Guerre indiane

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Litografia del 1899 - La cavalleria insegue gli indiani

La locuzione guerre indiane è il nome usato dagli storici statunitensi per descrivere una serie di conflitti armati tra i nativi americani con i coloni, principalmente europei, prima e poi con le autorità degli Stati Uniti d'America.

Alcune delle guerre furono provocate da una serie di paralleli atti legislativi, come l'Indian Removal Act, unilateralmente promulgate da una delle parti e potenzialmente considerabili alla stregua di guerra civile.[1]

Le guerre, che spaziarono dalla colonizzazione europea dell'America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla chiusura delle frontiere USA nel 1890, risultarono complessivamente nella conquista, nella decimazione, nell'assimilazione delle nazioni indiane, e nella deportazione di svariate migliaia di persone nelle riserve indiane. Gli eventi trattati costituiscono una delle basi della discriminazione razziale su base etnica, e del problema del razzismo che affliggerà gli USA fin a tutto il XX secolo.

A est del Mississippi (1775 - 1842)[modifica | modifica sorgente]

Queste guerre furono combattute originariamente dagli appena istituiti Stati Uniti contro i nativi americani e durarono fino a poco dopo la guerra messicano-statunitense.

Guerra d'indipendenza[modifica | modifica sorgente]

La rivoluzione americana inglobò in realtà due guerre parallele: mentre dal lato est la ribellione era rivolta contro il dominio britannico, quella ad ovest fu puramente una "guerra indiana". Appena dopo la proclamazione d'indipendenza gli Stati Uniti erano in competizione con i britannici in un gioco di alleanze con le varie tribù di nativi dislocate ad est del fiume Mississippi. L'interesse statunitense verso un'espansione occidentale, il quale si scontrava con l'atteggiamento più pacifico dimostrato dai britannici, non fu comunque la motivazione principale che favorì lo scoppio della guerra. Alcune tribù si unirono alla causa britannica nella speranza di ottenere in cambio un aiuto per arrestare l'espansione americana. La rivoluzione americana risultò essere drammaticamente la guerra tra le più distruttive per i popoli dei nativi nella storia degli Stati Uniti[2].

Le Sei Nazioni sul territorio dei grandi laghi nel 1720

Vi furono anche casi nei quali la rivoluzione americana risvegliò una vera e propria guerra civile interna alle singole comunità indiane, come per esempio nella confederazione irochese, nella quale i gruppi non condividevano le stesse simpatie riguardo alla parte dalla quale schierarsi. La confederazione, chiamata anche con il nome di "Sei Nazioni", vedeva gli Oneida ed i Tuscarora dalla parte americana e gli altri quattro gruppi con gli inglesi. La rivoluzione in conclusione portò gli irochesi ad uno scontro intestino che da tempo si era cercato di evitare. Le parti sconfitte (anche le tribù che avevano supportato gli americani) subirono ampie perdite territoriali. La "Corona inglese" comunque aiutò i nativi rimasti senza terra ricompensandoli con la riserva di Grand River in Canada. Anche i Cherokee, come altre tribù, subirono una scissione interna tra un gruppo neutrale (o pro-americano) ed uno anti-americano, al quale gli statunitensi si riferirono con il nome di Chickamauga.

La situazione al fronte era realmente tragica e numerose atrocità coinvolsero anche i non combattenti da ambo le fazioni. Nel 1779, nel tentativo di fermare le continue incursioni nella zona nord di New York, venne organizzata la spedizione di Sullivan la quale risultò essere la più grande organizzata fino a quel momento e si concluse con la distruzione di più di quaranta villaggi irochesi. L'effetto desiderato però non si verificò: da quel momento infatti l'azione degli indiani divenne ancora più determinata.

I nativi in seguito rimasero alquanto allibiti nell'apprendere che, dopo il trattato di Parigi del 1783, gli "alleati" britannici cedettero una grande parte del territorio indiano agli statunitensi senza nemmeno dargliene avviso. Gli americani inizialmente trattarono i nativi ed il loro territorio come una nazione conquistata ma in seguito questo atteggiamento fu difficile da imporre dato che in realtà l'acquisizione era avvenuta sulla carta e non sul campo di battaglia. Le mire espansionistiche non vennero comunque abbandonate ed il nuovo governo statunitense pensò di raggiungere l'obiettivo con una politica basata sull'acquisizione territoriale tramite trattati. I singoli stati ed i relativi coloni si trovarono spesso in disaccordo con questo tipo di tattica e quelle che seguirono furono nuovamente scene di guerra.

Guerre Chickamauga[modifica | modifica sorgente]

Le guerre Chickamauga furono una serie continua di conflitti che iniziarono con il coinvolgimento dei Cherokee nella rivoluzione americana e si prolungarono fino al tardo 1794. Chickamauga era il nome con il quale venivano identificate le tribù che seguirono il capo-condottiero Dragging Canoe verso sud-ovest nell'area dell'attuale Chattanooga, in Tennessee. I primi luoghi ad essere soggetti agli attacchi indiani furono le colonie lungo i fiumi Watauga, Holston e Nolichucky, la vallata di Carter nel nord-est del Tennessee così come altri insediamenti nel Kentucky, in Virginia, in Carolina ed in Georgia. La tipologia degli attacchi spaziava dalle piccole incursioni di qualche gruppo di guerrieri a vere e proprie campagne composte da 500 a oltre 1000 combattenti.

Le campagne condotte da Dragging Canoe e dal suo successore John Watts vennero spesso condotte congiuntamente a quelle del nord-ovest. La risposta armata dei coloni vide la completa distruzione di villaggi Cherokee anche in aree pacifiche, senza riportare comunque un elevato numero di perdite da ambo le parti. Le guerre continuarono fino al Trattato di Tellico Blockhouse nel 1794.

Guerra Indiana di Nord-Ovest[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione della battaglia di Fallen Timbers

La cosiddetta "Ordinanza del Nord-Ovest" del 1787 riorganizzò ufficialmente il territorio nord-occidentale in relazione agli insediamenti bianchi, i quali avevano già iniziato a riversarsi nella regione. La resistenza indiana provocò violenti scontri e l'amministrazione del presidente George Washington organizzò delle spedizioni armate atte a sedare le insurrezioni dei nativi. La guerra conseguente, che proseguì praticamente senza soluzione di continuità dopo la rivoluzione, fu detta anche "guerra di Piccola Tartaruga", dal nome del capo miami che fu uno dei protagonisti principali e vide il consolidarsi di una grande alleanza indiana, formata principalmente, oltre che dagli stessi Miami, da Shawnee, Lenape ed Ottawa, che sconfisse le armate condotte dai generali Josiah Harmar ed Arthur St.Clair. Questa fu la più grande sconfitta mai inflitta dai nativi agli statunitensi.

Si tentò la via della negoziazione, ma i nuovi confini proposti dalla confederazione condotta dagli Shawnee risultarono inaccettabili per gli statunitensi, i quali inviarono una seconda spedizione condotta questa volta dal generale Anthony Wayne. Aspettando un aiuto britannico che non arrivò mai, i nativi americani vennero sconfitti nella battaglia di Fallen Timbers nel 1794, e l'anno seguente furono obbligati ad accettare il Trattato di Greenville, cedendo così i territori corrispondenti all'odierno Ohio ed a una parte dell'Indiana agli Stati Uniti.

La guerra Creek e la guerra del 1812[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Tecumseh

L'"erosione" del territorio indiano da parte statunitense crebbe velocemente dopo il trattato di Greenville, tanto da destare un serio allarme nelle comunità amerindie. Nel 1800 William Henry Harrison divenne governatore dell'Indiana e sotto la direzione di Thomas Jefferson iniziò una politica aggressiva avente come scopo l'ottenimento dei diritti sulle terre indiane. La resistenza all'espansione americana fu affidata a due fratelli Shawnee, Tecumseh e Tenskwatawa, i quali crearono un'unione tra varie tribù con l'intento di arrestare la vendita di terreni da parte dei capi tribù indiani.

Nel 1811, mentre Tecumseh si trovava nel sud cercando di reclutare alleati tra i Creek, i Cherokee ed i Choctaw, Harrison marciò contro la confederazione dei nativi americani sconfiggendo Tenskwatawa e i suoi seguaci a Tippecanoe. La speranza degli statunitensi, i quali credevano che la recente sconfitta avesse posto fine alla resistenza, fu vanificata dal fatto che Tecumseh optò per un'alleanza con i britannici, che a breve, nel 1812, sarebbero entrati in guerra con gli Stati Uniti.

Esattamente come la rivoluzione, sul fronte occidentale la guerra del 1812 fu una guerra contro i nativi. Iniziata da Tecumseh, la guerra Creek (1813-1814) nacque come una guerra civile all'interno della nazione omonima e solo in seguito divenne parte del grande scenario di battaglie relative all'espansione statunitense. Gli americani ebbero un buon successo sul lato ovest e Tecumseh perse la vita per mano dell'esercito di Harrison durante la battaglia del Tamigi, la quale mise fine alla resistenza nel nord-ovest. In seguito, nel 1818, la prima guerra Seminole fu in qualche modo una continuazione della guerra Creek ed ebbe come esito l'annessione della Florida da parte degli Stati Uniti nel 1819.

I britannici abbandonarono i loro alleati in balia degli americani esattamente come fecero dopo la rivoluzione americana e dopo la guerra del 1812. Questo comportamento fu un elemento fondamentale nello sviluppo delle guerre indiane evitando future richieste di aiuto esterne nelle guerre contro gli Stati Uniti.

L'Atto di rimozione[modifica | modifica sorgente]

Uno dei risvolti delle precedenti guerre fu l'approvazione del cosiddetto Atto di Rimozione degli indiani nel 1830, firmato dal presidente Andrew Jackson. Questo atto non previde una reale "rimozione" di alcun nativo ma autorizzò la negoziazione di trattati aventi come obiettivo lo scambio delle terre indiane orientali con quelle statunitense occidentali, recentemente acquisite con l'accordo sulla Louisiana. Ciò che spinse primariamente verso una politica di questo tipo fu il fatto che sia i britannici che gli spagnoli stavano reclutando ed armando dei nativi americani all'interno dei confini statunitensi[3]

Altri atti similari vennero in seguito firmato e la maggior parte dei nativi, seppur pacifici e riluttanti, dovettero accettare con amara rassegnazione i relativi trattati. Ovviamente altri gruppi preferirono una reazione ed entrarono in guerra proprio per fermare l'incremento di questi trattati territoriali generando così due guerre di breve durata (quella Black Hawk del 1832 e quella Creek del 1836) ed una invece più lunga e dispendiosa quale fu la seconda guerra Seminole (1835-1842).

A ovest del Mississippi (1823 - 1890)[modifica | modifica sorgente]

Così come ad oriente, l'espansione dei coloni nelle grandi pianure e nelle alture occidentali creò dei dissidi con le popolazioni di nativi residenti. Molte tribù, dagli Ute del Gran Bacino ai Nez Perce dell'Idaho, combatterono i bianchi, ma coloro che opposero la resistenza più tenace all'espansione colonica furono i Sioux a nord e gli Apache a sud-ovest. Condotti da capi guerrieri risoluti, come Nuvola Rossa (Red Cloud) o Cavallo Pazzo (Tashunka Witko in lingua dakota), i Sioux erano particolarmente abili nelle battaglie a cavallo; neofiti della vita nelle pianure, provenendo dalla regione dei Grandi Laghi, impararono a domare ed a montare i cavalli e da quel momento si mossero verso ovest sconfiggendo ogni tribù incontrata sul proprio cammino diventando così temibili ed esperti guerrieri.

Gli Apache invece praticavano l'arte della guerra prevalentemente in zona desertiche ed in presenza di canyons. La loro economia veniva integrata principalmente con delle razzie a scapito dei villaggi vicini.

Il Texas[modifica | modifica sorgente]

La Comancheria definita dalla linea rossa

Negli anni 50 del XVIII secolo i nativi delle grandi pianure arrivarono in Texas e gli scontri con i nuovi arrivati, i coloni europei, non tardarono a svilupparsi. Un gran numero di anglo-americani raggiunsero il Texas intorno al terzo decennio del XIX secolo e da quel momento, per circa cinquant'anni, iniziò una serie di confronti armati che videro opposti principalmente i Texani ed i Comanche.

La prima battaglia degna di nota fu quella del cosiddetto massacro di Fort Parker nel 1836, nella quale un gruppo di Comanche, Kiowa, Wichita e Lenape attaccò i coloni stabilitisi nel forte. Nonostante il relativo basso numero di bianchi che persero la vita l'assalto destò una vampata di rabbia generalizzata contro i nativi principalmente dovuta al rapimento durante l'assalto di Cynthia Ann Parker.

La Repubblica del Texas guadagnò la propria sovranità dopo la guerra messicana ed il governo, sotto la direzione del presidente Sam Houston, iniziò una nuova politica di cooperazione con i Comanche ed i Kiowa. Ironicamente, dato che Houston visse per un periodo con i Cherokee, questi ultimi sembrarono essersi schierati con il Messico per combattere la nuova ed inesperta repubblica texana. Ad ogni modo Houston risolse il conflitto senza ricorrere alle armi, rifiutandosi di credere che i Cherokee avessero potuto attaccare il suo governo[4].

Quanah Parker, capo dei Kwahadi Comanche

L'amministrazione di Mirabeau Bonaparte Lamar, che seguì quella di Houston, attuò una politica decisamente differente nel rapporto con i nativi americani. Sotto Lamar la repubblica texana tentò di trasferire i Cherokee più ad ovest e riuscì alla fine ad avere la meglio. Una serie di battaglie avvenne in seguito al tentativo di deportare i Comanche e i Kiowa. La prima fu la battaglia di Council House dove, durante un colloquio di pace, vennero sequestrati alcuni capi Comanche, il che portò anche alla Grande Incursione del 1840 ed alla Battaglia di Plum Creek.

L'amministrazione di Lamar rimase famosa per la sua politica costosa e fallimentare: nei quattro anni di gestione i costi per le guerre sostenute superarono le entrate annuali. Seguì un nuovo governo Houston che riprese una politica diplomatica ed assicurò al Texas una serie di trattati con tutte le tribù native dell'area, Comanche compresi.

Nel 1846 il Texas si aggregò all'Unione e gli anni che andarono dal 1856 al 1858 furono particolarmente sanguinosi sulla frontiera texana con lo spostamento dei coloni all'interno della terra Comanche, la Comancheria. Gli scontri che posero fine alla vitalità del popolo Comanche furono la Battaglia di Little Robe Creek e la spedizione di Antelope Hills nel 1858, le quali rappresentarono un colpo violento proprio nel cuore della Comancheria.

Le battaglie tra i coloni e i nativi americani continuarono e nel 1860, durante la Battaglia di Pease River, le milizie texane distrussero un campo indiano scoprendo in seguito di aver ricatturato Cynthia Ann Parker, la ragazzina che era stata in precedenza, nel 1836, rapita dai Comanche. Cyntha tornò quindi a vivere con la famiglia Parker ma perse i suoi figli, uno dei quali, Quanah Parker, divenne in seguito un capo tribù e dopo la Prima Battaglia di Adobe Walls dovette arrendersi alla schiacciante superiorità bellica del governo federale e, nel 1875, stabilirsi in una riserva nel sud-ovest dell'Oklahoma.

Le Grandi Pianure[modifica | modifica sorgente]

Il conflitto tra bianchi ed indiani continuò anche durante la guerra di secessione. La guerra di Piccolo Corvo del 1862 (chiamata anche "Rivolta Sioux del 1862") fu il primo grande scontro tra gli Stati Uniti ed i Sioux. Dopo sei settimane di battaglie nel territorio del Minnesota, condotte per la maggior parte da capo Tʿaoyate Duta (Piccolo Corvo), si potevano registrare più di 500 morti tra soldati e coloni statunitensi.

Tʿatʿaɲka Iyotake, capo Lakota, comunemente noto come Toro Seduto

Il numero di Sioux morti nella rivolta rimane non documentato ma dopo la guerra 303 nativi furono accusati di assassinio e rapina dai tribunali statunitensi e successivamente condannati a morte. Molte di queste condanne vennero commutate ma il 26 dicembre 1862 a Mankato, in Minnesota, si andò a consumare quella che ad oggi rimane la più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, con l'impiccagione di 38 Sioux[5].

Nel 1864 invece avvenne una delle battaglie indiane maggiormente degne di infamia, denominata non a caso il Massacro di Sand Creek. Il tutto ebbe inizio quando una milizia locale attaccò un villaggio cheyenne ed arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini donne e bambini. Gli indiani di Sand Creek erano stati assicurati dal governo degli Stati Uniti che avrebbero vissuto tranquillamente nella loro area ma ciò che causò il massacro fu il crescente odio bianco nei confronti dei nativi. I successivi congressi diffusero un appello pubblico contro altri simili carneficine nei confronti degli indiani, ma esso non fece presa nel popolo.

Nel 1875 l'ultima vera guerra Sioux scoppiò quando la corsa all'oro nel Dakota arrivò alle Black Hills (Colline Nere), territorio sacro per i nativi americani. L'esercitò statunitense non precluse ai minatori l'accesso alle zone di caccia Sioux, ed inoltre quando venne chiamato ad attaccare delle bande indiane che stavano cacciando nella prateria, come loro concesso dai precedenti trattati, rispose immediatamente. Nel 1876 dopo vari incontri non conclusivi, il Generale George Armstrong Custer trovò l'accampamento principale dei Lakota (altro nome dei Sioux occidentali) e dei loro alleati vicino al fiume Little Bighorn. Nella battaglia che prende il nome da questo fiume, Custer ed i suoi uomini, i quali erano divisi dal resto della truppa, furono tutti uccisi dai nativi americani che vantavano una netta superiorità numerica nonché un vantaggio tattico dovuto alla precipitazione del generale statunitense.

Più tardì, nel 1890, nella riserva settentrionale dei Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale della "danza degli spiriti" portò l'esercito a tentare di sottomettere i Lakota. Durante l'assalto vennero uccisi più di 300 nativi americani, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Tuttavia, già molto prima di questo evento erano già state eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure, con lo sterminio quasi completo dei bisonti negli anni 80, dovuto ad una caccia indiscriminata.

Il Sud-ovest[modifica | modifica sorgente]

I conflitti in quest'area spaziarono dal 1846 al 1895. Essi coinvolsero tutte le tribù indiane, ad eccezione dei Pueblo, e per la maggior parte dei casi furono una continuazione della guerra precedente guerra d'indipendenza messicana. Per vari decenni comunque le tribù indiane rimasero coinvolte sia nei commerci che nelle battaglie con i vari coloni stranieri finché il territorio del sud-ovest, comprendente gli attuali Colorado, California, Utah, Nevada, Wyoming e Nuovo Messico, venne conquistato dagli Stati Uniti a scapito dei messicani tra il 1848 ed il 1850. Sebbene le guerre Navajo ed Apache siano le più conosciute, non furono le uniche. La più grande campagna statunitense nel sud-ovest coinvolse 5000 soldati e costrinse, nel 1886, Geronimo e la sua banda di Apache ad arrendersi.

Lista delle principali guerre e battaglie[modifica | modifica sorgente]

Tra Nativi e Stati Uniti d'America[modifica | modifica sorgente]

Ad est del Mississippi[modifica | modifica sorgente]

Ad ovest del Mississippi[modifica | modifica sorgente]

Tra nativi ed altre potenze[modifica | modifica sorgente]

Le perdite[modifica | modifica sorgente]

Basandosi sulle stime di un censimento del 1894, lo studioso Russel Thornton ha estrapolato alcuni dati essenziali: in particolare, dal 1775 al 1890 almeno 45.000 nativi americani e 19.000 bianchi avrebbero perso la vita. La stima include anche donne, vecchi e bambini, poiché i non-combattenti spesso perivano durante gli scontri di frontiera, e la violenza dei combattimenti non permetteva di risparmiare, né da una parte né dall'altra, le vite dei civili[6].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Zinn Howard, Storia del popolo americano dal 1492 a oggi, Il Saggiatore, Milano, 2005
  2. ^ Raphael, People's History, 244
  3. ^ Remini, Jackson and his Indian Wars, 113.
  4. ^ Thomas H. Krenek, Sam Houston in Handbook of Texas Online, Texas State Historical Association. URL consultato l'11 novembre 2007.
  5. ^ Kenneth Carley, The Sioux Uprising of 1862, Minnesota Historical Society, 1961, p. 65.
    «La maggior parte dei 39 vennero battezzati, incluso Tatemima, il quale venne graziato all'ultimo istante.».
  6. ^ Thornton, American Indian Holocaust, 48–49

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, ed. orig. 1993, trad. dall’inglese di Carla Malerba, pp. 455 Bollati Boringhieri, Torino
  • Mauro Pasquinelli, Il libro nero degli Stati Uniti d'America, pagine 303, Il Nuovo Mondo edizioni
  • R. Romano (a c. di), America indiana, Einaudi, Torino 1976
  • Vine Deloria Jr., Custer è morto per i vostri peccati, Jaca Book, Milano 1977
  • W.E. Wilcomb, Gli indiani d'America, Editori Riuniti, Roma 1981
  • Aa.Vv., Indios del Brasile, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1983
  • F. Katz, Le civiltà dell'America precolombiana, Mursia, Milano 1985
  • H.F. Thompson, A.R. Huseboe, S. Looney, A Common Land, a Diverse People, Nordland Heritage Foundation, South Dakota 1986
  • Walter Pedrotti, Le guerre indiane. Little Big Horn, Rosebud, Wounded Knee, Washita, Sand Creek e..., Demetra, Colognola ai Colli (VR) 1998.

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