Critica letteraria

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Per critica letteraria si intende l'insieme di strumenti teorici e pratici, contenuti e studi, giudizi e spiegazioni dedicati alla valutazione della letteratura, in generale o in riferimento a specifiche opere letterarie o insiemi di opere. Gli interventi estemporanei e la produzione di opere di critica letteraria si sono articolati attorno a diverse metodologie, che hanno segnato in epoche diverse numerosi spunti di definizione sistematica.

Per una definizione[modifica | modifica wikitesto]

Con riferimento all'esistenza di una metodologia della critica letteraria e all'impegno specifico di autori e studiosi della letteratura dal punto di vista della critica, si può dire che la critica letteraria, e il saggio letterario nella fattispecie, siano essi stessi, lato sensu, uno dei generi letterari esistenti.

È vero, anche, che in realtà il metodo, per meglio dire "i metodi" della critica letteraria sono una attualizzazione della storia e della teoria critica. Il metodo è, allo stesso tempo, l'attualizzazione storica di una visione teorica della letteratura. Il formalismo, la filologia, la psico-critica, i cultural studies, la geocritica, la psicoanalisi sono metodi critici in quanto sono modi di lettura della letteratura fondati sulla teoria della psicoanalisi interconnessa alla storicità della lettura critica attraverso la quale si legge la letteratura. Se, ad esempio, parliamo dei metodi maggiormente frequentati negli anni '70, con tutto l'universo di riferimenti storico, sociologici e culturali, la principale lente di lettura che appare, nei lavori critici di quell'epoca, è sicuramente quella psicoanalitica. Quindi il metodo nasce dall'intersezione di una determinata storicità con un universo di riferimenti concettuali che maggiormente si avvicinano a quel vissuto storico. Il vissuto rientra a sua volta nell'indagine critica, tale da restituire, attualizzata alla lettura del critico, il prodotto di un'elaborazione personale, secondo gli schemi del metodo, che finiscono per restituirci indagini critiche di grande spessore.

"Poiché i poeti hanno una forte tendenza a formulare giudizi intorno alla propria arte e a far uso di questi giudizi come facenti parte del messaggio dei propri componimenti, potremmo rinvenire teorie letterarie di qualche sorta fin dall'epoca cui risalgono i primi componimenti poetici", scrivono William Kurtz Wimsatt, Jr. e Cleanth Brooks in Breve storia della idea di letteratura in Occidente[1]. Naturalmente questo vale anche per i narratori, tanto più se si considera che "l'autore (materiale) di un racconto non può minimamente confondersi con il narratore [...] chi parla (nel racconto) non è chi scrive (nella vita) e chi scrive non è chi è", come diceva Roland Barthes[2]. Esiste insomma un problema di definizione del soggetto autore di quell'artefatto verbale su cui si esercita una lettura critica già al momento della scrittura.

Pur essendo "autore", con l'immaginazione di un possibile lettore o fruitore della propria opera (quel che ha portato al concetto di lettore modello) chi scrive è già critico di sé stesso. Il testo letterario è "un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo", scrive Umberto Eco[3].

Tuttavia dev'esserci stata a un certo momento l'origine in cui qualcuno si è preoccupato di scrivere su quel che aveva scritto un altro. In occidente probabilmente ciò risale ai commenti medioevali sulla Bibbia e alla riscoperta dei classici, che porterà all'esegesi biblica e all'Umanesimo, due manifestazioni di rispetto del testo, posto a livello superiore della propria lettura[4], quasi si trattasse di fare agiografia o mistica del testo. Infatti uno dei fenomeni più interessanti, assolutamente non metodico ma di valorizzazione del testo in quanto tale, è quello del Talmud, che nell'intreccio di parole tra Torah, Mishnah e Ghemarah (e livelli successivi) offre anche una discussione di critica interpretativa.

Si può confrontare il fenomeno con lo sviluppo in ambito cristiano dell'allegoria, intesa quasi come letteratura secondaria della figura di Cristo, nella patristica e nella scolastica[5]. Leggere equivale a commentare e fare filologia insieme a teologia, fino a quando, con il confronto tra latino e volgare, si può anche inserire, nel tentativo di definire l'origine della critica, anche una preistoria della traduttologia.

Il metodo è così importante in materia di critica, perché costituisce un supporto teorico all'analisi critica e allo stesso tempo produce conoscenza. Potremmo dire, riassumendo la sequela di concetti appena enunciati, che l'oggetto della critica letteraria è la produzione di conoscenza sull'arte e la magia della letteratura che, per quanto storica, costituirà in sé un unicum di conoscenza ed un apporto importante all'interpretazione dei significati che l'umanità, dalla sua nascita, si pone come argomento dell'arte e della simbologia dell'essere.

Il critico letterario Francesco De Sanctis

Secondo Francesco De Sanctis esistono due tipi di critica letteraria: la critica letteraria propriamente detta, ovvero il giudizio e la critica di libri che sono passati alla storia o che comunque hanno ottenuto un buon successo di lettori e che sono usciti da diverso tempo, e la critica pedante, ovvero la critica letteraria da parte di pensatori e opinionisti che giudica le nuove opere letterarie, cioè i nuovi libri usciti in libreria, che affidano il loro talento critico per segnalare le opere belle e le opere brutte ai lettori comuni.

« I critici pedanti si contentano d'una semplice esposizione e si ostinano sulle frasi, sui concetti, sulle allegorie, su questo e su quel particolare come uccelli di rapina sur un cadavere. .. Essi si accostano ad una poesia con idee preconcette : chi di essi pensa ad Aristotele e chi ad Hegel.

Prima di contemplare il mondo poetico lo hanno giudicato : gl'impongono le loro leggi in luogo di studiar quelle che il poeta gli ha date. .... Critica perfetta è quella in cui i diversi momenti (per i quali è passata l'anima del poeta) si conciliano in una sintesi di armonia. Il critico deve presentare il mondo poetico rifatto ed illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la scienza vi presti, sì, la sua forma dottrinale, ma sia però come I'occhio che vede gli oggetti senza però vedere sé stesso. La scienza, come scienza, è, forse, filosofia, ma non è critica »

(Francesco De Sanctis, Saggi Critici, Morano, Napoli 1874)

Le origini della critica italiana[modifica | modifica wikitesto]

Per parlare di critica bisogna intendere o fondare un canone letterario di riferimento che assumendo valore lo distribuisce. L'amore di Dante per Virgilio, unito alla sua riflessione sulla lingua, principalmente svolta nel De vulgari eloquentia, sono il centro di quel distacco problematico dalla latinità e del nuovo giudizio critico. Quando Dante tesse le lodi degli 11 poeti invita il lettore a frequentarne direttamente i testi (II, VI 7), ponendo attenzione a questi più che ai loro autori, cercando di rendere stabile una legislazione poetica verso una "suprema contructio" che sembra alludere a una tecnica (e a una dignità orgogliosa da "miglior fabbri") speciale, la cui conoscenza è motivo di studio[6].

La parola latina più vicina a quella di "critico" è "censor", usata da Orazio e Ovidio, ma anche "iudex litteratus", locuzione apparsa in Vitruvio e meno noto "criticus", termine apparso in Cicerone. Anche Petrarca usò il termine di "iudex" da opporre a quello di "conditor" o autore[7], ma più che all'analisi metodica di opere altrui, era interessato alla precettistica e a difendere la metrica come norma e misura che mentre frena i sentimenti dell'autore li agevola attraverso il ritmo, lo stesso ritmo che poi muoverà il lettore alla dolcezza musicale.

Critica letteraria italiana del Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Tre sono i grandi personaggi che hanno influenzato il linguaggio della critica e della filologia in Italia nella prima metà del Novecento: Benedetto Croce, Renato Serra e Giovanni Gentile (quest'ultimo in minor modo). Se nei primi decenni del Novecento le tendenze dominanti furono quelle derivate dal positivismo e dallo spiritualismo franco-tedesco ruotanti intorno alle posizione crociane, dalla metà degli anni trenta affiorò la critica "ermetica". Nel secondo dopoguerra ritrovarono vigore la filologia ed il metodo storico, mentre il pensiero marxista ha attraversato l'intero campo della critica influenzandone vasti ambiti.[8]

Critica letteraria storicista e critica letteraria sociologica[modifica | modifica wikitesto]

La critica storicista è stata praticata da grandi studiosi come Francesco De Sanctis e Benedetto Croce. Essa mette a confronto lo scritto da esaminare con gli scritti e la società che descrive. La critica sociologica evidenzia la società e la struttura sociale di una società moderna o passata[E la letteratura?]. Uno dei più grandi critici sociologici è stato sicuramente Arnold Hauser. Anche Francesco De Sanctis, nella sua opera "Storia della letteratura italiana", dà un grande esempio di alta critica storicista e sociologica.[senza fonte]

Critica letteraria marxista[modifica | modifica wikitesto]

La critica letteraria marxista è fortemente influenzata dai pensieri di Karl Marx. Questa critica ha moltissimi obiettivi e finalità. Il principale è quello di correlare la critica storicista a quella sociologica, confrontando la struttura sociale descritta nel libro con la vera gerarchia sociale dell'epoca a cui il libro si riferisce. Due sono i concetti principali di questa critica: il primo è quello di "realismo" (riproduzione fedele delle società passate), il secondo è quello di "tipicità" (dove si criticano, correlandoli insieme, i tratti della società e il comportamento dei personaggi nelle situazioni che possono succedere soltanto in quella società)[non chiaro]. I più grandi critici letterari marxisti furono György Lukács, Lev Trotsky, Raymond Williams, Antonio Gramsci e Fredric Jameson.

Critica letteraria linguistica, delle strutture formali e stilistica[modifica | modifica wikitesto]

I Formalisti erano coloro che si caratterizzavano per una rigorosa messa in luce del carattere artistico della letteratura. La teoria del metodo formale restituì alla letteratura il ruolo di oggetto autonomo della ricerca, dato che liberò la letteratura dal suo condizionamento storico e sottolineò il suo rendimento funzionale come somma di tutti gli artifici stilistici adottati, facendo cadere la distinzione tra poesia e letteratura. Nella sua funzione pratica, la lingua rappresenta tutti gli altri condizionamenti storici e sociali dell’opera letteraria. La distinzione tra lingua poetica e pratica creò la percezione artistica che spezzò il legame tra letteratura e realtà della vita. La ricezione dell’arte non ha più sede nella consapevolezza del bello, ma esige che si identifichi la forma dell’oggetto e il procedimento per la sua creazione. Un altro merito della scuola formalistica è che la storicità della letteratura viene presa di nuovo in considerazione, l’opera d’arte viene percepita contro lo sfondo di altre opere ed in associazione con esse, e quindi la si deve considerare in rapporto con altre forme già preesistenti. La scuola formalista cerca di una via per tornare al concetto di storia nella letteratura: l’analisi dell’evoluzione letteraria scopre nella storia della letteratura “un’auto generazione dialettica di nuove forme”, inoltre viene rifiutato lo spirito oggettivo. L’evoluzione letteraria consiste nella creazione di nuove forme letterarie che spingono alla periferia le precedenti e che a loro volte verranno messe da parte da forme letterarie più evolute; quindi bisogna concepire l’opera d’arte nella sua storia, cioè all’interno della sua storia letteraria definita in continua evoluzione. L’evoluzione della letteratura va determinato attraverso il suo rapporto con il processo generale della storia.

Critica letteraria psicoanalitica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ trad. Paravia, Torino 1973, vol. I, p. 1, citato da Gian Paolo Caprettini, Introduzione in Enrico Malato (a cura di), Storia della letteratura italiana, vol. XI. La critica letteraria, a cura di Paolo Orvieto, Salerno Ed., Roma 2003, p. 12.
  2. ^ Introduzione all'analisi strutturale dei racconti (1966), poi in L'avventura semiologia, Einaudi, Torino 1991, p. 111.
  3. ^ Lector in fabula, Bompiani, Milano 1979, p. 14.
  4. ^ Francesco Muzzioli, Le teorie della critica letteraria, La Nuova Italia, Roma 1994; nuova ed. ampliata, Carocci, Roma 2005.
  5. ^ Claudio Leonardi, La tradizione antica e il medioevo, in E. Malato, op. cit., pp. 49-79, in part. p. 66
  6. ^ cfr. l'ed. di Pier Vincenzo Mengaldo, in Opere minori, Ricciardi, Milano-Napoli 1979, vol. II.
  7. ^ Michele Feo, Petrarca e Boccaccio: critica e filologia, in E. Malato, cit., pp. 103-129, in part. p. 104
  8. ^ "Le Muse", De Agostini, Novara, 1965, Vol. IV, pag.5-8

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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