De rerum natura

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La natura delle cose
(De rerum natura)
Titolo originale De rerum natura
Altri titoli La natura
Lucretius, De rerum natura.jpg
Manoscritto del De rerum natura risalente al 1483
Autore Tito Lucrezio Caro
1ª ed. originale I secolo a.C.
Genere poema
Sottogenere filosofico
Lingua originale latino
La Terra vista dallo spazio. Nel suo poema, Lucrezio, fra le altre cose, riprese la teoria epicurea secondo cui l'universo si sia generato dal vuoto, in seguito all'incontro casuale di atomi.

Il De rerum natura ("Sulla natura delle cose" o anche semplicemente "Sulla natura") è un poema didascalico latino di natura epico-filosofica, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo a.C.; è composto di sei libri raggruppati in tre diadi.

In questo poema il filosofo e poeta latino si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo alla realtà della natura e al ruolo dell'uomo in un universo atomistico, materialistico e meccanicistico: si tratta di un richiamo alla responsabilità personale, e di un incitamento al genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere.

Note biografiche sull'autore[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tito Lucrezio Caro.

Su Lucrezio, l'autore del poema, si sa molto poco. San Girolamo, nel Chronicon, afferma relativamente all'anno 94 a.C.:

« Nasce il poeta Tito Lucrezio che, divenuto folle per un filtro d'amore, dopo aver scritto negli intervalli della pazzia alcuni libri di cui Cicerone curò poi la pubblicazione, morì suicida nel quarantaquattresimo anno d'età. »
(Sofronio Eusebio Girolamo, Chronicon, anno 94 a.C.)

Indicando nel 94 a.C. l'anno di nascita del poeta, intorno al 50 andrebbe collocata la data di morte. Esiste però anche un'ipotesi alternativa: Elio Donato ci informa che Lucrezio sarebbe morto quando Virgilio, sotto il consolato di Pompeo e Crasso (55 a.C.), assunse la toga virile. In questo caso dovremmo allora pensare a un arco di vita compreso fra il 98 e il 55 circa.

Non si conoscono altre informazioni riguardo a Lucrezio - che rimane probabilmente in disparte rispetto all'ambiente culturale romano: l'unica citazione dell'epoca relativa a Lucrezio è in una lettera di Cicerone al fratello Quinto nel febbraio del 54, dove parla in qualità di futuro editore dell'opera lucreziana (a conferma dunque della seconda ipotesi di datazione della morte): «L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica»[1].

Struttura e argomento del poema[modifica | modifica wikitesto]

Il poema di Lucrezio inizia con un inno alla dea Venere, simbolo della voluptas, cioè del piacere.

L'opera è dedicata a Gaio Memmio; riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la struttura del poema Περὶ φύσεως (Sulla natura) di Parmenide (anche un'opera di Epicuro aveva il medesimo titolo).

Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie interne che corrisponderebbero ad un gusto alessandrino. L'opera infatti è suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine tragica. Ogni diade comincia con un inno ad Epicuro e l'ultimo libro termina con un altro inno ad Epicuro, mentre il secondo libro inizia con un inno alla scienza e il terzo libro con l'esposizione dell'estetica di Lucrezio.

Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche Empedocle, che aveva preso il modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato di Sicione e Nicandro di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria.

Il poema ha tre argomenti principali:

La dilacerante antinomia fra ratio e religio
La ratio è vista da Lucrezio come chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», mentre la religio è ottundimento gnoseologico e bovina ignoranza.
Lucrezio scrive che occorre trattare la struttura fondamentale del cielo e degli Dei per capire i principi delle cose, si tratta di spiegare razionalmente i fenomeni naturali senza considerare l'intervento degli Dei o con la convinzione che l'uomo sia lo scopo ultimo della volontà degli Dei.
Lucrezio afferma che bisogna dimostrare le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà (si veda l'evemerismo).
Dottrina epicurea
Riprende i temi principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e il clinamen (vita e morte), la liberazione dalla paura della morte, del dolore e degli Dei e dalla spiegazione dei fenomeni naturali.
La sostanza è unica, predefinita ed eterna. Gli atomi si muovono in una dimensione infinita, il vuoto, attraversando tutto l'universo. L'universo è composto solamente da atomi e vuoto. (Per questa ragione Lucrezio è un atomista). L'anima dell'uomo è anch'essa costituita da atomi che, quando il corpo muore, si disperdono nell'universo, per essere riutilizzati dalla natura.
L'uomo e il progresso
Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Un dio o degli dei esistono, ma non crearono l'universo, tanto meno si occupano delle azioni degli uomini.
Lucrezio afferma che i saperi razionali sulla natura ci mostrano un universo infinito formato da atomi che segue delle leggi naturali, indifferente verso i bisogni dell'uomo, che si può spiegare senza ricorrere alle divinità.

Per quanto riguarda l'indifferenza della Natura per l'uomo Leopardi si ispirerà nella composizione dell'operetta "dialogo di un Islandese con la Natura" ad un passo simile nel III libro del De rerum natura.

Riassunto dei libri[modifica | modifica wikitesto]

Primo libro[modifica | modifica wikitesto]

Il poema si apre con l'inno a Venere, di cui si celebra l'azione fecondatrice nel cielo, nel mare e nel nostro mondo e di cui si esalta la potenza, come principio fondamentale che governa la vita. Proprio per questo il poeta ne invoca l'aiuto nella composizione dell'opera che dedica a Memmio e ne chiede l'intervento pacificatore a favore dei Romani. Dopo un breve passo sulla concezione della divinità secondo Epicuro, Lucrezio incoraggia l'amico allo studio della vera ratio e gli promette di parlare dell'essenza della realtà nel suo complesso e di svelargli l'origine delle cose. Segue quindi l'elogio di Epicuro, presentato come il vero maestro, superiore agli altri uomini. Questi ha il grandissimo merito di aver liberato l'umanità dal timore religioso che nasce dalla credenza nella possibilità di una punizione dell'animo dopo la morte e in un intervento divino nelle vicende del mondo. Con la sua razionale indagine sulla natura, ha dimostrato che gli dei esistono negli "intermundia", ma non hanno alcun interesse per le questioni umane: perciò l'uomo può venerarli, ma non attribuire loro la responsabilità di quei fenomeni, che seguono, invece, le inflessibili leggi della natura. Accentuando la polemica antireligiosa, Lucrezio arriva a presentare la religio come una specie di mostro che, accovacciato nell'alto dei cieli, schiaccia e umilia l'umanità. Gravissimi sono i misfatti che produce: basta pensare al sacrificio di Ifigenia, immolata dal padre per placare l'ira di Artemide e favorire la partenza delle navi greche verso Troia: è un delitto che offende la stessa divinità, dal momento che ciò che appare pietas ne costituisce invece una grave violazione. Contro le menzogne dei vati che alimentano la paura della morte, Lucrezio sottolinea la necessità di conoscere i fenomeni fisici, celesti e terrestri e quindi l'importanza di un'indagine scientifica della natura ai fini della liberazione dalle passioni che sconvolgono la vita e allontanano le gioie pure. A questo punto il poeta mette in rilievo le difficoltà del suo compito e lo zelo con cui affronta il lavoro legato all'interpretazione dei testi greci e alla povertà della lingua latina, ancora inadeguata a nuovi argomenti; comunque, mosso da un forte senso d'amicizia per Memmio, è impegnato a trovare le parole giuste, rifiutando tecnicismi e neologismi e scegliendo termini già in uso, adatti a scoprire il mondo della natura. Del resto, come dirà alla fine del libro, la difficile impresa sta riuscendo visto che "su una materia oscura scrivo versi luminosi, tutto aspergendo della grazia delle Muse". Con la fisica ha quindi inizio l'esposizione della dottrina epicurea. Lucrezio fissa anzitutto il principio che nulla nasce dal nulla e ogni essere è costituito da una particolare aggregazione di elementi fini, semplici e si forma secondo specifiche modalità di tempi e di ambienti, con esclusione di ogni intervento divino. Niente può essere generato dal niente, altrimenti tutti gli esseri nascerebbero a caso e ciò che è generato sarebbe indipendente dal generante. Allo stesso modo nulla si riduce al nulla, dal momento che l'annullamento delle cose sarebbe spontaneo e non ci sarebbe bisogno di cause disgregatrici, mentre la distruzione ha bisogno di forze disgreganti, proporzionate alla dissolubilità delle cose. Se avvenisse l'annullamento, i corpi non potrebbero più rinnovarsi; nascita e morte delle cose e' invece aggregamento e disgregamento di parti, perciò esiste una materia fondamentale ed eterna, la quale è costituita da corpi minimi e invisibili. Esistono anche realtà di cui non ci accorgiamo: per esempio una forza enorme è il vento che agita cielo, mare e terra e non si vede; allo stesso modo sentiamo (ma non vediamo) gli odori, il caldo, il freddo e il suono che eppure sono corpi perché agiscono sui sensi. Esiste dunque la materia eterna ed esiste il vuoto incorporeo: essi sono entità essenziali, dotate di qualità essenziali (che non si possono cambiare) e qualità accidentali (il cui mutamente non determina una modificazione fisica). La qualità propria della materia è fare resistenza e senza il vuoto tutto sarebbe immobile, visto che se la materia occupasse tutto non ci sarebbe né movimento né vita.  Il principio enunciato da Lucrezio è che dov'è vuoto non c'è materia, dov'è materia pura, non c'è vuoto, ma tutti i corpi (anche quelli più compatti) hanno in sé del vuoto: se un gomitolo di lana e una palla di piombo hanno peso diverso, questo dipende dal fatto che il gomitolo contiene più vuoto e meno materia della palla. La quantità di vuoto è ciò determina la facilità della disgregazione di un corpo: più un corpo è leggero (cioè contenente molto vuoto), più è facile da separare e disgregare. Della materia fanno parte i corpora certa cioè gli atomi che, dunque, non possono essere distrutti e disgregati. I corpi primi solidi e senza vuoto sono eterni e, se non lo fossero, tutte le cose ritornerebbero al nulla. Gli atomi sono semplici e indissolubili, perché non contengono vuoto e formano un complesso omogeneo e indivisibile di minimi indifferenziati oltre i quali è il nulla. I minimi per se stessi non potrebbero esistere: si trovano nell'atomo che è un insieme omogeneo e coerente di queste particelle e dal numero e dalla posizione dei minimi derivano le varie forme degli atomi. Gli elementi primari sono dunque solidi e semplici, tutti assai piccoli uniti da forti legami: non sono miscugli di cose, ma unità definite elementari a cui nulla si può aggiungere o togliere, compatti e immortali. Quando un corpo finisce il proprio ciclo vitale, essi ritornano ad essere liberi e si scambiano con altri. Del resto esiste un termine per ogni ciclo di vita: infatti vediamo che sempre le cose rinascono e ogni specie ha un periodo preciso nel quale raggiunge il suo acme e uno fisso entro il quale completa il proprio destino. Dopo l’ampia trattazione sulla fisica atomica, Lucrezio avvia la polemica contro gli avversari del pensiero epicureo: si inserisce così la confutazione di Eraclito che aveva visto nel fuoco l'origine di tutte la cose e si accomuna poi la condanna per quanti hanno visto nei vari elementi naturali (dall'aria alla terra e all'acqua) il principio di tutte le cose. Non si risparmia neppure Anassagora il quale riteneva che, alla base di tutto, ci fossero le omeomerie, particelle minutissime dalla natura perfettamente identica alle cose e agli esseri a cui avrebbero dato vita. Il libro si avvicina alla conclusione con l'invito rivolto a Memmio a seguirlo con attenzione, mentre si aggiunge nuova materia ad un canto che vuol far conoscere la vera natura delle cose. Infinita è la materia, infinito è lo spazio. Una cosa finita ha un limite e il limite deve essere segnato da un'altra cosa; ma all'infuori del tutto c'è il niente e il tutto è infinito. Se l'universo avesse un limite, la massa della materia, tratta dal peso dei suoi elementi solidi, si sarebbe nel tempo accumulata nel fondo e non esisterebbero più né le cose né la vita del mondo. Ma i corpi elementari non hanno riposo e gli atomi si rinnovano senza tregua, le cose che vediamo si limitano tra loro: l'aria fa da confine ai colli, le montagne all'aria, la terra al mare e il mare alle terre. Ma al di la di tutto non c'è niente che faccia da confine. La natura limita la materia con il vuoto e il vuoto con la materia; così alternando, essa rende tutto infinito.

Secondo libro[modifica | modifica wikitesto]

Il libro secondo si apre con un dettagliato e significativo elogio alla serenità del sapiente il cui corpo è esente dalla fatica e dal dolore che invece affliggono gli uomini stolti: la dolcezza e la serenità stanno proprio nell’assenza di timori e affanni che di natura non apparterrebbero al corpo, per questo è necessario che lascino spazio alla gioia. Quest’ultima può essere raggiunta solo dalla dottrina filosofica e dallo studio della natura stessa che il poeta si accinge a descrivere. Lucrezio spiega infatti il moto con cui i corpuscoli della materia producono le varie cose o le dissolvono e aggiunge che la stessa materia nel complesso rimane in “somma quiete”. Le particelle elementari e i loro moti non si possono percepire in quanto inferiori alle facoltà sensitive; sono perciò invisibili insieme ai loro moti. D’altro canto anche le cose visibili celano spesso i loro movimenti, se lontane da chi le osserva. Gli atomi si muovono appunto in modo travagliato e incessante con la stessa velocità, secondo la teoria del clinamen; infatti nel cadere verticalmente, trascinati dal proprio peso, nel vuoto, deviano leggermente e anziché precipitare in basso, danno luogo a scontri permettendo alla natura di creare le cose. I corpuscoli primordiali delle cose hanno forme e figure molto diverse, poiché ognuno di essi ricerca quella che gli è “propria e ben nota” e grazie a questa caratteristica generano le sensazioni. Le particelle moleste ed aspre come quelle “dell’assenzio e dell’acre centaurea”, sono strutturate dalla ruvidezza della materia, per questo, penetrando, lacerano il corpo e creano una sensazione sgradevole. Invece quelle che accarezzano i sensi, cioè quelle rotonde e buone al tatto sono formate dalla levigatezza della materia. Esistono poi dei corpuscoli che non sono né pungenti, né piacevolmente levigati, e che provocano solo “solletico” ai sensi. Un esempio sono le particelle rotonde e levigate da un lato e ruvide dall’altro dell’acqua del mare, che diventa così una sostanza fluida e amara allo stesso tempo. In ogni caso Lucrezio ritiene fermamente che il senso più importante del corpo sia il tatto, tanto nel godimento quanto nel fastidio, provocato dall’urto, nel corpo stesso, dei germi che si agitano tra loro disturbando il senso. Infine il poeta indaga le trasformazioni del mondo e si sofferma brevemente sulla fine o morte delle cose che esso contiene, che non è corretto chiamare “distruzione” perché non è altro che la disgregazione delle loro coesioni. “Il cielo, la terra, il sole, la luna, il mare” e tutto quanto esiste, che non è affatto unico nell’universo né è certamente opera degli dèi, è attraversato da tre fasi dopo la nascita: la crescita, lo sviluppo fino all’estremo, e il declino, che Lucrezio individua nell’età attuale.

Terzo libro[modifica | modifica wikitesto]

Il terzo libro inizia con un grande elogio del filosofo greco Epicuro visto come il salvatore di tutta l'umanità. Lucrezio celebra la ratio, la quale consente una visione esatta del reale, libera dalle interpolazioni date dalla paura della morte e degli dei. Per rendere più comprensibile il suo messaggio usa la metafora delle mura: queste non sono altro che la forma concreta dell'ignoranza. Proprio gli ignoranti, insieme ai superstiziosi e agli innamorati, vengono denominati “miseri”, poiché non conoscono la recta ratio. Lucrezio tratta poi dell'anima e della sua natura mortale: l'intento dell'autore è quello di distogliere l'uomo dal timore della morte. Attraverso molte argomentazioni dimostra che anche l'animus e l'anima periscono con il corpo; il primo viene identificato con la mente, mentre il secondo è il principio vitale che risiede in tutto il corpo. È presente poi l'idea epicurea di rapportare le emozioni agli elementi dell'anima: l'ira al fuoco, la paura al vento, la serenità all'aria. Inoltre fa notare la predominanza dei caratteri in tre specie di animali (l'ira nel leone, la paura nel cervo, la placidità nel bue). Nei rapporti con il corpo, la mente ha la supremazia sull'anima: infatti la vita sussiste finché la mente è integra, anche se l'organismo è privato di alcune sue membra e di gran parte dell'anima. Infatti, spiega Lucrezio, l'occhio continua a vedere nonostante le lacerazioni del suo contorno, purché la pupilla rimanga intatta. Sia l'animus che l'anima sono parte dell'uomo non meno che una mano e un piede (cfr. v. 98). Essi sono quindi destinati a disperdersi, come lo è anche tutta la realtà, composta da atomi. Per quanto riguarda l'anima, egli la differenzia dal resto dicendo che le sue particelle sono semplicemente più piccole. Lucrezio giudica irrazionale il convincimento dell'uomo comune che pensa che qualcosa dell'individuo sopravviva anche dopo la fine del corpo, perché forse continua a “sentire”. Egli nota che non si ha coscienza di quanto avvenuto prima dell'esistenza terrena e che così non la si avrà nemmeno riguardo ad una possibile vita ultraterrena. Certamente, per l'autore, l'anima proverebbe delle sensazioni estranee all'individuo di cui faceva parte ed in ogni caso non ricorderebbe il suo passato. Nel momento in cui si perisce, cessa quindi ogni forma di coscienza e l'individuo non prova più nulla. Allora le credenze degli inferi non vengono spiegate in altro modo se non come la proiezione dei nostri mali. Dunque, la paura della morte è nata da credenze vane e non si deve cadere nell'errore di smettere di vivere perché continuamente tormentati da questo pensiero. Infatti, secondo Lucrezio, se una persona ha goduto pienamente delle esperienze che gli sono capitate perché non essere sazi? Al contrario, se la vita è stata una continua sofferenza non ci sono pretesti per non volerla abbandonare.

Quarto Libro[modifica | modifica wikitesto]

Inizia con un proemio (vv. 1-25) nel quale Lucrezio afferma di voler sciogliere l’animo dagli stretti nodi della religione, si paragona al medico che inganna i bambini cospargendo di miele l’orlo del bicchiere contente l’amaro assezio in modo tale da inghiottirli insieme,allo stesso modo Lucrezio,poiché la dottrina appare troppo complicata a chi non l’ha mai incontrata, cercherà di trattarla nel modo più “melodioso” e semplice possibile. Il tema trattato è l’esistenza dei simulacri, inizia paragonandoli a “cortecce” o “pellicole” (membranae vel cortex) staccate via dalla superficie dei corpi che volano in giro per l’aria e terrorizzano la nostra mente apparendoci nel sonno e nella veglia. I simulacri, atomi sottilissimi, si distaccano dalle cose o dai corpi e vanno a colpire i nostri sensi. Lucrezio scrive che le immagini delle cose sono emesse dalla superficie stessa di quest’ultime e prosegue illustrando il funzionamento dei sensi. Tratta inizialmente la vista e i fenomeni connessi, afferma che è nelle immagini la causa della visione e sostiene che abbiamo continuamente sensazione delle cose grazie al continuo fluire delle cose che si staccano da ogni cosa e si diffondono in tutte le parti circostanti. Inoltre, passa ad analizzare anche i problemi relativi alla vista, ad esempio le luci brillanti che evitiamo di guardare e la vista possibile dal buio verso la luce ma non il contrario. Parla anche di illusioni ottiche (ad es. quelle riguardanti la prospettiva), l’occhio ha il compito di vedere e riprodurre nella mente ciò che ha veduto, spetta poi all’intelligenza conoscere la natura delle cose. Lucrezio riguardo l’udito dice che i suoni e la voce si odono, quando entrati nelle orecchie, colpiscono il senso, infatti la voce è fatta di corpi e “l’asprezza del suono deriva dall’asprezza degli elementi come una voce liscia deriva da elementi lisci” (vv.542-543). Il terzo senso di cui parla è il gusto, avvertiamo in bocca il sapore quando mastichiamo, il cibo che si diffonde “per tutti i condotti del palato e per i canali contorti della lingua porosa” (vv.620-621), il piacere de sapore può essere avvertito entro i limiti de palato quando poi il cibo passa attraverso la gola non lo si avverte più. Infine l’odorato  che fluisce e si espande ovunque, gli odori che stimolano le narici, al contrario dei simulacri e dei suoni, non riescono a coprire lunghe distanze. Conclude il libro analizzando la passione d’amore, l’amore è insaziabile e chi ne è privo ne trae vantaggio senza soffrire, affermando infatti, che nel medesimo corpo da cui è partito l’ardore deve anche essere anche spenta la fiamma del desiderio, anche se accade spesso il contrario, perché Venere fa innamorare gli amanti. Infatti, accade spesso agli uomini innamorati di ignorare tutti i difetti dell’amata essendo accecati dal desiderio e attribuiscono ad essa qualità che non possiede realmente. Lucrezio afferma così che è necessario fare attenzione a non cadere nelle “reti d’amore” perché poi è dura uscirne e l’amore porta inevitabilmente alla sofferenza.

Quinto libro[modifica | modifica wikitesto]

Si apre con un nuovo elogio a Epicuro, definito “non formato da corpo mortale, ma piuttosto un dio” (vv. 6-8) poiché sapiente per eccellenza e fondatore di quelle dottrine da Lucrezio condivise. In seguito egli enuncia la sua teoria sulla mortalità del mondo, mettendo in luce quella che viene considerata la sua formazione. Il mondo, costituito da terra, acqua, aria e fuoco, è nato all’aggregazione casuale di atomi e non per opera divina, cosicché ad un suo inizio seguirà una fine. Lucrezio nega il concetto di provvidenza e considera insensato qualunque timore verso gli dèi, i quali, inconsapevoli dell’esistenza dell’uomo, non si interessano delle sue azioni; infatti godono di un’eterna felicità e vivono fuori del mondo, negli intermundia. Viene poi descritto il moto dei corpi celesti, evidenziando in particolare il sole e la luna: il primo possiede calore e luce propri, mentre per la luna viene analizzata la questione della sua luminosità. Un altro tema trattato approfonditamente è quello dell’umanità; infatti, si parla del processo evolutivo dell’uomo, dalla sua prima comparsa sino alla civilizzazione. Gli uomini primitivi si sono evoluti sia per motivi convenzionali, come il linguaggio, sia per la semplice osservazione del mondo circostante, ad esempio la scoperta del fuoco e l’utilità dell’agricoltura. Grande importanza viene attribuita ai metalli che hanno garantito uno sviluppo delle capacità tecniche e conoscitive della specie; grazie all’insegnamento della natura l’uomo è riuscito a scoprire e a lavorare i metalli sia come utensili sia come armi. Per l’autore l’oro è simbolo di corruzione morale e decadenza, per questo considera l’età dell’oro esiodea peggiore di quella primitiva, anteponendo i beni naturali e necessari a quelli materiali. A fianco all’uomo, anche gli altri esseri viventi sono stati fin dall'inizio soggetti ad una “selezione naturale”: tutte le specie che occupavano una posizione eminente hanno perpetuato la loro stirpe, mentre quelle incapaci di sopravvivere si sono estinte. Da ultimo viene trattato il confronto tra la civiltà primitiva e quella odierna; ne emerge che, col tempo, l’uomo ha preferito soddisfare il proprio benessere personale oltre ai bisogni primari. Brama di potere, avidità di ricchezze, guerre hanno causato paure d’ogni tipo, fino ad una degenerazione della società.

Sesto libro[modifica | modifica wikitesto]

Si apre con l’esaltazione di Atene e di Epicuro, che ha reso liberi gli uomini con le sue teorie. Poi Lucrezio cerca di dare una spiegazione scientifica ai fenomeni naturali celesti (fulmini, tuoni, nubi, trombe marine) e terrestri (vulcani, terremoti, epidemie) perché vuole liberare gli uomini da ogni timore, soprattutto dal timore degli dei. Lucrezio infatti critica gli uomini che, spinti dalla paura di questi fenomeni, ne danno un’interpretazione sbagliata, ritenendoli espressione di volontà divina. L’autore fornisce spiegazioni sulle molteplici cause di ogni fenomeno naturale traendo anche esempi dall’esperienza quotidiana: ad esempio nei vv. 165-170 per spiegare come il lampo si veda prima di udire il tuono afferma che se vediamo da lontano abbattere un tronco accade che scorgeremo il gesto prima di sentire il colpo. Segue poi una descrizione delle epidemie causate da elementi nocivi nell’aria, nelle messi e nei cibi; in particolare l’autore descrive la peste di Atene (430-429 a.C.), come una forma di morbo ed una esalazione che porta la morte. Dopo aver indicato la provenienza del morbo dalle estreme regioni dell’Egitto, Lucrezio passa in rassegna i sintomi con molta accuratezza, ponendo anche l’attenzione sulle ripercussioni sul corpo: i malati avevano il capo bruciante, gli occhi iniettati di sangue, l’alito emanava un “orribile lezzo”, le forze venivano meno ed avevano un singhiozzo frequente; oltre al dolore erano tormentati da un senso di angoscia e piangevano con incessanti lamenti, erano continuamente arsi e per cercare ristoro giungevano a gettarsi nei pozzi. Lucrezio vuole dimostrare che la peste non è espressione dell’ira divina ma è un fatto naturale; tant’è vero che il morbo colpisce indifferentemente tutti, sia i timorosi, che si sono tenuti lontani dagli ammalati, sia coloro che invece hanno recato soccorso. Per rafforzare questo concetto, delle cause naturali piuttosto che divine della peste, rappresenta l’immagine dei santuari degli dèi pieni di cadaveri. Come molti studiosi hanno affermato, Lucrezio segue il racconto della peste di Tucidide, ma dimostra maggiore partecipazione emotiva ed approfondimento psicologico.

La lingua di Lucrezio[modifica | modifica wikitesto]

Lucrezio utilizza un linguaggio arcaico e solenne. Questo tono è ricercato dal poeta poiché esso desidera trasmettere la sacralità della sua impresa. Per questo motivo esso utilizza varie figure di suono come l'allitterazione, l'anafora, l'onomatopea, l'epifora etc etc. Oltre ad esse ritroviamo anche varianti morfologiche superate o sintagmi arcaizzanti, molto probabilmente dati dalla volontà di riprendere anche un altro poeta latino quale era Ennio, a cui Lucrezio si ispira.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marco Tullio Cicerone, Epistulae ad Quintum fratrem, II, 10, 3.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Rapisardi - Traduzione de La Natura, libro VI di Lucrezio. Milano, Brigola, 1879
  • Lucrezio. Sulla Natura delle Cose: De rerum natura. Anthony M. Esolen, trad. Baltimore: Univ. Johns Hopkins Pr., 1995. ISBN 0-8018-5055-X
  • Lucrezio il modo in cui sono le cose: Il De Rerum Natura. Rolfe Humphries, trad. Bloomington, Indiana: Indiana University Press, 1968. ISBN 0-253-20125-X.
  • Lucrezio. Sulla natura dell'Universo. R. E. Latham, trad. Londra: Penguin Books, 1994. ISBN 0-14-044610-9.
  • Lucrezio. Sulla natura delle cose (Loeb Classical Library No. 181). W. H. Rouse, trad., rev. by M. F. Smith. Cambridge, Mass.: Harvard Univ. Pr., 1992, ristampato con revisioni dell'edizione del 1924. ISBN 0-674-99200-8.
  • Lucrezio. Sulla natura delle cose (Serie classici Hackett). Martin Ferguson Smith, trad. Indianapolis, Ind.: Hackett Publishing Co., 2001. ISBN 0-87220-587-8.
  • Alioto, Anthony M. Storia della scienza occidentale. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall, 1987. ISBN 0-13-392390-8
  • Lloyd, B. E. R. Scienza Greca dopo Aristotele. New York: W. W. Norton, 1973. ISBN 0-393-04371-1
  • Lucrezio il modo in cui sono le cose: De Rerum Natura, traduzione di Rolfe Humphries, Indiana University Press 1968, ISBN 0-253-20125-X
  • Stahl, William. Scienza Romana. Madison: Edizioni Università del Wisconsin , 1962.
  • E-text Sulla natura delle cose [1]
  • Sommario Sulla natura delle cose dalla sezione [2]

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