Diogene di Sinope

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« [Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi." »
(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico)
Johann Tischbein, Diogene cerca l'uomo

Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης, Diogénes, "figlio di Zeus"[1]) detto il Cinico e il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo Diogene Laerzio, storico greco antico, perì nello stesso giorno in cui Alessandro Magno trapassò a Babilonia.

Vita[modifica | modifica sorgente]

La principale fonte di informazioni sulla sua vita è Diogene Laerzio.[2][3]

Statua di Diogene a Versailles (particolare)

Suo padre, Icesio, era un cambiavalute e fu imprigionato oppure esiliato perché accusato di alterare le monete. Diogene si trovò anch'esso sotto accusa, e si spostò ad Atene con un assistente che poi abbandonò, dicendo: "Se Mane può vivere senza Diogene, perché non Diogene senza Mane?".[3] Attratto dagli insegnamenti ascetici di Antistene, divenne presto suo discepolo, a dispetto della rudezza con la quale era trattato e del fatto che costui non lo voleva come allievo, ma ben presto superò il maestro sia in reputazione che nel livello di austerità della vita.[3] Le storie che si raccontano di lui sono probabilmente vere; ad ogni modo, sono utili per illustrare la coerenza logica del suo carattere e la sua irriverenza. Si espose alle vicissitudini del tempo vivendo in una piccola vasca aperta che apparteneva al tempio di Cibele. Distrusse l'unica sua proprietà terrena, una ciotola di legno, vedendo un ragazzo bere dall'incavo delle mani.[3]

Diogene getta la scodella, di Nicolas Poussin (1648)

In viaggio verso Egina, venne fatto prigioniero dai pirati e venduto come schiavo a Creta ad un uomo di Corinto chiamato Xeniade (o Seniade). Venendo interrogato sul suo prezzo, replicò che non conosceva altro scambio possibile che quello con un uomo di governo, e che desiderava essere venduto ad un uomo che avesse bisogno di un maestro.

« E chiedendogli l'araldo che cosa sapesse fare, Diogene rispose: Comandare agli uomini. Fu allora che egli additò un tale di Corinto che indossava una veste pregiata di porpora, il predetto Seniade, e disse: Vendimi a quest'uomo: ha bisogno di un padrone»
(Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi VI, Vita di Diogene, 32)

Come tutore dei due figli di Xeniade, nonché suo amministratore domestico, visse a Corinto per il resto della sua vita, che dedicò interamente a predicare le virtù dell'autocontrollo e dell'autosufficienza, abitando in una botte. Ai Giochi Istmici tenne discorsi a un pubblico consistente che lo seguiva dal periodo di Antistene.[3]

Diogene e Alessandro Magno[modifica | modifica sorgente]

Fu probabilmente ad uno di quegli eventi che incontrò Alessandro il Grande.

« Il re in persona andò da lui e lo trovò che stava disteso al sole. Al giungere di tanti uomini egli si levò un poco a sedere e guardò fisso Alessandro. Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: "Scostati un poco dal sole". A tale frase si dice che Alessandro fu così colpito e talmente ammirò la grandezza d'animo di quell'uomo, che pure lo disprezzava, che mentre i compagni che erano con lui, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano, disse:"Se non fossi Alessandro, io vorrei essere Diogene". »
(Plutarco, Vite parallele, Vita di Alessandro Magno)

Diogene Laerzio, a differenza di Plutarco, riferisce che successivamente, forse irritato dalla mancanza di rispetto, Alessandro, per farsi gioco di lui che veniva chiamato "cane", gli mandò un vassoio pieno di ossi e lui lo accettò ma gli mandò a dire: "Degno di un cane il cibo, ma non degno di re il regalo".[3]

Morte[modifica | modifica sorgente]

Alla sua morte, a 89 anni, sulla quale ci sono più testimonianze, i Corinzi eressero un pilastro alla sua memoria, sul quale v'era, inciso, un cane di marmo pario.

Gaetano Gandolfi, Diogene e Alessandro
« Il medesimo Eubulo attesta che Diogene invecchiò presso Seniade e, morto, fu seppellito dai suoi figli. Chiedendogli al tempo Seniade come volesse essere seppellito, egli replicò: Sulla faccia. Domandandogliene quello la ragione, Diogene soggiunse: Perché tra poco quel che è sotto si sarà rivoltato all'insù. Disse questa battuta perché ormai i Macedoni dominavano, o da umili erano diventati potenti. »
(Vita di Diogene, 74)

Il pensiero[modifica | modifica sorgente]

« Tutto appartiene agli dei; i sapienti sono amici degli dei; i beni degli amici sono comuni. Perciò i sapienti posseggono ogni cosa »
(Diogene di Sinope, citato da Diogene Laerzio[3])

La virtù, per lui, consisteva nell'evitare qualsiasi piacere fisico superfluo: tuttavia Diogene rifiuta drasticamente, non senza esibizionismo, le convenzioni e i tabù sociali, oltre che i valori tradizionali come la ricchezza, il potere, la gloria[4]; sofferenza e fame erano positivamente utili nella ricerca della bontà; tutte le crescite artificiali della società gli sembravano incompatibili con la verità e la bontà; la moralità porta con sé un ritorno alla natura e alla semplicità. Citando le sue parole, "l'Uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei." È accreditato come uno strenuo sostenitore delle sue idee, al punto da arrivare a comportamenti indecenti; tuttavia, probabilmente, la sua reputazione ha risentito dell'indubbia immoralità di alcuni dei suoi eredi.[3] Diogene rivendica la libertà di parola, ma rifiuta la politica, rivelando un concetto proto-anarchico.[3]

Secondo quanto ci tramanda il sesto libro della "Vita dei filosofi" di Diogene Laerzio, Diogene è stata la prima persona conosciuta ad aver utilizzato il termine "cosmopolita". Difatti, interrogato sulla sua provenienza, Diogene rispose: "Sono cittadino del mondo intero". Si trattava di una dichiarazione sorprendente in un'epoca dove l'identità di un uomo era intimamente legata alla sua appartenenza ad una polis particolare.[3] Al filosofo megarico Diodoro Crono, che negava il movimento, Diogene rispose semplicemente mettendosi a camminare.[3]

Statua moderna di Diogene a Sinope

Diogene il "cinico"[modifica | modifica sorgente]

« Durante un banchetto gli gettarono degli ossi, come a un cane. Diogene, andandosene, urinò loro addosso, come fa un cane. »
(Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi,VI,46)

Molti aneddoti su Diogene riportano i suoi comportamenti paragonabili a quelli di un cane, e i suoi elogi per le virtù del cane. Non è noto se Diogene sia stato insultato con l'epiteto "cinico" (da kynikos, l'aggettivo derivante da kyon, cane) ed abbia scelto di considerarlo un elogio, o se sia stato lo stesso filosofo a sceglierlo per sé.[3]

Diogene riteneva che gli esseri umani vivessero in modo artificiale e ipocrita e che dovessero studiare gli atteggiamenti del cane. Oltre a praticare in pubblico le fisiologiche funzioni corporee senza essere a disagio, un cane mangerà di tutto, e non si preoccuperà di dove dorme. I cani vivono nel presente senza preoccupazioni e non si occupano di filosofia astratta. Inoltre, sanno istintivamente chi è amico e chi è nemico, al contrario degli uomini, che o ingannano o sono ingannati.[3]

Busto di Diogene

Diogene aveva scelto di comportarsi come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare agli antichi Greci che la civiltà è regressiva, e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione.[3] Una volta uscì con una lanterna di giorno, e, alla domanda su che cosa stesse facendo, rispose: "cerco l'uomo!", intendendo "un uomo onesto".[5]

Uno degli aspetti più clamorosi della sua filosofia era il suo rifiuto delle normali concezioni sulla decenza. Secondo gli aneddoti, Diogene mangiava in pubblico, viveva in una botte, defecava nel teatro pubblico, e non esitava ad insultare apertamente i suoi interlocutori. Diogene svolgeva in pubblico anche atti sessuali.[5] I suoi ammiratori lo consideravano un uomo devoto alla ragione e di onestà esemplare. Per i suoi detrattori era un folle fastidioso e maleducato.[3] Diogene scrisse 14 dialoghi, 7 tragedie e numerose lettere, ma non rimane nulla di ciò, solo frammenti della sua Repubblica, riportati da Diogene Laerzio, in cui provocatoriamente difende l'incesto, i cannibali e tutte le pratiche sociali considerate scandalose, affermando inoltre la sua contrarietà all'istituto matrimoniale e all'uso della moneta.[5] Affermava che il vino migliore fosse quello altrui, e una volta si mise a parlare con una statua, al che, a chi gli chiedeva conto del suo strano comportamento, rispose di allenarsi a chiedere invano.[6]

Nonostante il suo aperto disprezzo per Platone e la sua filosofia astratta, Diogene ha una certa somiglianza con la personalità di Socrate, con il quale condivideva la missione di migliorare moralmente la società. Secondo Diogene Laerzio, Platone definì Diogene "un Socrate impazzito".[7]Ad Atene, Platone l'aveva incontrato alcune volte, ed ogni volta Diogene non perdeva occasione per deridere la teoria delle idee platoniche.[5] Polemizzò anche con Aristotele.[3] Diogene venne considerato degno di rispetto persino da molti neoplatonici: scrive l'imperatore Giuliano: a differenza dei cinici dell'epoca tarda «egli ubbidiva al dio di Pytho [ Apollo ] e della sua obbedienza non ebbe a pentirsi, e si sbaglierebbe a prendere per indizio di empietà il fatto che egli non frequentasse i templi e non venerasse le immagini e gli altari: Diogene non aveva niente da offrire, né incenso, né libagioni, né denaro, ma possedeva una giusta nozione degli dei e questo solo bastava. Perché egli li adorava con l'anima, offrendo il bene più prezioso, la consacrazione della sua anima attraverso il suo pensiero». Per Giuliano il cinismo di Diogene è come una statua di Sileno - riprendendo la metafora platonica su Socrate - che racchiude in sé l'immagine di un dio, e deriva anch'essa dal dio di Delfi, il creatore della filosofia greca.[8] Anche tra gli stoici Diogene divenne un modello di vita e filosofia. Epitteto fa riferimento a lui nelle sue opere.[9]

Diogene nell'arte e nella cultura[modifica | modifica sorgente]

Diogene, raffigurato in un particolare della scuola di Atene di Raffaello Sanzio

Sia nei tempi antichi che in quelli moderni, la sua personalità ha attirato molti scultori e pittori. Busti antichi esistono nei Musei Vaticani e al Louvre. L'incontro tra Diogene e Alessandro è rappresentato in un antico bassorilievo trovato a Villa Albani.

Rubens, Jordaens, Steen, Van der Werff, Jeaurat, Salvator Rosa e Karel Dujardin hanno dipinto numerosi episodi della sua vita.

Diogene ha ispirato anche il nome del Diogenes Club, un immaginario club londinese per gentiluomini inserito da Sir Arthur Conan Doyle in vari racconti di Sherlock Holmes.

Diogene il Cinico, oppure Diogene di Apollonia, viene citato da Dante nel Canto IV dell'Inferno (Divina Commedia), fra gli spiriti magni che quest'ultimo incontra nel primo Cerchio.

A Diogene è dedicato il brano del rapper Murubutu, intitolato appunto "Diogene di Sinope e la scuola cinica".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ derivato dal nome del dio Dioniso, che significa appunto "il giovane figlio di Zeus, oppure "il nato due volte"
  2. ^ vi. 20; v. anche le note di Mayor su Giovenale, Satire, xiv. 308-3 14
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Diogene su filosofico.net
  4. ^ IlDiogene
  5. ^ a b c d Armando Torno, E Diogene disse al re: "Spostati, mi fai ombra"
  6. ^ Vita di Diogene, 49
  7. ^ Mauro Trentadue, Vita Cinica. Il pensiero e l'azione di Diogene, Ortica editore, Aprilia, 2012
  8. ^ Flavio Claudio Giuliano, Contro i cinici ignoranti
  9. ^ p.e. in Diatribe, I, 24, 6-10

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