Ateismo

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« La paura ha creato gli dèi. »
(Lucrezio, De rerum natura)
« Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore. »
« Grazie a Dio sono Ateo. »

Nella sua accezione più ampia, il termine ateismo (dal greco "atheos", "senza dio, privo di dio", composto dall'alfa privativo α- e da θεός, dio) definisce la posizione sia di chi non riscontra nell'esistente alcun soggetto dotato di proprietà superiori o soprannaturali, sia di chi afferma positivamente l'impossibilità dell'esistenza di siffatti soggetti; si contrappone al teismo. Si differenzia anche dall'agnosticismo, categoria cui appartengono tutti coloro che sulla questione "sospendono" o comunque non esprimono giudizio. Da notare che in passato, con il termine ateo, alcuni credenti definivano anche, impropriamente e per lo più spregiativamente, gli appartenenti a religioni diverse dalla propria.

Durante tutta la sua storia il pensiero ateo è stato sempre osteggiato dalle istituzioni e anche da quelle nominalmente laiche pe ragioni di convenienza politica. Gli atei sono stati in quasi tutte le società e nel corso dei secoli condiderati persone riprovevoli, immorali, pericolose. Su questa base ideologica e politica essi sono stati perseguitati con pena minima l'esilio e massima la morte. Fanno eccezione, in senso negativo, le dittaure che nel XX secolo hanno proclamato l"ateismo di stato", nelle quali i perseguitati erano invece i religiosi.

Nell'antica grecia filosofi come Diagora di Mileto e Protagora furono osteggiati. Platone nelle Leggi propose d'introdurre pene severissime (fino all'ergastolo) per gli atei.[2] L'editto di Tessalonica del 380 impose il cristianesimo come religione di stato. Per tutto il medioevo l'ateismo viene messo fuori legge e per gli atei era previsto solitamente il taglio della lingua.[3]

Non necessariamente il termine ateismo è sinonimo di areligiosità. Può infatti darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come "forza universale" o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi di religiosità (posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia). Per esempio Bertrand Russell si è sempre proclamato ateo, ma era un matematico platonico, e dichiarava in Storia della filosofia occidentale (Longanesi, Milano 1983, pp.55-56): «La matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in una verità esatta ed eterna, nonché in un mondo intelligibile al di sopra dei sensi.» Questa è un’affermazione non di carattere monoteista, ma certamente panteista, e quindi religiosa. Alcuni considerano il buddismo una religione atea in quanto si occupa di spiritualità ma non presuppone l'esistenza di una divinità. Il Buddha va piuttosto considerato un agnostico, poiché dichiara (Majjhima Nikàya, discorso 63°): “Quindi, Malunkyaputta, tieni presente quello che ho spiegato perché l’ho spiegato e quello che non ho spiegato perché non l’ho spiegato. Quali sono le cose che non ho spiegato? Se l’universo è eterno o no; se l’universo è finito o no; se l’anima è la stessa cosa del corpo o no.” Bisogna anche tenere presente che se egli non riconosceva gli dèi, e anzi aveva atteggiamenti sprezzanti nei loro confronti, nella realtà ha creato i presupposti perché i posteri considerassero proprio lui una divinità, come infatti è avvenuto.

Analogamente il termine ateismo non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti che vogliano tenere separati i due ambiti. Inoltre vi è la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale è invece da includere nell'ateismo, pur essendo molto particolare: è quella dei cosiddetti "atei cristianisti/teocon", i quali sostengono i valori cristiani, pur non credendo nell'esistenza del Dio cristiano.

Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da mille diverse fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, cosa questa che fa sì che non esista né un pensiero unico né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Una distinzione molto significativa ed efficace è quella tra l"ateismo pratico" e l'"ateismo teorico", di cui si può trovare origine nella categorizzazione dell'empietà fatta da Platone nel dialogo Le Leggi (Libro X, 885 B - 909 E), dove l'ateo "pratico" (quello che vive come se la divinità non esistesse) è passibile di condanna al carcere, ma l'ateo "teorico" (quello che nega l'esistenza degli dèi e che li irride) deve essere messo a morte. Le sue parole sono addirittura: "...i colpevoli di tale empietà falsa e menzognera vanno messi a morte non una, ma più volte."

Ciò posto, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo, è opportuno distinguere almeno tra "debole", "forte", "pratico" e "teorico" in relazione alla modalità comportamentale che ne deriva. Ciò è indispensabile per porsi in una corretta prospettiva storica, poiché per una valida storiografia bisogna definire molto bene e a priori il significato degli aggettivi con cui viene accompagnato il sostantivo ateismo. la distinzione tra forte e debole ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si dà alla definizione di ateo in Occidente, dove si identifica il teismo col cristianesimo. In questo contesto risulta forte l'affermazione non esiste alcun dio, mentre è debole "non esiste il dio della Bibbia". Ma questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, in quello dei Neoplatonici, in quello di Giordano Bruno,in quello del Deismo del Sei-Settecento, in Shiva, in Vishnù, ecc.

Per quanto riguarda la distinzione tra "teorico" e "pratico" va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con tutte le approssimazioni che le categorizzazioni storiografiche possono avere, è quindi la distinzione teorico-pratico ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella forte-debole possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico. A conferma di ciò un teologo contemporaneo come Cornelio Fabro, autore di una Introduzione all'ateismo moderno (1964)conduce tutta la sua analisi proprio contro l'ateismo teorico, ciò quello che intende spiegare analiticamente, gnoseologicamente e ontologicamente l'inesistenza di Dio. Questo è infatti il vero pericolo per la religione, quello che mina alle fondamenta la credenza nel divino. Per determinare un ateismo che meriti l'aggettivo di "teorico" non basta la negazione dell'esistenza di Dio come "petizione di principio", ma occorre che motivazioni filosofiche la sostengano adeguatamente.


Indice

[modifica] Argomentazioni per la non esistenza di divinità

Per approfondire, vedi la voce Esistenza di Dio.

Gli argomenti filosofici avanzati per negare l'esistenza di Dio sono di vario tipo; il più semplice può essere sintetizzato nel fatto che non ci siano ragioni sufficienti per credere in qualcosa che trascenda la sfera della materialità, di cui siamo costituiti e nella quale siamo immersi. Il "Principio di immanenza" è quindi il fondamento di ogni ateismo e con ciò non si esclude solamente un'entità nominata "Dio", bensì ogni entità astratta (Logos, Intelligenza, Essere, Assoluto, ecc.) che alluda all'esistenza di un ambito di realtà fuori di quello sottoposto all'indagine della scienza.

Un argomento ateo più complesso e articolato in termini filosofici non si basa esclusivamente sulla negazione di dio, ma sul superamento della credenza nel divino. Esso porta a sostegno prove su dati e fatti della realtà su base scientifica, sia teorica che sperimentale, tali da escludere la possibiltà di ogni azione di una ipotetica trascendenza sulla realtà dell'immanenza. Più specificamente, ipotizzare attributi divini come l'onniscenza, l'onnipotenza, la provvidenza, la bontà, ecc. vengono dimostrati incompatibili con la natura dell'essere e del divenire reale. In tal senso è stata determinante la teoria evoluzionistica di Darwin nell'800, rafforzata e confermata in ormai un secolo e mezzo di ricerche e studi, e la nuova biologia, sviluppatasi a partire dalla scoperta del DNA e in successive evoluzioni teoriche più avanzate.

[modifica] Ateismo forte

Per approfondire, vedi la voce ateismo forte.

La posizione chiamata ateismo forte (o ateismo esplicito) è quella secondo cui non esiste alcun dio. Ad essa si oppone l'ateismo debole, che è la mancanza o assenza di fede in un certo dio, senza la pretesa che questo non esista. L'ateismo forte asserisce positivamente, quanto meno, che non esiste alcun dio o divinità, e può spingersi fino a sostenere che l'esistenza di alcune o di tutte le divinità è impossibile dal punto di vista logico. Ad esempio, gli atei forti sostengono comunemente che la combinazione di attributi che possono essere ascritti a Dio (quello di Abramo), quali ad esempio: onnipotenza, onniscienza, onnipresenza, trascendenza, omnibenevolenza, è logicamente contraddittoria, incomprensibile, o assurda; quindi si afferma che l'esistenza di Dio è impossibile a priori. Similarmente, l'ateismo esplicito può sostenere che qualsiasi asserzione circa l'esistenza sovranaturale è irrazionale e falsa a priori.

[modifica] Ateismo debole

La posizione dell'ateismo debole è così riassumibile: non ci sono motivi per credere in un qualsiasi dio, o di qualsiasi fatto o entità, per ragioni diverse dalla prova della loro esistenza. Gli atei deboli sostengono che il semplice indicare che non ci sono argomentazioni a favore dell'esistenza che siano accettabili da un punto di vista scientifico è sufficiente a mostrare che l'esistenza di quel dio non è necessaria alla descrizione del mondo. Dio in tal senso è inutile applicando il rasoio di Occam; e l'onere della prova tocca al sostenitore dell'alternativa più complicata. Tale posizione è alla base dell'aneddoto, probabilmente apocrifo, che ha come protagonisti Laplace e Napoleone. Quando Laplace presentò la prima edizione del suo lavoro a Napoleone, questi osservò: "Signor Laplace, mi dicono che avete scritto questo grande libro sul sistema dell'Universo e non avete mai menzionato il suo Creatore". A queste parole Laplace replicò seccamente:

« Sire non ho avuto bisogno di quell'ipotesi.[4] »

Secondo questo ragionamento una persona che sia in grado di confutare qualsiasi argomento che incontra a favore dell'esistenza di quel dio è giustificato nell'adottare una visione atea; secondo la visione scettica l'ateismo è quindi la visione di base. Questa obiezione, come detto, viene spesso espressa in termini che la collegano all'onere della prova: secondo gli scettici, cioè, tocca ai sostenitori dell'esistenza di un qualsiasi fatto o entità (nella fattispecie un dio) stabilire i fatti. Le dimostrazioni filosofiche dell'esistenza di Dio, molto diffuse nel Medioevo, sono state poi contestate dai filosofi illuministi. Dopo la rivoluzione scientifica, i pochi tentativi di portare prove scientifiche a favore dell'ipotesi dell'esistenza di Dio, tra i quali va citato quello di Kurt Gödel[5], non hanno ottenuto un consenso significativo nella comunità scientifica.

[modifica] Ateismo pratico

Per ateismo pratico si deve intendere l'atteggiamento di ragionare ma soprattutto di comportarsi "come se" Dio non esistesse, pur non ponendo alla base del comportamento la convinzione su basi teoriche della sua inesistenza. L'ateo pratico è quindi piuttosto identificabile con l'"incredulo", colui che non crede ma neppure nega. Lo storico Georges Minois ha fatto della categoria della incredulità il sottofondo di tutta la sua ricerca nel saggio Storia dell'ateismo, apparso in Francia nel 1988 e in Italia nel 2000 (Editori Riuniti). In tal senso lo studio di Minois è un testo di riferimento molto utile per comprendere gli sviluppi storici e le modalità di porsi della forma pratica dell'ateismo in Europa tra il XVI e il XVIII secolo. A questo proposito va precisato anche che la letteratura libertina, apparsa tra il '600 e il '700, non è affatto atea, ma semmai anti-cristiana e spesso soltanto anti-clericale. Perlopiù di ispirazione deista (si veda deismo) è solo nelle forme più estreme e irridenti della fede che essa assume aspetti di ateismo pratico, mentre risultano del tutto assenti elementi di ateismo teorico.

[modifica] Ateismo teorico

L'ateismo teorico è quello che si caratterizza per l'assunzione di elementi prettamente teorici per sviluppare la propria argomentazione. Questo in due direzioni convergenti ma distinte: 1° la dimostrazione dell'impossibilità dell'esistenza del divino; 2° la proposizione di elementi teorici a sostegno di una concezione della realtà dell'universo nella sua fisicità che permette di formulare una filosofia capace di porre in una nuova prospettiva autosufficiente l'esistenza dell'uomo, senza alcun bisogno di inserirvi surrettiziamente l'idea del divino o del trascendente in generale. L'ateismo teorico quindi trascura gli elementi polemici contro la religione, in quanto inessenziali alla formulazione di una teoria filosofica rigorosamente atea.


[modifica] Storia

Per una giusta prospettiva storica sulla storia dell'ateismo bisogna definire molto bene e a priori il significato degli aggettivi con cui viene accompagnato il sostantivo ateismo. La distinzione tra forte e debole ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si dà alla definizione di ateo in Occidente, dove si identifica il teismo col cristianesimo. In questo contesto risulta "forte" l'affermazione non esiste alcun dio, mentre può essere considerata "debole" quella secondo cui non esiste il dio come viene posto nella Bibbia. Ma questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, in quello dei Neoplatonici, in quello di Giordano Bruno, in quello del Deismo, in Shiva, in Vishnù, nell'Atman, nel Tao, ecc.

Non va dimenticato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nel dialogo Le Leggi, prendendo in considerazione l'empietà in quei tempi nei confronti degli dèi olimpici, aveva piuttosto indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, distinguendolo nettamente da quello che aveva motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con tutte le approssimazioni che le categorizzazioni storiografiche possono avere, è quindi la distinzione teorico-pratico ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella forte-debole possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico.

A conferma di quanto sopra viene proprio l'atteggiamento della Chiesa Cattolica. Un teologo contemporaneo tra i più prestigiosi come Cornelio Fabro, autore di una Introduzione all'ateismo moderno (1964), conduce tutta la sua analisi proprio contro l'ateismo teorico, ciò quello che intende spiegare analiticamente, gnoseologicamente e ontologicamente l'inesìsistenza di Dio. Questo è infatti il vero pericolo per la religione, perché mina le fondamenta della credenza nel divino in quanto categoria ontologica. Per determinare un ateismo che meriti l'aggettivo di "teorico", non basta perciò la negazione dell'esistenza di Dio in quanto "petizione di principio", ma occorre che motivazioni filosofiche la sostengano e la giustifichino in quanto tale.

[modifica] Antichità

I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte), furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Mileto, Crizia, Protagora, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli Atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma neppure una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dagli atomi stessi quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.

Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi, egli li relegava negli intermondi, più come simboli della beatitudine e dell'indifferenza che come realtà ontologiche. Tito Lucrezio Caro/Lucrezio che a lui fa riferimento però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali. Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.

Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana) che tra la fine del IV sec.a.C e l'inizio del III in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotta in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di disscrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.

[modifica] Dal Quattrocento al Seicento

Non sono documentati casi significativi di ateismo in età medievale, mentre questa visione del mondo pare ricomparire in sottofondo, ma in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini. Spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. A scanso di equivoci bisogna però precisare che se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.

Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una religione della natura in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di nessuna rivelazione né di nessuna sacra scrittura ad avvalorarla. Posizione ovviamente intollerabile per la chiesa, che lo manda al rogo nel 1619.

Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: "Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente."

Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento) che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.

[modifica] Il Settecento

L'ateismo ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, con Jean Meslier (1664-1729, con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.

Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni. Dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, il cosiddetto Testamento in cui evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. E Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.

Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel ‘’Testamento’’: “Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”

Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."

Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con ‘’L’uomo macchina’’ (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘’Storia dell’anima’’ ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.

La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri Contrariamente a Helvétius e d’Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: “Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".

Ne "L’anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l’etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: “Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt’anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché “Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.

Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D’Holbach costuisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.

Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.

Secondo D’Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti .... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti .... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.

La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.

Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l’Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."

La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, che peraltro esso non ha ispirato, essendo stati a ispirarla piuttosto Voltaire e Rousseau, entrambi deisti e fieramente anti-atei. Persino la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi. Un fanatico come Robespierre, quasi mistico nella sua ferocia e intransigenza da virtuoso "uomo della provvidenza", combatte decisamente l'ateismo. L'opportunismo politico di blandire un cattolicesimo frustrato e ora risorgente fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un stagione culturale luminosa, ma crollata insieme alle utopie sanguinarie dei Saint-Just e dei Robespierre.

[modifica] L'Ottocento

Per quanto il secolo si apra con l’apparente sconfitta delle idee illuministiche il messaggio laico e razionalista dell’illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all’Europa e all’Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L’uomo dell’Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella “modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.

L’Ottocento non ha più veri teorici dell’ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico. Esso per lui è solo la base di un pensiero socio-economico destinato a cambiare le società industriali e i rapporti di produzione e di potere. Semmai è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell’ateismo attraverso la sua straordinaria ricerca antropologica sull’origine dell’idea di Dio. Nell’opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l’eredità dell’ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L’anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell’Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.

L’eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell’Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l’incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.

Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l’abbandono del cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all’ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".

Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace), colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "deteminismo "assoluto"", espresso con le seguenti parole: " Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi." Vi sono però degli atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto questa "intelligenza" senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un suo attributo.

Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec). In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.

Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione (Laterza 1981, pag.39) viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: La credenza che nella natura si esprima un ente diveso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalemtne identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospetiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza. (cit., p.46).

Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici. (cit., pagg.66-67)


Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile anche Giacomo Leopardi.

Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.

Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il cristianesimo come religione di stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento, in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto. Tuttavia in alcuni stati dell'America del nord esistono ancora leggi discriminanti verso i non religiosi.[6] Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.

[modifica] Il secolo XX

In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti. In realtà tutti gli indirizzi citati, ateismo escluso, possono convivere benissimo anche con concezioni teologiche. Il Cristianesimo peraltro contiene elementi abbastanza marcati di materialismo, ad esempio nei concetti di onnipotenza, di giustizia, di punizione e persino di vendetta. L'opposto del materialismo non è quindi la religione, bensì lo spiritualismo, e nessuna delle religioni monoteiste è spiritualistica. Lo sono invece perlopiù quelle orientali, tra esse il Vedànta, il Buddhismo, il Taoismo.

Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.

In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologia e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: "Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perchè privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo." (Il mito di Sisifo, Bompiani, 1947, pagg.9-10)

Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: "La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. E' dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"." (L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, pag.60)

Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: "Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondre l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.". (cit., pag 682).

Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quell' in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: "E' come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a relizzare un Dio mancato. E' dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile." (cit., pag.691)

[modifica] Il secolo XXI

Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. E' però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.

Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la "Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.

Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".

L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964)e Cornelio Fabro (Intoduzione all'ateismo moderno,1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia {Grasset & Fasquelle , 2005). Ed esso ha avuto giustamente un ottimo rilevo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.

Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: " L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta [Maometto], nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variaioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura". (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: "occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri." (cit., pag.65). Terzo obiettivo: "una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificanbile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche." (cit., pag.66)

Molto meno noto, anche perché operante in una nicchia culturale isolata, è il lavoro dell'italiano Carlo Tamagnone. Egli, dopo un saggio esistenzialistico (Necessità e libertà) e uno storiografico (Ateismo filosofico nel mondo antico) con La filosofia e la teologia filosofale(Editrice Clinamen, 2007) ha messo a fuoco un critica radicale alla metafisica quale teologia filosofale.

[modifica] Dibattiti sull'ateismo

Sul piano morale, nell'ambito della visione cristiana il termine ateo viene spesso usato in senso dispregiativo, per cui l'ateo è colui che nega un'entità che costituisce un riferimento etico. Gli atei ribattono che la fondazione dell'etica non richiede di ipotizzare l'esistenza di Dio, come è stato spesso affermato anche da filosofi cristiani come Kant[7] e Bonhoeffer[8].

Sul piano filosofico, alcuni atei rifiutano di essere definiti secondo la contrapposizione «Dio esiste / Dio non esiste», e affermano semplicemente di possedere una visione naturalistica del mondo, che rifiuta tutti gli approcci mistici o soprannaturali, relegandoli all'ambito della superstizione e delle credenze: il concetto è esemplificato da questi ultimi con l'asserzione Non credo in Dio per lo stesso motivo per cui non credo a Babbo Natale o alla Befana[citazione necessaria].

D'altro canto, l'ateismo viene accusato di esprimersi in forme fideistiche: assumendo cioè come un postulato l'affermazione «Dio non esiste», logicamente indimostrabile. A tale critica gli atei rispondono che l'ateismo non è un atto di fede, ma una scelta razionale. A differenza dei teisti, infatti, sono pronti a ricredersi nel caso l'esistenza di Dio fosse dimostrata. Sostiene Sam Harris:

«  Ebrei, Cristiani e Musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate.  »
(Sam Harris, 10 myths -- and 10 truths -- about atheism[9])

Le discussioni sull'esistenza di Dio e sulla sua influenza sugli uomini riguardano questioni fondamentali per le persone e in varie circostanze possono avere conseguenze rilevanti sul piano del consenso ideologico e politico. Non stupisce quindi che i dibattiti relativi spesso assumano toni aspri e prese di posizione faziose.

Percentuale di credenti nelle nazioni europee (2005).
Percentuale di credenti nelle nazioni europee (2005).[10]

[modifica] Diffusione

Alcune stime sul numero di atei nel mondo:

Il numero di fedeli per le varie religioni e movimenti non religiosi è trattato nell'articolo religioni maggioritarie.

[modifica] Note

  1. ^ http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=1bc0
  2. ^ Cronologia dell'ateismo dell'UAAR
  3. ^ Cronologia dell'ateismo dell'UAAR
  4. ^ Does God Play Dice?
  5. ^ Kurt Gödel. La prova matematica dell'esistenza di Dio. A cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi, 2006.
    Kurt Gödel. «Ontological Proof», da Collected Works: Unpublished Essays & Lectures, Volume III. pp. 403-404. Oxford University Press, New York 1995. ISBN 0195147227
  6. ^ [1]
  7. ^ Immanuel Kant. Fondazione della metafisica dei costumi, 1785
  8. ^ Dietrich Bonhoeffer. Etica. Queriniana, Brescia, 1995.
  9. ^ Articolo del Los Angeles Times, 24 dicembre 2006 http://www.latimes.com/news/opinion/la-op-harris24dec24,0,3994298.story?coll=la-opinion-rightrail
  10. ^ http://europa.eu.int/comm/public_opinion/archives/ebs/ebs_225_report_en.pdf

[modifica] Bibliografia

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