Ressentiment

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Elenco delle opere di Friedrich Nietzsche anteriori alla Genealogia della morale, prima edizione 1887.
« È stolto il far torto. Il torto nostro, quello che abbiamo arrecato, è più pesante da portare del torto altrui, […] bisognerebbe guardarsi dal far torto più ancora che dal subirlo: quest'ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza in una vendetta, nella compassione e nel consenso dei giusti, anzi dell'intera società, che teme chi compie il male. — Non sono pochi gli uomini versati in quel sudicio raggiro di sé stessi consistente nel volgere il proprio torto in torto altrui, […] per potere in tal modo portare molto più facilmente il proprio peso. »
(Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano [1])

Ressentiment [2] è una parola francese (che corrisponde sostanzialmente al nostro "risentimento") utilizzata nelle scienze umane, filosofia, storia, sociologia e psicologia.

Nel contesto predetto, ressentiment indica un senso di risentimento ed ostilità rivolto contro quello che ciascuno identifica quale causa della propria frustrazione, e pertanto un'attribuzione di biasimo (ad un soggetto esterno, surrettiziamente additato quale "colpevole") per la propria frustrazione. Il senso di debolezza o inferiorità e forse di invidia nel prospettarsi predetta "causa" (impersonificata) fa nascere un sistema di valori rifiutante/giustificante, o moralità, che attacca o confuta/rimuove la fonte percepita della frustrazione del soggetto. L'ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Espressione acquisita in molte lingue per le sue valenze filosofiche e psicologiche, ressentiment non può essere sostituito con il vocabolo corrispondente italiano, e nemmeno in francese possiede la stessa portata semantica del (pure ortograficamente identico) termine del linguaggio comune. Anche se quest'ultimo si riferisce ugualmente ad un senso di frustrazione diretto ad una fonte percepita, nella lingua (e nella coscienza) comune non si istituisce alcun nesso tra senso d'inferiorità e creazione di una moralità. Pertanto, anche in questa voce useremo la dicitura ressentiment per mantenere tale distinzione.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Ressentiment fu introdotto originariamente come termine filosofico/psicologico da Friedrich Nietzsche. Il concetto divenne parte essenziale delle sue idee in tema di psicologia della questione "padrone-schiavo" (esposta analiticamente ne Al di là del bene e del male), e la conseguente nascita della moralità. Nietzsche presentò inizialmente — ed in via principale — il ressentiment nel suo Genealogia della morale.[3] [4] [5]

Il termine fu usato anche in senso più bonario da Max Scheler nel suo Ressentiment del 1912, successivamente posto al bando dai nazisti.[6]

Al giorno d'oggi, vocabolo di gran rilievo ed ampio utilizzo nella psicologia e nell'esistenzialismo, il ressentiment è concepito come una valida forza nella creazione di identità, "cornici" morali e sistemi di valori.

Uso[modifica | modifica sorgente]

Nietzsche[modifica | modifica sorgente]

« Il problema dell'altra origine del "buono", del buono come lo ha concepito l'uomo del ressentiment, esige la sua risoluzione. — Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che non v'è in ciò alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini. E se gli agnelli si vanno dicendo fra loro: "Questi rapaci sono malvagi; e chi è il meno possibile uccello rapace, anzi il suo opposto, un agnello — non dovrebbe forse essere buono?" su questa maniera di erigere un ideale non ci sarebbe nulla da ridire, salvo il fatto che gli uccelli rapaci guarderanno a tutto ciò con un certo scherno e si diranno forse: "Con loro non ce l'abbiamo affatto, noi, con questi buoni agnelli; addirittura li amiamo: nulla è più saporito di un tenero agnello." »
(Genealogia della morale, Saggio I, 13.[7])

Ressentiment è la riallocazione della sofferenza compiuta da chi trasferisce il proprio senso di inferiorità/frustrazione su un capro espiatorio esterno. L'ego crea un nemico illusorio, una causa che può essere "rimproverata" per il proprio senso di inferiorità/frustrazione. Perciò, non si viene umiliati da un insuccesso in sé, ma piuttosto da un "maligno" esterno. Questa proiezione di "biasimo" conduce il soggetto a bramare vendetta; questa smania di vendetta può assumere varie forme, come nella concezione cristiana del giudizio universale, od il concetto socialista di rivoluzione. In entrambi i casi, il senso d'impotenza crea l'illusione di un nemico; all'improvviso, ci si auto-rappresenta come oppressi piuttosto che meramente deboli, un fenomeno che genera acrimonia verso un bersaglio esterno (bramosia di una "vendetta" percepita).

Il ressentiment origina dalla reattività: più un uomo è debole, più è incapace di adiaforia,[8] ovvero di soffocare le reazioni. E viceversa, più un uomo è attivo, di animo forte e dinamico, tanto meno si concede spazio e tempo per riflettere su quello che gli vien fatto, e le sue reazioni (come immaginare di essere in realtà migliore) divengono meno compulsive. La reazione dell'uomo dalla volontà forte (una "bestia selvatica"), quando avviene, è idealmente di breve durata: non è qualcosa che occupi a lungo il suo intelletto.

Nella Terza dissertazione della "Genealogia", l'originale pensatore conclude pure che il prete asceta, principale attore e simbolo della religione da lui tanto esecrata, arriva a compiere il prodigio di far ritorcere il ressentiment del sofferente su sé medesimo:

«Se si volesse compendiare, in una stringatissima formula, il valore dell'esistenza sacerdotale, si dovrebbe senz'altro dire: il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. (Genealogia, cit., Saggio III, 15)

Scheler[modifica | modifica sorgente]

Max Scheler tentò di riconciliare le idee di Nietzsche sulla moralità padrone-schiavo e gli ideali cristiani di amore ed umiltà. Nietzsche vedeva la moralità cristiana come un genere di moralità da schiavi, mentre la cultura greco-romana era caratterizzata da una moralità da padroni. Scheler si discosta da questa opinione. Parte da un confronto tra amore greco ed amore cristiano. L'amore greco è descritto come un movimento da un valore più basso ad uno superiore. Il più debole ama il più forte, il meno perfetto ama il più perfetto. I perfetti non amano gli imperfetti poiché ciò diminuirebbe il loro valore o corromperebbe la loro esistenza. Questo è indicato chiaramente nel concetto aristotelico di Dio quale "motore immobile".[9] Il motore immobile è autosufficiente [10] per il semplice fatto di essere completamente immerso nella sua stessa esistenza.[11] Il più alto oggetto di contemplazione muove tutto il resto attraverso la forza di attrazione, giacché la causalità efficiente [12] degraderebbe la sua natura. Nell'amore cristiano, c'è un'inversione del movimento dell'amore (quale avevamo delineato poc'anzi). Il forte si volge al debole, il sano soccorre il malato, il nobile aiuta il plebeo. Siffatta metànoia scaturisce dall'idea cristiana sulla natura di Dio quale pienezza dell'essere.[13] L'amore di Dio è manifestazione della sua sovrabbondanza.[14] Il motivo per l'amore non è la carità né l'indigenza di chi ama, ma è radicato in un profondo convincimento che attraverso l'amore il soggetto possa effettivamente realizzare in modo più compiuto la propria personalità. Il motivo per il mondo non è il bisogno né la carenza (come per Schopenhauer), ma l'impulso creativo di esprimere l'infinita pienezza dell'essere. Povertà e disagio non sono valori da idealizzare allo scopo di stigmatizzare ricchi e benestanti, ma semplicemente offrono alla persona l'opportunità di esprimere l'amore. È più difficile amare i ricchi, perché hanno meno bisogno della vostra generosità. La paura della morte è il segno di una vita al declino, malata e sopraffatta.[15] L'amore e la sollecitudine verso i lebbrosi dimostrati da San Francesco d'Assisi sarebbero stati motivo di scandalo ed imbarazzo per i greci, ma per San Francesco le minacce al benessere sono irrilevanti, perché al fondo del suo essere sta la consapevolezza che la sua esistenza è saldamente radicata e sostenuta dalla sostanza dell'essere ultimo.[16] Nell'amore cristiano autentico, i valori più bassi pertinenti alla vita sono oggetto di rinuncia non perché cattivi, ma in quanto ostacoli in relazione a quei valori assoluti che permettono ad una persona di porsi in relazione di Dio. È amando "come Dio ci ama" [17] che anche noi possiamo partecipare della natura divina.[18] Per questo motivo Scheler vede nella figura del santo cristiano una manifestazione di forza e nobiltà e non una manifestazione di ressentiment.[19]

Weber[modifica | modifica sorgente]

Max Weber, nel suo La sociologia della religione, mette in relazione ressentiment e giudaismo, assunta come religione della salvezza etica di un "popolo di paria". Weber definisce il ressentiment come "un fenomeno che inevitabilmente accompagna la particolare etica religiosa degli sventurati la quale, nel senso spiegato da Nietzsche ed in aperto sovvertimento dell'opinione antica, insegna che la ineguale distribuzione dei beni di questo mondo è causata dai comportamenti peccaminosi ed illegittimi dei privilegiati, e che prima o poi la collera di Dio si abbatterà su di loro."[20]

Sartre[modifica | modifica sorgente]

Jean Paul Sartre usava il termine mala fede per descrivere un fenomeno assai simile, il soggetto che depreca fattori esterni siccome apparentemente ritenuti causa dei propri insuccessi, di cui si tenta di respingere la responsabilità. La principale differenza rispetto alla concezione di Nietzsche sta nel fatto che Sartre presupponeva l'esistenza del libero arbitrio, mentre il filosofo tedesco la negava; la "mala fede" di Sartre era il rifiuto delle proprie capacità nella loro pienezza, mentre il ressentiment di Nietzsche teorizzava un'incapacità di conoscere i propri limiti.[21]

Stewart[modifica | modifica sorgente]

Per Dugald Stewart,[22] [23] il ressentiment è istintivo o deliberato.

«Il ressentiment istintivo agisce nell'uomo come nell'animale; è destinato a proteggerci dalla violenza repentina, nelle circostanze in cui la ragione verrebbe in nostro soccorso troppo tardi; si placa non appena percepiamo che il male fattoci è stato involontario. Il ressentiment deliberato non è suscitato da altro se non dall'offesa volontaria, e di conseguenza implica un sentimento di giustizia, di bene e di male morale. Il ressentiment che nasce in noi per l'offesa fatta ad altri si chiama propriamente indignazione. In entrambi i casi, il principio d'azione è in fondo lo stesso; ha, come oggetto, non il far soffrire un essere sensibile, ma la punizione dell'ingiustizia e della crudeltà. Come tutte le disposizioni d'animo benevole sono accompagnate da emozioni gradevoli, così le disposizioni d'animo malevole sono accompagnate da emozioni penose. Ciò è vero anche per il ressentiment più legittimo [...][24]»

Deleuze[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gilles Deleuze#"Nietzsche_e_la_filosofia".

Il concetto di ressentiment è stato commentato, segnatamente, da Gilles Deleuze in Nietzsche et la philosophie (1962)[25] nell'ottica di un rinnovamento "affermativo" ed anti-dialettico della filosofia. Dopo l'egemonia delle dottrine post-hegeliane, Deleuze propone una filosofia non più infulcrata sull'idea del superamento dialettico e sull'attività critica, bensì sulla valorizzazione dell'attivo sul reattivo (ove critica e dialettica sono assimilate alla negatività).

Girard[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi René_Girard#La violenza e il sacro.

La nozione è stata pure elaborata a partire dalla metà degli anni ' 60 da René Girard, che identifica il ressentiment con la pura e semplice invidia comune nei riguardi di un modello insuperabile. Girard critica l'idea romantica che possano esistere individui superiori che siano i soli capaci di sentimenti autonomi, e considera l'imitazione quale condizione ordinaria e generale dell'uomo. Noi siamo tutti reattivi nel senso indicato in modo fallace da Nietzsche, non ultimi quegli stessi esseri che — apparentemente — si direbbero superiori nel senso nietzscheiano. Costoro, come Romeo e Giulietta o gli idoli dello star system, lungi dall'essere superiori, dipendono anzi in sommo grado dai sentimenti altrui per alimentare il loro amor proprio, e difatti — quando siano abbandonati a sé stessi all'epilogo della loro effimera gloria — rischiano di piombare nel suicidio o nei "paradisi artificiali" (droghe ed altre forme di illusorie vie d'uscita dagli "scacchi" che la vita c'infligge). Nel giudizio di Girard, Nietzsche medesimo appare specialmente "ressentissant"[26] (ad esempio nei confronti di Wagner, dapprima ammirato e successivamente osteggiato), mentre la tensione generata dal fuorviante nesso tra gli schiavi e la situazione personale diviene un parametro esplicativo della follia di Nietzsche. Girard sviluppa del pari le ideologie del ressentiment (comunismo, antisemitismo, e più in generale tutti gli anti-qualcosa… ) sullo stesso tema, laddove Bibbia e Cristianesimo, "crocifissi" da Nietzsche (in ottima compagnia di tutto il pensiero moderno) gli appaiono viceversa portatori della verità dei sentimenti.

Occorre peraltro rilevare che Girard si fonda su una lettura semplificatrice del pensiero e della teoria di Nietzsche, di cui sopprime le sfumature (ad esempio, in Nietzsche l'uomo superiore non si sottrae al ressentiment, ma lo sovrasta), e che Nietzsche fu afflitto da un tumore al cervello[senza fonte], e quindi il nesso tra la sua follia e la sua psicologia, accettato senza remore da Girard, non è in realtà così pacifico.

Angenot[modifica | modifica sorgente]

Sul piano ideologico, il concetto di ressentiment è stato studiato dall'analista e storico del discorso Marc Angenot [27] (Les idéologies du ressentiment, 1996), che ne fa uno dei vettori delle ideologie politiche, identitarie e nazionaliste del XX secolo. Al pari dei suoi predecessori, Angenot concepisce il ressentiment come un atteggiamento caratterizzato da un'accumulazione di pene e da un volontarismo la cui proliferazione (particolarmente vistosa nell'età contemporanea, con il postmodernismo, le rivendicazioni identitarie, il tribalismo) alimenta le varie forme di discriminazione e di conflittualità sociale. Ancorché la stabilità e l'incanto si volatilizzino sotto i nostri occhi (ciò che il filosofo tedesco Walter Benjamin chiama la caduta dell'aureola), la riflessività e la conservazione di una certa speranza collettiva restano i migliori mezzi, secondo Angenot, per mettersi al riparo dagli effetti reattivi del ressentiment.

Anche lo storico e filosofo Pierre-André Taguieff ha improntato alcune sue opere al ressentiment ritratto da una prospettiva affine a quella di Angenot.

Ferro[modifica | modifica sorgente]

Per Marc Ferro,[28] storico, condirettore di Revue des Annales,[29] direttore degli studi presso la École des hautes études en sciences sociales:[30]

«All'origine del ressentiment, in capo all'individuo o al gruppo sociale, si trova sempre un vulnus, una violenza patita, un affronto, un trauma. Chi si sente vittima non può reagire, è in una situazione assimilabile all'impotenza. Rimugina la sua vendetta impraticabile, che lo opprime incessantemente. Fino a farlo esplodere. Ma questo tentativo può parimenti accompagnarsi ad una "demolizione" dei valori dell'oppressore, con rivalutazione dei propri, di quelli della propria comunità che non sono stati consapevolmente difesi fino a quel momento, il che dà una nuova forza agli oppressi, dissimulando una rivolta, una rivoluzione, o ancora una palingenesi. È allora che un nuovo rapporto si dipana nel contesto di chi ha dissimulato queste sollevazioni o questa rinascita.

La reviviscenza dell'antica ferita è più forte di tutta la volontà di dimenticare. L'esistenza del ressentiment mostra pure come sia artificiosa la cesura tra passato e presente, che vivono di conseguenza l'uno nell'altro, con il passato che si fa presente, più presente anzi del presente stesso. La Storia ne offre svariate riprove.»[31]

Tomelleri[modifica | modifica sorgente]

Il sociologo italiano Stefano Tomelleri, sulle orme di René Girard, e a partire dalla lezione di Nietzsche e Scheler, ipotizza che la società contemporanea fondata sull'individualismo e sull'egualitarismo alimenterebbe il risentimento attraverso la progressiva istituzionalizzazione della competizione. Sebbene la società attuale abbia una maggior capacità di contenere le crisi dovute ad un'elevata dose di competizione, senza dover temere la diffusione del conflitto sociale, il prezzo da pagare è una democratizzazione delle nevrosi. I cittadini delle moderne società occidentali scontano una vera e propria cultura del risentimento, in cui i singoli individui sprecano grandi energie nel rincorrere desideri sempre più irraggiungibili e rinnovati dalle mode, con la conseguenza di accumulare frustrazioni, mentre le istituzioni sociali, lo stato nazionale in particolare, si dimostrano incapaci di uscire dalle logiche meccaniche dell'economia per sanare il malessere sociale.

«Dalla lezione dei due autori presi in esame [Nietzsche e Scheler], facciamo l’esperienza di una chiara e lucida immagine del risentimento moderno, troppo attento a criticare le imperfezioni altrui per potersi riconoscere esso stesso immerso in tali manchevolezze. È l’immagine di un grande affresco sulla modernità, dove è dipinto un ricco banchetto. Gli invitati sono in molti, ciascuno con una propria biografia, e alcuni siedono fronteggiandosi: gli “schiavi”, i “signori” da un lato, gli “asceti”, i “borghesi”, gli “uomini comuni” dall’altro. Il banchetto è apparecchiato con cura: sul tavolo sono appoggiati oggetti preziosi, la “morale giudaico-cristiana”, la “democrazia”, il “progresso”. Gli invitati sono al calduccio e con la pancia piena, ma non sono felici, si accusano vicendevolmente, in un andirivieni di rappresaglie dove ciascuno gioca a essere ostacolo per l’altro: sono in fermento. Il ricco banchetto riserva una scatola a sor­presa che tradisce un inganno: l’unico piatto servito è dell’uva acerba». La società del risentimento, pp.63-64.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Umano, troppo umano, Vol. II, parte I, aforisma 52
  2. ^ Pronuncia /rɛsɑ̃timɑ̃/
  3. ^ Soprattutto nei capitoli 10 ed 11: l'autore arriva a sostenere che il ressentiment sia una sorta di deviazione dal contegno "naturale", che a suo dire prevederebbe l'aggressività e la sopraffazione come azioni del tutto ordinarie; dal rancore degli imbelli deriverebbe la forma deteriore di "giustizia" (venale e spregevole) che — al suo sommo grado di potenza/magnanimità/opulenza — «finisce come ogni buona cosa per giungere alla soppressione di sé stessa.» (Genealogia della morale, pagine 61-62)
  4. ^ Ressentiment and Rationality, by Elizabeth Murray Morelli, Loyola Marymount University
  5. ^ Ressentiment & Counter-Ressentiment: Nietzsche, Scheler, and the Reaction Against Equality, By Nicholas Birns, The New School (Nietzschecircle.com)
  6. ^ Scheler era figlio di ebrea.
  7. ^ La prosa di Nietzsche ha una curiosa eco nella poesia di Hermann Hesse:

    «Oh come voglio bene ai caprioli!
    Poterne trovar uno, o bella cosa!
    Vi affonderei la bocca mia bramosa:
    non v'è nulla che tanto mi consoli.»

    (Il lupo della steppa, pag. 79, traduzione di Ervino Pocar)

    
    
  8. ^ De Mauro — Adiaforia (definizione). (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2008).
  9. ^ Il motore immobile in Aristotele (Forma-mentis.net)
  10. ^ Aristotele, Dio pensiero di pensiero (metafisica) (Filosofico.net)
  11. ^ Il Dio aristotelico (Filosofico.net)
  12. ^ Metafisica aristotelica di don Curzio Nitoglia (Cattolicesimo.com)
  13. ^ Deus autem est actus purus - Sancti Thomae de Aquino, Summa contra Gentiles, liber I a capite XXXVII ad caput XLIII (Corpusthomisticum.org)
  14. ^ Confronta, e pluribus, : "Stazione 14, Gesù è deposto nel sepolcro - Via Crucis 2005" (Vatican.va)
  15. ^ Ressentiment, pagina 60
  16. ^ Confronta Gal. 2,20 (Bibbiaedu.it): «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.»
  17. ^ Mt 5,48: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Labibbia.org)
  18. ^ CELEBRAZIONE DEI VESPRI E TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO , 31.12.2007 - OMELIA DEL SANTO PADRE (Magisterobenedettoxvi.blogspot.com)
  19. ^ Sulla figura di San Francesco in Max Scheler cfr. G. Cusinato, Scheler. Il Dio in divenire, Padova, 2002, 137-157
  20. ^ Max Weber, The Sociology of Religion, (Boston: Beacon Press, 1993), pag. 110.
  21. ^ Jean-Paul Sartre, Stanford Encyclopedy of Philosophy
  22. ^ Dugald Stewart su Britannica.com
  23. ^ Elements of the Philosophy of the Human Mind (1792)
  24. ^ Charles Giraud, fonte: Institut de France, Journal des savants, pagine 10, 1817.
  25. ^ Nota bibliografica: Nietzsche et la philosophie, Presses Universitaires de France, Paris, 1962.
  26. ^ Non ci siamo azzardati a tradurre con "rancoroso", o qualcosa di simile. L'aggettivo originale francese, del resto, è magnificamente espressivo nel contesto che lo ospita.
  27. ^ Pagina web personale di Marc Angenot
  28. ^ (FR) Conférence avec Marc Ferro, « Le ressentiment et les fractures de la France contemporaine » Centre d'études et de recherches internationales de l'Université de Montréal, 4 avril 2007.
  29. ^ Annales. Histoire, Sciences sociales
  30. ^ Sito ufficiale EHESS
  31. ^ Odile Jacob, Le ressentiment dans l'Histoire, 2007, ISBN 978-2-7381-1874-5

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • René Girard, La vittima e la folla nei miti del cristianesimo, Santi Quaranta, Treviso, 1998
  • René Girard, Shakespeare. Il teatro dell'invidia, Adelphi, Milano, 1998
  • René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, 2000 (ristampa)
  • René Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, 2001
  • Michael André Bernstein, Bitter Carnival: Ressentiment and the Abject Hero ISBN 978-0-691-06939-5
  • Michael Andre Bernstein, "These Children That Come at You with Knives": "Ressentiment", Mass Culture, and the Saturnalia, (Critical Inquiry Volume 17, Number 2, Winter 1991)
  • Abdelwahab Meddeb, La maladie de l’islam, Paris, Seuil, 2002.
  • M. Frings, Person und Dasein: Phaenomenologica, Pubblicato da Springer, 1970 ISBN 9789024702701
  • Marc Angenot, Les idéologies du ressentiment, Pubblicato da XYZ editeur/XYZ Publishing, 1997 ISBN 9782892611908
  • Max Scheler, Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, Pubblicato da Vittorio Klostermann, 2004 ISBN 9783465033356
  • Stefano Tomelleri, La società del risentimento, Meltemi, Roma, 2004, ISBN 88-8353-306-2