Marko Ivan Rupnik

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Marko Ivan Rupnik

Marko Ivan Rupnik (Salloga d'Idria, 28 novembre 1954) è un artista, teologo e presbitero sloveno, appartenente ai Gesuiti.

Artista e mosaicista cattolico, insieme all'Atelier dell’arte spirituale del Centro Aletti di cui è direttore, ha realizzato opere famose in tutt'Europa come i mosaici della Cappella "Redemptoris Mater"[1] in Vaticano, quelli delle basiliche di Fatima e di San Giovanni Rotondo, quelli sulla facciata del Santuario di Lourdes.

Tra le opere minori, diversi cicli musivi in talune chiese parrocchiali: nel Santuario di Scaldaferro dedicato alla Beata Vergine Maria, Salute degli infermi, a Vicenza, nella nuova chiesa del Santuario di Chiampo a Vicenza, nella parrocchiale di San Pasquale a Bari, nella chiesa dei Ss. Giovanni e Giacomo a Milano sul tema della Trasfigurazione di Gesù, nello splendido panorama sullo Stretto del Monastero della Visitazione di Ortì sul tema del Sacro Cuore di Gesù, nella Cappella della Casa Incontri Cristiani[2] dei Padri Dehoniani a Capiago e nella Cappellina del Punto Giovane a Senigallia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1973 entra nella Compagnia di Gesù. Dopo aver studiato filosofia a Lubiana, nel 1977 si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Roma che conclude nel 1981 con una tesi dal titolo "Luigi Montanarini e il problema dell'interpretazione". Seguono gli studi di teologia presso l’Università Gregoriana a Roma. Qui si specializza in missiologia, con una licenza su "Vassilij Kandinskij come approccio a una lettura del significato teologico dell'arte moderna alla luce della teologia russa". Nel 1985 diventa sacerdote. Per alcuni anni, dal 1987 al 1991, vive a Gorizia presso il Centro “Stella Matutina” dei gesuiti, dove lavora soprattutto tra i giovani. Nel 1991 consegue il dottorato alla Facoltà di Missiologia della Gregoriana con una tesi guidata da Tomáš Špidlík su “Il significato teologico missionario dell'arte nella saggistica di Vjačeslav Ivanovič Ivanov”.

Dal settembre 1991 risiede e opera a Roma presso il Pontificio Istituto OrientaleCentro Aletti di cui è direttore. Insegna alla Pontificia Università Gregoriana ed al Pontificio Istituto Liturgico Sant'Anselmo. Dal 1995 papa Giovanni Paolo II lo chiama a diventare Direttore dell’Atelier dell’arte spirituale presso il Centro Aletti. L’Atelier è un ambiente in cui l’arte e la fede si incontrano nella creazione artistica stessa. Qui un gruppo di artisti cristiani di diverse Chiese, vivendo e lavorando insieme, approfondisce al livello teorico e pratico il rapporto tra arte e luogo liturgico, attingendo alla memoria della tradizione iconografica delle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente, perché solo così, “a pieni polmoni”, si possa conoscere e testimoniare Cristo sempre più integralmente.

Dal 1999 è consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Nel 1999 ha concluso con l’Atelier dell’arte del Centro Aletti il rinnovo a mosaico della Cappella Redemptoris Mater[1] affidatogli da Giovanni Paolo II.

Nel febbraio 2000 ha ricevuto il premio “France Prešeren”, il più alto riconoscimento per la cultura della Repubblica Slovena. Nel 2002 è insignito dell’onorificenza “Segno d’onore della libertà della Repubblica Slovena”, conferitagli dal Presidente della Repubblica. Nel 2003 ha ricevuto il premio internazionale “Beato Angelico” per l’Europa.

Oltre all’attività di artista e di teologo si dedica da sempre anche a quella più specificamente pastorale, attraverso conferenze e la guida di corsi ed esercizi spirituali. È autore di numerosi libri di teologia e spiritualità, molti dei quali pubblicati dalla casa editrice Lipa.

Il percorso artistico[modifica | modifica wikitesto]

« Se osserviamo le pitture di Rupnik, arriviamo alla conclusione che la sua salita artistico-mistica è stata precoce. Dopo i primi tentativi da ragazzo, che non potevano essere altro che figurativi, si è entusiasmato sempre di più della bellezza silenziosa (un'espressione forse migliore che "astratta") dei puri colori. Al tempo dei suoi studi all'Accademia di Belle Arti a Roma, non conosceva il mistico Evagrio, ma un pittore di suo gusto, Kandiskij. Sembrava volersi fermare là, senza osare un passo ulteriore. Ma, cosa strana, si è convertito di nuovo all'arte figurativa dopo lo studio delle icone orientali. »
(Card. Tomàš Špidlík in "I colori dell'Invisibile"[3])

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Rupnik è un artista del colore. All’inizio del suo percorso è vicino alle avanguardie del XX secolo, in particolare alla pittura astratta di Kandiskij.
Seguendoli ho inteso la pittura come espressione di un mondo interiore, misterioso, che sfugge alle metodologie rigorose, alla scienza, ma che è essenziale per l’uomo, che è vero quanto è vera l’esistenza dell’uomo stesso, pure se soffocato sotto una cappa formalista e razionalista che reifica anche la persona[4]
I quadri di questo periodo sono costruiti sulla regola dei contrasti tra i colori, nella ricerca dell’armonia tra di essi. “Dio è la luce, e tutto ciò che è in Dio è nella luce. La comunione è la luce degli uomini. La comunione si coglie nei colori. La comunione in Dio è l’armonia nei colori. Ma l’armonia è possibile nella diversità. L’armonia che Dio vuole è coesione dei colori assoluti, puri, forti. Nella luce, i contrasti spumeggiano uno spettro di comunione. L’amore è quella forza che dai contrasti crea una sinfonia[5]
Un giorno una piccola zingara mi disse con orgoglio che aveva gli occhi neri. Portava un fiorellino rosso nel ciuffo dei capelli scuri. Da allora mi sono detto: non è vero che il nero non è un colore[6]

Tuttavia, a Rupnik non interessa il colore in sé, come espressione dello stato d’animo dell’artista, ma avverte l'urgenza di arrivare a porre a tema il senso della vita, che per lui significa riconoscere la centralità del Cristo.
Anche in questa fase non figurativa, caratterizzata dalla pastosità dei colori, inframmezzata a tessuti, pelli di animali, oggetti, tappeti, l’artista progressivamente comincia la ricerca del “Volto del Cristo”, volto eterno e personale che sta sotto le culture e le tradizioni, quelle degli indiani d’America, degli slavi antichi, dei primordi dell'arte cristiana. “Dall'attenzione alle linee di struttura che lo reggono, il cosmo si mostra come una casa o, più profondamente, come materia compattata attorno alla croce. Come se il segreto della materia e l'origine della luce fossero racchiusi in una trama di croce che traspare solo all'occhio attento alle molte sfumature del nero” (Lorenzo Prezzi)[7]

L’arte sacra[modifica | modifica wikitesto]

Discesa agli inferi e Resurrezione nella cappella del Collegio San Stanislao a Lubiana, opera di padre Marko Ivan Rupnik e degli artisti del Centro Aletti

La frequentazione e l’approfondimento della tradizione spirituale e culturale dell'Oriente cristiano (Vladimir Sergeevič Solov'ëv, Massimo il Confessore, Evagrio, Florenskij) permettono a Rupnik di attingere al patrimonio della “Chiesa indivisa” del primo millennio e di mostrare quella che ritiene l'insufficienza di una parte della teologia occidentale talvolta imprigionata negli schemi della razionalità strumentale senza capacità simbolica.

Facevo le mostre, i critici mi hanno notato, e ho capito il rischio che può costituire la fama. Ma sant’Ignazio di Loyola mi orientava alla libertà interiore e la spiritualità dei Padri al cuore monastico….Ho cominciato a congedarmi dalla pittura, dall’arte, dalle mostre. Ho persino coperto alcuni quadri con il nero, per esserne veramente libero.”[4]
Vi è qui un ulteriore passaggio del percorso artistico e spirituale di Marko Rupnik: dall’artista che “sente” all’artista che “serve”. “Vi è un tratto ascetico di spessore fra un'arte proposta come raffinato mestiere e un'arte che risponde alla necessità della «bellezza che salva il mondo» (Dostoevskij)”. (Lorenzo Prezzi)[7]
Nel 1996 la Chiesa mi ha chiesto di impegnarmi in un’opera artistica liturgica. Allora ho capito con chiarezza che non mi posso più sottrarre, che l’arte non è semplicemente l’espressione dell’artista, ma un servizio, umile come tutti i servizi. L’arte è come l’amore: più è personale, più è universale.”[4]

Questa intuizione porta Rupnik alla ricerca di forme artistiche coerenti e rivolte innanzitutto agli spazi sacri. “Pian piano ho visto sempre più chiaramente che la mia arte trova la sua ragion d’essere nel partecipare alla totalità della liturgia, rendendosi testimone del dolore umano e della redenzione di Dio.”[8]
Non si tratta quindi di scegliere tra figurativismo o astrattismo, ma di tenere presente il linguaggio liturgico: esso si muove sul “personale” e sul “comunitario”. La liturgia per sua natura è spazio che coniuga il soggettivo del credente con l’oggettivo della "ecclesia": anche l’arte in questo spazio può superare l’antinomia tra soggettivo e oggettivo per arrivare a una essenzialità simbolica, riconoscibile in ogni momento storico dal popolo cristiano.
In p.Marko matura “la percezione dell’unità organica tra l’evento liturgico che si celebra e l’edificio o lo spazio che lo ospita. L’arte nell’edificio liturgico non è decorativa, ma è costitutiva dell’evento che lì si celebra e della comunità che si riconosce in quell’edificio, immagine della Chiesa, dell’umanità e dell’universo trasfigurati. Abbiamo bisogno di un’arte liturgica che non solo susciti ammirazione, ma anche devozione, riverenza, pietà, senso religioso.”[9]

I mosaici e l’arte corale del Centro Aletti[modifica | modifica wikitesto]

Discesa agli inferi di Grosuplje in Slovenia, opera musiva di padre Marko Ivan Rupnik e del Centro Aletti

Nel 1999, con l’Atelier dell'arte spirituale del Centro Aletti, p. Marko Rupnik conclude il rinnovo a mosaico della Cappella Redemptoris Mater[1] affidatogli dal papa Giovanni Paolo II. D’ora in poi, l’arte di Rupnik sarà impegnata in un rapporto dialogico tra l'iconografia della tradizione Orientale e la sensibilità artistica della modernità Occidentale, unite in particolare nella tecnica del mosaico.
La scelta del mosaico nasce a partire da due motivazioni:

  • il martello non è come la spatola o il pennello. Quella della pietra è un’arte più esigente, più dura, la pietra ha una sua volontà. Se la prendi per il suo verso ti asseconda, se no ti fai male”. La scelta di lavorare con la pietra porta a purificare l’orizzonte interno e la comunicazione con gli altri
  • il mosaico non lo si può fare da soli, è sempre un’opera corale”. Nell’antichità i mosaici erano fatti da artisti che lavoravano sotto la guida di un maestro tutti insieme nel cantiere. Perciò fare mosaici è “un’esperienza ecclesiale”. “Dal lavoro di comunione il movimento materico pian piano si rivela, acquista un volto”. "Qui a Capiago a lavorare con me c'erano dodici artisti. Se ne fossero mancati tre, ne sarebbe venuto un mosaico diverso. Perché nessun mosaico è fatto a tavolino in modo astratto o rigidamente prefissato. Bisogna tenere conto delle persone che concretamente vi lavorano."[10]

I riferimenti di quest’arte musiva sono da ricercare da un lato nella tradizione, dall'altro nella modernità delle correnti più materiche come quelle dell’arte povera.
"Ho impiegato anni di ricerca per arrivare a una semplice essenzialità che si rifà al primo romanico, alla prima epoca bizantina e gotica. Quelle epoche sono di una maturità artistico-spirituale formidabile. Non si tratta di imitare, ma di ispirarsi e ricreare quell’intenzionalità spirituale."
"In questo tempo che scivola sempre di più verso il virtuale e l’immaginario penso sia importante l’amore per la realtà, per la creazione" come fedeltà alla materia amata da un Dio che si è incarnato. "[9]
I mosaici di Rupnik e del Centro Aletti sono composti con tessere irregolari (da pochi millimetri a decine di centimetri) di materiali diversi: granito, marmi, travertino, smalto, argento, madreperla, foglie d'oro. Essi creano un movimento entro cui gli artisti suggeriscono il nesso fra liturgia e storia, fra tempo e salvezza eterna.
In essi il rosso e il blu “esplodono” come segni della “divino-umanità” del Cristo, di Maria, dei suoi discepoli e di quanti si lasciano muovere dallo Spirito: essi sono "fondamento incrollabile dell'armonia dei colori, i due colori in cui i cristiani del primo millennio riconoscevano il divino e l'umano» (Crispino Valenziano in "La luce del colore"[3])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Redemptoris Mater
  2. ^ Home Page
  3. ^ a b Marko Ivan Rupnik, Il colore della luce, Lipa, Roma 2003,Testimonianze:p.11
  4. ^ a b c Marko Ivan Rupnik, op. cit., p.151
  5. ^ Marko Ivan Rupnik, op. cit., p.33
  6. ^ Marko Ivan Rupnik, op. cit., p.63
  7. ^ a b Regno-attualità n.20, 2003, p.694
  8. ^ Marko Ivan Rupnik, op. cit., p.129
  9. ^ a b Lorenzo Prezzi, Bellezza, carne del vero - Intervista a p.Marko Ivan Rupnik, Regno-attualità n.20, 2009, p.681
  10. ^ Luigi Guccini, Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto: Mosaico di Marko I. Rupnik a 'Casa Incontri Cristiani' di Capiago, Testo pro manoscritto fuori commercio, Capiago 2006, pp.27s.

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