Roberto Bellarmino

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
San Roberto Bellarmino, S.J.
Saint Robert Bellarmine.png

Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita 4 ottobre 1542
Morte 17 settembre 1621
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione 13 maggio 1923
Canonizzazione 29 giugno 1930
Ricorrenza 17 settembre
Patrono di Arcidiocesi di Capua, Pontificia Università Gregoriana, catechisti, avvocati canonisti, arcidiocesi di Cincinnati negli USA
Roberto Francesco Romolo Bellarmino, S.J.
cardinale di Santa Romana Chiesa
San Roberto Bellarmino.jpg
Bellarminocoat.jpg
Incarichi ricoperti Arcivescovo Metropolita di Capua
Nato 4 ottobre 1542, Montepulciano
Creato cardinale 3 marzo 1599 da papa Clemente VIII
Deceduto 17 settembre 1621

Roberto Francesco Romolo Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542Roma, 17 settembre 1621) è stato un teologo, scrittore e cardinale italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e proclamato dottore della Chiesa. Apparteneva all'Ordine dei Gesuiti.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

L'infanzia e la giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Terzogenito di cinque figli, nacque in una famiglia di Montepulciano di nobili origini, sia per parte paterna che materna, ma in via di declino economico. Suo padre, Vincenzo Bellarmino, fu gonfaloniere di Montepulciano, e sua madre, Cinzia Cervini, molto pia e religiosa, era sorella di papa Marcello II. Fu battezzato dal cardinale fiorentino Roberto Pucci al quale probabilmente deve l'onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a Francesco d'Assisi, il santo onorato il 4 ottobre giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia.

Fin da piccolo ebbe una salute precaria e una forte inclinazione per la Chiesa. Dopo una iniziale educazione in famiglia, vista l'inclinazione religiosa, fu inviato per gli studi presso i padri gesuiti da poco arrivati anche a Montepulciano, dei quali sua madre aveva grande stima. All'età di sedici anni espresse l'intenzione di entrare nell'ordine gesuita, ma suo padre preferiva inviarlo a Padova per indirizzarlo al clero secolare convinto che le ottime doti del figlio, gli avrebbero permesso di fare una buona carriera ecclesiastica con miglioramento economico della intera famiglia. Roberto perdurò nel suo intento di farsi gesuita e si consolò sapendo che anche un suo cugino di Padova, Ricciardo Cervini, era desideroso di entrare nel nuovo ordine religioso. Suo padre alla fine concesse il permesso. A diciotto anni entrò con il cugino presso il Collegio Romano il 20 settembre 1560 e il giorno dopo fecero la loro prima professione religiosa. Suo cugino Ricciardo Cervini morì solo quattro anni dopo il loro ingresso in noviziato.

Nonostante la sua parentela con un pontefice, fu riconosciuta la sua umiltà e il suo impegno negli studi e si affermò che la sua vita si confaceva ad uno dei suoi libri spirituali più seguiti, l'Imitazione di Cristo.

Fin da giovanissimo mostrò doti letterarie ed ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in lingua latina. Uno dei suoi inni, dedicato alla figura di Maria Maddalena, fu inserito poi per l'uso nel breviario.

Studiò nel Collegio romano dal 1560 al 1563, e fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Iniziò successivamente ad insegnare materie umanistiche sempre in scuole del suo ordine religioso, prima a Firenze e poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese, si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio del greco.

Nel 1567 iniziò a studiare in modo sistematico teologia a Padova, dove approfondì in particolare l'opera di san Tommaso d'Aquino. Dopo aver visitato Genova per un incontro di gesuiti, avendo dimostrato ottime qualità di predicatore, fu inviato nel 1569 da Francesco Borgia, preposito generale dell'ordine dei gesuiti, a Lovanio nelle Fiandre, allora facente parte dei Paesi Bassi spagnoli; qui aveva sede una delle migliori università cattoliche e il giovane Bellarmino vi completò gli studi teologici, trovando inoltre l'ambiente adatto per acquisire una notevole conoscenza sulle eresie più importanti del suo tempo.

L'opera come professore[modifica | modifica sorgente]

Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Gand il 25 marzo del 1570, domenica delle palme, guadagnò notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest’ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici che protestanti[1], persino da altre aree geografiche.

Gli fu conferito l'insegnamento della teologia a Lovanio nel 1570, e qui rimase per sei anni, fino al 1576, distinguendosi per l'eloquenza e per la capacità di controbattere le tesi calviniste, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli,

Venne quindi richiamato a Roma da papa Gregorio XIII che gli affidò la cattedra di "controversie" (apologetica), da poco istituita nel Collegio romano, attività che svolse fino al 1587. Da poco tempo si era concluso il concilio di Trento e la Chiesa cattolica, attaccata dalla Riforma protestante aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L'attività e le opere di Roberto Bellarmino si inserirono proprio in questo contesto storico della Controriforma.

Gli studi che intraprese per applicarsi nell'insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nell'opera di più volumi Le controversie (Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos), che rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell'epoca, ed ebbe risonanza in tutta Europa. Nello scritto Bellarmino esponeva in modo chiaro le posizioni della Chiesa cattolica senza polemica nei confronti della Riforma, ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione. Presso le chiese protestanti in Germania ed in Inghilterra furono istituite specifiche cattedre d'insegnamento per tentare di fornire una replica razionale agli argomenti dell'ortodossia cattolica difesi da Bellarmino. L'opera è ritenuta la più completa nel campo apologetico[1], anche se l’avanzamento degli studi critici ha diminuito il valore di alcuni degli argomenti storici La sua azione a difesa della fede cattolica, gli valse l'appellativo di "martello degli eretici".

La missione in Francia e il malinteso con Sisto V[modifica | modifica sorgente]

Nel 1588 Roberto Bellarmino fu nominato direttore spirituale del Collegio romano. In questo periodo collaborò intensamente con papa Sisto V nella riedizione di tutte le opere di sant'Ambrogio. Nel 1590 fece parte della legazione, guidata dal cardinal legato Enrico Caetani, che papa Sisto V aveva inviato in Francia per difendere la Chiesa cattolica nelle difficoltà scaturite dalla guerra civile tra cattolici ed ugonotti, subito dopo l'assassinio del re Enrico III di Francia. Mentre si trovava in Francia fu raggiunto dalla notizia che Sisto V, che aveva in precedenza calorosamente accettato la dedica della sua opera Le controversie, stava ora per proporre di inserirne il primo volume nell'Indice dei libri proibiti, in quanto vi si riconosceva alla Santa Sede un potere indiretto e non diretto sulle realtà temporali: la condanna dell'opera fu evitata in seguito all'improvvisa morte del papa a causa di un'epidemia che dopo pochi giorni di pontificato colpì anche il suo successore, papa Urbano VII. Il nuovo papa, Gregorio XIV, concesse invece all'opera una speciale approvazione pontificia.

Il ritorno alla cattedra e la revisione della Vulgata[modifica | modifica sorgente]

Quando la missione del cardinale Enrico Caetani era oramai al termine, Bellarmino riprese nuovamente il suo lavoro come insegnante e padre spirituale. Guidò negli ultimi anni della sua vita san Luigi Gonzaga, che morì appena ventitreenne al Collegio romano nel 1591 dopo aver contratto un male per salvare un uomo affetto da peste ed abbandonato per strada. Bellarmino assistette il giovane fino al trapasso e negli anni successivi ne promosse il processo di beatificazione presso la Santa Sede e volle la sua tomba vicina a quella del santo.

In questo periodo fece parte della commissione finale per la revisione del testo della Vulgata, richiesta del concilio di Trento per controbattere le tesi protestanti. Dopo il concilio i papi avevano portato l'opera quasi a realizzazione completa. Sisto V, non dotato di competenze specifiche in materia biblica, aveva tuttavia introdotto delle modifiche con evidenti errori e per accelerare i tempi aveva comunque fatto stampare questa edizione, che fu in parte anche distribuita, con il proposito di imporne l’uso con una sua bolla. Dopo la sua morte, tuttavia, prima della promulgazione ufficiale, i suoi immediati successori procedettero a togliere dalla circolazione l'edizione errata per farne una corretta.

Il problema consisteva nell’introdurre un’edizione più corretta senza però screditare il nome di Sisto V. Bellarmino propose che la nuova edizione dovesse portare sempre il nome di Sisto V, con una spiegazione introduttiva secondo la quale, a motivo di alcuni errori tipografici o di altro genere, già papa Sisto aveva deciso che una nuova edizione dovesse essere intrapresa. La sua dichiarazione, dal momento che non c'era prova contraria, dovette essere considerata come risolutiva, tenendo conto di quanto serio e responsabile egli fosse stimato dai suoi contemporanei. In tal modo la nuova edizione corretta non poteva essere rifiutata in quanto non macchiava la reputazione dei membri della commissione preposta alla nuova stesura, i quali accolsero il suggerimento di Bellarmino. Lo stesso pontefice Clemente VIII, si trovò pienamente d'accordo con tale risoluzione, e concesse il suo "imprimatur" alla prefazione del Bellarmino nella nuova edizione.

Angelo Rocca, il segretario della commissione deputata alla revisione, scrisse di suo pugno una bozza della prefazione in cui dichiarava:

« [Sisto] quando iniziò a rendersi conto che c’erano errori tipografici ed altre opinioni scientifiche, cosicché si poteva, o meglio doveva, prendere una decisione sul problema, e pubblicare una nuova edizione della Volgata, siccome morì prima, non fu in grado di realizzare quanto aveva intrapreso. »

Questa bozza, alla quale quella del Bellarmino fu preferita, è tuttora esistente, allegata alla copia dell’edizione Sistina in cui sono segnate le correzioni della Clementina, e può essere consultata nella Biblioteca angelica di Roma.

La nomina a cardinale[modifica | modifica sorgente]

Nel 1592 Bellarmino divenne rettore del Collegio romano, incarico che svolse per circa due anni fino al 1594. Nel 1595 divenne preposito dell'ordine gesuita per la provincia di Napoli.

Nel 1597 papa Clemente VIII lo richiamò a Roma, dopo la morte nel settembre 1596 del suo consultore teologo pontificio, il cardinale gesuita Francisco de Toledo Herrera. Bellarmino fu allora nominato consultore teologo, oltre che "esaminatore per la nomina dei vescovi" , "consultore del Sant'Uffizio" e teologo della sacra penitenzieria. Sempre nel 1597 dopo la morte senza eredi del duca Alfonso II d'Este, lo Stato della Chiesa rientrò in possesso dei territori del ducato di Ferrara e Bellarmino accompagnò il papa in visita nel nuovo territorio.

Nel concistoro del 3 marzo 1599 il papa lo fece cardinale presbitero e il 17 marzo gli consegnò la berretta rossa con il titolo di Santa Maria in Via, indicando la motivazione di questa nomina con le parole: La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell'ambito della scienza. Si racconta che Bellarmino tentò in tutti i modi di far cambiare idea al papa, non volendo ricevere questa carica, ma il pontefice alla fine glielo impose con la superiore autorità. Negli anni successivi Bellarmino fu bonariamente descritto come "il gesuita vestito di rosso", in relazione all'abito cardinalizio che contrastava con la tonaca nera dei gesuiti. Nonostante questa nomina, egli non cambiò il suo austero e sobrio stile di vita, e tutte le sue rendite e gli introiti economici conseguenti alla sua nomina e alle sue attività furono massimamente devolute per i poveri.[senza fonte]

Il papa lo nominò il 18 marzo 1602 arcivescovo metropolita di Capua, sede resasi proprio allora vacante. Clemente stesso volle consacrarlo con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedono come segno di stima speciale. Durante il suo ministero episcopale a Capua si distinse per santità e dottrina. Appena arrivato in diocesi volle conoscere le famiglie più povere che visitava e sosteneva regolarmente. Celebrò diversi sinodi diocesani suscitando una nuova ondata di cristianesimo già molto presente in quella terra della Campania che ha conosciuto in età apostolica l'annuncio del Vangelo. A lui si deve la fondazione del seminario di Capua, uno dei primi dopo la riforma tridentina. Visitava molto spesso le parrocchie e per i parroci scrisse un catechismo che fosse loro di aiuto per la catechesi e la predicazione. Roberto Bellarmino "era amato dal popolo e lui, da parte sua amava il popolo". La Chiesa di Capua entrò nel suo cuore e non la dimenticò più. Quando fu richiamato a Roma non fu facile per lui lasciare questa gloriosa arcidiocesi alla quale per tre anni si era dedicato con tutte le sue energie, tanto che ebbe a dire: " La mia patria è Capua, la mia casa la sua cattedrale, la mia famiglia il suo popolo". Il cardinale Bellarmino ricorderà per sempre la comunità che ha guidato come successore degli Apostoli e per la quale fu consacrato vescovo. Persino prima poco di morire dirà che a Capua avrebbe fatto ancora molto più bene rispetto a ciò che aveva realizzato a Roma. Il suo spessore umano, culturale e teologico ancora oggi fanno di Capua una arcidiocesi ricca di cultura. A lui l'arcivescovo Luigi Diligenza ha dedicato l'Istituto Superiore di Scienze religiose, scuola di teologia per i fedeli di Capua e di alcune diocesi limitrofe. Per volontà dell'arcivescovo Bruno Schettino, in suo onore il 17 settembre la comunità diocesana si riunisce in Cattedrale per dare inizio all'anno pastorale ed affidare la vita dell'arcidiocesi alla protezione del suo santo pastore San Roberto Bellarmino.

Nel marzo del 1605 Clemente VIII morì e gli succedettero prima Leone XI, che regnò per solo ventisei giorni, e poi Paolo V. Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest'ultimo, il nome di Roberto Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori, specialmente a motivo delle afflizioni subite, ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali. Racconta Ludwig Von Pastor, storico vaticanista,[senza fonte] che nei primi giorni del secondo conclave del 1605 un gruppo di cardinali tra i quali Baronio, Sfondrati, Aquaviva, Farnese, Sforza e Piatti, si adoperarono per far eleggere il cardinale gesuita Bellarmino, ma che questi fosse contrario, tanto che saputo della sua candidatura rispose che avrebbe volentieri rinunciato anche al titolo cardinalizio. Il suo appoggio durante il conclave sembra fosse rivolto verso il cardinal Baronio.

Il nuovo papa Paolo V, eletto con l'accordo delle maggiori potenze cattoliche, insistette nel tenerlo con sé a Roma, e il cardinale chiese di essere dunque esonerato dal ministero episcopale. Fu nominato membro del Sant'Uffizio e di altre congregazioni, e successivamente consigliere principale della Santa Sede nel settore teologico della sua amministrazione.

Il caso Giordano Bruno[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giordano Bruno.

Il caso di Giordano Bruno, filosofo e frate domenicano condannato al rogo per eresia, fu un evento che scaturì dalla dura reazione controriformista ai tentativi di modificare i temi della fede religiosa iniziati alcuni decenni prima con la riforma protestante. Il frate domenicano, condannato per le sue idee anche dalla chiesa luterana e da quella calvinista, si era fatto promotore di nuove idee religiose e filosofiche che lo ponevano in contrasto con quelle della Chiesa, di cui tra l'altro faceva parte integrante. L'istruzione dell'inchiesta e del processo ebbe luogo nel 1593 e la sentenza fu emessa nel 1600: coinvolse Bellarmino dal 1597, da quando cioè fu nominato consultore del Santo Uffizio. Il Bellarmino ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, durante i quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita[2], poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell'ammettere l'ereticità delle proprie posizioni. Benché gli inquisitori volessero ricorrere, come extrema ratio, alla tortura, Papa Clemente VIII si oppose fermamente[3].

Durante il processo la Congregazione fece esaminare da Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche. Il 24 agosto 1599 il cardinale Bellarmino riferì alla Congregazione che, nello scritto, Giordano Bruno aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni, mentre sulle altre due la sua posizione non appariva chiara: «videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma alla fine Giordano Bruno preferì mantenere le precedenti posizioni decidendo di affrontare la pena. A condanna ormai avvenuta all'imputato venne concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte[4], ma Giordano Bruno preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma in Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600.

Il caso Galileo Galilei[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Processo a Galileo Galilei e Galileo Galilei.

Galilei ebbe due processi presso il Santo Uffizio: uno nel 1616 e l'altro nel 1633. I processi ebbero luogo fondamentalmente poiché la teoria eliocentrica era considerata eretica dai teologi. Infatti, sostenendo che il Sole fosse fisso al centro dell'universo si smentivano alcune frasi contenute nella Bibbia, per esempio "Dio fermò il sole" (Giosuè 10:12), o alcune teorie sostenute dalla Chiesa secondo cui la terra è immobile al centro dell'universo. La dottrina prevalente in quel tempo era infatti che l'infallibilità della Bibbia comprendesse anche il significato letterale, non solo quello simbolico.

Galilei non fu mai condannato per eresia, avendo egli obbedito ai precetti del Sant'uffizio. E non rinnegò mai la fede cattolica, anzi fino alla sua morte si professò cattolico praticante ottenendo l'indulgenza plenaria in prossimità della sua morte. Era del resto intimo amico con molti cardinali e in particolare con Maffeo Barberini futuro papa Urbano VIII oltre che con lo stesso Bellarmino.

Inoltre a differenza di quanto alcuni pensano, il Galilei non fu mai sottoposto a tortura e non proferì mai la frase: "Eppur si muove", che gli fu attribuita circa un secolo dopo dal giornalista Giuseppe Baretti nel 1757 a Londra Anche nel processo contro Galileo Galilei, alcuni storici hanno voluto vedere una partecipazione del cardinale Bellarmino e su una posizione oscurantista. Bellarmino fu coinvolto solo nel primo processo poiché nel secondo, quando Galilei fu condannato al carcere, egli era deceduto.

Tutti i documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale Bellarmino ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari che diretti, anche dopo la denuncia di Tommaso Caccini davanti al Santo Uffizio nel 1615.

Durante la prima inchiesta su Galilei, nell'anno 1616, si ebbe l'esame presso il Santo Uffizio della teoria eliocentrica e durante tale valutazione fu ascoltato il Galilei stesso che giunse a Roma. Questi ebbe colloqui diretti anche con il papa Paolo V che invitò il cardinale Bellarmino, che faceva parte del Santo Uffizio, sempre in relazione alla frase della Bibbia, ad ammonire il Galilei di non insegnare le due tesi principali sull'eliocentrismo. In tale occasione la teoria eliocentrica copernicana fu condannata dal Santo Uffizio che si espresse in modo definitivo nel marzo 1616. Essa fu condannata come falsa e formalmente eretica, lasciando la possibilità di fare riferimento ad essa come semplice modello matematico.

Il cardinale Bellarmino aveva espresso una posizione aperta, almeno in linea di principio, nei confronti dello scienziato, senza mai rinnegare le decisioni del Santo Uffizio, in particolare non ammettendo eccezioni alla infallibilità della Bibbia, nemmeno nel senso letterale della scrittura. Tale posizione è espressa in una lettera inviata il 12 aprile 1615 a padre Paolo Antonio Foscarini, cattolico sostenitore dell'eliocentrismo ed amico di Galilei, lettera nella quale sosteneva di non poter escludere a priori l'attendibilità della teoria eliocentrica, ma rimandando qualsiasi tentativo di proporla come descrizione fisica solo dopo che si avesse avuta la prova concreta e definitiva.[5]

Inoltre poco dopo la condanna dell'eliocentrismo presso il Santo Uffizio del 1616, Galilei chiese ed ottenne un colloquio privato con il cardinale Bellarmino. Il 24 maggio 1616 il cardinale Bellarmino firmò su richiesta dello stesso Galilei una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all'Indice.

Quel colloquio fu poi ricomposto in modo inventato ad arte e successivamente divulgato, da un grande nemico di Galilei, padre Seguri. In questo verbale apocrifo si diceva che Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non persistere sulla tesi eliocentrica; cosa niente affatto vera. Questo documento falsificato fu poi utilizzato anni dopo nel secondo processo contro Galilei, ma il cardinale Bellarmino era ormai morto e non poteva più testimoniare in favore di Galilei e smentire la veridicità di tale verbale.

Le dispute[modifica | modifica sorgente]

Poco tempo dopo la sua elezione a cardinale, Bellarmino venne nominato, insieme al cardinale Girolamo Bernerio, domenicano e vescovo di Ascoli Piceno, come assistente dei cardinali Ludovico Madruzzo e Pompeo Arrigoni che presiedevano la congregazione "De Auxiliis Divinae Gratiae". Questa era stata istituita nel 1597 da papa Clemente VIII per ricomporre una controversia teologica sorta tra i tomisti, guidati dal domenicano Domingo Bañez, e molinisti, che riguardava la natura dell'armonia tra grazia efficace e libertà umana. In tale diatriba che si trascinerà per diversi decenni, si contrapponevano gesuiti molinisti e domenicani tomisti. I primi accusavano di eresia calvinista i tomisti, mentre questi ultimi accusavano di eresia pelagiana i molinisti.

Il parere di Bellarmino sin dall'inizio fu che tale questione, di natura squisitamente dottrinale, non dovesse essere risolta con un intervento autoritativo, ma che dovesse essere lasciata ancora alla discussione tra i diversi indirizzi e che ai contendenti di entrambi i campi fosse seriamente proibito di indulgere a censure o condanne dei rispettivi avversari.

Bellarmino prese però apertamente le difese di un suo discepolo, frate Leonardo Leys, gesuita, coinvolto nella diatriba scoppiata all'università di Lovanio. In tale occasione scrisse una bozza, De Controversia Lovaniensi, che indirizzò ai cardinali Mandruzzo e Arrigoni, presidenti della congregazione. In questa disputa Bellarmino si opponeva agli scritti del teologo spagnolo dell'università di Salamanca, padre Domingo Bañez, a sua volta direttamente in disputa con il padre gesuita Luis de Molina.

Clemente VIII all’inizio si mostrò propenso ad accettare l'opinione conciliante di Bellarmino, ma successivamente cambiò idea, e decise di dare una più precisa definizione dottrinale in favore della tesi tomista. La congregazione "De Auxiliis" condannò quindi le tesi di Luis de Molina come eretiche. La presenza del cardinale Bellarmino nella Curia romana sarebbe divenuta quindi forse imbarazzante,[senza fonte] e fu forse per questo motivo che venne nominato nel 1602 arcivescovo di Capua. Dopo la morte di Clemente VIII, Papa Paolo V concluse la disputa "De Auxiliis" con una decisione che riprendeva l'originaria proposta di Bellarmino.

Il 1604 segnò l’inizio della contesa tra la Santa Sede e la Repubblica di Venezia, che, senza consultare Papa Clemente e versando in cattive condizioni finanziarie, aveva abrogato la legge di esenzione del clero dalla giurisdizione civile e tolto alla Chiesa il diritto di possedere beni immobili. La disputa portò a una guerra di libelli durante la quale le difese della parte repubblicana furono sostenute da Giovanni Marsilio e dal frate servita Paolo Sarpi, mentre la Santa Sede fu difesa dal cardinal Bellarmino e dal cardinal Cesare Baronio. A tal proposito alcuni contemporanei descrivono chiaramente l'atteggiamento di profonda e non celata stima che Bellarmino aveva per il frate servita, nonostante la netta contrapposizione.[senza fonte]

Contemporaneamente altre dispute riguardarono il giuramento di fedeltà imposto ai cattolici inglesi dal re Giacomo I nel 1606: il giuramento condannava come "empio ed eretico" l'insegnamento cattolico sul "potere di deporre" un sovrano, che la Santa Sede rivendicava. In questo contesto il cardinale Bellarmino scrisse una lettera all'arciprete inglese Blackwell, rimproverandolo per aver prestato il giuramento in spregio dei suoi doveri nei confronti del papa e il re inglese vi rispose nel suo scritto teologico Tripli nodo triplex cuneus. Sive apologia pro juramento fidelitatis, pubblicata anonima a Londra nel 1608. Il cardinale rispose nello stesso anno, sotto pseudonimo, con la Responsio Matthei Torti presbyteri et theologi papiensis ad librum inscriptum Triplici nodo triplex cuneus. A loro volta a questo testo risposero sia lo stesso re che il suo cappellano, Lancelot Andrewes[6]. In questa disputa intervenne anche il giurista scozzese William Barclay (1546–1608), che scrisse il De potestate papae, pubblicato nel 1609, al quale il cardinale rispose con il Tractatus de potestate summi pontificis in rebus temporalibus adversus Gulielmum Barclaium del 1610. L'opposizione alle posizioni gallicane di Barclay fece sì che per un decreto del 26 novembre del 1610 il trattato fosse pubblicamente bruciato a Parigi, in quanto ribadiva le motivazioni per la supremazia dell'autorità papale su quella monarchica.

La morte ed il culto[modifica | modifica sorgente]

Negli ultimi anni il cardinale Roberto Bellarmino continuò il suo austero modo di vivere che aveva sempre praticato, dedicando molto del suo tempo alla preghiera e ai digiuni, nonostante la sua salute piuttosto precaria. Continuò a fare molte elemosine ai poveri, ai quali lasciò praticamente tutti i suoi averi, tanto che fu sempre molto amato dai romani; contribuì a far concedere l'approvazione pontificia alla fondazione del nuovo Ordine della Visitazione di San Francesco di Sales; si impegnò per la beatificazione di San Filippo Neri; inoltre portò a termine la stesura di un "grande catechismo" e di un "piccolo catechismo", quest'ultimo in particolare ebbe notevole successo e fu ampiamente utilizzato fino a tutto il XIX secolo; infine compose un piccolo e anch'esso famoso testo "De arte bene moriendi" oltre che una sua "Autobiografia".

Un episodio importante lo vide protagonista il 29 maggio 1608 durante un Concistoro presieduto dal Papa Paolo V in onore di Francesca Bussi dei Ponziani la famosa Santa Francesca Romana, dove Roberto Bellarmino espose un elogio alla religiosa che convinse la maggior parte dei partecipanti a chiudere definitivamente il processo di beatificazione che era giunto ad una fase di stallo da quasi due secoli. Fu la prima donna beatificata dopo Santa Caterina da Siena nel 1461.

Il cardinale Bellarmino fu nominato Camerlengo del Sacro Collegio dal 9 gennaio 1617 all'8 gennaio 1618; successivamente fu Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti e poi della Sacra Congregazione dell'Indice.

Egli visse ancora per assistere ad un altro conclave, quello che elesse Gregorio XV nel febbraio 1621. La sua salute stava rapidamente declinando e nell’estate dello stesso anno gli fu permesso di ritirarsi a Sant’Andrea al Quirinale, sede del noviziato dei gesuiti, per prepararsi al trapasso. Qui spirò il 17 settembre 1621 tra le ore 6 e le 7 del mattino. Alla sua morte il suo corpo fu deposto nella cripta della casa professa, la Chiesa del Gesù a Roma e dopo circa un anno fu posto nel sepolcro che aveva ospitato il corpo di Sant'Ignazio di Loyola. Di lui disse Francesco di Sales che era "fontana inesauribile di dottrina". È il Patrono, insieme a Santo Stefano Protomartire, dell'Arcidiocesi di Capua.[7]

Tomba di San Roberto Bellarmino nella Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola in Campo Marzio a Roma

Poco dopo la sua morte la Compagnia di Gesù ne propose la causa di beatificazione che ebbe effettivamente inizio nel 1627 durante il pontificato di Urbano VIII, quando gli fu conferito il titolo di venerabile. Tuttavia un ostacolo di natura tecnica, proveniente dalla legislazione generale sulle beatificazioni, emanata da Urbano VIII, comportò una dilazione. Poi l'iter si arenò e anche se la causa fu reintrodotta in numerose occasioni negli anni 1675, 1714, 1752, 1832, e nonostante ad ogni ripresa la grande maggioranza dei voti fosse favorevole alla sua beatificazione, l'esito positivo arrivò solamente dopo molti anni. Il motivo fu in parte legato al carattere influente di alcuni prelati che espressero parere negativo, e in particolare il cardinale e santo Gregorio Barbarigo, il cardinale domenicano e tomista Girolamo Casanate, il famoso cardinale Decio Azzolino juniore nel 1675; il potente cardinale Domenico Passionei nel 1752; quest'ultimo in particolare in frequente contrasto con i gesuiti e vicino alle tesi gianseniste opposte alla tesi molinista della grazia efficace. Comunque secondo molti storici, la causa principale nella dilazione della beatificazione fu il parere negativo circa l'opportunità politica internazionale, dal momento che il nome del cardinale Bellarmino era strettamente associato ad una visione dell’autorità pontificia in netto contrasto con i politici regalisti della corte di Francia dei secoli XVIII e XIX. A tal proposito basti la citazione di Papa Benedetto XIV che scrisse al cardinale de Tencin:

« Noi abbiamo confidenzialmente detto al Generale dei Gesuiti che il ritardo della causa è motivato non da materie di poco conto attribuite a suo carico dal cardinale Passionei, ma dalle infelici circostanze dei tempi »
(Études Religieuses, 15 aprile 1896).)

Il 22 dicembre 1920 papa Benedetto XV riassumendo l'iter per la sua beatificazione, promulgò il decreto della eroicità delle sue virtù; poi il 13 maggio 1923, durante il pontificato di Pio XI, fu celebrata la sua beatificazione e dopo sette anni, il 29 giugno 1930 fu canonizzato. Più breve è stato quindi il processo di canonizzazione e ancora più rapida la nomina a Dottore della Chiesa, conferitagli il 17 settembre 1931 sempre da parte di Pio XI.

La sua festa liturgica è attualmente il 17 settembre giorno del suo trapasso mentre in passato era il 13 maggio giorno della sua beatificazione; è santo patrono della Pontificia Università Gregoriana, dove è comunque commemorato il 13 maggio, dei catechisti, degli avvocati canonisti, dell'arcidiocesi della città di Cincinnati negli USA.

Dal 21 giugno 1923 il suo corpo è venerato dai fedeli nella terza cappella di destra della chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma, chiesa del Collegio Romano che conserva le reliquie di altri santi gesuiti tra cui San Luigi Gonzaga. Le ossa del suo scheletro sono state ricomposte ed unite con fili d'argento e rivestite con l'abito cardinalizio mentre il volto e le mani sono state ricoperte d'argento; così appare sotto l'altare a lui dedicato.

Alcuni fedeli a lui devoti usano fare questa preghiera: "O Dio, che per il rinnovamento spirituale della Chiesa ci hai dato in San Roberto Bellarmino vescovo un grande maestro e modello di virtù cristiana, fa' che per sua intercessione possiamo conservare sempre l'integrità di quella fede a cui egli dedicò tutta la sua vita".

A lui è intitolato il "Collegio Bellarmino" sito nel Palazzo Gabrielli-Borromeo a Roma in via del Seminario, di antica storia e appartenente ai gesuiti. Qui attualmente risiedono i giovani padri gesuiti che frequentano i corsi della Pontificia Università Gregoriana e di altre pontificie università a Roma.

Genealogia episcopale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Genealogia episcopale.

Opere[modifica | modifica sorgente]

La lista completa degli scritti di Bellarmino e di quelli diretti contro di lui può essere rintracciata nella Bibliotheque de la compagnie de Jésus di Sommervogel. I seguenti sono i più importanti:

Scritti polemici:

  • Disputationes de Controversiis Christianae Fidei adversus hujus temporis hereticos, che ebbe innumerevoli edizioni di cui le principali sono quelle di Ingolstadt (1586-89), Venezia (1596), riviste personalmente dall’autore, ma piene di refusi di stampa, di Parigi o "Triadelphi" (1608), Praga (1721), Roma (1832)
  • De Exemptione clericorum, e De Indulgentiis et Jubilaeo, pubblicate come monografie nel 1599, ma successivamente incorporate nel De Controversiis
  • De Transitu Romani Imperii a Graecis ad Francos (1584)
  • Responsio ad praecipua capita Apologiae [...] pro successione Henrici Navarreni (1586)
  • Judicium de Libro quem Lutherani vocant Concordiae (1585)
  • quattro Risposte agli scritti a nome della Repubblica Veneziana di Giovanni Marsiglio e Paolo Sarpi (1606)
  • Responsio Matthaei Torti ad librum inscriptum Triplici nodo triplex cuneus 1608
  • Apologia Bellarmini pro responsi one sub ad librum Jacobi Magnae Britanniae Regis (1609)
  • Tractatus de potestate Summi Pontificis in rebus temporalibus, adversus Gulielmum Barclay (1610).

Opere catechetiche e spirituali:

  • Dottrina cristiana breve (1597) e Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana (1598), due opere catechetiche che hanno ricevuto più di una volta l’approvazione del papa e sono state tradotte in varie lingue; sono state in uso fino al XIX secolo.
  • Dichiarazione del simbolo (1604), ad uso dei preti
  • Admonitio ad Episcopum Theanensem nepotem suum quae sint necessaria episcopo (1612)
  • Exhortationes Domesticae, pubblicate solo nel 1899 dal Padre van Ortroy;
  • Conciones habitae Lovanii, la cui edizione più corretta è del 1615;
  • De Ascensione mentis in Deum (1615)
  • De Aeterna felicitate sanctorum (1616);
  • De gemitu columbae (1617)
  • De septem verbis Christi (1618);
  • De arte bene moriendi (1620).

Le ultime cinque sono opere spirituali scritte durante i ritiri spirituali annuali.

Opere esegetiche e di altro genere:

  • De Scriptoribus ecclesiasticis (1613)
  • De Editione Latinae Vulgatae, quo sensu a Concilio Tridentino definitum sit ut ea pro authenticae habeatur non pubblicate fino al 1749
  • In omnes Psalmos dilucida expositio (1611).

Edizioni complete dell'Opera omnia di Bellarmino sono state pubblicate a Colonia (1617), Venezia (1721), Napoli (1856), Parigi (1870).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Catholic Encyclopedia, voce Bellarmine, St. Robert; alcune informazioni potrebbero essere obsolete
  2. ^ Michele Ciliberto e Giulio Giorello, Giordano Bruno, in I grandi della scienza, anno VII, n. 36 (collana a cura de Le Scienze), Milano, 2004, p. 91.
  3. ^ Michele Ciliberto e Giulio Giorello, Giordano Bruno, op. cit., p. 92.
  4. ^ Michele Ciliberto e Giulio Giorello, Giordano Bruno, op. cit., p. 93.
  5. ^ http://www.liceonievo.it/ddttc/galileo/5/BELLFIL.htm
  6. ^ Léopold Willaert, L'église au lendemain du concile de Trente. La Restauration catholique, 1563-1648 (Bibliothèque de la Faculté de philosophie et lettres de Namur, fasc. 25), Bloud & Gay Éditeurs, Paris 1960, p.391.
  7. ^ Paolo IV, Lettera Apostolica all'Arcidiocesi Metropolitana di Capua nel millenario della Metropolia, Roma 29 settembre 1967.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Arcangelo Arcangeli (SJ), Vita del venerabile cardinale Bellarmino, Roma, 1743.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Rettore della Pontificia Università Gregoriana Successore Estemma UniGreg.png
Bernardino Rossignoli 1592 - 1594 Ludovico Mansoni
Predecessore Cardinale presbitero di Santa Maria in Via Lata Successore CardinalCoA PioM.svg
Silvio Savelli 17 marzo 1599 - 1º giugno 1605 Carlo Rossetti
Predecessore Arcivescovo di Capua Successore ArchbishopPallium PioM.svg
Cesare Costa 18 marzo 1602 - 1605 Antonio Caetani
Predecessore Cardinale presbitero di San Matteo in Merulana Successore CardinalCoA PioM.svg
Charles de Hémard de Denonville 1º giugno 1605 - 31 agosto 1621 Roberto Ubaldini
Predecessore Camerlengo del Collegio Cardinalizio Successore COA Cardinal Camerlingue template.svg
Domenico Toschi 1617 - 1618 Domenico Ginnasi
Predecessore Cardinale presbitero di Santa Prassede Successore CardinalCoA PioM.svg
Nicolás de Pellevé 31 agosto 1621 - 17 settembre 1621 François d'Escoubleau de Sourdis


Controllo di autorità VIAF: 121884477 LCCN: n79105903