Sospensione del giudizio

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La sospensione del giudizio o epoché (traslitterazione del greco antico "ἐποχή" ossia "sospensione") è l'astensione da un determinato giudizio o valutazione, qualora non risultino disponibili sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso.

Si tratta di un processo cognitivo, nonché uno stato della mente, particolarmente implicato nella formazione di giudizi etici e morali. La nozione opposta a questa è quella di pregiudizio, cioè un giudizio formulato in assenza di ragioni oggettive al quale tuttavia viene accordata la piena convinzione di validità. Laddove il pregiudizio conduce a trarre conclusioni o a formulare giudizi in assenza di un numero sufficiente di informazioni, la sospensione del giudizio impone di astenersi da simili atti fino al raggiungimento della necessaria quantità di informazione.

La sospensione del giudizio è un principio metodologico basilare. Una buona parte del metodo scientifico tende a incoraggiare la sospensione del giudizio in merito a un'ipotesi prima che la stessa sia stata opportunamente formulata, testata e verificata.

Nei contesti sociopolitici essa è una pietra miliare dello sviluppo civile delle società, basata sulla convinzione che nessun punto di vista parziale può essere immediatamente (in assenza di consenso) elevato a universale. Rimedio al fanatismo, permette di risolvere, e più spesso di evitare, i conflitti dovuti all’incomprensione reciproca.

In filosofia, la sospensione del giudizio viene tipicamente associata allo scetticismo e al positivismo, pur non esaurendosi in questi ambiti. Il razionalista secentesco Cartesio, ad esempio, ne ha fatto il fondamento della sua epistemologia. Nel procedimento da lui denominato "dubbio metodico", ha affermato che, in ordine alla costituzione di una conoscenza certa e salda, è necessario dubitare di qualunque cosa (ovvero, non bisogna dare niente per scontato). Solo eliminando i preconcetti e i pregiudizi è possibile conoscere la verità.

Origine del termine[modifica | modifica sorgente]

La "sospensione del giudizio" è stata teorizzata in modo sistematico e esauriente per la prima volta nell'antica Grecia, in particolar modo da due grandi correnti di pensiero: l'"accademia media" platonica (attiva dal III secolo a.C. al I secolo a.C.) e un gruppo di filosofi detti neo-pirroniani (o "veri scettici") (attivi fra il I e II secolo d.C.) La "sospensione del giudizio" consiste nel sospendere il proprio assenso non ai fenomeni (di per sé innegabili), ma al fatto che ai fenomeni, o a delle formulazioni di pensiero (come, ad esempio, la cosmologia stoica) corrisponda la vera realtà. Bisogna essere consapevoli che della realtà non possiamo che avere un giudizio soggettivo, quindi parziale e falsato. Per questo bisogna sospendere il giudizio, il che successivamente porta casualmente (in quanto i rapporti di causa-effetto sono criticati dagli scettici) all'imperturbabilità o ataraxia nell'ambito delle opinioni, e del moderato patire o metriopatheia di fronte alle necessità ineluttabili dell'esistenza umana. Per spiegare il rapporto casuale tra epoché e ataraxia Sesto Empirico ricorre alla metafora del pittore Apelle (Lineamenti pirroniani I, 19-35):

« Dicono infatti che egli, avendo dipinto un cavallo e desiderando raffigurare nel quadro la schiuma della bocca del cavallo, ebbe così poco successo, che rinunciò e gettò contro l'immagine la spugna in cui detergeva i colori del pennello: e dicono anche che questa, una volta venuta a contatto con il cavallo, produsse una rappresentazione della schiuma. Anche gli scettici, dunque, speravano di impadronirsi dell'imperturbabilità dirimendo l'anomalia degli eventi sia fenomenici sia mentali, ma, non essendo in grado di riuscirci, sospesero il giudizio; e a questa loro sospensione seguì casualmente l'imperturbabilità, come ombra a corpo. »

Sospensione di giudizio in Cartesio[modifica | modifica sorgente]

La sospensione di giudizio la ritroviamo anche in Cartesio; infatti egli afferma che, per non sbagliare, l'uomo deve sospendere il giudizio dubitando di tutto, si parte con il dubitare delle cose più semplici (dubbio metodico) fino a quelle più complesse (dubbio iperbolico). Secondo Cartesio si può dubitare di tutto, tranne del fatto che sto dubitando; ma se dubito allora penso e se penso sono, da qui la celebre frase "cogito ergo sum". Successivamente bisogna sottoporre le cose di cui ho dubitato al metodo, che in Cartesio è filosofico e non matematico come affermava Galileo Galilei.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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