Dio è morto

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Dio è morto (in tedesco "Gott ist tot"; anche espresso come "la morte di Dio") è un celebre motto o aforisma di Friedrich Nietzsche contenuto nella sua opera La gaia scienza[1]; esso sintetizza ermeticamente la decadenza del mondo occidentale nell'ultimo squarcio di millennio. Dio, infatti, è la metafora del mondo sovrasensibile in generale, senza riferimenti teologici diretti.[senza fonte]

Si ritrova inoltre nel classico di Nietzsche Così parlò Zarathustra (in tedesco: Also sprach Zarathustra), che è maggiormente responsabile della popolarità della frase. L'idea è espressa dal "folle" come segue:

« Dio è morto. Dio resta morto. E noi l'abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni? »
(Nietzsche, La Gaia Scienza, Sezione 125)

Spiegazione[modifica | modifica sorgente]

"Dio è morto" non è inteso letteralmente, come "Dio è fisicamente morto", piuttosto è la maniera usata da Nietzsche (che infatti riteneva che Dio non esistesse) per dire che l'idea di Dio non è più fonte di alcun codice morale o teleologico. Nietzsche riconosce la crisi che la morte di Dio rappresenta per le considerazioni morali esistenti, poiché «quando uno rifugge la fede cristiana, uno si toglie il diritto della morale cristiana da sotto i piedi. Questa moralità è senza dubbio auto-evidente... Rompendo uno dei principali concetti della cristianità, la fede in Dio, cade il tutto: nulla di necessario rimane nelle mani». Ciò è perché ne Il Folle, il folle si rivolge non ai credenti, ma agli atei - il problema è ritenere valido un qualunque sistema di valori in assenza di un ordine divino.

La morte di Dio è un modo per dire che l'uomo non sarà più capace di credere in qualunque ordine cosmico quando riterrà che non ne esiste uno. La morte di Dio condurrà, secondo Nietzsche, non solo al rifiuto della credenza in qualsivoglia ordine cosmico o fisico, ma anche al rifiuto dei valori assoluti stessi - al rifiuto di credere in un'oggettiva ed universale legge morale che lega tutti gli individui. In questa maniera, la perdita di una base sicura della morale condurrà al nichilismo. Il nichilismo è ciò su cui Nietzsche lavorò per trovare una soluzione al fine di rivalutare i fondamenti dei valori umani. Questo significò, per Nietzsche, cercare una base che andasse più a fondo dei valori cristiani.

Nietzsche credeva che la maggioranza delle persone non riconoscesse (o rifiutasse di riconoscere) questa morte a causa di paure e ansietà ormai radicate. Inoltre, se questa morte venisse ampiamente accettata, la gente dispererebbe e il nichilismo diverrebbe rampante, verificando il credo relativistico che afferma che la volontà umana è una legge contro se stessa - qualunque cosa sarebbe permessa. Questo è, in parte, il motivo per cui Nietzsche ritenne la cristianità nichilistica. Secondo Nietzsche, il nichilismo è la naturale conseguenza di qualsiasi idealistico sistema filosofico, poiché tutti gli idealismi soffrono della stessa debolezza della morale cristiana - che non c'è alcun fondamento sopra il quale iniziare a costruire. Per questo motivo definì se stesso come "un uomo sotterraneo" al lavoro, uno che scava e scava senza sosta.

In effetti il passo completo narra di un uomo, un folle, il filosofo per eccellenza che esclama: «Cerco Dio! Cerco Dio!» e riaccende il "Cerco l'uomo" di Diogene.

Nuove possibilità[modifica | modifica sorgente]

Nietzsche pensava che ci potessero essere possibilità positive per l'uomo senza Dio. L'abbandono della fede in Dio apre la strada per sviluppare completamente le abilità creative dell'uomo. Il Dio Cristiano, egli scrive, non sarebbe più sulla loro strada e gli uomini potrebbero smettere di guardare sempre a un regno soprannaturale ed iniziare a comprendere il valore di questo mondo.

L'ammissione della morte di Dio sarebbe come un foglio bianco. È libertà di diventare qualcosa di nuovo, di diverso, di creativo, libertà di essere qualcosa senza essere obbligato a portare il peso del passato.

Dalla "morte di Dio" nasce infatti un nuovo modo di concepirlo, quale ideale umano e "...stato massimo, come un'epoca...un punto nello sviluppo della volontà di potenza, in base al quale si spiegherebbe tanto lo svolgimento ulteriore quanto il prima, ciò che è stato fino a lui..."[2] «L'assoluto cambiamento che interviene con la negazione di Dio...ora siamo noi stessi Dio...Dobbiamo conferire a noi stessi gli attributi che assegnavamo a Dio...»[3].

Nietzsche usa la metafora del mare aperto, che può essere allo stesso tempo rinfrancante e terrificante. Quelli che alla fine imparano a creare le proprie vite daccapo rappresenteranno un nuovo stadio dell'esistenza umana, l'Oltreuomo. La 'morte di Dio' è la motivazione per l'ultimo (e incompleto) progetto filosofico di Nietzsche, la 'rivalutazione di tutti i valori'.

Il movimento teologico della morte di Dio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teologia della morte di Dio.

La copertina dell'edizione del TIME dell'8 aprile 1966 ed il correlato articolo riportavano la notizia di un movimento teologico americano che ebbe origine degli anni '60 conosciuto come "morte di Dio". Il movimento della morte di Dio è talvolta chiamato tecnicamente "teotanatologia" (dai termini greci: θεός, theos, "Dio", + θάνατος, thanatos, "morte" + λόγος, logos, "discorso").

Fra i protagonisti di questa corrente teologica vi erano i teologi cristiani Gabriel Vahanian, Paul Van Buren, William Hamilton e Thomas J. J. Altizer, ed il rabbino ebreo Richard Rubenstein.

Nel 1961, venne pubblicato il libro di Vahanian La morte di Dio: in esso, l'autore sosteneva che la cultura secolare moderna aveva perso tutto il senso del sacro, con la perdita di ogni significato sacramentale, e non vedeva più alcuno scopo trascendentale o senso della Provvidenza. Vahanian concludeva che per la mente moderna "Dio è morto". Nella visione del teologo, era conseguentemente necessaria una cultura post-cristiana e post-moderna, per creare una rinnovata esperienza del divino.

Sia Van Buren che Hamilton concordavano con l'idea che il concetto di trascendenza avesse perso un posto significativo nel mondo moderno. Secondo le norme del pensiero moderno contemporaneo, Dio è morto. In risposta al collasso della trascendenza, Van Buren ed Hamilton offrivano all'uomo di oggi l'opzione di Gesù come modello umano che agiva per amore. L'incontro con il Cristo della fede sarebbe reso poi possibile nella comunità ecclesiale.

Altizer offrì una radicale teologia della morte di Dio che riprendeva pensieri ed idee di William Blake, Hegel e Nietzsche. Altizer concepiva la teologia come una forma di poesia, nella quale l'immanenza (presenza) di Dio poteva essere trovata in gruppi accomunati dalla fede; non accettava più, però, la possibilità di credere in un Dio trascendente. Altizer concludeva dunque che Dio si era incarnato in Cristo ed aveva impartito il suo spirito immanente al mondo, anche se Gesù era morto (contrariamente a quanto affermato negli scritti neotestamentari, come in 1 Pietro 1,2).

Diversamente da Nietsche, Altizer riteneva che Dio era morto realmente: per questo, egli è ritenuto l'esponente maggiore del movimento della morte di Dio.

Rubenstein rappresentava quella punta radicale del pensiero ebreo che lavorava attraverso l'impatto con l'Olocausto. In un senso tecnico, Rubenstein manteneva l'idea, basata sulla Kabbalah, che Dio era "morto" creando il mondo. Comunque per la cultura ebrea moderna, asseriva che la morte di Dio era avvenuta ad Auschwitz. Sebbene la morte letterale di Dio non era avvenuta in tale momento, era solo a questo punto che nella mente dell'umanità si era svegliata l'idea che un Dio teistico non esisteva. Nel lavoro di Rubenstein, non era più possibile credere nel tradizionale Dio teistico ortodosso dell'Alleanza di Abramo; Dio sarebbe, piuttosto, un processo storico.[4]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Friedrich Nietzsche, "La gaia scienza" (in tedesco: "Die fröhliche Wissenschaft"), 1882, libro terzo, passi 108 e 125; libro quinto, passo 343.
  2. ^ Frammenti postumi 1887/1888 -(250) 10[138]- Adelphi
  3. ^ 11[333] Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  4. ^ Richard L. Rubenstein. "God After the Death of God" in After Auschwitz: History, Theology, and Contemporary Judaism. 2nd. ed (Baltimore: John Hopkins University Press, 1992), 293-306.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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