Giovanni Battista Agucchi

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Giovanni Battista Agucchi
arcivescovo della Chiesa cattolica
Domenichino - Portrait of Monsignor Giovanni Battista Agucchi - YORAG 787.jpg
Mons. Giovan Battista Agucchi ritratto da Annibale Carracci
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Nato 1570
Consacrato vescovo 19 novembre 1623
Deceduto 1632

Giovanni Battista Agucchi (Agocchi, Agucchia, Dalle Agocchie) (Bologna, 1570San Salvatore, 1632) è stato un diplomatico pontificio, arcivescovo cattolico e scrittore ed esperto d'arte italiano, fratello del cardinale Girolamo Agucchi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1591 accompagnò in Francia lo zio cardinale Filippo Sega e fu, tra il 1600 e il 1601, con il cardinale Pietro Aldobrandini nella sua ambasciata per il trattato di Lione e il matrimonio di Enrico IV di Francia; restò al servizio a Ravenna e a Roma fino al 1615. Nel 1623 venne nominato da papa Urbano VIII arcivescovo titolare di Amasea e nunzio a Venezia.

Si dedicò a studi astronomici (fu in rapporti epistolari con Galileo Galilei e scrisse il trattato De cometis andato perduto), storici e letterari. Ebbe solidi rapporti d’amicizia e fu un grande estimatore sia di Annibale Carracci sia dell’allievo di questi Domenico Zampieri, detto il Domenichino e scrisse il Trattato della pittura, che sviluppa la teoria classicistica del bello anticipando Giovanni Pietro Bellori.

Il Trattato dell’Agucchi fu redatto probabilmente intorno al 1610, ma non venne dato alle stampe. Esso ci è parzialmente noto in quanto uno stralcio dello scritto venne inserito nella prima edizione delle Arti di Bologna - raccolta di incisioni tratte da disegni di Annibale Carracci - pubblicata a Roma nel 1646, a cura di Giovanni Antonio Massani, segretario dell’Agucchi. Si ipotizza che il Bellori fosse in possesso del manoscritto di questo Trattato.

Tra i suoi scritti in campo artistico va fatta menzione anche di una lunga e al tempo celebre ekphrasis della Venere dormiente con amorini di Annibale Carracci (Museo Condé di Chantilly), scritto che conosciamo in quanto integralmente riportato da Carlo Cesare Malvasia nel suo Felsina Pittrice (1678).

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