Imperialismo americano

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Vignetta satirica che raffigura gli Stati Uniti come lo Zio Sam, perfido maestro che bacchetta gli "alunni indisciplinati" Cuba, Porto Rico (sic), Hawaii e Filippine

L'imperialismo americano è definibile come l'influenza economica, militare e culturale che gli Stati Uniti d'America hanno tentato di esercitare su altri paesi del mondo, accompagnata da vari generi di espansione (economica, politica, militare). John Foster Dulles dice: "Ci sono due modi per conquistare una nazione: uno è quello di assoggettarne la popolazione con la forza delle armi, l'altro di assoggettarne l'economia mediante mezzi finanziari".[1] Questo perché quando la sovranità di un paese è minacciata con la forza delle armi, tutto il mondo ne è al corrente, invece adottando una strategia di invasione economica si agisce in modo silenzioso senza scatenare allarmismi. Si iniziò a parlare di imperialismo americano nel 1846 con la guerra messicano-statunitense. Nel 1898, con l'ingresso degli Stati Uniti sulla scena della politica mondiale, i termini "imperialismo americano" ed "espansione imperialistica americana" divennero sempre più diffusi.

Il contesto prima del 1898[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1893 gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare una crisi bancaria che segnò l'inizio della grave depressione economica e la chiusura commerciale delle frontiere. Questi due fenomeni furono presto collegati ad un terzo: la tendenza irrefrenabile alla "sovrapproduzione interna", che non tardò a diventare uno dei più angosciosi problemi della società americana. Fu proprio nel pieno della depressione, nel gennaio 1895, che venne costituita la National Assosiation of Manufacturers,[2] con l'obiettivo di promuovere le esportazioni. Il fatto che la ripresa economica, nel corso del biennio successivo, coincidesse con l'energico incremento delle esportazioni non fece che rafforzare la convinzione che l'origine della crisi, che aveva provocato il collasso nel 1893, andasse individuata proprio nell'insufficienza del mercato interno, e che quindi la chiave di volta per la prosperità andasse ricercata nei mercati esteri, elemento cruciale da cui dipendevano la stagnazione o lo sviluppo economico americano.

Bandiera degli Stati Uniti d'America

L'esistenza fin dai primi insediamenti coloniali, di una frontiera mobile, costituiva la base delle peculiarità qualificanti della storia degli Stati Uniti. La costante disponibilità di terre libere aveva significato, per la storia americana, la possibilità di una costante diffusione del potere economico e quindi del potere politico. Nel suo discorso, infatti Frederick Jackson Turner affermava che: "l’esistenza di una superficie di terre libere e aperte alla conquista, la sua retrocessione continua e l’avanzata dei coloni verso occidente, spiegano lo sviluppo della nazione americana.[...] a quattro secoli dalla scoperta dell’america, la frontiera si è chiusa, e con essa si è chiuso il primo periodo della storia americana." In un articolo pubblicato nel 1896 affermò inoltre:”per quasi tre secoli il fattore dominante della vita americana è stata l’espansione. Con l’occupazione della costa del Pacifico e delle terre libere, questo movimento si è arrestato"[3].

L'ideologia espansionistica della frontiera mobile aveva quindi radici antiche e trovava ragioni anche nell'imponente flusso migratorio in accoglienza, percepito come prova inconfutabile della superiorità politica, economica, sociale degli Stati Uniti. Dato che nell'immaginario collettivo, la nazione era considerata terra privilegiata di libertà, democrazia e prosperità, era facile pensare che la sua espansione non potesse che configurarsi come ulteriore diffusione di questi diritti e benefici e che quindi, anche la sua lotta per la conquista di un dominio sempre più vasto non dovesse essere considerata come avidità di potenza e di ricchezza dalle nazioni Europee, etichettate come coloniali e sfruttatrici. Nella seconda metà dell'Ottocento gli Stati Uniti erano una effettivamente una grande potenza, ma dovevano ancora, oltre che ribadirlo a se stessi, dimostrarlo in modo inequivocabile alle altre nazioni del mondo; agire da grande potenza era non soltanto urgente necessità economica, ma era anche un'irrinunciabile questione di orgoglio e di prestigio nazionale.

La svolta di fine secolo (1898-1900)[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla fine dell’Ottocento, più precisamente fino alla guerra con la Spagna del 1898 e all'acquisto di un limitato dominio coloniale, la politica estera statunitense aveva sempre avuto un’importanza del tutto secondaria. Poco prima della metà del secolo erano state definitivamente risolte le questioni riguardanti i confini settentrionali e meridionali: riguardo al sud la guerra contro il Messico e la conquista della California e del rimanente territorio a nord di Rio Grande; relativamente al nord i negoziati con la Gran Bretagna avevano portato ad accordi sui confini tra Canada e Stati Uniti. La soluzione di questi problemi portò ad un’accentuazione dell’isolamento politico degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo nel superare la grave crisi della Guerra Civile e nel completare la colonizzazione e lo sfruttamento delle terre dell’ovest.[4]

La crisi del 1895-96 con la Gran Bretagna a proposito del confine orientale col Venezuela aveva messo a nudo una visione più ampia ed articolata degli interessi degli Stati Uniti: si era infatti delineata una strategia di potenza caratterizzata da una più organica e consapevole integrazione politica a livello di governo, delle varie pressioni dei più potenti gruppi economici. Il punto focale della politica di Washington fu costituito dalla questione della reciprocità commerciale con gli stati dell’America Latina e dal tentativo, fallimentare, di dar vita ad un sistema economico “panamericano”.

La guerra ispano-americana conferì di fatto una nuova posizione agli Stati Uniti, che si sentirono investiti della responsabilità di indirizzare la politica estera di una grande potenza. Una delle conseguenze paradossali di questa guerra, fu: che gli Stati Uniti ne uscirono col possesso pieno e definitivo delle Filippine, mentre Cuba, che era stata la causa primaria del conflitto e una delle ambizioni dell'espansionismo americano, restava fuori dalla vera e propria sovranità statunitense, in una condizione giuridica e politica mal definita.

La questione cubana[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1896 e il 1898,le condizioni per un intervento americano nel conflitto tra Cuba e la Spagna apparivano particolarmente favorevoli. Il 1896 era un anno di elezioni presidenziali, ciò offriva ai due grandi partiti americani l’occasione per precisare il loro atteggiamento sul problema cubano. Il programma approvato dai repubblicani, dopo aver ribadito la piena validità della dottrina Monroe e il diritto degli Stati Uniti di darvi concreta applicazione, affermava solennemente: "noi seguiamo con profondo e costante interesse le eroiche battaglie dei patrioti cubani contro la crudeltà e l’oppressione". I democratici si espressero in termini più sfumati, il loro programma dichiarava infatti: "offriamo la nostra simpatia al popolo di Cuba nella sua eroica lotta per la libertà e l’indipendenza".[5]

Il nuovo presidente, William McKinley, uomo di fiducia dei potenti banchieri e industriali dell'est, era più che mai desideroso di evitare passi falsi che potessero rischiare di rendere inevitabilmente una guerra con la Spagna; inoltre nel 1897, la comunità americana degli affari era nettamente ostile all'idea di una guerra. La prosperità era tornata, ma le ripercussioni psicologiche provocate dal collasso dell’economia americana pochi anni prima non erano ancora del tutto cancellate. Particolarmente interessati a un rapido ripristino della pace e dell’ordine a Cuba, anche a costo di un intervento americano che portasse a una guerra, erano invece i proprietari di piantagioni di tabacco e di zucchero e, gli importatori e raffinatori di zucchero greggio.

L'imperialismo Americano a Cuba

Si può affermare, nel complesso, che la parte più influente del mondo degli affari americano, più che spingere alla geurra tentò per quanto possibile di aggirare tale eventualità. L’impaziente ardore bellico di Theodore Roosevelt rifletteva l’atteggiamento di due gruppi ristretti ma influenti: il manipolo di politici ed intellettuali come John Hay e Brooks Adams, che da qualche anno si erano fatti assertori instancabili di una politica fortemente espansionistica e dei mezzi per attuarla; e la più vasta schiera costituita da rappresentanti della borghesia professionale e della vacillante indebolita oligarchia patrizia dell’est che cominciavano a dare vita al movimento progressista.[6]

L’indignazione del movimento populista per le atrocità spagnole commesse a Cuba dove il governo spagnolo per placare le rivolte decise di spingere con la forza la popolazione a riversarsi nelle città, cercando così di isolare i ribelli. In queste aree di "concentramento e controllo" della popolazione le condizioni di vita erano terribili, e si stima vi abbiano avuto luogo in pochi mesi molte decine di migliaia di decessi, a causa delle precarie condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari. Caratterizzato da una notevole dose di incertezza e di ambiguità fu invece l’atteggiamento nei confronti della questione cubana e di un eventuale guerra contro la Spagna assunto dal movimento sindacale e dagli sparsi nuclei socialisti esistenti negli Stati Uniti. Se in un primo tempo i movimenti anti-bellicistici furono in netta prevalenza, dopo l’affondamento della Maine e l’aumentare della tensione con la Spagna si registrò un primo evidente mutamento d’opinione.

Gli oppositori dell’intervento americano rimasero una modesta minoranza. Dopo la drammatica scomparsa del primo ministro e capo del partito conservatore spagnolo Antonio Cánovas del Castillo, assassinato da un anarchico italiano, ci fu l’ascesa al potere a Madrid del liberale Práxedes Mateo Sagasta, che si affrettò ad abbracciare una politica più conciliante a Cuba, infatti il 25 novembre promulgò una serie di decreti, in base ai quali avrebbe dovuto venir instaurato nell'isola un governo autonomo. Gli insorti respinsero questo gesto conciliante ed intensificarono sia le loro operazioni militari, sia la loro azione di propaganda in vista del raggiungimento del loro obbiettivo: la completa indipendenza.[7]

Il fronte delle Filippine[modifica | modifica wikitesto]

A quell'epoca non esistevano in realtà interessi commerciali americani nei confronti delle Filippine, ma secondo Theodore Roosevelt, che faceva parte della amministrazione McKinley nella posizione di sottosegretario della Marina, prima o poi la guerra fra la Spagna e Stati Uniti sarebbe scoppiata e la lotta avrebbe dovuto essere condotta non solo nei Caraibi e in generale nell'Atlantico, ma anche nel Pacifico occidentale. Il 1º maggio la squadra americana del Pacifico distrusse nella baia di Manila (possedimento spagnolo) la flotta spagnola e pose le premesse per l’occupazione americana delle Filippine. L’atteggiamento di gran parte di coloro che si erano dimostrati ostili ad una politica bellicistica era stato determinato non tanto da un'avversione all'espansionismo, quanto dal timore delle conseguenze negative che un conflitto armato avrebbe potuto provocare, in particolar modo sul piano economico.

Imperialismo Americano nelle Filippine

Alla fine di luglio il governo di Madrid chiese la sospensione delle ostilità e l’avvio di trattative di pace; le condizioni preliminari poste dagli americani per accettare la richiesta furono dure, ma dovettero essere accettate dagli spagnoli: l’evacuazione di Cuba e la rinuncia definitiva a questa colonia; la concessione agli Stati Uniti di Puerto Rico e di un’isola dell’arcipelago dei Ladroni e, infine, l’occupazione da parte americana della città, del porto e della baia di Manila, in attesa che la sorte definitiva delle Filippine venisse coronata nel corso dei negoziati di pace, che ebbero inizio a Parigi il 1º ottobre. La vittoria sulla Spagna ed i negoziati di Parigi diedero l’avvio ad un grande dibattito interno sull'imperialismo, destinato poi a dominare la scena politica americana per anni.

Il vittorioso andamento della guerra aveva convinto molti degli stessi uomini d’affari, che fino a poco prima avevano continuato a sottolineare come l’acquisto delle colonie non avrebbe portato sostanziali vantaggi commerciali, e avrebbe invece significato piuttosto oneri finanziari e rischi diplomatici, che la via dell’espansione economica passava per le annessioni territoriali. Il primo frutto della nuova politica annessionista fu tuttavia una conseguenza solo indiretta della vittoria militare sulla Spagna. Il trattato di annessione delle Hawaii che era stato fermato al Senato tempo prima per colpa di un gruppo di senatori antimperialisti, venne ripreso in considerazione e fu votato: McKinley appose la firma al documento che sanciva l'annessione dell Hawaii il 7 luglio 1898.

Le Filippine interessavano agli Americani, non tanto per i benefici diretti che si sarebbero potuti trarre sul piano economico, quanto perché giudicate ormai l’indispensabile porta d’accesso al mercato cinese sul quale si andava sempre più focalizzando l’attenzione generale. Per il momento la Cina offriva sbocchi circoscritti alla produzione americana, ma esercitava una forte suggestione; non era poi da trascurare neppure il peso del "movimento missionario protestante", particolarmente attivo in Cina in quegli anni; infine facevano sentire in maniera sempre più preminente la loro influenza considerazioni di politica internazionale.[8] Rinunciare alle Filippine avrebbe significato abbandonarle all'avidità di qualche altra grande potenza.

Il movimento antimperialista[modifica | modifica wikitesto]

Come per ogni altra corrente, anche per il movimento imperialista si formò una fazione contraria. Il fronte degli antimperialisti era tutt'altro che compatto e coerente. Innanzitutto bisogna precisare che gli antimperialisti non si opponevano in genere all'imperialismo indiretto, "informale", cioè all'espansione e alla supremazia economica degli Stati Uniti, ciò cui erano assolutamente ostili era l’imperialismo in senso stretto, inteso come espansione territoriale, cioè la creazione di un sistema coloniale. Imperialisti e antimperialisti erano in ogni caso accomunati dalla medesima concezione della superiorità razziale anglosassone, o più precisamente euro-americana, rispetto ai popoli tropicali.

Il fronte antimperialista poneva, innanzitutto un'obiezione di carattere costituzionale, in quanto, secondo costoro: l’annessione di territori coloniali era in contrasto con lo spirito della costituzione, dato che tutto il sistema costituzionale americano era basato sul principio del governo rappresentativo e sulla garanzia dei diritti e delle libertà individuali, principio incompatibile con il colonialismo. Un argomento, invece, di carattere più strettamente politico era che la creazione di un dominio coloniale avrebbe messo a repentaglio il regolare funzionamento del governo democratico e le libertà stesse personali dei cittadini.

Immagine di un manifesto antimperialista

Lo stabile inserimento nell'organismo politico-sociale della nazione di popolazioni inferiori socialmente ed economicamente avrebbe, come per contagio alterato il sano equilibrio esistente nelle istituzioni americane e portato una ventata di corruzione e di inefficienza, forse anche di violenza nella vita pubblica degli Stati Uniti.[9] Infine, gli antimperialisti non mancavano di avanzare una considerazione d’ordine morale pura e semplice: era ingiusto imporre con la forza il proprio dominio su altri popoli.[10]

La presa di posizione antiannessionistica era tuttavia tutt’altro che ferma e coerente, l’annessione di Puerto Rico infatti incontrò scarsa ostilità. Dopo la guerra del 1898 gli Stati Uniti abbandonarono la via dell’imperialismo territoriale preferendo imboccare quella dell’imperialismo indiretto, o informale, rinunciando ad ulteriori annessioni anche quando si presentò l’occasione, come nel caso dell’occupazione militare di Cuba tra il 1906 e il 1909. Si tornò al tradizionale dibattito sugli indirizzi della politica estera americana, non più visti esclusivamente o prevalentemente attraverso la questione dell’imperialismo.

L'imperialismo verso l'Asia[modifica | modifica wikitesto]

Negli Stati Uniti la svolta sulla politica estera era stata caratterizzata da una parte dalla presenza di correnti antimperialistiche particolarmente tenaci, dall'altra da incertezze e perplessità che avevano investito allo stesso modo sia i circoli di governo, sia gli ambienti economici più direttamente interessati. L’imperialismo come ideologia e come politica in atto non fece che riflettere verso l’esterno l’esigenza di organizzazione dell’espansione capitalistica; gli Stati Uniti lungo tutta la storia erano stati un paese debitore, che importava capitali più di quanti ne esportasse, ma a partire dal 1897 vi fu la tendenza dei capitali americani a cercare nuove fonti di profitto sui mercati stranieri, dando così il via a un gran numero di investimenti esteri.

Theodore Roosevelt-Pach

La natura dei rapporti fra gli Stati Uniti ed i loro possedimenti coloniali di recente acquisizione costituì un chiaro successo degli ambienti economici più direttamente interessati ad evitare un’invasione sul mercato interno di determinati prodotti filippini e segnò un nuovo punto a favore della politica protezionistica. Se da un lato i benefici economici che originariamente erano stati sperati e previsti dai fautori dell’annessione delle Filippine, si erano rivelati inferiori alle aspettative, dall'altro il peso che quel lontano e difficilmente difendibile possedimento costituiva sul piano diplomatico e militare diventava sempre più gravoso, specie nei momenti di tensione con il Giappone.

Gli Stati Uniti dovevano rassegnarsi al fatto che non era possibile considerare le Filippine solamente come un mercato privilegiato ed un trampolino di lancio per la penetrazione economica in Cina; il loro possesso significava inevitabilmente responsabilità militari e diplomatiche, alle quali non erano ancora preparati e nuovi imprevedibili rischi nella condotta della politica estera. Quattro anni dopo,la legge del 5 agosto 1909, pose le fondamenta di un sistema di libero scambio nel commercio tra le Filippine e gli Stai Uniti. Da un lato, tutti i prodotti americani fatta eccezione per il riso, ottennero libero accesso nelle Filippine; dall'altro, quelli filippini furono liberamente ammessi sul mercato americano, sia pure con una restrizione grave riguardante lo zucchero ed il tabacco.[11]

L’accidentale ingresso di Theodore Roosevelt alla Casa Bianca nel 1901, in seguito all'assassinio di McKinley diede un nuovo impulso al dinamismo americano in Estremo Oriente. La Cina offriva il vantaggio di trovarsi in condizioni politiche ed economiche tali da far pensare che sarebbe restata in condizioni di vassallaggio senza riuscire a diventare, in un futuro prossimo, una temibile concorrente industriale per gli Stati Uniti. A rendere particolarmente drammatici gli accenti con i quali uomini come Brooks Adams invocavano la necessità di una vigorosa politica di espansione commerciale in Cina e nell’Asia Orientale, in genere contribuivano la consapevolezza dell’enorme ritardo con cui gli Stati Uniti si erano presentati a chiedere la loro parte di controllo economico del traballante impero cinese e la conseguente posizione di debolezza in cui vi si trovavano le imprese americane rispetto a quelle delle altre grandi potenze.[12]

L’American China development Company era stata costituita nel 1895 con il preciso scopo di promuovere la penetrazione economica americana in Cina, attraverso concessioni ferroviarie e minerarie. Il prestigio degli Stati Uniti in Cina subiva un ulteriore rovescio a seguito dei boicottaggi dei prodotti americani organizzato in tutto il paese, dagli elementi nazionalisti, esasperati dalla politica americana di discriminazione razziale nel campo dell’immigrazione.[13] I Giapponesi non erano associati al disprezzo con il quale erano considerati in America i popoli orientali; il presidente Roosevelt non nascondeva la sua ammirazione per loro, giungendo addirittura ad ammettere che gli Americani potessero avere da imparare qualcosa da quel popolo.

Per Roosevelt, nel 1904, il Giappone rappresentava il più valido ed idoneo strumento per la conservazione dell’equilibrio di potenza in Estremo Oriente. Certo egli non nascondeva i pericoli che avrebbero potuto derivare da un eccessivo rafforzamento nipponico: per questo era necessario che gli Stati Uniti assumessero un ruolo di guida e di controllo. Che il principio della “porta aperta” non fosse più considerato come intangibile fu dimostrato dall'accordo Taft-Katsura, tra il segretario della "guerra Taft" e il primo ministro nipponico; che consisteva nell'assicurazione di quest’ultimo che il Giappone non nutriva alcuna ambizione nei confronti delle Filippine, e nel riconoscimento da parte di Taft, che gli Stati Uniti consideravano la preponderanza nipponica sulla Corea una logica conseguenza della guerra russo-giapponese e che essi non erano comunque intenzionati ad apporsi all'instaurazione di un protettorato del governo di Tokyo sulla penisola coreana.

Con l’accordo Taft-Katsura si fece sentire per la prima volta l’onere politico-diplomatico che per gli Stati Uniti costituiva il possesso delle Filippine.[14] Nel 1905 gli ambienti economici americani erano divisi: secondo alcuni non restava che trarre le dovute conseguenze e riconoscere una volta per tutte nel Giappone il principale avversario, e quindi operare in ogni modo per ostacolarne l’espansione; per altri invece, il modo migliore per farsi largo sui mercati dell’Asia Orientale era quello di procedere di comune accordo con la potenza nipponica. La spina nel fianco era costituita dalle Filippine, che si erano rivelate fonte di debolezza piuttosto che punto di forza sotto il profilo militare, che contribuivano in questo modo a rendere più attraente questa seconda via ai governatori americani.

Il 30 novembre 1908 il segretario di stato Root e l’ambasciatore nipponico a Washington, Takahira, firmarono un accordo, i due governi si impegnavano a rispettare i rispettivi possedimenti territoriali;, gli Stati Uniti ottenevano una nuova garanzia per le Filippine da parte dell’unica potenza che poteva costituire ormai un pericolo effettivo per quel possedimento. Secondo alcuni una delle ragioni fondamentali del fallimento della politica di Roosevelt fu l’esagerata accentuazione del pericolo Russo. La Russia, che non era ne poteva essere una concorrente temibile sui mercati della Cina e della Manciuria fu designata come nemico principale, con la conseguenza che gli Stati Uniti furono inevitabilmente portati a spalleggiare la Gran Bretagna ed il Giappone, ossia proprio quelle nazione la cui competizione economica rappresentava una minaccia effettiva.[15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ p.158, Il nemico/Felix Greene, gli Struzzi 38, Einaudi editore Torino, 1973
  2. ^ p.17, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  3. ^ p.18, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  4. ^ p.95, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft(1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  5. ^ p.101, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft(1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  6. ^ p.106, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft(1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  7. ^ p.109, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  8. ^ p.124, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  9. ^ p.131, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  10. ^ p.132, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  11. ^ p.226, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  12. ^ p.237, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  13. ^ p.240, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  14. ^ p.248, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  15. ^ p.263, Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft (1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973

Monografie[modifica | modifica wikitesto]

  • Il nemico /Felix Greene, gli Struzzi 38, Einaudi editore Torino, 1973
  • Le origini dell'imperialismo americano: da McKinley a Taft(1897-1913)/Alberto Aquarone, Bologna: il Mulino, 1973
  • Gli Stati Uniti dal 1945 a oggi/ F.Romero G.Valdevit E.Vezzosi, Editori Laterza, 1996
  • L'impero americano / Claude Julien, Mondadori, Milano 1969

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]