu Bertrand Russell. In epoca contemporanea Michel Onfray e Richard Dawkins possono essere considerati casi interessanti di ateismo teorico.

L'ateismo teorico contemporaneo coniuga elementi strettamente filosofici a elementi scientifici.

Storia dell'ateismo[modifica | modifica sorgente]

Antichità[modifica | modifica sorgente]

I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte) furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Milo, Crizia, Teodoro, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma anche una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dal movimento intrinseco agli atomi stessi in quanto mobili, quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.

Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi, li relegava negli intermondi, come simboli della beatitudine e dell'indifferenza e non come realtà ontologiche. Dal punto di vista teorico è fondamentale l'introduzione della parenklisis, la casuale deviazione del percorso in caduta degli atomi nel loro precipitare nel vuoto in base al loro peso.

Lucrezio, che a lui fa riferimento (e traduce parenklisis con clinamen), però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali.

Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.

Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana), che tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III, in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotto in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di dissacrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.

Dal Quattrocento al Seicento[modifica | modifica sorgente]

Non sono documentati casi significativi di ateismo in età medievale (anche se Dante e Boccaccio affermano che il poeta Guido Cavalcanti fosse ateo), mentre questa visione del mondo sembra ricomparire in sottofondo, sebbene in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini, spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. Tuttavia, se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.

Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una concezione aristotelica dell'universo in cui la natura è in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla. Secondo Vanini le religioni vanno viste come strumenti creati dalle classi dominanti volti a perseguire fini politici[36]. Tali posizioni sono intollerabili per la Chiesa cattolica e nel 1619 Vanini viene accusato di blasfemia e ateismo dalle autorità di Tolosa e condannato alla morte sul rogo dopo aver subito il taglio della lingua, come avveniva usualmente per questo tipo di accuse.

Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus, scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: «Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente.»

Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento), che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.

Il Settecento[modifica | modifica sorgente]

L'ateismo in forme filosofiche definite ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, l'epoca nella quale esso trova una vera e propria rinascita dopo almeno milleseicento anni. Ciò avviene con Jean Meslier (1664-1729), con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.

Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni, dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, Il Testamento; in esso evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.

Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel Testamento: "Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”

Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."

Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con L'uomo macchina (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘'Storia dell'anima‘', ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.

La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri. Contrariamente a Helvétius e d'Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: "Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".

Ne "L'anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l'etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: "Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt'anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché "Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.

Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D'Holbach costruisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.

Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.

Secondo D'Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti ... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti ... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.

La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.

Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l'Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."

La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, ispirata, nella sua componente democratica, dalle idee di Rousseau, deista e anti-ateo. Anche la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi e l'opportunismo politico di blandire il cattolicesimo risorgente in Francia fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un'intera stagione culturale.

L'Ottocento[modifica | modifica sorgente]

Per quanto il secolo si apra con l'apparente sconfitta delle idee illuministiche, il messaggio laico e razionalista dell'illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all'Europa e all'Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L'uomo dell'Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella "modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.

L'Ottocento non ha più veri teorici dell'ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico, mentre è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell'ateismo attraverso la sua ricerca antropologica sull'origine dell'idea di Dio. Nell'opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l'eredità dell'ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L'anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell'Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.

L'eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell'Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l'incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.

Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l'abbandono del Cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all'ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".

Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace, colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "determinismo assoluto", espresso con le seguenti parole: "Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi"[37]. Vi sono tuttavia atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto tale forma di intelligenza senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un attributo.

Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec).
In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.

Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione[31] viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Friedrich Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: «La credenza che nella natura si esprima un ente diverso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalmente identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospettiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza.»[38]

Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: «Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici.»[39]

Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile si trova Giacomo Leopardi.

Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.

Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il Cristianesimo come religione di stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto.

Tuttavia, ancora oggi, negli Stati Uniti d'America le Costituzioni di alcuni stati, in contrasto con quella federale che all'articolo 6 comma 3 proibisce espressamente l'adozione di parametri religiosi come titolo a servire nei pubblici uffici[40], tuttora prevedono condizioni discriminatorie per chi si dichiara non credente[40]. Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi[41]. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.

Il secolo XX[modifica | modifica sorgente]

"La Discesa dei modernisti", di Pace EJ, prima apparizione nel libro Sette questioni oggetto della controversia da William Jennings Bryan, 1924

In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti. In realtà tutti gli indirizzi citati, ateismo escluso, possono convivere benissimo anche con concezioni teologiche. Il Cristianesimo peraltro contiene elementi abbastanza marcati di materialismo, ad esempio nei concetti di onnipotenza, di giustizia, di punizione e persino di vendetta. L'opposto del materialismo non è quindi la religione, bensì lo spiritualismo, e nessuna delle religioni monoteiste è spiritualistica. Lo sono invece perlopiù quelle orientali, tra esse il Vedānta, il Buddhismo, il Taoismo, il Giainismo e il Confucianesimo.

Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.

In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologica e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: «Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo.»[42]

Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: «La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. È dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"».(L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, p. 60)

Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: «Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondere l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.»(cit., p. 682).

Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quel in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: «È come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a realizzare un Dio mancato. È dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile.» (cit., p. 691)

Il secolo XXI[modifica | modifica sorgente]

Fotomontaggio della campagna-pilota dell'UAAR: la fotografia rappresenta un autobus delle linee pubbliche genovesi come sarebbe apparso se la campagna fosse stata accettata dalla concessionaria di pubblicità

Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. È però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.

Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.

Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Friedrich Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".

L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964) e Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, 1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia (Grasset & Fasquelle, 2005). Esso ha avuto un ottimo rilievo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.

Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: «L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta Maometto, nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variazioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura». (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: «Occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri.» (cit., p. 65). Terzo obiettivo: «una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificabile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche.»(cit., pag.66)

Dibattiti sull'ateismo[modifica | modifica sorgente]

Sul piano etico-morale, così come definito dalla dottrina cristiana, la qualifica di ateo assume il massimo senso dispregiativo. A livello fideistico, negando l'entità divina, che costituisce il fondamento stesso dell'eticità, l'ateo è, in quanto tale, il massimo peccatore e il reietto per definizione.[senza fonte] Questo poiché massima è la bestemmia che l'ateo produce negando Dio, e massima è l'abiezione in cui esistenzialmente si colloca. A livello teologico, l'ateo, negando Dio, nega il fondamento della vita e della verità dell'essere, per cui, nel migliore dei casi, è considerato portatore nel consorzio umano di un nichilismo radicale. Tutte queste considerazioni però non riguardano l'ateismo "pratico" o "debole", ma solo quello "teorico" (implicitamente anche "forte"), poiché solo questo si contrappone radicalmente alla fede nel suo fondamento dottrinario. L'assassino, il bestemmiatore, il sacrilego sono sempre considerati redimibili e recuperabili. L'ateo teorico, se è tale, non è mai recuperabile[senza fonte, non è una dottrina cristiana], perché è "fuori" della redimibilità e della recuperabilità[la dottrina cristiana cattolica afferma l'esatto contrario][43]

Gli atei, non curandosi del giudizio del cristianesimo[vi sono molteplici confessioni cristiane, ognuna con una dottrina differente: a quale di queste confessioni si riferisce la frase?] vi contrappongono il fatto che è l'ateo ad essere morale, in quanto agisce per la moralità stessa e non per obbedire a Dio o per compiacerlo. D'Holbach riteneva che il cristianesimo stesso fosse portatore di immoralità e che solo l'ateo, libero dalle catene della fede, potesse elevarsi alla vera moralità. La fondazione di un'etica, infatti, non richiede affatto la credenza in Dio: se una persona sostenesse di comportarsi onestamente solo per compiacere Dio o per non essere da Lui punito, allora non dovrebbe essere definita religiosa ma cortigiana, trattandosi non di fede ma di opportunismo e adulazione verso i potenti. Pierre Bayle è stato il primo a sostenere nei Pensieri sulla cometa che chi non crede in Dio può comportarsi addirittura in maniera più morale del cristiano. Anche alcuni pensatori cristiani successivi sostennero che la fede di per sé stessa non garantisce la moralità e che chi non ha fede può comportarsi correttamente. Ciò si ritrova nel saggio di Kant Fondazione della metafisica dei costumi e, più recentemente, nell'Etica di Bonhoeffer.

Talvolta l'ateismo viene accusato di esprimersi in forme fideistiche, poiché assume come un postulato l'affermazione «Dio non esiste», logicamente indimostrabile. A tale critica gli atei rispondono che l'ateismo non è un atto di fede, ma una scelta razionale. A differenza dei teisti, infatti, sono pronti a ricredersi nel caso l'esistenza di Dio fosse dimostrata. Sostiene Sam Harris:

« Ebrei, cristiani e musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell'umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l'affermazione stessa ridicola. Non c'è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. Come disse una volta lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71): «Io sostengo che siamo entrambi atei, solo che io credo in un dio di meno rispetto a voi. Quando capirete perché rifiutate tutti gli altri possibili dèi, capirete anche perché io rifiuto il vostro». »
(Sam Harris, Dieci leggende — e dieci verità — sull'ateismo[44])
La percentuale di persone nei Paesi europei che affermano di non credere in "alcun tipo di spirito, Dio o forza vitale" (2005)[45]

All'accusa di essere «integralista come gli integralisti che critica», l'etologo Richard Dawkins risponde:

« È troppo facile confondere la passione di chi è disposto a cambiare parere con l'integralismo che non cambia mai nulla. I cristiani integralisti si oppongono appassionatamente all'evoluzione, mentre io appassionatamente la sostengo. Passione per passione, parrebbe una condizione di parità. Ma, per citare un aforisma non ricordo di chi, quando si sostengono due opposti punti di vista con uguale forza, non è detto che la verità stia al centro. È possibile che una delle due parti si sbagli; e questo giustifica la passione della parte avversa. Gli integralisti sanno in che cosa credere e sanno che niente farà mai loro cambiare idea. La citazione da Kurt Wise [...] è esemplare: «Se tutte le prove dell'universo andassero contro il creazionismo, sarei stato il primo ad ammetterlo, ma sarei rimasto creazionista perché è quello che la Parola di Dio sembra indicare. E qui io devo collocarmi». Non si sottolineerà mai abbastanza la differenza tra questa appassionata fedeltà alla Bibbia e l'altrettanto appassionata fedeltà dello scienziato alle prove empiriche. L'integralista Kurt Wise afferma che neanche le più schiaccianti prove concrete gli farebbero mai cambiare idea. Il vero scienziato, per quanto «creda» con forza all'evoluzione, sa esattamente che cosa gli farebbe cambiare idea: prove contrarie. Come rispose J. B. S. Haldane quando gli chiesero che cosa avrebbe potuto smentire l'evoluzione: «Conigli fossili nel Precambriano». Mi si permetta di formulare la versione opposta del manifesto di Kurt Wise: «Se tutte le prove dell'universo dimostrassero l'attendibilità del creazionismo, sarei il primo ad ammetterlo e cambierei subito idea. Stando le cose come stanno, tutte le prove disponibili (e ve n'è in abbondanza) sono a favore dell'evoluzionismo. È per questo e solo per questo che lo sostengo con una passione pari a quella dei suoi oppositori. La mia passione si basa sulle prove. La loro, che sfida apertamente l'evidenza, e solo la loro è integralista. »
(Richard Dawkins, L'illusione di Dio)

Le discussioni sull'esistenza di Dio e sulla sua influenza sugli uomini riguardano questioni fondamentali per le persone e in varie circostanze possono avere conseguenze rilevanti sul piano del consenso ideologico e politico. Non stupisce quindi che i dibattiti relativi assumano spesso toni aspri e prese di posizione faziose.

Diffusione[modifica | modifica sorgente]

Alcune stime sul numero di atei nel mondo (ma talvolta confusi con gli agnostici):

  • Britannica Book of Year (1994): 1 miliardo e 154 milioni di atei e agnostici nel mondo.
  • La World Christian Encyclopedia annuncia 1 miliardo e 71 milioni di agnostici e 262 milioni di atei nel mondo nel 2000.
  • Un'inchiesta condotta in 21 paesi su un campione di 21.000 persone pubblicata nel dicembre 2004 annuncia che il 25% degli europei occidentali si definisce ateo/agnostico contro il 12% nei paesi dell'Europa centrale e orientale.
  • Adherents.com riporta 1,1 mld di «non religiosi» (circa il 16% della popolazione mondiale[46]), categoria che include secolari, irreligiosi, agnostici, atei, umanisti, deisti, panteisti e liberi pensatori.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Frase citata in Daniele Soffiati, Non ci posso credere!, Aliberti Editore
  2. ^ (EN) Austin Cline, Definition of Positive Atheist in About.com. URL consultato il 23 novembre 2011.
  3. ^ (EN) Professor Antony Flew in Daily Telegraph, 13 aprile 2010. URL consultato il 23 novembre 2011.
  4. ^ (EN) Wendy M. Grossman, The Flowering of Strong Atheism in the Guardian, 12 aprile 2011. URL consultato il 23 novembre 2011.
  5. ^ a b Berman, op. cit., pag. 115
  6. ^ a b c (EN) Apatheism. URL consultato il 23 novembre 2011.
  7. ^ (EN) Religions: Atheism in BBC. URL consultato il 16 ottobre 2011.
  8. ^ (EN) Atheist, Gnostic, Theist, Agnostic in the freethinker. URL consultato il 1º dicembre 2012.
  9. ^ Mondin, op. cit., § «Clemente Alessandrino», pag. 179
  10. ^ a b Antologia Filosofica, op. cit., vol. XIV, pagg. 533-534
  11. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/ateismo_(Dizionario-di-filosofia)/ «Durante il Medioevo, cristiano e teocentrico, non c’è spazio per l’ateismo. Inoltre, si fa ora riferimento a una concezione di Dio diversa e ben più determinata di quella del mondo antico, e cioè un Dio che si è rivelato e che parla attraverso le Sacre Scritture. Posizioni ateistiche riaffiorano con il Rinascimento, e soprattutto nel Seicento.»
  12. ^ Régine Pernoud, Luce del Medioevo, Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007. ISBN 978-88-7152-579-2 - pp. 214,215
  13. ^ santiebeati.it
  14. ^ «Nel diritto francese sono notevoli una Ordinanza del 1254 del re San Luigi che infligge il marchio in fronte e in caso di recidiva il taglio delle labbra o della lingua». Francesco Carrara, Programma del corso di diritto criminale nella R. Università di Pisa", p. 561, 1891
  15. ^ Francesco Carrara, Programma del corso di diritto criminale nella R. Università di Pisa, p. 418 - Misura presa pochi anni dopo alcune testimonianze rese in occasione del processo in nullità della condanna di Giovanna d'Arco, nel 1456, dalle quali apprendiamo che - sia pure in tempo di guerra - bestemmiavano tutti: i soldati, i capitani come il truce La Hire e i nobili come il fine il duca d'Alençon. (Cfr. Procès de réhabilitation - Déposition de Louis de Coutes), (Cfr. Procès de réhabilitation - Déposition de frère Séguin), (Cfr. Procès de réhabilitation - Déposition du Duc d'Alençon)
  16. ^ Claudio Cicuzza e Francesco Sferra (a cura di), I Discorsi del Buddha, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002. ISBN 88-04-50494-3 - pagine 51, 52 - Il piccolo discorso di Mālunkyāputta
  17. ^ Mara è inteso sia come metafora sia come divinità reale; noto il suo apparire alla vigilia dell'Illuminazione per scoraggiare il futuro Buddha (cfr. Samuel Bercholz, Sherab Chödzin Kohn (a cura di), Le vie del Buddha, Milano, R.C.S. Libri & Grandi Opere, 1994, pagine 25-30
  18. ^ Pio Filippani-Ronconi (a cura di), Buddha La via per la saggezza, Roma, Newton Compton, 1994. ISBN 88-8289-749-4 - pagina 73
  19. ^ Si tratta di uno dei Sei Mondi o "Loka": il mondo degli dèi, degli dèi gelosi (asura), degli esseri umani, degli animali, degli spiriti famelici (preta) e del mondo infernale. Cfr. Samuel Bercholz, Sherab Chödzin Kohn (a cura di), Le vie del Buddha, Milano, R.C.S. Libri & Grandi Opere, 1994, pagina 324
  20. ^ Pio Filippani-Ronconi (a cura di), Buddha La via per la saggezza, Roma, Newton Compton, 1994. ISBN 88-8289-749-4 - pagina 107
  21. ^ di Gyatso Tenzin (Dalai Lama) Edmond Blattchen, La compassione universale. Intervista, BG Editore Servitium, 2000. ISBN 88-8166-124-1
  22. ^ Dalai Lama con Jeffrey Hopkins, I sentieri della sapienza e dell'incanto - Lezioni all'Università di Harvard, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2001. ISBN 88-04-49895-1 - pagine 142-144
  23. ^ Oneri - Campagna di sensibilizzazione e raccolta dati sui fondi pubblici che i Comuni versano alle confessioni religiose come oneri di urbanizzazione secondaria
  24. ^ UAAR: Crocifissi negli edifici pubblici. URL consultato il 16 ottobre 2011.
  25. ^ Carlo Tamagnone, Per un ateismo razionale e consapevole in L'Ateo, 1/2006, 42, gennaio - febbraio 2006, pp. pagg. 19-22. URL consultato il 16 ottobre 2011.
  26. ^ Scoop: The Altenberg 16: An Exposé Of The Evolution Industry
  27. ^ Pievani, op. cit.
  28. ^ Pievani, op. cit., pag. 134
  29. ^ Richard Dawkins, L'illusione di Dio, Edizioni Mondadori, 2010, p. 60, ISBN 978-88-520-1547-2.
  30. ^ Russell, op. cit.
  31. ^ a b Feuerbach, op. cit., p. 39
  32. ^ (FR) Marc Mennessier, "L'univers est né sans Dieu" : Hawking crée la polémique in le Figaro, 7 settembre 2010. URL consultato il 22 novembre 2011.
  33. ^ Gödel, op. cit.
  34. ^ (EN) Breve storia dell'ateismo (PDF). URL consultato il 16 ottobre 2011. Secondo Gianni Vattimo, tuttavia, l'ateismo di Nietzsche espresso nell'affermazione «Dio è morto» sarebbe più una constatazione storica che un convincimento personale (cfr. Introduzione a Nietzsche, pag. 68, Roma-Bari, Laterza, 1985), senza contare che, secondo Heidegger, Nietzsche sarebbe addirittura il più alto rappresentante di quel sistema di valori teologico-metafisici che egli sembra in apparenza contrastare (cfr. Nietzsche, 2 voll., Pfullingen, Neske, 1961).
  35. ^ Ateologia, op. cit., pag. 41
  36. ^ Vanini, Giulio Cesare Lucilio in Enciclopedia Treccani. URL consultato il 13/11/2012.
  37. ^ Laplace, op. cit.
  38. ^ Feuerbach, op. cit., p. 46
  39. ^ Feuerbach, op. cit., p. 66-67
  40. ^ a b (EN) State Constitutions that Discriminate Against Atheists. URL consultato il 22 novembre 2011.
  41. ^ Multe fino a 25mila euro per i blasfemi in La Stampa, 3 gennaio 2010. URL consultato il 22 novembre 2011.
  42. ^ Camus, op. cit., pp. 9-10
  43. ^ per quanto riguarda la dottrina cattolica, l'attuale pontefice ha ricordato non solo la necessità di reciproco rispetto e dialogo tra credenti e non credenti ma, prendendo ad esempio l'apostolo Paolo, la necessità di non condannare ed anzi di invitare alla conoscenza: "«Lui non dice: “Idolatri, andrete all'inferno!”», ma «cerca di arrivare al loro cuore»; non condanna dall'inizio, cerca il dialogo: «Paolo è un pontefice, costruttore di ponti. Lui non vuole diventare un costruttore di muri»" Papa Francesco - Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae.
  44. ^ (EN) Sam Harris, 10 Myths — and 10 Truths — About Atheism in Los Angeles Times, 24 dicembre 2006. URL consultato il 16 ottobre 2011.
  45. ^ Social Values, op. cit., pag. 11
  46. ^ (EN) Major Religions of the World Ranked by Number of Adherents. URL consultato il 22 novembre 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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