Domenichino

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Santa Cecilia, 1617, Parigi, Louvre
La caccia di Diana, 1617, Roma, Galleria Borghese
Il martirio di S. Pietro, ca 1626, Bologna, Pinacoteca Nazionale
La cupola e il coro di S. Andrea della Valle a Roma
Rimprovero di Adamo ed Eva, 1633, Grenoble, Musée des Beaux-Arts

Domenico Zampieri detto il Domenichino (Bologna, 21 ottobre 1581Napoli, 6 aprile 1641) è stato un pittore italiano.

Fervente fautore del classicismo, nei suoi dipinti, dove il disegno, appreso da Ludovico Carracci, assume un ruolo preponderante, tende a realizzare composizioni di semplicità e chiarezza narrativa, trasfigurate in un ideale di bellezza classica.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Si è detto che fosse chiamato Domenichino per la piccola statura, è più probabile che il nomignolo si riferisse alla sua ingenuità e alla morbosa timidezza della sua indole.

Figlio del calzolaio Giovan Pietro e di Valeria, dapprima si dedica a studi umanistici, di grammatica e retorica, ma mostra subito tali interessi artistici che il padre gli permette di frequentare un apprendistato nell'atelier bolognese di Denijs Calvaert insieme col fratello maggiore – che rinuncerà bel presto alla pittura per tornare nella bottega paterna. Domenico ha per compagni di studio Guido Reni e Francesco Albani, col quale si lega in fraterna amicizia e di cui condivide l'orientamento classicista.

Quando il collerico Calvaert lo sorprende a copiare stampe di Agostino Carracci, lo caccia dalla bottega nel 1595 e Domenichino trova accoglienza nell'Accademia degli Incamminati retta, in assenza di Annibale Carracci allora operoso a Roma, da Agostino e Ludovico Carracci; insieme con Ludovico, col Reni e l'Albani, collabora alle decorazioni dell'oratorio di San Colombano, presso Bologna, realizzando la Deposizione nel sepolcro.

Nel 1601 lascia Bologna per trasferirsi a Roma, insieme all'amico Francesco Albani, per studiare le opere di Raffaello e collaborare con Annibale Carracci, al tempo forse il più apprezzato pittore operante a Roma. La data «A dì 12 aprile 1603 in Roma», appare nel suo Ritratto di giovane del museo di Darmstadt, dove un giovane, vestito di nero e col cappello serrato sul petto, è inquadrato dagli stipiti di una porta contro il paesaggio che si apre sulla campagna, benché in passato fosse considerato un autoritratto, non corrisponde ai tratti somatici dell'artista descritti nelle fonti letterarie, forse si tratta del ritratto di Antonio Carracci, figlio di Agostino. Dello stesso anno sono anche il Cristo alla colonna della raccolta Hazlitt di Londra e la Pietà di Brocklesby Park, in Gran Bretagna.

Nel 1604 dipinge per il cardinale Agucchi la Liberazione di san Pietro nella chiesa di San Pietro in Vincoli, diventando amico del cardinale, nei loro colloqui prende parte alla formulazione teorica del movimento classicista.

Domenichino si dedica soprattutto all'affresco: grazie al cardinale Girolamo Agucchi, ottiene la prima commissione pubblica a Roma per i tre affreschi nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo (1604-1605); per i Farnese partecipa ai lavori di completamento della decorazione della Galleria di Palazzo Farnese (1604-1605) dipingendo la Fanciulla e l'unicorno (1604 – 1605) per la serie degli Amori degli dei, e tre paesaggi mitologici, tra cui La morte di Adone, nella Loggia del Giardino; inizia nel 1608 l'affresco con la Flagellazione di sant'Andrea nell'oratorio della chiesa di San Gregorio al Celio, dove inserisce le piccole figure in una piazza romana chiusa da un muro e dalle colonne di un tempio con nello sfondo a sinistra una città antica e collabora con l'Albani alle decorazioni di Palazzo Mattei a Roma, affrescando una Rachele al pozzo.

Grazie all'appoggio di monsignor Giovanni Battista Agucchi, segretario del cardinale Pietro Aldobrandini, "cardinal nepote" di Clemente VIII Aldobrandini e fratello del cardinale Girolamo Agucchi, del quale fa un ritratto, ora agli Uffizi, secondo la tradizione raffaellesca, Domenichino ottiene la commissione di affrescare con le Storie di San Nilo la Capella dei Santissimi Fondatori, nell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata (1608 - 1610), il cui priore è Odoardo Farnese.

Il 30 settembre 1609 ottiene un pagamento per gli affreschi con le Storie di Diana nel palazzo Giustiniani a Bassano Romano, in provincia di Viterbo.

Intorno al 1610 dipinge, eccezionalmente su tavola, il Paesaggio con san Girolamo, ora nella Glasgow Art Gallery. La figura del leone, secondo la leggenda guarito da Girolamo, è derivata da una xilografia di Tiziano, confermando l'attenzione per l'arte veneziana nella pittura di paesaggio dei Carracci e di Domenichino.

Le prime commissioni indipendenti arrivano all'inizio del secondo decennio del secolo, con la decorazione, commissionatagli da Pierre Polet, della cappella della propria famiglia in San Luigi dei Francesi; impiega tre anni a terminare le Storie di santa Cecilia, con le figure che derivano direttamente da statue classiche e dall'opera di Raffaello; intanto aveva dipinto La comunione di san Girolamo per la chiesa di San Girolamo della Carità, dove Filippo Neri aveva fondato il suo oratorio, ma ora nei Musei Vaticani. Il dipinto prende spunto da una lettera del XIV secolo, ma allora ritenuta scritta nel V secolo da Eusebio da Cremona, che descrive i particolari della morte del santo a novantasei anni, emaciato dalle privazioni. Al centro della tela è l'ostia, per sottolineare, secondo i dettami del Concilio di Trento, la reale presenza di Cristo nella comunione. Eseguito per l'altare maggiore di San Girolamo della Carità, il dipinto mostra riferimenti evidenti con la tela eseguita da Agostino Carracci per la chiesa bolognese di San Girolamo alla Certosa, riprendendone il colorismo raffinato e l'attenzione agli effetti psicologici dei personaggi; rispetto al dipinto di Agostino, Domenichino inverte la composizione e diminuisce il numero dei personaggi.

Nel 1615 termina L'angelo custode per una chiesa di Palermo, ora al museo di Capodimonte di Napoli.

Grazie a Giovanni Battista Agucchi il Domenichino riceve l'incarico di eseguire una serie di paesaggi ad affresco nella villa Aldobrandini a Frascati (1616 - 1618), tra i quali le Storie di Apollo ora nella National Gallery di Londra e ha il tempo di recarsi a Fano per affrescare con le Storie della Vergine la cappella Nolfi nel Duomo.

Nel 1617 riceve il pagamento per la Caccia di Diana nella Galleria Borghese e la Sibilla ora alla Pinacoteca Capitolina, e viene collocata nel soffitto della chiesa di Santa Maria in Trastevere la tela dell'Assunta.

La Caccia di Diana fu commissionata dal cardinale Pietro Aldobrandini per la sua galleria, dove doveva apparire accanto ai Baccanali di Giovanni Bellini, Tiziano e Dosso Dossi, portati dal cardinale da Ferrara.

Scipione Borghese lo volle però per sé e lo fece prelevare con la forza dallo studio del pittore, che fu trattenuto per alcuni giorni in prigione. L'episodio raffigurato è tratto dall'Eneide (V, 485-518) in cui Virgilio narra la gara svoltasi tra gli uomini di Enea per colpire una colomba in volo legata all'albero della nave, ma qui diversamente contestualizzata entro una caccia mitologica. La disposizione delle figure con la ninfa in primo piano che guarda all'esterno, fa sì che l'attenzione dello spettatore si diriga alla dea e di qui al paesaggio lacustre.

L'artista lascia Roma nel 1618, fermandosi a Bologna per eseguire la pala della Madonna del Rosario prima di stabilirsi a Fano. Torna a Bologna in aprile per sposare Marsibilia Barbetti: il primo figlio viene battezzato nella chiesa di San Petronio a Bologna dal cardinale Alessandro Ludovisi, che tre giorni dopo diventerà papa, col nome di Gregorio XV.

Chiamato nel 1621 a Roma dal nuovo pontefice, il primo aprile è nominato architetto generale della Camera apostolica, ma non progetterà alcun edificio; nel 1622 ottenne l'incarico di affrescare i pennacchi e il coro della basilica di Sant'Andrea della Valle, e qualche anno dopo, di dipingere le storie della vita del santo nell'abside.

Qui l'artista forza il suo linguaggio classico verso una composizione più ariosa e verso un recupero della resa atmosferica del maestro Ludovico Carracci in aperta competizione col Lanfranco a cui, dopo la morte del cardinale Alessandro Peretti Montalto, committente degli affreschi di Sant'Andrea della Valle, e del papa Gregorio XV, venne affidata la decorazione della cupola, infatti negli evangelisti dipinti sui pennacchi della volta, alle reminiscenze raffaellesche e michelangiolesche, si aggiunge una forte nota correggesca, mentre nei singoli episodi della vita del santo, ancora rigorosamente separati da costoloni decorati, lo scenario è allargato e nei modi ricorda alcuni assunti di Ludovico Carracci.

Domenichino dedica sei anni a quest'impresa, ma contemporaneamente produce molte tele: due Storie di Ercole al Louvre, la pala d'altare della Conversione di San Paolo di Volterra, per San Pietro Il martirio di San Sebastiano (1625-1630), ora in Santa Maria degli Angeli, e il Martirio di san Pietro Martire, ispirato a un celebre ma perduto quadro del Tiziano, anche se nelle figure, lineari e asciutte, non vi è nulla di tizianesco, mentre il prevalente paesaggio può ricordare il Veronese.

Nel 1623 inizia il Rimprovero ad Adamo ed Eva, che sarà donato dall'architetto André le Nôtre a Luigi XIV nel 1693. Eseguita su rame con una forte attenzione ai contrasti cromatici, l'opera ricorda la produzione di Adam Elsheimer, e, soprattutto di Paul Brill.

La figura del Padreterno è una citazione michelangiolesca dalla volta della Sistina, mentre gli animali in primo piano simboleggiano - il leone e l'agnello, secondo citazioni bibliche e virgiliane - la pacifica convivenza dell'età dell'oro, mentre il cavallo che, da Geremia, simboleggia la lussuria, annuncia la fine, col peccato originale, di quella mitica età.

La cupola del Domenichino nella Reale cappella del tesoro di San Gennaro (Napoli)

Nel 1626 partecipa al concorso per il progetto della chiesa di Sant'Ignazio mentre nel 1628 inizia gli affreschi di San Carlo ai Catinari che termina nel 1630. Il 23 marzo di quest'anno accetta, in una lettera inviata a Napoli, l'incarico per la Cappella del Tesoro nel Duomo offertogli dai Deputati della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Terminati nel giugno gli affreschi di San Carlo ai Catinari, nel novembre si trasferisce a Napoli.

Contrastato da artisti napoletani, quali Belisario Corenzio, Jusepe de Ribera e Battistello Caracciolo, gelosi della sua fortuna, non apprezzato dal Viceré e angustiato, per motivi di interesse, da suoi famigliari, nell'estate del 1634 abbandona la città per Frascati, dove è ospitato nella villa degli Aldobrandini. I Deputati del Tesoro di San Gennaro fanno di tutto per far tornare il Domenichino, arrivando a sequestrare la moglie e la figlia che erano rimaste a Napoli, cosicché, all'inizio dell'anno successivo, fa ritorno nella città partenopea per proseguire i lavori.

Nel 1637 riceve il pagamento per nove affreschi della Cappella del Tesoro, il primo novembre in una lettera a Francesco Albani spiega gli intenti simbolici della Madonna del Rosario. Nel mese di giugno 1638 comincia a dipingere la cupola della Cappella; nei pennacchi, continuando le tendenze sviluppate in quelli di Sant'Andrea, riempì gli spazi sferici con una moltitudine di figure gesticolanti che sembrano pietrificate.

Nel 1640 è documentato un altro pagamento per il Martirio di san Gennaro. Il 3 aprile 1641 stende il suo testamento e muore tre giorni dopo.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Opere attribuite[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Monografie:

  • John Pope-Hennessy, The Drawings of Domenichino at Windsor Castle, Londra, 1948
  • Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Domenichino, ovvero Classicismo del Primo-Seicento, Roma, 1963
  • Evelina Borea, Domenichino, Milano, 1965
  • Richard E. Spear, Studies in the Early Art of Domenichino, tesi di laurea, Princeton University, 1965
  • Id., Domenichino, I e II tomo, Yale-New Haven-Londra, 1982
  • Domenichino, storia di un restauro. Gli affreschi di Domenichino nella Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli; restauro dal giugno 1986 al dicembre 1987, Napoli, 1987
  • Anna Coliva, Domenichino - Art Dossier n. 118, Firenze, 1992
  • Domenichino 1581-1641, catalogo della mostra a cura di Claudio Strinati e Almamaria Tantillo, Milano, 1996
  • Classicismo e natura: la lezione di Domenichino catalogo della mostra a cura di Sergio Guarino e Patrizia Masini, Roma, 1996
  • Julian Kliemann, Il bersaglio dell'arte: la caccia di Diana di Domenichino nella Galleria Borghese, Roma, 2001
  • Elizabeth Cropper, The Domenichino affair: novelty, imitation, and theft in seventeenth-century Rome, New Haven, 2005

Articoli, saggi, contributi:

  • Maria Vittoria Brugnoli, Gli affreschi dell'Albani e del Domenichino nel Palazzo di Bassano di Sutri in «Bollettino d'arte» n. 4 (1957), pp. 266–277
  • Evelina Borea, Domenichino a Fano in «Arte Antica e Moderna» n. 8 (1959), pp. 420–427
  • John R. Martin, Disegni del Domenichino per la Galleria Farnese e per la camera di Diana nel Palazzo di Bassano di Sutri in «Bollettino d'arte» n. 4 (1959), pp. 41–45
  • Evelina Borea, Aspetti del Domenichino paesista in «Paragone» n. 6 (1960), pp. 8–16
  • Ead., La restaurata Cappella di S. Cecilia in S. Luigi dei Francesi in «Bollettino d’arte» n. 46, pp. 237–254
  • Ead., Due momenti del Domenichino paesista. Le “Mitologie” di Palazzo Farnese e della Villa Aldobrandini in «Paragone» n. 14 (1963), pp. 22–33
  • Donald Posner, Domenichino and Lanfranco: the early development of baroque painting in Rome in Essays in honor of Walter Friedlaender - «Marsyas, Supplement» n. 2, a cura di Walter Cahn e Marcel Franciscono (1965), pp. 135–146
  • Evelina Borea, Varie su Domenichino in «Paragone» n. 17, pp. 63–70
  • Richard E. Spear, Domenichino's early frescoes at S. Onofrio in «Arte antica e moderna» n. 34/36 (1966), pp. 223–231
  • Id., Domenichino and the Farnese "Loggia del Giardino" in «Gazette des beaux-arts» n. 69 (1967), pp. 169–175
  • Id., Further preparatory drawings by Domenichino in «Master drawings» n. 17 (1979), pp. 245–260
  • Franco Strazzullo, Il restauro delle pitture del Domenichino nella Cappella di S. Gennaro a Napoli in «Atti dell'Accademia Pontaniana» n. 36 (1987), pp. 93–115
  • Giuseppina Boiani Tombari, Note sulla "Madonna di Loreto" del Domenichino già in S. Francesco a Fano in «Nuovi studi fanesi» n. 4 (1989), pp. 105–113
  • Richard E. Spear, Domenichino addenda in «The Burlington magazine» n. 131 (1989), pp. 5–16
  • Charles Dempsey, The most difficult iconographical problem in the world: Domenichino's Madonna of the Rosary in Il luogo ed il ruolo della città di Bologna tra Europa continentale e mediterranea - atti del colloquio (Bologna, 1990) a cura di Giovanna Perini (1992) pp. 341–358
  • Anna Coliva, Gli affreschi di Domenichino in Sant'Andrea della Valle a Roma: effetto quadro in «Art e dossier» n. 104 (1995), pp. 20–24
  • Silvia Ginzburg Carignani, Giovanni Battista Agucchi e la sua cerchia in Poussin et Rome - Actes du colloque (Roma, 1994) a cura di Olivier Bonfait e Christoph L. Frommel (1996), pp. 273–291
  • Federica Di Napoli, Il Domenichino nell'Oratorio di S. Andrea al Celio in «I beni culturali» n. 4/5 (1996), pp. 30–37
  • Enrico Parlato, Domenichino pittore 1581-1641 in «I beni culturali» n. 6, (1997), pp. 38–41
  • Olivier Bonfait, La renommée et la réception: Dominiquin et la France au XVIIe siècle in «Bulletin de la Société de l'Histoire de l'Art Français» 1997(1998), pp. 63–84
  • Giulia Cosmo, Le fonti del Domenichino: alla ricerca del classico in «Art e dossier» n. 134 (1998), pp. 23–26
  • Simonetta Tozzi e Fabio Fiorani, Il disegno preparatorio per uno degli affreschi del Domenichino in S. Silvestro al Quirinale in «Bollettino dei musei comunali di Roma» n. 11, (1998), pp. 164–170
  • Almamaria Tantillo, Domenichino in L'idea del bello: viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori catalogo della mostra a cura di Evelina Borea e Carlo Gasparri (2000) vol. 2, pp. 321–341
  • Maria Grazia Bernardini, Gli Evangelisti del Domenichino in Sant'Andrea della Valle a cura di Alba Costamagna, Daniele Ferrara e Cecilia Grilli (2003), pp. 265–285
  • Maria Letizia Paoletti, Un'inedita "Erminia tra i pastori" del Domenichino in «Paragone» n. 54 (2003), pp. 3–14
  • Arnold A. Witte, Liturgy, history and art: Domenichino's Cappella dei Santi Fondatori in «The Burlington magazine» n. 145 (2003), pp. 777–786
  • Anna Maria Pedrocchi, Precisazioni su Reni, Domenichino, Lanfranco e Badalocchio nei cantieri di San Gregorio al Celio e San Sebastiano fuori le mura in «Monumenti di Roma» n. 1 (2003), pp. 109–120
  • Paola Caretta, Copie e repliche nell'opera di Domenichino: il caso della "Madonna delle Rose" in «Storia dell'arte» n. 108 (2004), pp. 95–124
  • Augusto Gentili, La magnifica ossessione. Domenichino, San Nilo e l'indemoniato in Magici paesaggi: immagini di Frascati e dintorni nei libri e nei dipinti dei viaggiatori fra Sette e Ottocento a cura di Andreina Fasano (2008), pp. 139–149
  • Antonella Pampalone, Ipotesi per una "Accademia" di Domenichino intorno al 1630: Francesco Cozza, Gregorio Preti, Antonino Barbalonga in Francesco Cozza e il suo tempo - Atti del convegno (Valmontone, 2008) a cura di Claudio Strinati, Rossella Vodret e Giorgio Leone (2009), pp. 91–113
  • Paola Sannucci, Luce e colore nei pennacchi del Domenichino a Sant'Andrea della Valle in «Kermes» n. 75 (2009), pp. 44–54
  • Stefano Pierguidi, La freccia in aria, ovvero la rappresentazione del tempo in pittura: "La caccia di Diana" di Domenichino e "Le tre Parche" di Simon Vouet in «Les cahiers d'histoire de l'art» n. 7.(2009), pp. 20–25

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