Politica del grosso bastone

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La Politica del grosso bastone in una vignetta di William Allen Rogers del 1904, che trae ispirazione da un episodio de I viaggi di Gulliver

Con i termini anglosassoni Big Stick ideology, Big Stick diplomacy o Big Stick policy, resi in italiano come Politica del grosso bastone,[1][2] ci si riferisce alla politica estera perseguita dal presidente degli Stati Uniti d'America Theodore Roosevelt.

Tale politica era caratterizzata da negoziati pacifici, a cui era affiancata la minaccia del "grosso bastone", cioè dell'intervento militare statunitense. Strettamente legata alla Realpolitik, implicava una ricerca del potere tipica del machiavellismo.[3] Roosevelt descrisse la sua politica come:

(EN)
« The exercise of intelligent forethought and of decisive action sufficiently far in advance of any likely crisis »
(IT)
« L'esercizio di una previdenza intelligente e di un'azione decisiva, sufficientemente in anticipo rispetto a una qualunque crisi »
(Theodore Roosevelt, Theodore Roosevelt: An Autobiography[4])

Origine del termine[modifica | modifica sorgente]

Una parte della lettera del 26 gennaio 1900, attualmente conservata presso la Biblioteca del Congresso, nella quale Roosevelt citò per la prima volta la celebre frase

L'origine del termine deriva dalla frase: Speak softly and carry a big stick; you will go far ("Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano"), che Roosevelt sosteneva essere un proverbio dell'Africa occidentale. Tale origine, però, è disputata.[5] La prima traccia dell'utilizzo di tale frase da parte di Roosevelt è riscontrabile in una lettera datata 26 gennaio 1900, quando era ancora vicepresidente, indirizzata a Henry W. Sprague dell'Unione League Club. Nella lettera, Roosevelt esprimeva la propria gioia per essere riuscito a obbligare i Repubblicani di New York a togliere l'appoggio a un funzionario corrotto.

Nella stessa lettera Roosevelt affermava che tale frase era un proverbio dell'Africa occidentale, e, in un primo momento, ciò fu portato come prova del fatto che Roosevelt fosse un accanito lettore.[6][7] Il primo utilizzo pubblico risale invece a un discorso tenuto alla Fiera dello stato del Minnesota il 2 settembre 1901, due giorni dopo l'attentato al presidente in carica William McKinley. McKinley morì otto giorni dopo e Roosevelt, in quel momento vicepresidente, divenne così il 26º presidente degli Stati Uniti. In realtà sembra che Roosevelt possa aver usate tale frase anche in precedenza,[5] e che lui stesso avrebbe spiegato che si trattava di proverbio africano solo in senso metaforico.[5]

Applicazione[modifica | modifica sorgente]

Nel corso dei suoi due mandati come presidente, più volte Roosevelt applicò interamente la sua politica, facendo seguire a primi, infruttuosi negoziati l'intervento militare statunitense.

Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Lo sciopero del carbone[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi sciopero del carbone del 1902.
La commissione istituita da Roosevelt per trovare una soluzione allo sciopero del carbone

Nel 1902, 140.000 minatori iniziarono uno sciopero reclamando una retribuzione più elevata, turni giornalieri ridotti a 8 ore e alloggi migliori.[7] Erano guidati da John Mitchell, un minatore fondatore della United Mine Workers (UMW). Le società minerarie rifiutarono di rispondere alle esigenze del UMW e contattarono il governo federale per avere supporto.[7] Prima di Roosevelt, il governo avrebbe autorizzato un intervento militare per far cessare forzatamente lo sciopero. Tale strategia, però, non fu utilizzata durante il governo Roosevelt. Temendo le ripercussioni dello sciopero sull'economia decise di organizzare una riunione alla Casa Bianca con rappresentanti o delegati di entrambe le parti.[7][8]

Tornato dalla riunione, Mitchell incontrò i minatori e alla fine fu deciso di continuare lo sciopero. Roosevelt optò allora per l'intervento militare, che non fu però impiegato per fermare lo sciopero e restituire il "potere" alle aziende minerarie. I militari, infatti, si limitarono a far funzionare le miniere di "interesse pubblico".[7] Le società minerarie, sconvolte dal fatto che così non avrebbero più ottenuto alcun profitto, accettarono le richieste del UMW. Questa politica fu in seguito denominata Square Deal.[9]

America Latina[modifica | modifica sorgente]

Mappa dell'America Latina in cui sono evidenziati gli interventi statunitensi effettuati in virtù della politica del grosso bastone

Crisi venezuelana e Corollario Roosevelt[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi crisi venezuelana del 1902-1903 e corollario Roosevelt.

All'inizio del XX secolo il Venezuela fu al centro di una controversia internazionale a seguito del rifiuto del presidente venezuelano Cipriano Castro di pagare il debito pubblico e di risarcire i danni subiti da cittadini europei durante la guerra civile del 1898. Tale rifiuto sfociò in un blocco navale, organizzato dal Impero tedesco, l'Impero britannico e il Regno d'Italia. Castro pensava di essere al sicuro in virtù della Dottrina Monroe, ma, al momento del blocco, il governo statunitense ritenne che tale dottrina riguardasse solo le occupazioni territoriali e non vietasse altre forme di intervento militare.[10]

Alla fine, con la mediazione del governo statunitense, le nazioni europee accettarono di far sottoporre la controversia alla Corte permanente di arbitrato de L'Aia. Il verdetto, favorevole ai paesi autori del blocco, fu accolto con preoccupazione dagli Stati Uniti, che temettero nuovi interventi militari europei in Sudamerica.[11] Questo fu alla base del Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe.[11][12][13] Anche se aveva accennato in precedenza a un'idea simile in lettere private, Roosevelt annunciò ufficialmente il corollario nel 1904, affermando che il suo unico scopo era di garantire la "felicità e la prosperità" ai paesi del continente americano. La maggioranza degli storici, tra cui Howard Beale, uno dei biografi di Roosevelt, sostiene che il corollario sia stato influenzato sia dalle convinzioni personali di Roosevelt, sia dai suoi collegamenti con gli obbligazionisti stranieri. L'opinione pubblica si era mostrata molto tesa durante i due mesi del blocco navale, e Roosevelt aveva chiesto ai paesi europei di ritirare le loro forze dalla zona. Durante le trattative per la cessazione del blocco, Roosevelt mantenne una forza navale di stanza a Cuba pronta a intervenire nel caso di un'aperta violazione della Dottrina Monroe.[14]

Diplomazia del Canale[modifica | modifica sorgente]

Gli Stati Uniti utilizzarono il "grosso bastone" durante la cosiddetta "diplomazia del canale", cioè la serie di azioni diplomatiche degli Stati Uniti durante la ricerca di un canale, che, attraverso l'America Centrale, collegasse l'oceano Atlantico al Pacifico. Sia il Nicaragua che l'attuale Panama, all'epoca parte integrante della Colombia, furono coinvolti in incidenti diplomatici dovuti alla politica del grosso bastone.

Progetto del Canale del Nicaragua[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi canale del Nicaragua.
Vignetta del 1895 a sostegno dell'azione statunitense nella costruzione del canale del Nicaragua

Nel 1901 il Segretario di Stato John Hay fece pressioni al governo del Nicaragua affinché approvasse il progetto per la costruzione di un canale che collegasse l'Atlantico al Pacifico. A ratifica avvenuta il Nicaragua avrebbe ricevuto 1,5 milioni di dollari, a cui sarebbero seguiti 100.000 dollari l'anno, e gli Stati Uniti avrebbero provveduto a "mantenere la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale".[15]

Il Nicaragua fece una controproposta, con la quale rinunciava ai 100.000 dollari annui in cambio di un premio a ratifica avvenuta di 6 milioni. Gli Stati Uniti accettarono il nuovo accordo, ma, dopo l'approvazione del Congresso, sorse un problema di competenza. Gli Stati Uniti, infatti, non avevano giurisdizione nel territorio su cui sarebbe sorto il canale. Quando tale problema era vicino alla risoluzione, il leader nicaraguese José Santos Zelaya infatti non si oppose agli interessi statunitensi, rappresentati pro-Panama iniziarono a sollevare altri problemi contro la scelta del Nicaragua.[15]

Costruzione del Canale di Panama[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi canale di Panama.

Nel 1899 fu istituita la Isthmian Canal Commission, che aveva il compito di determinare il sito migliore (Nicaragua o Panama) dove realizzare il canale e per supervisionarne la costruzione.[16] Dopo l'esclusione del Nicaragua, Panama fu la scelta più ovvia. Sorsero però alcuni problemi. Col solidificarsi degli interessi statunitensi a Panama (all'epoca parte della Colombia cui si era unita nel 1821), sia la Colombia che la società francese che doveva fornire i materiali da costruzione aumentarono i loro prezzi. Gli Stati Uniti, rifiutandosi di pagare tasse più alte del previsto, decisero di "progettare" una rivoluzione in Colombia.[7][17][18]

Il 3 novembre 1903 Panama (col supporto della United States Navy, che inviò la cannoniera USS Nashville ad impedire l'uso della ferrovia alle truppe colombiane) dichiarò la propria indipendenza dalla Colombia e divenne una repubblica, ricevendo 10 milioni di dollari dai soli Stati Uniti. Panama ottenne anche il pagamento di una somma annuale di 250.000 dollari e garanzie di indipendenza.[7] In cambio, gli Stati Uniti guadagnarono i diritti perpetui sulla cosiddetta Zona del Canale di Panama. Roosevelt, più tardi, disse "ho preso il Canale e lasciato i dibattiti al Congresso".[7] Dopo la perdita di Panama, il governo colombiano si appellò agli Stati Uniti affinché riconsiderassero gli accordi con Panama e provò a dichiarare Panama City capitale della Colombia.[19]

Cuba[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi emendamento Teller e emendamento Platt.
Vignetta satirica contro l'emendamento Platt del 1903

Al termine della guerra ispano-americana gli espansionisti statunitensi proposero l'annessione di Cuba. In molti ritenevano che una potenza straniera (fuori dagli Stati Uniti) avrebbe potuto prendere il controllo di una porzione di Cuba, impedendo agli Stati Uniti di mantenere i propri interessi sull'isola.[20] Nonostante l'annessione fosse sostenuta da molti, l'operazione era impedita dall'emendamento Teller, in cui si affermava che "Con la presente si esime da ogni disposizione della volontà di esercitare sovranità, competenza, o controllo di detta isola tranne che per la pacificazione della stessa, e si afferma la determinazione, quando questa [la pacificazione] fosse compiuta, di lasciare il governo e il controllo dell'isola al suo popolo". In sintesi, questo significava che gli Stati Uniti non avrebbe dovuto interferire con Cuba e il suo popolo. Gli espansionisti sostenevano, però, che l'emendamento Teller fu creato "ignorando le condizioni reali", e che questo, di fatto, liberava gli Stati Uniti dal loro obbligo.[20]

In seguito al dibattito attorno all'emendamento Teller fu varato l'emendamento Platt. L'emendamento Platt[21] fu accettato da Cuba alla fine del 1901, dopo forti pressioni da parte di Washington.[20] Il contenuto dell'emendamento Platt fu sintetizzato da Thomas Bailey nel "Diplomatic History of the American People":

  1. Cuba non può prendere decisioni che possano compromettere la sua indipendenza o consentano a una potenza straniera (ad esempio la Germania) di assumere il controllo dell'isola.
  2. Cuba si impegna a non incorrere in un indebitamento che superi i propri mezzi (potrebbe provocare un intervento straniero).
  3. Gli Stati Uniti hanno la facoltà di intervenire al fine di mantenere l'ordine e l'indipendenza cubana.
  4. Cuba accetta il programma di sanificazione sponsorizzato dagli Stati Uniti (rivolto principalmente contro la febbre gialla).
  5. Cuba accetta di vendere o affittare agli Stati Uniti siti per basi navali o depositi di combustibile e Guantánamo divenne la principale base statunitense.[20]

Con l'emendamento Platt in vigore, Roosevelt ritirò le truppe statunitensi da Cuba. A questa azione seguirono disordini pubblici e ulteriori proclami a favore dell'annessione, con ragioni che andavano dagli "interessi degli Stati Uniti" fino alla "superiorità della razza bianca". L'Indianapolis News scrisse: "È destino manifesto, per una nazione, di possedere le isole che delimitano le sue rive". Roosevelt aveva scritto privatamente che se "un paese sudamericano si comporta male" avrebbe dovuto essere "sculacciato".[22]

Un anno dopo, Roosevelt scrisse:

« In questo momento sono così arrabbiato con quell'infernale piccola repubblica cubana che vorrei cancellare il suo popolo dalla faccia della terra. Tutto quello che pretendevamo da loro era un comportamento che li rendesse prosperi e felici, così che noi non avremmo dovuto interferire. »
(Theodore Roosevelt, Roosevelt to White[23])

Asia[modifica | modifica sorgente]

Nel settembre 1905, al termine della guerra russo-giapponese, Roosevelt sfruttò la propria posizione di leader forte ma imparziale al fine di negoziare un trattato di pace fra le due nazioni. La politica del "parlare gentilmente" e i suoi sforzi nei negoziati fecero guadagnare al presidente prestigio sufficiente a vincere, l'anno successivo, il Premio Nobel per la pace.

Great White Fleet[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Great White Fleet.
La Great White Fleet in navigazione

Per espresso ordine del presidente Roosevelt, quale parte integrante della politica del grosso bastone, il 16 dicembre 1907 salpò da Hampton Roads una flotta composta da sedici corazzate, più diverse navi ausiliarie, per effettuare una circumnavigazione del globo terrestre. L'intento era chiaramente quello di dimostrare alle altre nazioni il livello raggiunto dalla Marina militare statunitense, ormai seconda solo a quella britannica,[24] in grado quindi di portare guerra in qualsiasi parte del mondo. Dal colore bianco con cui vennero dipinti gli scafi, la squadra navale venne chiamata dai contemporanei the Great White Fleet.

Questo provocò preoccupazione in Giappone, tanto che in una pubblicazione militare del 1907 la marina statunitense venne collocata al secondo posto tra le potenziali minacce dopo la Russia e solo perché la lista era frutto di un compromesso tra esercito e marina nipponici, in quanto per il primo la minaccia maggiore era quella terrestre esercitata dai russi, mentre la marina senza esitare classificava come tale la US Navy.

La cosa sarebbe cambiata nel 1923, dopo la dissoluzione dell'Impero russo, quando il "grosso bastone" impugnato dalla marina statunitense sarebbe stato posto in testa alla lista delle minacce.[25]

Nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

La portaerei statunitense USS Theodore Roosevelt è stata soprannominata the Big Stick (il grosso bastone).

Tra l'agosto ed il settembre 1953, dopo l'armistizio che pose fine alla guerra di Corea, lo Strategic Air Command della United States Air Force organizzò un'imponente esercitazione militare di trenta giorni che coinvolgeva l'intero 92nd Bomb Wing, dotato di bombardieri strategici con armamento atomico Convair B-36, il quale venne rischierato in Giappone, Okinawa e Guam prima di rientrare negli Stati Uniti. L'esercitazione fu denominata "Operation Big Stick" per il chiaro intento di deterrenza verso la ripresa delle ostilità da parte del blocco comunista. Nell'occasione, il B-36 si guadagnò il nomignolo di "Big Stick", oltre al precedente, semiufficiale e più usato, "Peacemaker" ("Paciere").[26]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ America in Treccani. URL consultato il 29 novembre 2013.
    «È il periodo noto come quello della politica del big stick - il "grosso bastone" del pedagogo».
  2. ^ Gaetano Scardocchia, La politica del bastone in la Repubblica, 23 febbraio 1985. URL consultato il 4 dicembre 2013.
    «La ricetta di Roosevelt in politica estera è condensata in una battuta famosa: "Parla con gentilezza e portati dietro un grosso bastone".».
  3. ^ (EN) Big Stick and Dollar Diplomacy. URL consultato il 18 giugno 2013.
  4. ^ Roosevelt 1913, p. 522
  5. ^ a b c (EN) Speak softly and carry a big stick. URL consultato il 30 marzo 2014.
  6. ^ (EN) Speak Softly... in Library of Congress Exhibit, Biblioteca del Congresso, 31 ottobre 2007. URL consultato il 3 dicembre 2013 (archiviato il 10 luglio 2008).
  7. ^ a b c d e f g h Davis 1990, pp. 224-229
  8. ^ (EN) Ratchell Marks, Anthracite Coal Strike of 1902, University of St. Francis, 31 ottobre 2005. URL consultato il 3 dicembre 2013 (archiviato il 21 ottobre 2008).
  9. ^ Wiebe 1961, pp. 229-251
  10. ^ Tucker e Greene 2009
  11. ^ a b Maas 2009
  12. ^ (EN) Theodore Roosevelt Foreign Policy in Encarta, Microsoft. (archiviato dall'url originale il 31 ottobre 2009).
  13. ^ LaFeber 1993, p. 198
  14. ^ (EN) Oscar Theodore Barck, Jr., Since 1900, MacMilliam Publishing Co., Inc., 1974, p. 99. ISBN 0-02-305930-3.
  15. ^ a b Berman 1949, p. 149
  16. ^ (EN) The Panama Canal. URL consultato il 30 marzo 2014.
  17. ^ Zinn 1999, p. 408
  18. ^ Bishop 1913, p. 23
  19. ^ Sánchez e Vargas 1993
  20. ^ a b c d Bailey 1980, p. 500
  21. ^ In realtà il termine "emendamento" è usato in maniera impropria, in quanto si trattava di una clausola dell'Army Appropriation Act del 1901.
  22. ^ Perkins 1937
  23. ^ Roosevelt to White, 13 settembre 1906. Documenti di Roosevelt, Biblioteca del Congresso
  24. ^ Jacobsen 1997, p. 9
  25. ^ Sajima, pp. 39-41.
  26. ^ Jacobsen 1997, p. 126

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Theodore Roosevelt, Theodore Roosevelt: An Autobiography, New York, The Macmillan Press Company, 1913.
  • (EN) Kenneth C. Davis, Don't Know Much About History, New York, Avon Books, 1990. ISBN 0-380-71252-0.
  • (EN) Robert H. Wiebe, The Anthracite Strike of 1902: A Record of Confusion in The Mississippi Valley Historical Review, vol. 48, nº 2, Edward Linenthal, settembre 1961, pp. 229-251. ISSN 0021-8723. URL consultato il 30 marzo 2014.
  • (EN) Spencer C. Tucker e Jack Greene, The Encyclopedia of the Spanish-American and Philippine-American Wars: A Political, Social, and Military History, Santa Barbara, ABC-CLIO, 20 maggio 2009. ISBN 978-1-85109-951-1.
  • (EN) Matthias Maass, Catalyst for the Roosevelt Corollary: Arbitrating the 1902-1903 Venezuela Crisis and Its Impact on the Development of the Roosevelt Corollary to the Monroe Doctrine in Diplomacy & Statecraft, vol. 20, nº 3, settembre 2009.
  • (EN) Walter LaFeber, A Cambridge History of American Foreign Relations: The American Search for Opportunity. 1865 - 1913, Cambridge University Press, 1993. ISBN 0-521-38185-1.
  • (EN) Oscar Theodore Barck, Jr., Since 1900. A History of the United States in Our Times, New York, MacMilliam Publishing Co. Inc., 1974 ISBN=0-02-305930-3
  • (EN) Karl Berman, Under the Big Stick: Nicaragua and the United States Since 1848, Boston, South End Press, 1986. ISBN 978-0-89608-323-3.
  • (EN) Naoko, Sajima, Tachikawa Kyoichi, JAPANESE SEA POWER - A MARITIME NATION’S STRUGGLE FOR IDENTITY, Australia, Sea Power Centre, 2009. ISBN 978-0-642-29705-1. URL consultato il 4 novembre 2011 (archiviato dall'url originale l'11 luglio 2011).
  • (EN) Howard Zinn, A People's History of the United States, Harper Perennial, 1999. ISBN 0-06-083865-5.
  • (EN) Joseph Bucklin Bishop, Uncle Sam's Panama Canal and World History, Accompanying the Panama Canal Flat-globe: Its Achievement an Honor to the United States and a Blessing to the World, New York, J. Wanamaker, 1913.
  • (ES) Ricardo Sánchez e Diego Uribe Vargas, Capítulo XIV: Memorial de Agravios in Los últimos derechos de Colombia en el Canal de Panamá: El tratado Uribe Vargas-Ozores, Santa Fe de Bogotá, Ciencias Políticas y Sociales y Empresa Editorial, 1993. URL consultato il 4 dicembre 2013.
  • (EN) Thomas A. Bailey, A Diplomatic History of the American People, 10ª ed., Prentice Hall, 1980. ISBN 0-13-214726-2.
  • (EN) Dexter Perkins, The Monroe Doctrine, 1867-1907, Baltimore Press, 1937.
  • (EN) Meyers K. Jacobsen, Convair B-36: A Comprehensive Hystory of America's "Big Stick", Atglen, Pennsylvania, Schiffer Publishing Ltd., 1997. ISBN 0-7643-0530-1.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]