Palazzo Reale di Napoli

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Coordinate: 40°50′10.28″N 14°14′58.43″E / 40.83619°N 14.249565°E40.83619; 14.249565

Palazzo Reale di Napoli
Napoli - Palazzo Reale19.jpg
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Napoli
Indirizzo Piazza del Plebiscito, 1
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione XVII-XIX secolo
Realizzazione
Architetto Domenico Fontana
 
Palazzo Reale di Napoli
Tipo Pinacoteca, Arte
Indirizzo piazza del Plebiscito, Napoli, Italia
Sito Palazzo Reale- sito ufficiale

Il Palazzo Reale di Napoli è una delle quattro residenze usate dalla casa reale dei Borbone di Napoli durante il Regno delle Due Sicilie; le altre tre sono la reggia di Capodimonte sita a nord del centro storico, la reggia di Caserta e la reggia di Portici alle pendici del Vesuvio.

Di dimensioni notevoli, il palazzo si affaccia maestoso sull'area monumentale di piazza del Plebiscito ed è circondato da altri importanti e imponenti edifici quali il palazzo Salerno, la basilica di san Francesco di Paola e il palazzo della Prefettura.

Nel corso della sua storia, il palazzo divenne la residenza dei viceré spagnoli, poi di quelli austriaci e, in seguito, dei re di casa Borbone. Dopo l'Unità d'Italia fu nominata residenza napoletana dei sovrani di casa Savoia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Particolare dell'ingresso

Il palazzo fu costruito come palazzo vicereale nel Seicento da Domenico Fontana[1] su commissione dell'allora viceré Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos. Esso avrebbe dovuto ospitare il re Filippo III di Spagna, atteso a Napoli con la sua consorte per una visita ufficiale che non avvenne mai. Il palazzo doveva avere il respiro di una grande reggia europea, degno della seconda città dell'Impero spagnolo dopo la capitale amministrativa Madrid[2][3] e della prima per popolazione[4].

Gli stemmi

Il palazzo fu costruito nello stesso posto in cui insisteva un'altra residenza vicereale, voluta cinquant'anni prima dal viceré don Pedro de Toledo. La scelta di costruire la nuova reggia nella stessa zona in cui sorgeva la "vecchia" testimonia dunque l'importanza che aveva quella zona della città, che assicurava una certa vicinanza al porto e quindi una certa facilità di fuga in caso di invasioni nemiche.[5]

Il palazzo reale visto dal mare

I lavori per l'erezione del palazzo andarono a rilento fino al 1610, quando divenne viceré Pedro Fernández de Castro, figlio di Fernando Ruiz e VII conte di Lemos. Nel 1616 erano completate la facciata principale, su "largo di Palazzo", ed il cortile. Intorno al 1620 furono completati anche alcuni ambienti interni del palazzo, affrescati da Battistello Caracciolo, Giovanni Balducci e Belisario Corenzio, nonché la cappella reale dell'Assunta, nella quale lavorò ventiquattro anni dopo Antonio Picchiatti eseguendo alcuni elementi decorativi.[5]

Nel 1734, con il dominio di Carlo di Borbone, il palazzo divenne dimora reale borbonica. Il nuovo re di Napoli, in occasione delle nozze con Maria Amalia di Sassonia avvenute nel 1738, fece rinnovare alcuni ambienti interni chiamando artisti come Francesco De Mura e Domenico Antonio Vaccaro.[5] In contemporanea a questi lavori, Carlo si impegnò anche per l'edificazione di altre tre importanti regge: quella di Capodimonte, di Portici e quella di Caserta. Le opere di ammodernamento iniziate in quegli anni furono poi riprese più intensamente dal figlio Ferdinando IV di Borbone, che nel 1768, in occasione delle nozze con Maria Carolina d'Austria, trasformò la gran sala del periodo vicereale in teatrino di corte. A compiere tali lavori fu ancora una volta Ferdinando Fuga. Infine, durante la prima metà del Settecento, fu realizzata la parte verso il mare.

Nella seconda metà del XVIII secolo venne edificato il cosiddetto "braccio nuovo", ovvero l'ala del palazzo che dà verso il Maschio Angioino, divenuta poi nel 1927 la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

Il palazzo in uno scatto di Giorgio Sommer.

Durante gli anni 1806-1815 fu arricchito da Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte con decorazioni e arredamenti neoclassici provenienti dalle Tuileries; fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato dal 1838 al 1858 per mano di Gaetano Genovese che ampliò e regolarizzò, senza stravolgerla, l'antica fabbrica. In quel periodo furono aggiunte alla struttura l'"Ala delle feste" e una nuova facciata prospiciente il mare, caratterizzata da un basamento di bugnato e da una torretta-belvedere. Ad angolo con il Teatro San Carlo fu invece creata una piccola facciata in luogo del Palazzo Vecchio di don Pedro de Toledo.

Con Genovese, il palazzo si poté dire definitivamente completato.[5]

Nel 1888, per volere di Umberto I, le nicchie esterne furono occupate da gigantesche statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia.

Nel 1922 fu deciso (con decreto del ministro Anile) di trasferirvi la Biblioteca nazionale (fino allora nel palazzo del Museo); il trasferimento dei fondi librari fu eseguito entro il 1925.

I bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale e le successive occupazioni militari causarono al palazzo gravissimi danni che resero necessario un restauro condotto dalla Soprintendenza ai Monumenti.

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

Facciata del palazzo

La facciata a basamento porticato con due ordini di finestre è lunga 169 metri, nel suo centro sono evidenti gli stemmi reali e vicereali. Essa conserva le forme classicheggianti originarie, fatta eccezione di quelle del portico, dove nella seconda metà del Settecento, per opera del Vanvitelli, furono chiusi alternativamente i varchi per aumentare la solidità dell'edificio, dando vita ad arcate chiuse a nicchie.

In seguito, con i restauri dell'Ottocento, furono aggiunte a entrambe le estremità della facciata due arcate cieche sormontate da una terrazza.

Statue dei sovrani di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Il re Umberto I di Savoia, nel 1888, fece apportare le modifiche alla facciata del palazzo che consentirono l'apertura ad arco di diverse nicchie dentro le quali furono collocate le statue raffiguranti i capostipiti delle dinastie dei sovrani che hanno regnato su Napoli.

Le statue sono esposte in ordine cronologico rispetto alla dinastia di appartenenza che ha regnato in città e queste iniziano con il primo re di Sicilia, Ruggero il Normanno, il primo re a regnare sulla città, e finiscono con Vittorio Emanuele II, la più grande in altezza e la più discussa scultura presente nella facciata della residenza reale, aggiunta per ultima sotto la volontà dello stesso re che però non fu mai sovrano di Napoli, bensì d'Italia. Da notare inoltre la presunta volontà dei Savoia di occultare la dinastia dei Borbone, una delle più influenti della città partenopea, dalla storia della città. Infatti, nessuna delle statue volute sulla facciata del palazzo, rappresenta un re borbonico e, l'unica che apparentemente sembrerebbe appartenere a tale dinastia, Carlo di Borbone, viene in realtà incisa col nome di Carlo III, lasciando quindi alludere alla dinastia spagnola e non napoletana, nella quale invece assumeva il titolo di Carlo VII di Borbone.

La successione delle statue, partendo da sinistra rispetto alla facciata del palazzo, è: Ruggero il Normanno (statua scolpita da Emilio Franceschi), Federico II di Svevia (opera di Emanuele Caggiano), Carlo I d'Angiò (di Tommaso Solari), Alfonso V d’Aragona (di Achille D'Orsi), Carlo V d'Asburgo (di Vincenzo Gemito), Carlo III di Spagna (di Raffaele Belliazzi), Gioacchino Murat (di Giovanni Battista Amendola) ed infine Vittorio Emanuele II (quest'ultima opera eseguita da Francesco Jerace).

Cortili[modifica | modifica wikitesto]

Entrati nel Palazzo si accede al Cortile d'Onore che conserva l'impronta architettonica di Domenico Fontana. Di fronte allo stesso cortile, vi è una fontana ottocentesca con la statua della Fortuna.

Da sinistra del lato orientale del cortile d'Onore, si giunge al cortile delle carrozze, adibito proprio al passaggio delle stesse ed in cui è presente anche l'omonima fontana, ed al cortile del belvedere. Un altro cortile è situato all'ingresso laterale del palazzo posto di fronte alla Galleria Umberto I. Il suddetto spazio ospita la scultura l'Italia turrita e stellata di Francesco Liberti ed il giardinetto circostante è il giardino d'Italia, realizzato da Gaetano Genovese tra il 1838 ed il 1840.

Altri giardini, i giardini pensili, sono posti al primo piano dell'edificio e offrono una splendida vista sul porto di Napoli e sul Vesuvio.

Infine, partendo sempre dal cortile d'Onore, sul lato sinistro si giunge all'appartamento reale, tramite il sontuoso scalone monumentale, ed ai giardini reali.

Giardini reali[modifica | modifica wikitesto]

Maschio Angioino visto dai giardini reali. Da notare anche le statue equestri dei Palafrenieri

L'area dei Giardini è stata adibita al verde già dal XIII secolo al tempo della dinastia angioina.

Nel periodo dei viceré è stata invece sistemata a parco e arricchita con statue, viali e "giardini segreti".

Nella metà del XIX secolo l'architetto Gaetano Genovese condusse i lavori di ampliamento e restauro del palazzo, e affidò i giardini alle cure del botanico Federico Corrado Denhart, il quale inserì numerose magnolie, lecci e piante rare, quali ad esempio la Persea Indica, la Strelitzia Niccolai, la Cycas Revoluta. Fu così che il Giardino acquistò un nuovo aspetto "all'inglese" e divenne meta ambita dei visitatori.

Alle trasformazioni ottocentesche dobbiamo anche l'inserimento di una cancellata in ferro a lance a punta dorata che introduce a un viale delimitato dalle statue dei Palafrenieri, donate dallo Zar Nicola I e più note col nome di Cavalli di Bronzo, e inoltre un altro giardino di piccole dimensioni: Il Giardino d'Italia, sul lato di Piazza Trieste e Trento, che è decorato con camelie e "palme di San Pietro" e presenta al centro L'Italia, scultura marmorea di Francesco Liberti.

In fondo ai Giardini vi sono le Scuderie Ottocentesche, fiancheggiate dal maneggio degli anni ottanta di quel secolo e adibite attualmente ad uso espositivo.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Lo scalone interno

Si accede all'appartamento storico per il monumentale e luminoso Scalone d'onore che fu progettato nel 1651 da Francesco Antonio Picchiatti e successivamente sistemato e decorato da Gaetano Genovese tra il 1838 e il 1858. Lo Scalone è decorato da marmi bianchi e rosati, da trofei militari e bassorilievi allegorici. Notevole la ricca balaustra di marmo traforato.

Nella zona superiore vi sono monumentali statue in gesso che rappresentano la Fortezza, la Giustizia, la Clemenza e la Prudenza. Alla fine dello Scalone si accede al luminosissimo Ambulacro, circondato da vetrate ottocentesche. Eleganti stucchi decorano le volte dei corridoi.

Loggiato al secondo piano

All'interno delle sale del palazzo sono presenti dipinti di importanti artisti che hanno operato nella Napoli borbonica. Si distinguono le opere eseguite dal Guercino, da Andrea Vaccaro, da Mattia Preti, dallo Spagnoletto, dal Tiziano da Massimo Stanzione, da Francesco De Mura, da Battistello Caracciolo e da Luca Giordano. Infine, sono presenti tele paesaggistiche di Filippo e Nicola Palizzi e di Consalvo Carelli.

Appartamento Reale[modifica | modifica wikitesto]

È adibito a museo con il nome di Appartamento Storico dal 1919. Durante la visita si possono ammirare le stanze reali di etichetta al Piano nobile, che non hanno subito alcun cambiamento.

Negli anni settanta del Novecento alcune stanze sono state adibite a galleria di opere d'arte e ordinate in base a criteri tematici e storico–stilistici.

Le stanze e gli arredi usati più quotidianamente non ci sono giunti, per i gravi danni e le spoliazioni subite dal palazzo durante l'ultima guerra. Essa ha danneggiato anche i parati borbonici, rifatti nella metà del XX secolo sugli stessi telai antichi delle Seterie Borboniche della Fabbrica di San Leucio presso Caserta. Le testimonianze più importanti della decorazione seicentesca d'origine sono gli affreschi di soggetto storico di gusto tardo-manierista che abbelliscono le sale più antiche con cicli di pitture destinate ad esaltare gloria e fortuna degli spagnoli vincitori.

L'appartamento reale conta trenta sale che si susseguono in successione.

Sala I: Teatrino di corte[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teatrino di corte (Napoli).

Allestito da Ferdinando Fuga nel 1768, anche se fu molto danneggiato nell'ultima guerra (la volta, della metà del XX secolo, vede scomparire gli affreschi settecenteschi di Antonio Dominici), conserva le originarie dodici statue in cartapesta e gesso dello scultore Angelo Viva raffiguranti Apollo, Minerva, Mercurio e le nove Muse. Il Teatrino ospitò rappresentazioni delle opere di Paisiello e Cimarosa.

Si passa nella sala successiva attraverso due delle oltre cinquanta porte di legno dipinte, opera di un ignoto ornamentista vissuto tra il Settecento e l'Ottocento, su fondo d'oro e decorate con eleganti motivi fantastici, vegetali e animali, di gusto pompeiano.

Particolare di una delle porte del Palazzo Reale

Sala II: Sala diplomatica[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda sala, denominata anche Anticamera di Sua Maestà, si riuniva il seguito delle delegazioni diplomatiche ricevute nella Sala del Trono. Sulla volta vi è il ciclo di affreschi di Francesco De Mura che rappresenta L'allegoria delle virtù di Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia.

La sala, tappezzata di lampasso rosso, è arricchita da maestosi mobili neo-barocchi, mentre alle pareti vi sono due arazzi Gobelins della serie delle allegorie degli elementi: il Fuoco e l'Aria, tessuti da Louis La Tour su cartoni di Charles Lebrun destinati alla celebrazione del potere del re Luigi XIV di Francia.

Sala III: Saletta Neoclassica[modifica | modifica wikitesto]

Al centro della sala vi è una Ninfa alata di G. De Crescenzo, mentre alle pareti due importanti documenti riguardanti Palazzo Reale: lo scalone di Palazzo Reale di Antonio Dominici e la Cappella Reale di Elia Interguglielmi, dipinti in occasione delle nozze per procura delle principesse Maria Teresa e Maria Luisa di Borbone avvenute nel 1790 con i cugini austriaci Francesco II d'Asburgo e Ferdinando III di Lorena.

Sala IV: Seconda Anticamera di Sua Maestà o Fasti di Alfonso il Magnanimo[modifica | modifica wikitesto]

Seconda anticamera di Sua Maestà

Belisario Corenzio, aiutato dai collaboratori della sua bottega, dipinse sulla volta della seconda anticamera l'affresco che rappresenta i Fasti di Alfonso il Magnanimo (1622), fondatore del regno aragonese di Napoli.

I vari scomparti, ognuno con una didascalia in spagnolo, raffigurano: al centro, Investitura reale di Alfonso; seguono, in senso orario, Alfonso di Aragona entra in Napoli; Cure per le arti e le lettere; Sottomissione della città di Genova; Consegna ad Alfonso dell'ordine del Toson d'oro. Alle pareti due dipinti di Massimo Stanzione, tra cui San Pietro consacra Sant'Aspreno primo Vescovo di Napoli.

Nella sala sono presenti anche vasi di manifattura cinese ed orologi settecenteschi di Pierre Philippe Thomire, portati a Napoli durante il periodo Murat.

Sala V: Terza anticamera[modifica | modifica wikitesto]

Sulla parete centrale della sala un arazzo con il Ratto di Proserpina di Pietro Duranti testimonia l'attività della Reale Arazzeria di Napoli.

Il soffitto presenta un affresco del 1818 di Giuseppe Cammarano, che raffigura Minerva che incorona la Fedeltà.

La sala del trono

Sala VI: Sala del Trono[modifica | modifica wikitesto]

È il luogo dell'autorità nel quale il re riceveva tutti i suoi ospiti. Il trono di legno dorato, con i leoni di stile impero sotto i braccioli, può essere datato intorno al 1850, mentre il baldacchino risale al Settecento.

Alle pareti vi sono ritratti di personaggi realmente esistiti, dal Seicento all'Ottocento, tra cui il Ferdinando I di Vincenzo Camuccini. Sul soffitto del 1818 invece vi sono personificazioni delle dodici province del Regno delle Due Sicilie con stemmi araldici e insegne del regno, opera di Antonio De Simone (1818).

Sala VII: Passetto del Generale[modifica | modifica wikitesto]

Nella Sala VII vi è un ciclo di dipinti che rappresenta le Storie bibliche di Giuditta di Tommaso de Vivo.

Inoltre è presente un tavolo da musica in tarsia sorrentina del 1859.

Un orologio di Thomire

Sala VIII: Salone degli Ambasciatori[modifica | modifica wikitesto]

L'antica galleria risale al terzo decennio del Seicento. La volta conserva uno degli affreschi più antichi del palazzo, i fasti della Casa di Spagna in quattordici riquadri, opera di Belisario Corenzio, Onofrio e Andrea de Lione. Il ciclo di Marianna d'Austria del quinto decennio del secolo XVII, presenta agli angoli lo stemma degli Asburgo, ed è opera di Massimo Stanzione.

L'arredo risale agli inizi del XIX secolo, con arazzi di scuola francese alle pareti. Infine, notevole è il dipinto di Artemisia Gentileschi l'Annunciazione databile 1631.

Sala IX/X: Sala di Maria Cristina di Savoia[modifica | modifica wikitesto]

Una sala del palazzo con in primo piano un leggio rotante

La Sala IX, che in precedenza era denominata Sala dei Ministri, è stata poi intitolata in ricordo della regina di Napoli, prima moglie di Ferdinando II, morta nel 1836 dopo aver partorito il futuro re Francesco II e proclamata beata per le eccelse virtù di cristiana.

Tra i dipinti La strage degli innocenti (1738) di Andrea Vaccaro e Andata al Calvario attribuita a Decio Tramontano, due grandi vasi di Sevres del 1820 circa raffigurano Le Stagioni.

La Sala X è l'oratorio privato di Maria Cristina e, alle pareti, presenta cinque tele sulla Natività di Francesco Liani. Dietro l'altare il sarcofago in rame, contenente le spoglie di Maria Cristina.

Da questa sala si esce sul Giardino Pensile, detto anche Loggia o Belvedere, edificato nella seconda metà del Seicento, esso si presenta oggi nella sistemazione ottocentesca dell'architetto Genovese, decorato con fontane, aiuole fiorite e, al centro, un tavolo di marmo e panchine neoclassiche. Prima Carlo poi Ferdinando di Borbone avevano la loro camera che affacciava sul giardino.

Nell'Ottocento l'accesso al giardino era consentito direttamente anche dall'attuale Sala XX mediante un ponte in ghisa, poi distrutto dai bombardamenti della guerra; dal Giardino Pensile è tutt'oggi possibile godere di una delle più belle viste del Golfo di Napoli, dal Vesuvio alla Penisola sorrentina fino a Capri.

Sala XI: Sala del Gran Capitano[modifica | modifica wikitesto]

Particolare di un oggetto decorativo del palazzo

Il soffitto di questa sala rappresenta una delle testimonianze più preziose rimaste della primitiva decorazione seicentesca del palazzo. È stato dipinto da Battistello Caracciolo nella seconda metà del Seicento e raffigura La conquista del Regno di Napoli operata nel 1502 da Consalvo di Cordova, primo viceré spagnolo di Napoli, detto il Gran Capitano.

Sala XII: Sala dei Fiamminghi[modifica | modifica wikitesto]

È chiamata così per i ritratti del Seicento olandese provenienti dalla Galleria Reale di Palazzo Francavilla a Chiaia e comprati a Roma per Ferdinando IV di Borbone nel 1802. Sulla console murattiana è posto un rarissimo orologio musicale di Charles Clay, proveniente da Londra e risalente al 1730, con carillon e figure mobili. Al centro della sala vi è una fioriera con una gabbietta per uccelli attribuita alla Manifattura Popov di Gorbunovo presso Mosca, donata dallo Zar Nicola I a Ferdinando II in occasione del suo viaggio a Napoli nel 1846.

Il soffitto reca stemmi delle province del Regno e un affresco di G. Maldarelli: La Magnanimità di Tancredi d'Altavilla verso Costanza d'Aragona sua prigioniera.

Studio del re

Sala XIII: Studio del Re[modifica | modifica wikitesto]

Lo studio del re è del tempo di Gioacchino Murat. I mobili di stile impero furono lavorati a Parigi proprio tra il 1809 e 1811 dall'ebanista Adam Weisweiler. Alle pareti paesaggi napoletani della Scuola di Posillipo, sulla volta una tempera su intonaco di G. Cammarano del 1840: Alfonso di Calabria libera Otranto dai Turchi.

Sala XIV: Sala del Seicento Napoletano[modifica | modifica wikitesto]

La sala del Seicento napoletano

Già Sala della Regina, è la prima di una serie di stanze decorate nel ‘700 per formare l'appartamento di Maria Amalia di Sassonia, sposa di Carlo III di Borbone; in questa sala sono esposti dipinti del Seicento Napoletano. Di Andrea Vaccaro sono La favola di Orfeo che incanta gli animali e L'incontro di Rachele e Giacobbe, mentre del Ribera è il dipinto Sacra famiglia e santi (1623-1625).

Straordinario il soffitto con una particolare decorazione a "ramages" di stucchi bianchi e oro in stile rococò risalente al Settecento. Al centro è un tavolino con pietre dure commesse su un fondo di porfido dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dono del Granduca di Toscana Leopoldo II a Ferdinando I di Borbone.

Sala XV: Sala della Pittura di Paesaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nella sala sono dipinti paesaggi dal Cinquecento all'Ottocento; al centro un tavolino in marmi commessi, donato dal barone Manganelli a Ferdinando II di Borbone nel 1830. Il soffitto e le specchiere risalgono al tempo di Carlo di Borbone. Di A. De Aloysio Posa della prima pietra della Chiesa di San Francesco di Paola del 1817.

Sala XVI: Sala di Luca Giordano[modifica | modifica wikitesto]

Il raffinato soffitto con stucchi bianco–oro è del tempo di Carlo di Borbone; i mobili sono di stile neo-rococò e di manifattura napoletana. Tra i dipinti una serie di battaglie ispirate all'antichità di Luca Giordano nella sua fase barocca ispirata a Pietro da Cortona.

Sala XVII

Sala XVII: Sala della pittura del Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Da questa sala si accedeva nel '600 alla Sala dei Viceré (oggi Sala XII). Tra i dipinti che raffigurano gli sviluppi meridionali e romani della pittura del Seicento, il famoso Ritorno del figliol prodigo (1658) di Mattia Preti, il Cristo deposto di Andrea Vaccaro e il Cristo tra i dottori di Giovanni Antonio Galli detto Lo Spadarino.

Sala XVIII: Sala della pittura emiliana[modifica | modifica wikitesto]

Qui sono raccolti dei dipinti del Seicento emiliano provenienti dalla collezione Farnese, che fu ereditata da Carlo di Borbone e trasportata a Napoli. Di Bartolomeo Schedoni La Sacra Famiglia nella bottega di San Giuseppe ed Elemosina di Santa Elisabetta del 1613.

Sala XIX: Sala delle nature morte[modifica | modifica wikitesto]

È possibile ammirare in questa sala numerosi esempi sei e settecenteschi del genere che, a Napoli, ebbe grandissima fortuna soprattutto nel Seicento, sulla scia della tradizione fiamminga.

Sala delle colonne (sala neoclassica)

Sala XX: Sala delle Colonne[modifica | modifica wikitesto]

Già Sala Neoclassica, essa è caratterizzata dal gusto neoclassico sia nell'ambiente sia nelle opere esposte. Alle pareti incisioni di Tischbein ispirate ai vasi greci di Lord Hamilton. Al centro della sala è posto un tavolino di bronzo patinato e dorato con marmi commessi, che riprende la forma di oggetti di scavo provenienti da Pompei.

Sala XXI: Sala degli Specchi[modifica | modifica wikitesto]

Sala neoclassica con un notevole un centrotavola di epoca napoleonica e che porta alla Sala XXII.

Il salone d'Ercole

Sala XXII: Salone d'Ercole[modifica | modifica wikitesto]

Il salone, già Sala dei Viceré (Salone da ballo), costruito a metà del Seicento, accolse una serie di ritratti dei Viceré. Oggi presenta arazzi della serie di Amore e Psiche della Reale Fabbrica di Napoli, tessuti da Pietro Duranti su cartoni di Fedele e Alessandro Fischetti, tra il 1783 e il 1789.

L'assetto risale alla metà del secolo scorso quando acquisì la funzione settecentesca di salone da ballo. Da notare anche l'orologio del parigino Thuret, attivo nella prima metà del Settecento che rappresenta Atlante che regge il mondo.

Sala XXIII: Retrostanza[modifica | modifica wikitesto]

Alle pareti vi sono alcuni dipinti di Francesco Celebrano che raffigurano Le Stagioni, destinati a un sito di campagna dei Reali Borbonici, forse Carditello.

Sala XXIV: Sala di Don Chisciotte[modifica | modifica wikitesto]

Sono esposti i bozzetti dipinti da pittori napoletani destinati a diventare modelli per la tessitura di una grande serie di arazzi e della fabbrica di Napoli, tra il 1758 e il 1779, oggi al Palazzo del Quirinale a Roma. Il tema riprodotto è quello delle avventure di Don Chisciotte.

Un orologio del palazzo

Sala XXV: Sala della pittura di paesaggi napoletani dell'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

In questa sala sono conservati alcuni dipinti di Pasquale Mattei raffiguranti le feste del Regno: La festa di Santa Rosalia a Palermo del 1855, La fiera di San Germano in Abruzzo del 1851, La processione del Corpus Domini a Montecassino del 1858 e La processione al Santuario della Madonna del pozzo a Capurso presso Bari del 1853.

Di Salvatore Fergola sono invece alcuni paesaggi: La foresta al tramonto ed I naufraghi al chiaro di luna.

Sale XXVI, XXVII e XXVIII: Affreschi di Domenico Antonio Vaccaro[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli altri: L'allegoria dell'unione matrimoniale e L'allegoria della Maestà Regia che decoravano i passetti ai lati dell'alcova della regina Maria Amalia di Sassonia.

Passaggetto[modifica | modifica wikitesto]

Piccolo passetto che conduce alla sala XXIX. Conserva un acquerello di Gaetano Genovese che riprende la veduta del complesso architettonico del Palazzo Reale e gli interventi di rifacimento eseguiti dopo il 1937.

Sala XXIX: Sala delle guardie del corpo[modifica | modifica wikitesto]

Vi si trovano arazzi di manifattura napoletana: L'Aria, La Terra e L'Acqua, tessuti dopo che macchinari e arazzieri dall'arazzeria Granducale di Firenze, ormai chiusa, sono stati trasferiti a Napoli per dare vita alla Reale Fabbrica Borbonica.

Sala XXX: Cappella Reale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cappella reale dell'Assunta.

Dedicata all'Assunta, fu costruita nella metà del XVII secolo su disegno di Cosimo Fanzago ed è stata centro della vita musicale napoletana tra il XVII e XVIII secolo. Venne rimaneggiata ed arricchita anche da Antonio de Simone e Gaetano Genovese.

La Biblioteca Nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III.

Alle spalle del Palazzo Reale, vi è la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III. Quest'ultima, istituita nel XVIII secolo e fino ad allora situata presso il palazzo del Museo, fu trasferita presso la residenza reale intorno alla metà degli anni venti del Novecento.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La "firma" di Domenico Fontana è incisa su alcune basi delle colonne della facciata del Palazzo Reale di Napoli. Il testo recita: "DOMENICVS FONTANA PATRITIVS ROMANVS / AVRATAE MILITIAE EQVES / ET COMES PALATINVS INVENTOR".
  2. ^ Elealml.org
  3. ^ Swissinfo.ch
  4. ^ Alberto Consiglio, La camorra a Napoli, 2010
  5. ^ a b c d D. Mazzoleni, I palazzi di Napoli, Arsenale Editrice (2007) ISBN 88-7743-269-1

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • De Filippis F., Guida del Palazzo Reale di Napoli, Di Mauro, 1990
  • Picone L., I Giardini storici del Palazzo Reale di Napoli, Editrice Electa, 2003
  • Il Palazzo Reale di Napoli, Fausto Fiorentino Editore, 1995
  • Ziviello, Il palazzo Reale di Napoli negli anni di Ferdinando II, Edisa, 1999
  • Il museo di Palazzo Reale Valori di Napoli, Publicomit Edizioni, 1998

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]