Pittura napoletana

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Tra le principali città d'arte europee, Napoli non può forse vantare la presenza e l'attività nel corso della sua storia di nomi noti a livello mondiale rispetto ad altre città italiane, questo soprattutto perché mentre ad esempio a Roma esisteva il mecenatismo del Papa e a Firenze quello delle grandi famiglie dei Medici, e fenomeni simili si avevano in tutta l'Italia settentrionale, a Napoli il mecenatismo non aveva alcun ruolo in un Regno sotto continue dominazioni straniere spesso poco interessate ad arricchire artisticamente la propria capitale quanto a depredarla. Ciò non toglie che importanti e numerose correnti artistiche, si affermino nel corso dei secoli, grazie al suo cosmopolitismo, alla presenza di sovrani illuminati come Carlo di Borbone - incoronato dal Papa come Carlo VII - (quest'ultimo principalmente per l'architettura), alla continua richiesta da parte delle numerose chiese, nonché alla bellezza dei suoi paesaggi naturali.

Anche prima della formazione del Regno di Napoli, la città ha potuto contare su una vasta tradizione artistica, sebbene abbia lasciato scarse tracce storiche. Sono alquanto misere le informazioni sull'arte di Napoli arcaica e greca, mentre per quanto riguarda il periodo romano, oltre alle informazioni derivanti dall'arte cristiana, i ritrovamenti archeologici di Pompei hanno fatto intuire che il rosso pompeiano fosse molto in voga tra le città del golfo. In più, sono state riscontrate varie tracce di interdipendenza sannita. Si sa poco anche sull'arte normanna, sveva e bizantina. Tuttavia, in quest'ultimo caso, gli studiosi sono concordi nell'affermare che Napoli in quel periodo dovesse apparire di gusto prettamente "orientalizzante". Una delle più importanti tracce bizantine è riscontrabile negli interni della chiesa di San Giovanni Maggiore.

Per pittura napoletana si intende qui quell'attività creativa che abbraccia un arco di tempo che va dal XVII alla prima metà del XX secolo: periodo in cui l'arte napoletana assunse una maggiore consapevolezza individuale.

Indice

[modifica] Il Seicento napoletano

"Il Martirio di San Sebastiano" di Luca Giordano

L'arte napoletana assume una consapevolezza individuale nel Seicento con alcuni importanti pittori che si fanno eredi della lezione del Caravaggio, che proprio a Napoli tra il 1607 e il 1610 soggiorna e sviluppa la sua arte.

Primo fra tutti fu Carlo Sellitto, non a caso oggi definito il primo caravaggesco napoletano[1]: opere di quest'artista d'origini lucane si trovano disseminate in diverse chiese della città; una delle sue tele, Santa Cecilia, è invece al Museo di Capodimonte. La sua prematura morte, avvenuta all'età di soli 33 anni, privò ben presto Napoli del ritrattista più ricercato tra i membri dell'aristocrazia partenopea[2]. Sebbene il Sellitto fu il primo, ad essere maggiormente influenzato da Caravaggio è Battistello Caracciolo, già probabilmente allievo di Belisario Corenzio; (di lui si ricordino gli affreschi del Gesù Nuovo). Egli esprime appieno la grande rivoluzione caravaggesca delle tonalità della luce e dell'uso dell'ombra, abbandonando però gradualmente il realismo del 'maestro' e avvicinandosi a modelli idealizzati classicisti probabilmente in seguito ai viaggi a Roma e Firenze: di lui si possono ammirare gli affreschi nella Certosa di San Martino, attigua a Castel Sant'Elmo.

Più o meno parallela a quella del Caracciolo è l'attività di Jusepe de Ribera, detto lo "Spagnoletto", nato in Spagna nei pressi di Valencia e, dopo un soggiorno a Roma, giunto a Napoli nel 1616 forse per sfuggire ai creditori o forse chiamato dal viceré poiché la sua fama era già piuttosto diffusa. La sua arte è violentemente realistica, accentuando Caravaggio anche nelle forti ombre in cui sono immersi i personaggi dei suoi quadri (molti dei quali a tema - ma non in stile - classico, come il Sileno ebbro al Museo di Capodimonte). Solo dopo l'incontro sempre a Napoli nel 1630 con Velázquez, la pittura dello Spagnoletto diventa più chiara e colorata, attirando l'attenzione del re di Spagna che gli commissiona delle tele (oggi all'Escorial e al Museo Del Prado). A Napoli le sue tele di Patriarchi e Profeti, nonché la Comunione degli Apostoli, si trovano a San Martino.

Influenzato dal de Ribera e formatosi con Battistello Caracciolo fu poi Massimo Stanzione, affrescatore della volta del Gesù Nuovo e di San Martino e le cui Storie del Battista si trovano al Prado.

Da citare è poi Aniello Falcone, le cui opere si possono ammirare al Duomo, al Gesù Nuovo negli affreschi della volta della Sacrestia, e al Museo di Capodimonte: nella sua bottega si formarono altri importanti artisti napoletani, tra cui Micco Spadaro e Salvator Rosa, insieme ai quali - e con molti altri - sembra avesse formato la "Compagnia della Morte", così chiamata perché i suoi affiliati uccidevano gli spagnoli nelle strade della città come vendetta per la morte di un loro amico. La pittura di Micco Spadaro, il cui vero era Domenico Gargiulo, è nota per due diversi 'cicli tematici': il primo è quello dei paesaggi e delle vedute architettoniche (Villa di Poggioreale, Storie bibliche, Storie di certosini - queste ultime due a San Martino), l'altro è quello della rappresentazione di eventi a lui contemporanei, tra cui soprattutto la Rivolta di Masaniello del 1647 ed Eruzione del Vesuvio del 1631.

Salvator Rosa, nato a Napoli ed attivo in questa città ma anche a Roma e Firenze, fu una personalità poliderica che abbandonò il barocco e la pittura di genere per dedicarsi alle tematiche più disparate, dalle battaglie all'arte sacra fino all'ultima ma fondamentale produzione di paesaggi selvaggi e fantastici di gusto quasi romantico.

Da citare inoltre Bernardo Cavallino, autore di tele religiose di gusto profano di grande luminosità e colore molte delle quali esposte a Capodimonte.

Nell'ultima parte del Seicento dominano contemporaneamente - influenzandosi a vicenda - i due principali pittori del periodo, Mattia Preti e Luca Giordano.

Il Preti, detto Cavalier calabrese perché nato in Calabria e fatto cavaliere da Papa Urbano VIII durante la sua attività a Roma, incontra a Napoli Luca Giordano ed esegue pitture votive sulle porte della città dopo la peste del 1656-1657 affrescando poi la chiesa di San Pietro a Majella.

Di Luca Giordano si è detto che abbia superato definitivamente la tradizione del barocco seicentesco inaugurando l'arte del secolo successivo con i suoi vivaci colori che riprende dalla pittura veneta e dall'attento studio di autori del Cinquecento (Raffaello e Michelangelo). I suoi affreschi al palazzo Medici a Firenze sono tra le opere più note di questo artista esposto a Madrid, Vienna ed altre parti d'Italia e che a Napoli ha affrescato la cappella del tesoro di San Martino.

[modifica] La pittura napoletana nel Settecento

Nel Settecento la pittura a Napoli stenta ad avvicinarsi alle correnti europee del secolo, quelle classiciste e illuministe, 'limitandosi' a una continuazione del barocco (tardo-barocco) e a un maggiore interesse verso la decorazione.

A cavallo tra i due secoli è l'opera di risonanza europea di Francesco Solimena, in parte erede del grande successo di Luca Giordano, attento a creare scene coreografiche e ricche di complesse architetture. A Napoli notevoli i suoi affreschi sulla Virtù nella sagrestia della chiesa di San Paolo Maggiore (1690) e le sue pale di santi quali San Francesco rinuncia al sacerdozio in Sant'Anna dei Lombardi. Solo dopo la partenza di Luca Giordano e il suo avvicinamento all'Arcadia, la pittura assume nuove sfaccettature in un certo senso più manieristiche ma più vicine al gusto dell'epoca, tra cui La cacciata di Eliodoro dal tempio (1725) nel Gesù Nuovo e soprattutto gli affreschi della Reggia di Caserta su temi più terreni e più laici.

Continuatore di Solimena è Francesco De Mura che si forma nella sua bottega e le cui risultano spesso di difficile attribuzione poiché il suo stile si accosta molto a quello del maestro.

Anche Corrado Giaquinto studia a Napoli presso Solimena, ma la sua lezione tardo-barocca viene nel Giaquinto unita alle prime correnti neoclassiche e all'intensità cromatica di Luca Giordano. Anche se la maggior parte e le più importanti delle sue opere sono altrove, Napoli è dunque il centro della formazione di questo artista nato a Molfetta.

Da poco riscoperta grazie a una grande mostra al Castel Sant'Elmo e in Germania è l'opera di Gaspare Traversi, napoletano sulla cui formazione poco si sa ma che forse studia presso Solimena; attraverso i suoi quadri può essere notata la sua attenzione ai modelli dei seicento napoletano (Caracciolo, de Ribera) e quindi indirettamente al Caravaggio, benché nell'ultima parte della sua vita l'ambiente più borghese di Roma lo porta ad aderire ai canoni illuministici.

[modifica] L'Ottocento e la Scuola di Posillipo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Scuola di Posillipo.
Castel dell'Ovo dalla spiaggia, di Anton Sminck van Pitloo

La pittura napoletana si trasforma completamente nell'Ottocento, abbandonando ogni residuo tardo-barocco o caravveggesco e inserendosi in un più vasto movimento artistico, paesaggistico e in parte romantico, che assume connotati propri con la Scuola di Posillipo tra il 1820 e il 1850.

Questo movimento affonda le sue radici nell'arte paesaggistica di Micco Spadaro e del tardo Salvator Rosa, e si fonde con le innovazioni di artisti quali John Constable e William Turner la cui fama viene portata nella capitale del Regno di Napoli dai romantici impegnati nel Grand Tour, il viaggio obbligatorio di ogni artista del tempo nelle grandi città d'arte italiane.

A questo va aggiunto anche il fenomeno dilagante di un'arte minore quale la pittura di paesaggi su fogli e piccole tele da vendere ai turisti giunti a Napoli, immortalando i paesaggi del Vesuvio, di Pompei, delle isole o di altri scorci della città.

A portare alla nascita di una vera corrente pittorica di questo tipo è Antonio Pitloo, giovane olandese che giunge a Napoli nel 1815, dopo un soggiorno a Parigi a contatto con paesaggisti seguaci di Valenciennes, dove muore nel 1837, lasciandovi una grande eredità. Pitloo unisce tutte queste istanze pre-paesaggistiche e introduce per primo a Napoli la tecnica della pittura en plein air ("all'aria aperta", quella di Monet e degli impressionisti francesi), dipingendo in splendidi olii ricchi di luce ed effetti cromatici i paesaggi più classici della città partenopea.

Il laureato, di Giacomo Di Chirico

Simile nel soggetto, ma piuttosto difforme nella tecnica, è invece l'arte di Giacinto Gigante, figlio di un altro pittore, Gaetano, che in tarda età abbraccerà anch'egli la scuola di Posillipo. Dopo aver studiato con Pitloo, Gigante unisce le nuove tecniche acquisite con le sue abilità (era anche tipografo) e crea piccoli quadri - in maggioranza acquerelli - immortalando grandi e suggestivi paesaggi (Amalfi, Capri, Caserta, il Vesuvio) con un taglio quasi fotografico.

La Scuola di Posillipo vanta molti artisti minori (Achille Vianelli, Gabriele Smargiassi, Salvatore Fergola, Frans Vervloet, Gustavo Witting), ma esaurisce completamente il suo corso verso il 1860, lasciando brillare altre personalità slegate da questa corrente quali tra tutti Domenico Morelli, che operò completamente nell'Accademia di Belle Arti di Napoli (come studente, docente, direttore e presidente) e la cui arte fonde verismo a tardo-romanticismo a modelli neoseicenteschi, e che nell'ottobre del 2005 sarà protagonista di una grande mostra a tema a Castel Sant'Elmo; tra gli altri, da citare Pasquale Di Criscito, allievo del Morelli, di cui è possibile ammirare il sipario di scena del teatro Bellini e soprattutto il soffitto del teatro Giuseppe Verdi di Salerno. Importante fu anche Giacomo Di Chirico, di origini lucane, le cui opere, inizialmente ritraenti soggetti storici, divennero poi rappresentazioni folkloristiche della sua regione, che riscossero un grande successo all'estero (in particolare in Francia). Tra i suoi meriti, Di Chirico ricevette la croce di “Cavaliere d’Italia” dal re Vittorio Emanuele II.[3]

[modifica] Il Novecento: dalla secessione dei ventitré alla Transavanguardia

La pittura napoletana di inizio Novecento è influenzata enormemente dalle esperienze precedenti e soprattutto dalla Scuola di Posillipo, limitandosi però talora ad un vedutismo locale e ad un pittoricismo di facile fruizione, pur in presenza di artisti di altissimo profilo tecnico ed artistico, quali Antonio Asturi, Gaetano Bocchetti, Roberto Carignani, Antonio Bresciani, Leon Giuseppe Buono, Rubens Capaldo, Nicolas De Corsi, Giovanni Brancaccio, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Luigi Crisconio, Francesco Galante, Vincenzo Irolli, Ermogene Miraglia, Attilio Pratella, Oscar Ricciardi, Eugenio Scorzelli, Carlo Striccoli, Amerigo Tamburrini, Carlo Verdecchia, Gennaro Villani, Eugenio Viti.

L’inizio del secolo vede comunque un gruppo di giovani artisti napoletani, tra i quali Eugenio Viti, Edgardo Curcio e Gennaro Villani, che in contrapposizione alla pittura accademica e ufficiale di quegli anni, danno vita alla cosiddetta secessione dei ventisette. In polemica con la pittura accademica del chiaroscuro e della prospettiva, rifiutando i temi storici e mitologici alla Morelli, si rivolgono con occhio attento alle esperienze impressioniste e post-impressioniste di oltralpe.

Sempre ad inizio secolo anche Napoli subisce il fascino del futurismo, soprattutto con Emilio Notte, Francesco Cangiullo e i circumvisionisti di Luigi Pepediaz.

Sono di questi anni altri movimenti artistici napoletani come il “Gruppo Flegreo” che intendeva rivitalizzare la tradizione pittorica meridionale, quello degli “Ostinati”, più vicino alle esperienze artistiche del ‘900 o i pittori del Quartiere latino”, accomunati da uno stile di vita e artistico bohemiènne; un caso a parte rappresenta Mario Cortiello lo Chagall napoletano.

È però il critico napoletano Achille Bonito Oliva, teorico della “Transavanguardia” a ridare, più di ogni altro, energia e respiro internazionale alla pittura napoletana e campana. La Transavanguardia, con caratteristiche peculiari in ogni artista, recupera la tradizione pittorica e il genius loci, superando il concettualismo dei movimenti artistici del '900. Ben tre dei “magnifici cinque” della Transavanguardia sono campani: Mimmo Paladino, Nicola De Maria e Francesco Clemente.

[modifica] Note

  1. ^ Carlo Sellitto, primo caravaggesco napoletano (catalogo mostra), Napoli 1977.
  2. ^ Ulisse Prota - Giurleo, Pittori montemurresi del '600, Comune di Montemurro, 1952.
  3. ^ Enrico Castelnuovo, La Pittura in Italia: l'Ottocento, Volume 2, Electa, 1991, p. 805

[modifica] Bibliografia

  • Ulisse Prota - Giurleo, Pittori montemurresi del '600, Comune di Montemurro, 1952
  • Achille della Ragione, Il secolo d'oro della pittura napoletana, Napoli 1997 - 2001

[modifica] Voci correlate

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