Crisi degli ostaggi in Iran

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Crisi degli ostaggi in Iran
Ciò che rimane della placca dell'ambasciata statunitense a Teheran nel 2004
Ciò che rimane della placca dell'ambasciata statunitense a Teheran nel 2004
Data 4 novembre 1979 - 20 gennaio 1981
Luogo Teheran, Iran
Causa occupazione dell'ambasciata statunitense a Teheran da parte di studenti iraniani
Esito firma degli accordi di Algeri e rilascio degli ostaggi
rottura delle relazioni diplomatiche tra USA ed Iran
Schieramenti
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La crisi degli ostaggi fu una crisi diplomatico-politica sorta fra gli Stati Uniti e l'Iran quando furono presi in ostaggio 52 membri dell'ambasciata statunitense a Teheran, dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981, dopo che un gruppo di studenti aveva occupato l'ambasciata durante una fase della rivoluzione iraniana.

Presa dell'ambasciata[modifica | modifica sorgente]

L'ex Ambasciata americana a Teheran

Il movimento rivoluzionario iraniano, iniziato nel 1978, si afferma all'inizio del 1979 con la partenza in esilio dello Scià (gennaio), il ritorno trionfale dell'Ayatollah Khomeini (1º febbraio) e la proclamazione della neutralità delle Forze Armate (11 febbraio). Segue una fase convulsa di lotta interna tra le varie componenti rivoluzionarie. L'Ambasciata americana a Teheran viene assaltata una prima volta in febbraio, ma gli occupanti si ritirano dopo qualche ora di negoziato. I rivoluzionari temono infatti che l'Ambasciata americana stia tramando per un ritorno dello Scià, come fatto nel 1953 quando un colpo di Stato depose il Primo Ministro Mohammad Mossadeq e permise il ritorno dall'esilio dello Scià.

Il 22 ottobre 1979 lo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi si recò a New York per essere sottoposto ad un trattamento contro il cancro. Il 1º novembre 1979 l'ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della nascente Repubblica Islamica, invitò la popolazione a manifestare contro gli interessi degli Americani, indicati col nome di "Grande Satana" e di "Nemici dell'Islam", e degli israeliani nel Paese. Il 4 novembre 1979 un gruppo di 500 studenti circa (anche se le testimonianze discordano e variano da 300 a 2000) assaltò l'ambasciata.

Di lì a poco furono mostrati alle televisioni gli ostaggi, presentati con gli occhi bendati, e furono fatte alcune richieste di riscatto, tra le quali quella di estradizione dello Scià perché potesse venire giudicato riguardo a "crimini contro il popolo iraniano".

Sei persone tra quelle che al momento dell'attacco si trovavano all'interno dell'ambasciata riuscirono a fuggire ed a trovare rifugio all'interno dell'appartamento dell'ambasciatore canadese; successivamente questi riuscirono a lasciare il paese grazie alla collaborazione del medesimo ambasciatore, che fornì loro i documenti falsi con i quali poterono espatriare in sicurezza il 28 gennaio 1980. La decisione di concedere ai sei diplomatici tali documenti fu presa dal parlamento canadese, riunito in seduta segreta per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, il quale approvò un provvedimento ad hoc per consentire loro la fuga. Altri tredici ostaggi, donne ed afroamericani, furono liberati tra il 19 ed il 20 novembre 1979 ed un ultimo ostaggio malato di Sclerosi multipla fu liberato l'11 luglio 1980.

Un uomo, in Washington, D.C., espone un cartello durante una protesta per la crisi degli ostaggi in Iran. Sul cartello si legge "Deport all Iranians" (Deportate tutti gli iraniani) e "Get the hell out of my country" (Andatevene dal mio paese); nel retro del cartello si intravede la scritta "Release all Americans now" (liberate tutti gli americani ora).

Reazione americana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Eagle Claw.

La popolazione americana reagì con sdegno ad un atto di tale ostilità, che fu visto come un oltraggio ai secolari principi del diritto internazionale, i quali garantiscono l'immunità diplomatica all'arresto e l'inviolabilità delle ambasciate ospitate all'interno di uno Stato. Falliti tutti i tentativi di ottenere il rilascio degli ostaggi per via diplomatica, gli Stati Uniti reagirono tentando, il 24 aprile 1980, di salvare gli ostaggi con la forza, ma l'operazione, denominata Eagle Claw (artiglio dell'aquila), fallì. Alcuni aerei ed elicotteri con a bordo militari incaricati di tentare il colpo di mano furono inviati segretamente nel Paese, ma durante le manovre a terra un elicottero RH53D ed un C130 si scontrarono tra loro nel deserto iraniano presso Tabas e otto militari americani persero la vita mentre altri quattro rimasero feriti. Vi fu anche un'imposizione di sanzioni diplomatiche mirate ad ammorbidire le posizioni del nascente regime degli Ayatollah le quali, tuttavia, non portarono a grandi risultati.

Furono quindi avviate trattative riservate mediate da altri Paesi musulmani moderati (primo fra tutti l'Algeria).

La fallita operazione per liberare gli ostaggi

Non vedendo risultati concreti nella risoluzione di tale crisi l'opinione pubblica americana sfiduciò completamente il presidente Jimmy Carter e la popolarità di questi crollò rapidamente.

Risoluzione della crisi[modifica | modifica sorgente]

La crisi terminò con la liberazione degli ostaggi grazie a un accordo favorito dall'Algeria e firmato il 19 gennaio 1981 ad Algeri. Per gli Stati Uniti l'Accordo di Algeri fu negoziato dall'allora Deputy Secretary of State Warren Christopher. L'intesa prevedeva la liberazione degli ostaggi, lo scongelamento dei fondi iraniani depositati presso banche americane e bloccati all'indomani dello scoppio della crisi, la riaffermazione del principio di non ingerenza.

Gli ostaggi furono materialmente liberati il 20 gennaio 1981, immediatamente dopo l'insediamento di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti. Essi furono formalmente consegnati in custodia all'ambasciata algerina a Teheran che li fece espatriare e li riconsegnò alle autorità americane.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Gary Sick, "All fall down. America's tragic encounter with Iran", New York 1985.
  • Stefano Beltrame, "Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica". Ed Rubettino, ISBN 978-88-498-2533-6
  • Marcella Emiliani, Marco Ranuzzi de' Bianchi, Erika Atzori, Nel nome di Omar. Rivoluzione, clero e potere in Iran, Bologna, Odoya, 2008 ISBN 978-88-628-8000-8.

Cinematografia[modifica | modifica sorgente]

Film[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]