Basilica di Santa Chiara (Napoli)

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Coordinate: 40°50′47.36″N 14°15′11″E / 40.84649°N 14.253055°E40.84649; 14.253055

Basilica di Santa Chiara
Esterno
Esterno
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Chiara d'Assisi
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Stile architettonico gotico
Inizio costruzione 1310
Completamento 1330[1]
« Munastero 'e Santa Chiara / tengo 'o core scuro scuro... / Ma pecché, pecché ogne sera, / penzo a Napule comm'era, / penzo a Napule comm'è... »
(Questa canzone venne scritta in memoria della semi-distruzione della basilica, in seguito ai bombardamenti aerei del 4 agosto 1943, data in cui il notevole interno barocco andò distrutto)

La basilica di Santa Chiara, con l'adiacente complesso monastico, entrambi conosciuti anche come monastero di Santa Chiara, è un edificio di culto di Napoli.

Edificato tra il 1310 e il 1340 su un complesso termale romano del I secolo d.C., per volere di Roberto d'Angiò e della regina Sancha d'Aragona, nei pressi dell'allora cinta muraria occidentale, oggi piazza del Gesù Nuovo, al convento faceva parte anche il complesso delle Clarisse, oggi luogo di culto a sé.[2]

Si tratta della più grande basilica gotica della città.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Voluta da Roberto d'Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca, fu chiamato all'edificazione della chiesa l'architetto Gagliardo Primario che avviò i lavori nel 1310 e li terminò nel 1328, per aprire al culto definitivamente nel 1330. La chiesa, costruita in forme gotiche provenzali, assurse ben presto a una delle più importanti di Napoli.[2]

Nella basilica di Santa Chiara, il 14 agosto 1571, vennero solennemente consegnate a don Giovanni d'Austria, il vessillo pontificio di Papa Pio V ed il bastone del comando della coalizione cristiana prima della partenza della flotta della Lega Santa per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani. Lepanto, una delle più grandi battaglie navali della storia, fu un momento fondamentale per la salvezza della Cristianità e del mondo occidentale.

Nel 1590 fu a lungo custode del regio monastero di S.Chiara, Antonino da Patti, autore di varie grazie e miracoli sui malati, diverrà Venerabile.

Tra il 1742 e il 1796 venne ampiamente ristrutturata in forme barocche da Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore.[2] Gli interni furono abbelliti con opere di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito; mentre Ferdinando Fuga eseguì il pavimento decorato.[3]

Durante la seconda guerra mondiale un bombardamento degli Alleati del 4 agosto 1943 provocò un incendio durato quasi due giorni che distrusse l'interno della chiesa quasi interamente, perdendo così tutti gli affreschi eseguiti nel XVIII secolo.[2] Nell’ottobre 1944 Padre Gaudenzio Dell'Aja fu nominato "rappresentante dell'Ordine dei Frati Minori per i lavori di ricostruzione della basilica", alla cui ricostruzione partecipò in prima persona. In seguito, i massicci e discussi lavori di ristrutturazione riportarono la basilica all'aspetto originario trecentesco omettendo in questo modo il ripristino delle aggiunte settecentesche. I lavori terminarono definitivamente nel 1953 e la chiesa fu riaperta al pubblico.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Esterno[modifica | modifica sorgente]

Campanile

La basilica di Santa Chiara sorge sul lato nord-orientale di piazza del Gesù Nuovo, di fronte alla chiesa omonima, ed ha il suo ingresso su via Benedetto Croce. Questo è costituito da un grande portale gotico del XIV secolo, con arco ribassato e lunetta priva di decorazioni, sormontata da un'unghia aggettante di lastre di piperno. Il sagrato antistante la chiesa è recintato da un alto muro.

La facciata presenta una struttura a capanna ed è preceduta da un pronao a tre arcate ogivali, di cui quella centrale inquadra il portale di marmi rossi e gialli con lo stemma di Sancha. In alto, al centro, si apre il rosone, il quale è stato in gran parte reintegrato durante la ricostruzione.

Alla sinistra della chiesa, si eleva la torre campanaria trecentesco, in seguito restaurata in stile barocco. Il campanile è a pianta quadrata e si articola su tre ordini separati da cornicioni marmorei. Mentre l'ordine inferiore ha un paramento in blocchi di pietra, i due superiori sono in mattoncini con lesene marmoree, tuscaniche in quello inferiore e ioniche in quello superiore.

Interno[modifica | modifica sorgente]

Interno
Il presbiterio con al centro il sepolcro di Roberto d'Angiò

La basilica è lunga circa 130 metri (compreso il coro delle monache), alta 45 (la chiesa a navata unica tra le più alte d'Europa) e larga circa 40[senza fonte].

Tra il 1742 e il 1762 l'aspetto gotico fu celato da decorazioni barocche progettate da Domenico Antonio Vaccaro, Gaetano Buonocore e da Giovanni del Gaizo. La volta fu decorata da stucchi e affreschi di Francesco De Mura, Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca e Paolo de Maio. Il bombardamento alleato del 1943 distrusse il tetto e la decorazione barocca, mentre le opere scultoree furono totalmente o parzialmente danneggiate; quelle sopravvissute, dopo la ricostruzione, furono spostate in un altro luogo, tranne il pavimento disegnato da Ferdinando Fuga.

L'interno risulta attualmente formato da un'unica navata rettangolare, disadorna e senza transetti, con dieci cappelle per lato. Nella zona presbiteriale sono posti sulla parete di fondo il sepolcro di Roberto d'Angiò, opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini. Ai lati del sepolcro del re ci sono quelli di Maria di Durazzo (a sinistra) e del primogenito Carlo, Duca di Calabria (a destra), databili 1311-1341 con il primo attribuito ad ignoto maestro durazzesco, mentre il secondo a Tino di Camaino. Sulla parete sinistra del presbiterio invece vi è il Sepolcro di Maria di Valois, databile 1331 ed anch'esso del Camaino. Di fronte ai monumenti funebri invece vi è il trecentesco altare maggiore di autore ignoto, con un crocifisso ligneo del XIV secolo, di ignoto autore probabilmente senese. A destra del presbiterio vi è l'accesso alla barocca sagrestia con affreschi e arredi mobiliari risalenti al 1692; in una sala adiacente si può ammirare un panno ricamato del XVII secolo. Altri due ambienti di passaggio, il primo decorato da maioliche del XVIII secolo e il secondo con affreschi di un pittore fiammingo del XVI secolo, si passa di fronte ad una scalinata chiusa al pubblico che sale al convento e quindi, per un portale gotico, si accede al "Coro delle monache".

Sulla controfacciata si trova al lato sinistro il Sepolcro di Agnese e Clemenza di Durazzo, opera di Antonio Baboccio da Piperno, sulla destra invece resti di un affresco vicino a Giotto.

Tracce di affreschi trecenteschi

Nelle venti cappelle ci sono principalmente sepolcri monumentali realizzati tra il XIV e il XVII secolo, appartenenti ai personaggi di nobili famiglie napoletane.

A sinistra, nella prima cappella c'è la tomba di Salvo D'Acquisto. Nella quinta cappella, di san Francesco d'Assisi, si trovano alle pareti laterali due sarcofagi della famiglia Del Balzo, con a sinistra Raimondo ed a destra la moglie Isabella. Sulla parete frontale invece vi è una scultura raffigurante San Francesco d'Assisi, opera seicentesca attribuita ad un seguace di Annibale Caccavello circondata da medaglioni marmorei raffiguranti altri componenti della famiglia Del Balzo. La volta presenta decorazioni barocche tipiche del XVII secolo. La sesta cappella, dedicata a Santa Maria degli Angeli, presenta sepolcri della famiglia De Vivo Piscicelli e due bassorilievi trecenteschi con il Martirio della moglie di Massenzio.

Cappella di san Francesco d'Assisi

La prima cappella a destra ospita sulle pareti laterali monumenti funebri trecenteschi del Cavaliere del Nodo e Antonio Penna, quest'ultima opera di Antonio Baboccio da Piperno. Sulla parete frontale invece tracce di affreschi di scuola giottesca. La seconda cappella ospita un affresco di ignoto pittore locale post giottesco e monumenti sepolcrali della famiglia Del Balzo. La terza e la quarta cappella sono congiunte ed ospitano, la prima, un dipinto settecentesco di San Pietro d'Alcantara (a cui è dedicata la cappella) ed un sepolcro monumentale di ignota nobildonna di pregevole fattura attribuito al Maestro durazzesco, la seconda, dedicata invece a Sant'Antonio da Padova, un dipinto sul santo di ignoto autore seguace di Luca Giordano, decorazioni marmoree sepolcrali sulla famiglia Carbonelli di Letino. La settima cappella ospitava sulla parete di sinistra, fino ai rifacimenti barocchi, il sepolcro di Ludovico di Durazzo, figlio di Carlo di Calabria e Maria di Durazzo, morto in tenera età. Dai lavori settecenteschi, del monumento trecentesco di Pacio Bertini rimane superstite solo l'altorilievo raffigurante un bambino in fasce portato in cielo da angeli. Sulla parete frontale invece vi è una pala d'altare, da cui prende il nome la cappella, di Marco da Siena raffigurante l'Adorazione di Gesù Bambino. Fa storia a sé la nona cappella a destra che ha conservato la struttura barocca ed è attualmente il sepolcreto ufficiale dei Borbone, dove riposano i Sovrani delle Due Sicilie, da Ferdinando I a Francesco II.

Navata e cappelle del lato destro

Il coro delle monache è concepito come una piccola chiesa riprendendo una sala capitolare. Questo conserva l'arcosolio del Re Roberto degli scultori Giovanni e Pacio Bertini, e, sulle pareti, resti di affreschi sulle Storie Neotestamentarie e l'Apocalisse di Giotto e frammenti di alcuni affreschi rinascimentali.[4]

Organo a canne[modifica | modifica sorgente]

Nella basilica di Santa Chiara si trova l'organo a canne Mascioni opus 825, costruito nel 1962[5].

Esso, collocato in due corpi separati alla sinistra e alla destra dell'altare all'interno del transetto, è composto da 2327 canne per un totale di 40 registri suddivisi fra le tre tastiere di 61 note ciascuna e la pedaliera concavo-radiale di 32 note. La trasmissione è integralmente elettrica.

Di seguito la sua disposizione fonica:

Chiostri[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chiostri di Santa Chiara.
Il chiostro maiolicato

I chiostri di Santa Chiara sono tre e fanno parte dell'adiacente museo dell'Opera:

  1. Chiostro delle Clarisse;
  2. Chiostro dei Frati Minori;
  3. Chiostro di Servizio.

Museo dell'Opera di Santa Chiara[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo dell'Opera di Santa Chiara.

Nel complesso monumentale, al piano terra del "chiostro delle Clarisse", è ospitato il "museo dell'Opera di Santa Chiara", nato con l'obiettivo di ricostruire la storia della fabbrica della chiesa. Il museo comprende varie sezioni che illustrano i resti archeologici rinvenuti sotto la basilica, ne narrano la storia ed espongono oggetti sacri, in particolare reliquari.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ la parte superiore ricostruita nel 1953
  2. ^ a b c d Il Complesso di Santa Chiara (campaniabeniculturali). URL consultato il 23 giugno 2012.
  3. ^ Sito ufficiale. URL consultato il 23 giugno 2012.
  4. ^ Questi cicli sono andati quasi interamente perduti durante i restauri barocchi e i bombardamenti alleati.
  5. ^ L'organo a canne. URL consultato il 18 maggio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Il Monastero di Santa Chiara, Electa-Napoli, 1995.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]