Prodico

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Prodico (in greco Πρόδικος; Ceo, 460 a.C. circa – Atene, forse 380 a.C.) è stato un filosofo e retore greco antico. Sofista tra i più celebri, viaggiò a lungo per la Grecia riscuotendo un largo successo soprattutto ad Atene, ove si recò come ambasciatore, e a Sparta.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Prodico nacque nella città di Iulide,[1] sull'isola di Ceo, attorno al 460 a.C. Allievo di Protagora di Abdera,[1] conobbe la fama in seguito a una ambasceria ad Atene, in cui fu ammirato da importanti cittadini ateniesi, come Socrate e Senofonte.[2] Pare infatti che in quell'occasione Prodico si distinse per eloquenza e capacità oratoria, nonostante il suo tono basso di voce rendesse difficile al suo pubblico seguirlo.

Grazie a questa fama, divenne in breve uno dei sofisti più quotati, ed ebbe vari discepoli in tutta la Grecia, tra cui il retore Isocrate,[3] il tragediografo Euripide,[4] e Teramene detto Coturno, politico ateniese e membro dei Quattrocento, che fu condannato a morte all'epoca dei Trenta Tiranni con l'accusa di essere un democratico.[5]

Una tradizione tarda vuole che Prodico sia morto per aver bevuto la cicuta, condannato dalla polis ateniese con l'accusa di corrompere i giovani. Oggi questa notizia è ritenuta falsa dagli studiosi, anche se, stando a quanto testimoniato nell'Erissia, dialogo spurio talvolta attribuito a Platone, almeno in un'occasione Prodico fu realmente accusato di ciò, e per questo fu cacciato da un ginnasio.[6]

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero di Prodico spazia dall'etica alla filosofia naturale. Di notevole interesse è però la sua teoria del linguaggio e la sua abilità nel distinguere nettamente i significati dei termini, fin nelle minime sfumature (la cosiddetta sinonimica): tale attenzione pare fu imitata anche dallo storico Tucidide.[7]

L'etica: Eracle al bivio[modifica | modifica wikitesto]

L'etica ricoprì un ruolo importante nel pensiero di Prodico, tanto da essere apprezzato e citato da Senofonte, Platone e Socrate (di cui talvolta viene riportato addirittura allievo). Questa sua attenzione alla sfera della morale e dell'etica mette infatti in crisi il pregiudizio che vede i sofisti come individui spregiudicati e avidi, strenui sostenitori del relativismo etico.

A dimostrazione di ciò Senofonte riporta, parafrasandola, la cosiddetta favola di Eracle al bivio,[8] probabilmente contenuta nell'opera più famosa del sofista, intitolata Ὧραι (Stagioni). Eracle, divenuto adolescente e giunto quindi all'età in cui deve scegliere cosa fare della propria vita, se essere virtuosi o votarsi al vizio, incontra ad un bivio due donne, personificazioni della Virtù (Areté) e del Vizio (Kakía). Entrambe tengono un discorso al giovane, per indurlo a scegliere una delle due: la volontà di Eracle di seguire la Virtù è un'immagine del passaggio dell'uomo dalla sua natura originaria (physis) alla virtù «divina» (nomos), acquisibile per mezzo dell'educazione.[9]

La religione[modifica | modifica wikitesto]

Prodico è anche celebre come "anticipatore" dell'evemerismo. Già il suo maestro Protagora era stato accusato di empietà, avendo assunto una posizione agnostica sugli dèi, sostenendo che di questi non si può sapere niente, né se esistano né se non esistano.[10] Prodico invece spiegava la religione popolare sulla base della divinizzazione prima delle cose utili all'uomo e poi dei loro scopritori: in questo modo sono stati divinizzati dapprima il sole, la luna, i fiumi, e in seguito sono nate divinità come Demetra (il pane), Dioniso (il vino) ed Efesto (il fuoco e le sue potenzialità tecniche). In questo modo, a quanto affermano le testimonianze, Prodico ricollegava anche i riti misterici ai frutti dell'agricoltura.[11]

Il linguaggio[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia, la fama di Prodico è dovuta soprattutto alla sua dottrina della sinonimica o dell'esatto significato dei nomi: tale dottrina consiste essenzialmente nell'analisi semantica dei termini sinonimi e nella determinazione del loro significato preciso e univoco. Da qui l'inesattezza della notizia antica, accettata anche da molti moderni, secondo cui Prodico sarebbe stato maestro di Socrate: ciò che a Socrate interessa, infatti, non è tanto il significato dei termini, quanto ciò che ciascuno vuole significare quando usa un determinato termine.[12]

Sotto questa luce Prodico può essere considerato piuttosto come il predecessore della moderna filosofia analitica del linguaggio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b DK 84 A1.
  2. ^ DK 84 A1a.
  3. ^ DK 84 A7.
  4. ^ DK 84 A8.
  5. ^ DK 84 A6-7.
  6. ^ Erissia 398e-399a.
  7. ^ DK 84 A9.
  8. ^ Senofonte Memorabili II, 1, 21-34; DK 84 B2.
  9. ^ M. Untersteiner, I sofisti, Milano 1996, p. 326.
  10. ^ DK 80 B4.
  11. ^ DK 84 B5. Si veda anche: M. Untersteiner, I sofisti, Milano 1996, pp. 318-319.
  12. ^ In Protagora 341a e Menone 96d Socrate afferma di essere stato allievo di Prodico. Nel Teeteto, al contrario, lo stesso filosofo dice addirittura di aver consigliato ad alcuni suoi scolari, giudicati incapaci, di rivolgersi agli insegnamenti di Prodico (Teeteto 151b). Sul rapporto Socrate-Prodico: M. Untersteiner, I sofisti, Milano 1996, p. 323.

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