Sāṃkhya

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il Sāṃkhya (devanāgarī: सांख्य) è una scuola di pensiero indiana, ritenuta la più antica[1] filosofia sistematica apparsa fra le tradizioni hindu, e che ha influito considerevolmente su altre scuole filosofiche e religiose dell'induismo[2]. Sebbene non teista, il Sāṃkhya costituisce uno dei sei sistemi (darśana) ortodossi nella cultura religiosa hindu.

Origini e significato del termine[modifica | modifica sorgente]

Secondo diversi studiosi il termine sanscrito sāṃkhyā significherebbe "enumerazione"[3], oppure "calcolo"[4], con riferimento alla classificazione dei principi cosmici e individuali, gli elementi fondamentali cui riportare tutto ciò che è manifesto. In questo senso, "enumerazioni" dei principi ultimi compaiono sia nella tradizione brahmanica sia negli ambiti buddhista e jainista[5], e non sono pertanto da ritenersi una prerogativa del Sāṃkhyā.

Molto dibattuta è infatti la questione su quali ambienti siano stati gli iniziatori dell'"enumerazione", ogni tradizione avocando a sé il primato di caposcuola. Su questo così si esprime l'accademico Gavin Flood:

« In ogni caso, invece di ritenere che le speculazioni del sāṃkhyā derivino da ambienti jaina e buddhisti, sembra più corretto ipotizzare che […] si siano originate in un contesto culturale comune in cui rivestiva un ruolo centrale l'enumerazione. »
(G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 319.)

Questo fondo comune, questo proto–sāṃkhya, si sarebbe sviluppato in seno alle comunità dei rinuncianti, di coloro cioè che abbandonavano la vita civile per dedicarsi alla ricerca spirituale. Stiamo parlando di un'epoca compresa fra il IX e il III secolo BCE[6], e probabilmente esso aveva natura teista[7].

Un altro possibile significato del termine sāṃkhyā è "discriminazione", ciò con riferimento al fine soteriologico della dottrina: quello di distinguere fra lo "spirito" (puruṣa) e la "materia" (prakṛti): la liberazione[8] è infatti possibile soltanto perseguendo quella conoscenza metafisica che consente di discriminare fra questi due principi ultimi e antitetici[9].

Come filosofia sistematica quale oggi è intesa, il Sāṃkhya viene invece redatto molto più tardi, intorno al IV secolo CE, a opera del filosofo indiano Īśvarakṛṣṇa, che nella sua fondamentale opera, la Sāṃkhyakārikā ("strofe sul Sāṃkhya"), ne espone i fondamenti in versi. Sebbene Īśvarakṛṣṇa non sia quindi da considerarsi l'iniziatore di questa scuola, senz'altro egli, nella letteratura a noi conosciuta, ne è il primo codificatore[10].

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Īśvarakṛṣṇa.

Le fasi iniziali[modifica | modifica sorgente]

Secondo Vivekananda[11], il fondatore del razionalismo indiano[12] è stato il mitico Kapila[13], cosa sulla quale concorda anche Śankara, ritenendolo il fondatore del pensiero Sāṃkhya[14].

D'altronde è lo stesso Īśvarakṛṣṇa che, nella kārikā 70 della sua Sāṃkhyakārikā, scrive d'essere il depositario di una scuola il cui iniziatore è Kapila. Il filosofo sostiene di aver appreso la dottrina da Pañcaśika, che l'aveva a sua volta appresa da Asuri, discepolo di Kapila[15].

Occorre senz'altro menzionare che, nei suoi sviluppi iniziali, il Sāṃkhya è connesso con l'evolversi di un'altra delle sei darśana dell'induismo, lo Yoga classico. Così l'orientalista Giuseppe Tucci:

« Di questi due sistemi quasi sempre insieme si discorre perché entrambi hanno uno sfondo dottrinale comune. […] Le idee che i due sistemi esprimono hanno origini antiche. »
(G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Op. cit., p. 69.)

Infatti lo Yoga classico, così come esposto dal filosofo Patañjali nel suo Yoga Sūtra, si appropria della metafisica dualista del Sāṃkhya, con qualche variante, differenziandosene non tanto nella dottrina quanto soprattutto nel metodo: lo Yoga ritiene insufficiente la conoscenza metafisica ai fini della liberazione, sostenendo invece discipline psicofisiche le cui origini sembrano essere ancora più remote[16].

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Yoga.

Il Sāṃkhya e la tradizione tantrica[modifica | modifica sorgente]

Nella stessa kārikā 70 sopra citata è adoperato il termine tantra[17] per indicare la dottrina che Īśvarakṛṣṇa sostiene di aver ereditato da Kapila. L'indologo indiano Prabodh Chandra Bagchi identifica da questo il Sāmkhya come un Tantra.[18] Egli afferma che la filosofia dell'opera costituì uno degli influssi principali sullo sviluppo dei tantra, sia dal punto di vista del corpus della letteratura che in riferimento al Tantra sadhana.[19] Anche Śankara usa il termine Kapilasya-tantra per denotare il sistema esposto da Kapila (la filosofia Sāmkhya) e il termine Vaināśikā-tantra per denotare la filosofia buddista dell'esistenza momentanea[20].

Il Sāṃkhya e la tradizione vedica[modifica | modifica sorgente]

Come si è detto, il Sāṃkhya è una delle sei darśana che riconoscono l'autorità dei Veda. In realtà il sistema Sāṃkhya ne prescinde quasi totalmente, poiché se è pur vero che utilizza il concetto di puruṣa (l'uomo originario della mitologia vedica), ne fa un semplice modello della monade mentale umana, qualcosa di simile all' "anima" nella cultura occidentale:

« Anche il Sāṃkhya è però fondato sulle stesse premesse filosofiche comuni a tutti i sistemi: l'assoluta infelicità dell'esistenza, la trasmigrazione delle anime, il dualismo dell'esistenza assoluta e dell'esistenza empirica, la liberazione per mezzo della conoscenza. »
(Piero Martinetti, La sapienza indiana, Op. cit., p. 40.)

Occorre infine evidenziare che da diversi studiosi il Sāṃkhya è considerato una scuola non ortodossa[21] nonostante diverse sue concezioni siano rintracciabili già nei Veda[22], per via della natura non teistica, naturalistica e materialista[23] del suo pensiero[24].

Il pensiero[modifica | modifica sorgente]

L'insieme dei testi canonici del Sāṃkhya comprende, oltre la già citata Sāṃkhyakārikā, numerosi commenti di questo testo già a partire dall'VIII secolo, come la Jayamangalā, attribuita a Śankara; o la Sāṃkhya-tattva-kaumudī, di Vācaspatimiśra (IX secolo). Altri testi fondamentali sono il Sāṃkhya-pravacana-sūtra (XIV secolo, ma che la tradizione attribuisce a Kapila) coi suoi commenti[25], e i Sāṃkhyasūtra, opera assai più recente (dopo il XIV Secolo)[26].

Secondo questo sistema filosofico, l'intera realtà scaturisce dalla relazione fra due princìpi onnipervadenti ed eterni: quello pluralistico dei puruṣa e quello evoluzionistico della prakṛti, la materia. I puruṣa sono gli spiriti delle individualità umane, le monadi spirituali, che sono di numero infinito. Tali puri spiriti, i puruṣa, sono spettatori passivi e testimoni silenziosi delle evoluzioni della prakṛti (la "materia" o "natura") che è completamente pervasa da tre qualità costitutive, i guṇa: sattva, rajas e tamas. Queste entrano nella composizione di qualsiasi manifestazione della natura e corrispondono, rispettivamente, alla "leggerezza, luminosità", all'"attività, dinamismo" e alla "pesantezza, oscurità"[27]. Quando la quiete della prakṛti, cioè l'equilibrio fra i tre guṇa, viene alterata, si ha l'inizio di un nuovo universo e, quindi, l'avvio evolutivo del mondo manifesto. Questa alterazione dello stato originario di quiete è dovuta alla stretta vicinanza tra puruṣa e prakṛti e causata dalla relazione intercorrente fra questi due princìpi. Il Puruṣa va infatti considerato come il perenne ispiratore che, con la sua sola presenza, dona coscienza e vitalità all'intero creato e che, all'interno della singola manifestazione e quindi dell'uomo, diviene anima e assume l'aspetto di colui che conosce e non agisce. La prakṛti, invece, con l'imperfezione che la contraddistingue, è un ente agente e non cosciente. Lo stato di assoluto isolamento (kaivalya) del sé (puruṣa) rispetto ai tre mondi - terreno, intermedio e divino - consiste nel riconoscere la diversità fra questi due enti attraverso la conoscenza dei 25 princìpi che strutturano il sistema Sāṃkhya.

La filosofia Sāṃkhya è un dualismo realistico fondamentalmente ateo, che esclude qualsiasi concetto di divinità (Īśvara)[28] e si limita a considerare le individualità umane (i puruṣa) e la materia (la prakṛti)[29]. Tali due principi sono considerati ontologicamente equivalenti ed anche assiologicamente, per quanto i puruṣa umani, rappresentanti la spiritualità, siano gli attori di un'ascesi spiritualistica e morale verso uno stato finale di tipo mistico. Da questo l'ipotesi che il Buddhismo originario di Siddharta Gautama possa avervi fatto riferimento. L'onnipervadenza della prakṛti è lo scenario ontologico e cosmologico in cui i puruṣa fluttuano alla ricerca di una perfezione individuale. Come nel Buddhismo, il fine più immediato è quello del superamento della sofferenza per mezzo della "conoscenza", alla quale segue l'aspirazione all'"isolamento".

La scuola del Sāṃkhya è la prima a proclamare l'indipendenza della ragione umana dalla rivelazione tipica della cultura vedica tradizionale, come avviene, ad esempio, nelle Upaniṣad. I puri spiriti, le anime individuali, debbono liberarsi dai vincoli karmici, dal susseguirsi delle reincarnazioni. Benché ciò evochi la possibilità di un'"anima generale" originaria sparpagliata nelle anime individuali, di questo concetto non v'è alcuna traccia nel Sāṃkhya, mentre è tipico del Vedānta panteistico. L'anima individuale, il "corpo sottile", che, in quanto essenza già presente nella quiete originaria della prakṛti, ha la possibilità di evolvere fino al conclusivo "isolamento dalla materia", svincolandosi definitivamente dal saṃsāra ed ottenendo così la liberazione dalla sofferenza (duḥkha).

L'enumerazione[modifica | modifica sorgente]

Le venticinque tattva del Sāṃkhya

Secondo una teoria cosmologica comune a molte dottrine dell'induismo, e del buddhismo anche, l'universo ha evoluzione periodica: il tempo è circolare e non lineare. Ogni qual volta il tempo riprende, una nuova evoluzione dell'universo ha origine, un ulteriore ciclo cosmico (kalpa). Prima che il tempo riprenda, il cosmo è immanifesto, la prakṛti giace cioè in uno stato di quiete, ed è soltanto in questo stato che le sue tre componenti, le tre guṇa (rajas, sattva, tamas), si trovano in equilibrio fra loro. A causa del karma, ossia delle azioni compiute nei cicli precedenti dagli esseri che non ebbero raggiunto la liberazione (mokṣa), e destinati quindi a reincarnarsi, lo stato di equilibrio viene alterato: la prakṛti si mette, per così dire, in movimento e un nuovo ciclo prende inizio. Questo passaggio di stato che dà luogo a una nuova manifestazione del cosmo avviene dunque per cause etiche, e l'intero susseguirsi dei cicli avrà termine soltanto quando tutti gli esseri avranno conseguito la liberazione[30].

La prima manifestazione della prakṛti è l'Intelletto (buddhi), chiamato anche il Grande (mahat). Dal mahat ha origine il Senso dell'Io (ahamkāra). A questo punto, a secondo del prevalere di una guṇa sulle altre, il processo evolutivo della prakṛti prende due strade. Se è il tamas che prevale sul sattva, allora a manifestarsi sono i cinque "elementi sottili" (tanmātrā: suono, tatto, forma, sapore, odore). A partire da questi ultimi evolvono i cinque "elementi grossi" (mahābhūta: etere, aria, fuoco, acqua, terra). Altrimenti si ha la cosiddetta serie sensoriale, costituita dal senso interno, cioè la mente (manas), i cinque sensi di conoscenza (occhio, naso, orecchio, lingua, pelle), e i cinque sensi o organi di azione (parola, mano, piede, organi escretori, organi sessuali). Così si esprime Īśvarakṛṣṇa nella sua opera:

« Dalla prakṛti sorge il Grande [mahat o buddhi, l'intelletto], da questo il senso dell'Io [ahaṃkāra], da questo il gruppo dei sedici [la mente; i cinque organi di senso; i cinque organi di azione; i cinque elementi sottili]. Inoltre da cinque dei sedici [gli elementi sottili] sorgono i cinque elementi grossi [mahābhūta: etere, aria, acqua, terra, fuoco]. »
(Samkhyakarika, 22; citato in M. Angelillo – E. Mucciarelli, Op. cit., p. 89.)

In totale il Sāṃkhya enumera dunque venticinque principi, o categorie (tattva). Esse costituiscono un sistema di interpretazione che è inerente sia alla cosmologia, sia alla psicofisiologia individuale, questo perché l'evoluzione (pariṇāma) della prakṛti è contemporaneamente cosmica e individuale[31].

Oltre la prakṛti e il puruṣa, abbiamo le seguenti ventitré tattva:

  • Intelletto, buddhi.
È questo l'elemento più sofisticato della prakṛti, sede delle latenze (vasana) accumulate nelle vite passate e delle disposizioni (bhava) personali. L'intelletto è il solo che può consentire il discernimento fra prakṛti e puruṣa, e quindi la liberazione.
  • Senso dell'Io, ahaṃkāra.
È il principio di individuazione, quello che consente di rapportare gli eventi alla persona: è l'ahaṃkāra che fa dire all'individuo: «io sento», «io penso», «io gioisco», «io soffro», eccetera, ma le percezioni, mentali e fisiche, altro non sono che aspetti, fenomeni della materia stessa, il soggetto non è reale:
« Il sé empirico, il sé delle affermazioni dell'«io», deriva invece dall'evoluzione della materia da uno stato primordiale [prakṛti], ma non è soggetto reale. »
(G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 320.)
È quest'aspetto della prakṛti la causa della confusione col puruṣa, perché da un lato l'ahaṃkāra si illude d'essere altro dalla materia stessa (prakṛti), dall'altro il puruṣa si afferma come quello che non è[32].
  • Mente, manas. (Senso interiore)
Dunque la mente, undicesimo senso, è un prodotto della prakṛti, della materia cioè: nulla di trascendente il Sāṃkhya assegna alla mente umana, essendo manas ciò che reagisce elaborando gli stimoli degli altri sensi.

.....Sensi di conoscenza (jñānendriya):

  • Orecchio, śrotra.
  • Pelle, tvac.
  • Occhio, cakṣus.
  • Lingua, rasanā.
  • Naso, ghrāṇa.

.....Sensi di azione (karmendriya):

  • Parola, vāc.
  • Mano, pāṇi.
  • Piede, pāda.
  • Organi di escrezione, pāyu.
  • Organi sessuali, upastha.

.....Elementi sottili (tanmātra):

  • Suono, śabda.
  • Tatto, sparśa.
  • Forma, rūpa.
  • Sapore, rasa.
  • Odore, gandha.

.....Elementi grossi (mahābhūta):

  • Etere, ākāśa.
  • Aria, vāyu.
  • Fuoco, tejas.
  • Acqua, ap.
  • Terra, pṛthivī.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Così Gavin Flood, L'induismo, Op. cit., p. 317; e così anche Mircea Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit.; p. 23.
  2. ^ "[…] soprattutto sul movimento tantrico śaiva e sui pāñcarātra", G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 317.
  3. ^ Questa traduzione è fatta derivare da saṃkhyā, che significa "numero", da cui sāṃkhyā, "l'atto di numerare": così Richard Garbe in Die Samkhya Philosophie, eine Darstellung des indichen Rationalismus, Lipsia, 1894; citato in M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit., Nota I, 1.
  4. ^ Così Oldenberg in Die Lehre der Upanishaden un die Anfänge des Buddhismus; citato in M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit., Nota I, 1.
  5. ^ G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 317.
  6. ^ G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 317.
  7. ^ M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit.; p. 342.
  8. ^ La liberazione dal ciclo delle reincarnazioni, e quindi dalla sofferenza che la vita comporta.
  9. ^ M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit.; p. 23.
  10. ^ G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 320.
  11. ^ The Complete Works of Swami Vivekananda, Mayavati memorial edition, parte II (Almora, Advaita Ashrama, 1945), p. 443, in V. P. Varma, p. 295.
  12. ^ "Carattere più prettamente razionalistico ha il sistema Sāṃkhya", Piero Martinetti, La Sapienza indiana, Milano, Celuc Libri, 1981, p. 40.
  13. ^
    (EN)
    « Kapila is considered by all texts to be the founder of Sāṃkhya, but there is no doubt that he is a mythical figure. »
    (IT)
    « Kapila è considerato in tutti i testi il fondatore del Sāṃkhya, ma non v'è dubbio che egli sia un personaggio mitologico. »
    (Gerald James Larson, Classical Sāṃkhya. An Interpretation of its History and Meaning, Delhi, 2011, p. 139)
  14. ^ Ibid.
  15. ^ M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit.; p. 342.
  16. ^ "È inutile cercare le origini dello Yoga, che affondano in quel terreno magico nel quale vivono i popoli primitivi e che l'evolversi della cultura non riesce a far dimenticare pur sublimandolo", G. Tucci, Storia della filosofia indiana, op. cit., p.69.
  17. ^ Vedi Sāṃkhyakārikā.
  18. ^ P.C. Bagchi, Evolution of the Tantras: Studies on the Tantras, Ramakrishna Mission Institute of Culture, Kolkata, 1989, ISBN 81-85843-36-8, p.6.
  19. ^ P.C. Bagchi, Evolution of the Tantras: Studies on the Tantras, Ramakrishna Mission Institute of Culture, Kolkata, 1989, ISBN 81-85843-36-8, p. 10.
  20. ^ Ciò è in parte riferito anche in Arthur Avalon, Shakti and Shakta: Essays and Adresses on the Tantra Shastra. Madras: Ganesh & Co, 1917 (1951, 4 ed.) 750 p.p., ISBN 818598803X, p.47.
  21. ^ "Sia il sāmkhya che il buddhismo sono eterodossi nella loro natura e ripudiano il brahman statico immobile trascendente delle upaniṣad, che sia tramite dichiarazioni esplicite o per un deliberato silenzio.", V. P. Varma, p. 318; vedasi anche Th. Stcherbatsky, "The Dharmas of the Buddhists and the Gunas of the Sāmkhya", The Indian Historical Quarterly, Vol. I, 1934, p. 749, in una nota di V. P. Varma, Ibid.
  22. ^ Ad esempio si fa notare che in Atharvaveda X, 8, 43 si fa riferimento ai tre guṇa (V. P. Varma, op. cit., p. 302), che certe parole come vṛksa, che potrebbe essere la radice del concetto di prakṛti come unità, compaiono nel Ṛgveda, che il realismo ontologico del Sāṃkhya trovi sostegno nelle dottrine vediche ecc. (Ibid., p. 304)
  23. ^
    (FR)
    « Il faudrait surtout garder en tête que le Sâmkhya, parmi les darsana orthodoxes, c'est-à-dire les écoles de pensées du brahmanisme, contient des notions équivalentes à notre concept de matière. »
    (IT)
    « Si deve soprattutto tenere presente che il "Samkhya", tra i darsana ortodossi, vale a dire tra le scuole di pensiero del brahmanesimo, contiene nozioni equivalenti al nostro concetto di materia. »
    (Roger-Pol Droit, Le silence du Bouddha et autres questions indiennes, Parigi, 2010, p. 61.)
  24. ^ Ibid., p. 303.
  25. ^ M. Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, Op. cit.; p. 343.
  26. ^ Piero Martinetti, La sapienza indiana, p. 40.
  27. ^ "Tanto il Sankhya che lo Yoga ammettono due sostanze opposte ma ugualmente eterne: da una parte le anime (puruṣa) infinite semplici, e dall'altra la natura naturante (Prakriti), unica, dinamica, complessa. Le anime sono luminose, pura intelligenza, ma inattive, impassibili, non soggette né a gioia né a dolore: esse non sono psiche, che, come vedremo, è evoluta dall'altro principio, ma l'io metempirico, essere coscienziale.", Giuseppe Tucci, Op. cit., La dottrina Sankhya, p. 73.
  28. ^ "L'esistenza di Īśvara non può essere provata", Sāṃkhyasutra, I, 92; cfr. Surendranath Dasgupta, A history of Indian philosophy, Nuova Delhi, 1992, Vol. 1, p. 258.
  29. ^ "Materia ed anima sono due sostanze opposte e, a differenza del Jainismo, incomunicabili.", Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Op. cit., p. 73.
  30. ^ M. Angelillo – E. Mucciarelli, Op. cit., p. 88 e segg.
  31. ^ G. Flood, L'induismo, Op. cit., p. 321.
  32. ^ G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Op. cit., p. 77.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Maria Angelillo – Elena Mucciarelli, Il Brahmanesimo, Xenia edizioni, 2011.
  • Mircea Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, a cura di Furio Jesi, traduzione di Giorgio Pagliaro, BUR, 2010.
  • Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006.
  • Gerald James Larson, Classical Sāṃkhya: An Interpretation of its History and Meaning (con la traduzione in inglese delle Sāṃkhyakārikā di Īśvarakṛṣṇa ), Nuova Delhi, Motilal Banarsiddas [1969], 2011, ISBN 81-208-0503-8.
  • Piero Martinetti, Il Sistema Sankhya. Studio sulla filosofia indiana, Torino, Lattes [1896], 1896.
  • Piero Martinetti, La sapienza indiana, Milano, Celuc libri [1981], 1981.
  • Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Roma-Bari, Laterza [1957], 2005, ISBN 88-420-7407-1.
  • Vishwanath Prasad Varma, Early Buddhism and its Origins, Nuova Delhi, Munshiram Manoharlal [1973], 2003, ISBN 81-215-0326-4.

Altri testi di approfondimento[modifica | modifica sorgente]

  • Īśvarakṛṣṇa, Sāṃkhyakārikā. La dottrina fondamentale dello yoga sutra, a cura di Massimo Vinti e Piera Scarabelli, Milano, Mimesis [2006], 2006.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]