Chiesa del Gesù Nuovo

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Coordinate: 40°50′51.44″N 14°15′06.49″E / 40.847622°N 14.251803°E40.847622; 14.251803

Chiesa del Gesù Nuovo
Facciata della chiesa
Facciata della chiesa
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Gesù
Stile architettonico architettura rinascimentale e barocca
Inizio costruzione 1584
Completamento 1725

La chiesa del Gesù Nuovo o Trinità Maggiore è una delle più importanti chiese basilicali di Napoli; si erge in piazza del Gesù Nuovo ed è situata ad ovest dell'antico decumano inferiore.

La chiesa venne così chiamata per distinguerla dalla vecchia chiesa del Gesù. All'interno vi è inoltre custodito il corpo di san Giuseppe Moscati e le sue stanze private dentro le quali soggiornava.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Sanseverino[modifica | modifica sorgente]

Piazza del Gesù Nuovo fra il 1880 e il 1905
Foto Henderson

La chiesa, fu costruita tra il 1584 ed il 1601 sull'antico palazzo Sanseverino.

(LA)
« NOVELLUS DE SANCTO LUCANO ARCHITECTOR EGREGIUS OBSEQUIO MAGISQUAM SALARIO PRINCIPI SALERNITANO SUO ET DOMINO ET BENEFACTORI PRECIPUOHAS AEDES EDITIT ANNO MCDLXX »
(IT)
« Novello da San Lucano, architetto egregio, per più ossequio che per mercede innalzò questo palazzo al Principe di Salerno, suo signore e precipuo benefattore, l'anno 1470. »

Il palazzo, progettato da Novello da San Lucano, per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, fu ultimato nel 1470. Da Roberto passò al figlio Antonello che, per contrasti con la Corte Aragonese, subì la confisca dei beni e fu costretto a fuggire da Napoli.

Successivamente, suo figlio Roberto ottenne il perdono dal re di Spagna e la famiglia poté tornare nel palazzo dove tenne in seguito le celebri “accademie” che ne furono vanto. Ospite del palazzo fu l'Aretino, che vi incontrò i letterati napoletani Scipione Capece ed Antonio Mariconda.

Ai tempi di Ferrante Sanseverino ed Isabella il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sale affrescate, lo splendido giardino. Era inoltre un punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca nella persona di Bernardo Tasso, segretario di don Ferrante. Quando nel 1536 Carlo V venne a Napoli, reduce dalle sue imprese d'Africa (conquista di Tunisi), Ferrante lo accolse nel suo palazzo, organizzando in suo onore una festa sfarzosissima rimasta celebre nelle cronache dell'epoca.

Sotto il viceregno di don Pedro di Toledo, nel 1547 fu tentato di introdurre a Napoli l'inquisizione spagnola; il popolo si ribellò e Ferrante Sanseverino sostenne l'opposizione popolare[1]. Pur riuscendo ad impedire questa grave iattura per Napoli, tuttavia egli non poté evitare la vendetta degli spagnoli che gli confiscarono tutti i suoi beni e lo obbligarono nel 1552 ad andare in esilio.

Passati i beni dei Sanseverino al fisco e messi in vendita per volontà di Filippo II, nel 1584 il palazzo con i suoi giardini fu venduto ai gesuiti.

Chiesa[modifica | modifica sorgente]

La cupola (interno)

Entrati in possesso del palazzo, i Gesuiti incaricarono della ristrutturazione di tutto il complesso i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi. Essi sventrarono completamente il sontuoso palazzo, non risparmiando né le splendide sale né i giardini; le uniche parti che si salvarono furono la facciata a bugne[2] (riadattata alla chiesa) ed il portale marmoreo rinascimentale. La consacrazione avvenne il 7 ottobre 1601.

Particolare dell'altare
Particolare delle decorazioni del soffitto

Tra 1629 e il 1634 venne eretta la prima cupola con lavori diretti dal gesuita Agatio Stoia su progetti del Valeriano e del Provedi e nel 1635-1636 Giovanni Lanfranco affrescò la cupola con uno stupefacente Paradiso da tutti ammirato. Nel 1639 la chiesa, a causa di un incendio, fu sottoposta a lavori di restauro che furono diretti da Cosimo Fanzago. Nel 1652, Aniello Falcone fu incaricato di affrescare la volta della grande sacrestia, ma nel 1688 la cupola crollò a seguito del terremoto.

Tra il 1693 e il 1695 si procedette ai lavori di ricostruzione e completamento della chiesa: la cupola fu ricostruita da Arcangelo Guglielmelli e l'originale portale marmoreo rinascimentale fu arricchito con due colonne, due angeli e lo stemma dei Gesuiti "IHS". Nel 1717 tutto il complesso fu rinforzato, su progetto di Ferdinando Fuga, con l'erezione di contropilastri e sottarchi. Paolo De Matteis inoltre dipinse nella cupola ricostruita una Gloria della Vergine, affresco che tuttavia fece rimpiangere il perduto Paradiso del Lanfranco. Nel 1725 il cantiere del Gesù Nuovo si può dire concluso.

Nel 1767, dopo che i Gesuiti furono banditi dal regno di Napoli, la chiesa passò ai francescani riformati, che però rimasero poco per l'incerta statica dell'edificio. Nel 1774 a causa di un secondo parziale crollo della cupola, questa venne totalmente abbattuta, mentre la chiesa rimase chiusa per circa trent'anni. Nel 1786 l'ingegnere Ignazio di Nardo si dedicò alla copertura della chiesa: la cupola venne sostituita con una falsa cupola a calotta schiacciata ("scodella") che oggi si presenta dipinta con un cassettonato prospettico; la copertura della chiesa invece venne provvista con un tetto a capriate.

Nel 1804 i Gesuiti furono riammessi nel regno, ma nuovamente espulsi durante il periodo francese dal 1806 al 1814. Rientrati i Borboni, nel 1821 la chiesa tornò in possesso della Compagnia di Gesù. Tuttavia, nel 1848 e 1860 i Gesuiti furono nuovamente allontanati. L'8 dicembre del 1857, l'altare maggiore ideato dal gesuita Giuseppe Grossi fu ultimato e la chiesa dedicata all'Immacolata Concezione. Nel 1900 l'ordine dei Gesuiti poté rientrare definitivamente.

La chiesa subì gravi danni durante la seconda guerra mondiale a causa di alcuni attacchi aerei. Durante uno di questi bombardamenti, una bomba che cadde proprio sul soffitto della navata centrale rimase miracolosamente inesplosa. Oggi la bomba è esposta all'interno della chiesa.

Nel 1975 la chiesa è stata nuovamente restaurata sotto la direzione di Paolo Martuscelli; i lavori furono seguiti anche dal padre gesuita Antonio Volino che ha provveduto tra l'altro all'ennesima riparazione della pseudocupola. Dal 1976 al 1984, infine, il complesso fu utilizzato per rappresentare il rovescio della 10.000 lire, in cui figurava appunto parte della facciata a bugne della chiesa e la parte inferiore della barocca guglia dell'Immacolata che caratterizza l'omonima piazza.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Esterno[modifica | modifica sorgente]

Particolare dell'ingresso della chiesa

La facciata di palazzo Sanseverino divenne la facciata della chiesa. Essa è caratterizzata da particolari bugne, una sorta di piccole piramidi aggettanti verso l'esterno, normalmente usate dal Rinascimento veneto e del tutto sconosciute nel Meridione[senza fonte]. Queste presentano degli strani segni incisi dai “tagliapietra” napoletani che avevano sagomato la durissima pietra di piperno, segni che tradizionalmente erano interpretati come caratterizzanti le diverse squadre di lavoro in cui essi erano suddivisi[3].

Anche il portale marmoreo è di Palazzo Sanseverino e risale agli inizi del XIV secolo. Però nel 1685 i Gesuiti apportarono alcune modifiche ai fini bassorilievi alle mensole su cui poggia il fregio superiore e al cornicione: aggiunsero lateralmente due colonne prolungando la cornice ed il frontone fu spezzato per inserirvi uno scudo ovale che ricorda la generosità della principessa di Bisignano, Isabella Feltria della Rovere. Alla sommità laterale furono apposti gli stemmi dei Sanseverino e dei della Rovere e sull'architrave un altro fregio con cinque testine che sorreggono dei festoni di frutta.

I finestroni e le porte minori furono disegnati da un altro architetto gesuita, il Proveda. Il Valeriani, del palazzo patrizio, riuscì a preservare solo la facciata a bugne, sacrificando il cortile porticato, le ricche sale affrescate e i giardini. In effetti, anche se il bugnato della chiesa è bellissimo, non armonizza con il portale classico e i due elementi insieme danno un risultato architettonicamente privo di omogeneità.

I portali minori sono cinquecenteschi: la decorazione dei battenti con lamina metallica fu eseguita a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Il mistero dei segni sul bugnato: dalla leggenda alla decifrazione[modifica | modifica sorgente]

Facciata della chiesa con epigrafe marmorea di Novello da San Lucano

Nel Rinascimento esistevano a Napoli alcuni maestri della pietra che si credeva fossero in grado di caricarla di energia positiva per tenere lontane le energie negative. Gli strani segni incisi che si riconoscono sulla facciata ai lati delle bugne "a punta di diamante" (disposti in modo che sembrasse si ripetessero secondo un ritmo particolare che lasciasse intuire una “chiave” di lettura occulta) hanno dato luogo ad una curiosa leggenda.

La leggenda vuole che chi fece edificare il palazzo (che a questo punto bisogna presupporre sia stato Roberto Sanseverino), avesse voluto servirsi in fase di costruzione di maestri pipernieri che avevano anche conoscenza di segreti esoterici (segreti tramandati solo oralmente e sotto giuramento dai maestri agli apprendisti), capaci di caricare la pietra di energia positiva. I segni misteriosi graffiti sulle piramidi della facciata, secondo la leggenda, avevano a che fare con queste arti magiche o conoscenze alchemiche. Essi dovevano convogliare tutte le forze positive e benevole dall'esterno verso l'interno del palazzo. Per imperizia o malizia dei costruttori, queste pietre segnate non furono piazzate correttamente, per cui l'effetto fu esattamente opposto: tutto il magnetismo positivo veniva convogliato dall'interno verso l'esterno dell'edificio, attirando così ogni genere di sciagure sul luogo.

Questa sarebbe la ragione per cui nel corso dei secoli tante sventure si sono abbattute su quell'area: dalle confische dei beni ai Sanseverino, alla distruzione del palazzo, dall'incendio della chiesa, ai ripetuti crolli della cupola, alle varie cacciate dei Gesuiti, e così via.

Nel 2010 però, lo storico dell'arte Vincenzo De Pasquale e i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz hanno identificato nelle lettere aramaiche incise sulle bugne, note di uno spartito costituito dalla facciata della chiesa, da leggersi da destra verso sinistra e dal basso verso l'alto. Si tratta di un concerto per strumenti a plettro della durata di quasi tre quarti d'ora, cui gli studiosi che l'hanno decifrato hanno dato il titolo di Enigma. In questo lavoro certosino, allo storico dell’arte sono stati di supporto le conoscenze matematiche di Assunta Amato, quelle architettoniche di Tullio Pojero e quelle legali di Silvano Gravina.[4][5]

Scorcio dell'interno

Questa interpretazione è stata messa in discussione dallo studioso di ermetismo e simbologia esoterica Stanislao Scognamiglio, che ha sostenuto che i segni sulle bugne non siano caratteri dell'alfabeto aramaico, ma che invece possano essere sovrapponibili ai simboli operativi dei laboratori alchemici in uso fino al Settecento.[6]

Interno[modifica | modifica sorgente]

L'interno barocco, a croce greca con braccio longitudinale lievemente allungato, presenta una ricca decorazione marmorea realizzata dal Fanzago nel 1630. Sulle controfacciate sono presenti affreschi di Francesco Solimena (navata centrale) e della sua scuola (laterali), mentre le volte a botte sono dipinte da Belisario Corenzio e da Paolo De Matteis.

La tribuna è affrescata da Massimo Stanzione; nel transetto si osservano affreschi di Sant'Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio, opera di Belisario Corenzio e ridipinti da Paolo De Matteis.

La cupola, ricostruita da Ignazio di Nardo e consolidata da una struttura in calcestruzzo armato, presenta una calotta sferica scandita dalle finestre lunettate; le decorazioni in stucco riprendono il motivo del cassettonato e nei pennacchi della falsa cupola ci sono resti affrescati nel primo Seicento da Giovanni Lanfranco.

Abside e transetto[modifica | modifica sorgente]

Transetto sinistro

L'abside e il transetto, dove peraltro sono presenti due organi sopraelevati del XVII secolo, sono i punti più disomogenei dell'edificio. L'abside fu realizzata a cavallo dei secoli XVII e XVIII da Cosimo Fanzago e terminata da Domenico Antonio Vaccaro e dalla sua scuola; altre sculture sono di Matteo Bottiglieri e Francesco Pagano. L'altare maggiore è un'opera eseguita molto più tardi dal gesuita Giuseppe Grossi.

Transetto destro

Il transetto presenta sul lato sinistro opere pittoriche di Jusepe de Ribera (Gloria di sant'Ignazio e Papa Paolo III approva la regola di sant'Ignazio, poste in alto al centro ed a destra, entrambe del 1643-44), sculture di Cosimo Fanzago (che eseguì le statue del David e Geremia laterali all'altare, 1643-1654), cicli di affreschi di Paolo De Matteis e Belisario Corenzio. Sul lato destro invece vi sono tele di Luca Giordano (San Francesco Saverio trova il Crocifisso in mare, Il Santo caricato dalle croci ed Il Santo che battezza gli indiani, tutte del 1690-92, poste rispettivamente in alto a sinistra, al centro ed a destra della cappella), un dipinto di Fabrizio Santafede sulla parete di destra, ed ancora cicli di affreschi del Corenzio e del De Matteis, mentre del Fanzago sono le due sculture ai lati dell'altare raffiguranti Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, entrambe databili 1621. Sul lato destro del transetto, inoltre, vi è una porta d'accesso alle antiche stanze private di Giuseppe Moscati, con esposti tra l'altro anche alcuni manoscritti del santo, sue fotografie storiche ed alcuni rosari.

Navate[modifica | modifica sorgente]

Facciata laterale con vasta porzione di bugnati a punta di diamante

Nella navata destra si aprono tre cappelle ed una cappella più grande che corrisponde alla parte terminale del transetto: la prima cappella presenta decorazioni marmoree di Costantino Marasi e Vitale Finelli e dipinti di Giovanni Bernardino Azzolino; la seconda è dedicata a San Giuseppe Moscati e conserva un dipinto all'altare di Massimo Stanzione; il Cappellone di San Francesco Saverio è ornato da dipinti di Luca Giordano, la decorazione marmorea è di Giuliano Finelli, Donato Vannelli e Antonio Solaro mentre le sculture sono di Michelangelo Naccherino e Cosimo Fanzago; la cappella a destra del presbiterio è arricchita con decorazioni di Angelo Mozzillo e Sebastiano Conca, mentre i marmi furono disegnati nel XVIII secolo da Giuseppe Astarita; la cappella che funge da abside destro presenta ornamenti di Belisario Corenzio e marmi di Costantino Marasi.

Nella navata sinistra, con stesso schema di quella destra, si aprono le cappelle: la prima presenta una decorazione del Marasi, una tela dell'Azzolino e affreschi di Corenzio; la seconda è impreziosita con decorazioni di Corenzio e di Girolamo Imparato ed inoltre con statue di Michelangelo Naccherino, Pietro Bernini e Girolamo D'Auria; il Cappellone di Sant'Ignazio fu decorato da Cosimo Fanzago, Costantino Marasi e Andrea Lazzaro, mentre le statue furono eseguite dal Fanzago e le tele sono dello Spagnoletto e di Paolo De Matteis; la cappella di sinistra del presbiterio ha decorazioni di Giovanni Battista Beinaschi e Francesco Mollica; la cappella che funge da abside sinistro presenta marmi disegnati da Giuseppe Bastelli, Domenico di Nardo, Donato Gallone e affreschi di Francesco Solimena.

Organo a canne[modifica | modifica sorgente]

L'organo a canne della chiesa è stato costruito da Gustavo Zanin nel 1989 riutilizzando la cassa barocca e parte del materiale fonico del precedente strumento secentesco, opera di Pompeo de Franco.

Lo strumento, a trasmissione mista, meccanica per i manuali ed elettronica per i registri e le combinazioni, ha due tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera di 32.

Di seguito, la sua disposizione fonica:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'opposizione di Ferrante Sanseverino all'introduzione dell'inquisizione spagnola a Napoli non fu dovuta a motivi religiosi, quanto per ragioni prettamente politiche. Infatti l'inquisizione spagnola, legata strettamente al potere politico, era uno strumento efficacissimo per eliminare - con una semplice accusa - qualsiasi oppositore politico o nemico personale. Un grave pericolo, dunque, per chi - come i Sanseverino - avevano non poco potere ed innumerevoli feudi nel Regno.
  2. ^ Il bugnato è stato risparmiato anche per le facciate laterali del palazzo, come si può vedere accedendo nel cortile dell'edificio scolastico attiguo.
  3. ^ Sistema già usato dagli antichi cavatori greci che avevano lavorato i blocchi in tufo destinati alle mura di Neapolis (vedi le mura greche a piazza Bellini, e quelle a piazza Cavour dietro l'edificio scolastico).
  4. ^ "Svelato il mistero della facciata", da Il Mattino del 27 dicembre 2010.
  5. ^ "L'enigma diventa un concerto", da Il Mattino del 6 ottobre 2011.
  6. ^ www.centrostudiscienzeantichena.it

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Carlo De Frede, Il principe di Salerno, Roberto di Sanseverino e il suo palazzo in Napoli a punte di diamante, Napoli, 2000
  • Renato Ruotolo, Arte e devozione dalla Controriforma ai tempi moderni. La Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, in: "Campania Felix", anno V, n. 12, Napoli, maggio 2003
  • Mario Buonoconto, Napoli esoterica. Un itinerario nei "misteri" napoletani, Roma 1996
  • Napoli e Dintorni, TCI, 2007

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]