Cosimo Fanzago
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Blasonatura
grembiato di otto pezzi di rosso e d'argento, caricato in cuore da uno scudetto rotondo d'azzurro, alla torre d'argento, merlata alla guelfa, aperta e finestrata di nero.
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Cosimo Fanzago (Clusone, 12 ottobre 1591 – Napoli, 13 febbraio 1678) è stato uno scultore, architetto e nobile italiano. Operò soprattutto a Napoli.
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[modifica] La vita
Cosimo Orazio nacque nel 1591 in Clusone da antica e nobile famiglia, gli Aliprandi-Fanzago, figlio di Ascenzo e della nobile Lucia Bonicelli. Da qualche tempo lo zio paterno, Pompeo, aveva in Napoli la carica di Ufficiale dei Gabellieri, e quando al giovane Cosimo venne a mancare, per la prematura morte di questi, l'appoggio del padre, si trasferì con la madre nel Regno di Napoli. Vi fu quasi sicuramente dapprima una sosta in Chieti, dove risiedevano dei cugini. Le ragioni prime di questo spostamento di residenza sono da lui stesso indicate in una dichiarazione resa nel settembre del 1612, in occasione del suo matrimonio, alla Curia Arcivescovile di Napoli. Ivi, dopo aver affermato di essere scultore e di avere 19 anni aggiunge: "Me ne venni in Napoli per imparare l'arte di scultura in marmo". I primi rudimenti di scultura, e pensiamo anche di architettura, glieli diede quegli che poi ne diveniva il suocero, lo scultore toscano Angelo Landi. Gli inizi della sua carriera furono relativamente facili dopo qualche lavoro di modesta importanza, nel 1615 -fors'anche per intervento dello zio- riceveva l'incarico dal cardinale Carafa di scolpire il monumento funebre di un suo congiunto, Mario Carafa. In tal modo egli aveva il primo contatto, attraverso uno dei suoi più alti esponenti, con l'ambiente del clero napoletano che, insieme alla aristocrazia, saranno naturalmente i migliori dei suoi committenti.
Il conte Piero Fogaccia, nella sua monografia sul Fanzago, scrive che questi "ebbe facilitata l'ascesa da fortunata protezione dei Benedettini, del duca di Medina, del Principe Caracciolo, dei Certosini". È un giudizio preciso, che non diminuisce per nulla i suoi meriti di artista. È vero: Cosimo ebbe la ventura di piacere alla Corte Vicereale, e per riverbero alla Autorità Ecclesiastica, ancor prima che come artista come uomo. Mancavano del tutto in lui, per nascita e per educazione, quegli atteggiamenti troppo ossequenti che, alla lunga, riescono ad indisporre: e questo piacque. Piacquero anche la sua generosità, i suoi tratti di gran signore, la sua rettitudine, tutte doti che vogliamo credere facessero dimenticare come, per sua natura, o perché oberato di lavoro, egli fosse, con poco piacere dei suoi clienti, piuttosto confusionario nella sua amministrazione.
Come tutti quelli del suo casato, Cosimo dei Fanzago aveva una innata fierezza, ed una dignità poste ancora più in rilievo dall'aspetto esteriore, dall'alta statura. Scriveva di lui il Dominici: "Fu Cosimo alto a maraviglia della persona....Fu di aspetto che movea riverenza in vederlo". Un affresco di sua mano, nella chiesa dell'Abbazia di Montecassino lo ritraeva di fronte a San Benedetto: egli neppure pensò di doversi raffigurare in un diverso atteggiamento, se non "alto, diritto, elegante, anche davanti al Santo" - come osserva il Fogaccia - e senza alcun atteggiamento di prostrazione o di ossequio.
Anche il suo tratto di gran signore ci è, del resto, rivelato da vari episodi. Il pittore Francesco Solimena poté brillantemente iniziare a soli diciott'anni la sua carriera con lavori nella chiesa del Gesù Nuovo, perché il Fanzago, che aveva intuito il valore del giovane artista, si era fatto garante presso i committenti dei buoni risultati della sua opera. Altra volta, ai padri della chiesa di Santa Maria la Nova che gli chiedevano di scolpire due statue per sostituirle a quelle di mano d'altro artista, che erano in legno, rispondeva di lasciarvele, "perché di marmo, ancorché tutte di mia mano, non si potranno mai veder migliori". Giuliano Finelli, per una certa sua invidia di artista, non era molti gradito al Fanzago: non pertanto si vide aggiudicati vari lavori, tra di questi la statua di San Gennaro sulla guglia del Duomo, per intervento di Cosimo. E quando il Tribunale popolare all'epoca della rivoluzione di Masaniello condannò a morte il Finelli, egli poté essere salvato unicamente dietro intercessione proprio del Fanzago, che anche dal popolo era rispettato ed amato.
In contrasto con questi episodi che gli farebbero onore vi è il fatto che verso il 1645 tentò di "soffiare" l'incarico di ingegnere maggiore del regno a Onofrio Antonio Gisolfi, approfittando di una sua breve assenza da Napoli.
L'ambiente della Corte Vicereale e della aristocrazia, nel quale Cosimo viveva, lo obbligavano ad un alto tenore di vita , che probabilmente del resto gli era congeniale. Ne derivò, comunque, che egli nella sua lunga ed attiva esistenza, morì nel 1678 ad 87 anni, guadagnò somme notevoli, ma altrettanto notevoli gli riuscì di spenderne: ed ai suoi figli poté lasciare ben poca cosa. Al Fanzago capitò qualche volta di voler fare, nel corso dei lavori, i conti con i suoi clienti per averne un nuovo acconto di denari, e di accorgersi di essere egli in quel momento il debitore. E lo sfarzo di cui si circondava giunse a procurargli la sgradita sorpresa di ritrovarsi senza soldi: il che, in verità, per lui non costituiva neppure, per una certa frequenza, una sorpresa. Tuttavia questa sua svagatezza non gli impedì di riuscire a crearsi attorno un'efficiente organizzazione, che comprendeva fornitori di marmi pregiati, operai ed artigiani per la esecuzione delle decorazioni in genere, e dei lavori di intarsio per i quali egli aveva preparati i disegni.
Il cavaliere Cosimo Orazio dei Fanzago, dell'Ordine di Malta (per grazia del Re di Spagna, secondo il Dizionario dell'Abate Ladvocat: l'intervento della Corona spagnola ebbe probabilmente lo scopo di togliere di mezzo l'ostacolo che poteva essere rappresentato dalla qualifica di scultore, allora considerata spesso come attinente ad "arte manuale") venne a morte in Napoli nel febbraio del 1678. Lasciava quattro figli: Caterina, moglie del nobile Giovanni Corrado, Vincenzo, Carlo ed Ursula.
[modifica] Le opere
Fu attivo soprattutto a Napoli, dove creò una originalissima versione locale del barocco, fatta di ricchissimi intarsi di marmi colorati che ornano strutture ancora permeate di rigore manierista. Nel 1647, subito dopo la rivolta di Masaniello, abbandonò Napoli per un breve periodo e si recò a Roma, dove restaurò le chiese di San Lorenzo in Lucina e Santa Maria in Via Lata. Tra le sue moltissime opere si segnalano guglie, cappelle, altari, chiese, conventi, palazzi
- la decorazione a marmi commessi del Gesù Nuovo, con i due cappelloni di S. Ignazio e S. Francesco Saverio
- i due cappelloni del transetto della chiesa del Gesù Vecchio con le statue di Geremia e David
- vari lavori alla chiesa e al chiostro della Certosa di San Martino, forse il luogo che meglio esemplifica il suo stile e il barocco napoletano (con i monaci Fanzago ebbe poi una lunga vertenza e durante la vecchiaia fu estromesso in malo modo dal cantiere)
- le facciate delle chiese di Santa Maria di Costantinopoli, S. Giuseppe a Pontecorvo, S. Maria degli Angeli alle Croci, S. Teresa a Chiaia
- la Basilica della Madonna dei Miracoli, Andria, provincia di Barletta-Andria-Trani
- la Basilica di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone, a pianta centrale, che ispirò poi Sant'Agnese in Agone di Borromini
- la chiesa di Santa Maria Maggiore a Napoli (detta 'la Pietrasanta')
- la chiesa di San Giorgio Maggiore
- la ridecorazione barocca dell'Abbazia di Montecassino (distrutta nella II Guerra Mondiale e parzialmente ricostruita
- la Guglia di San Gennaro, prototipo di numerosissime realizzazioni analoghe a Napoli e in tutta l'Italia meridionale
- la cancellata della cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli
- gli altari maggiori di San Domenico Maggiore, San Pietro a Majella, Ss. Severino e Sossio
- un altare in marmi policromi nella Chiesa parrocchiale di Soveria Mannelli, proveniente dall'Abbazia di Santa Maria di Corazzo, giudicato monumento nazionale nel 1910
- L'altare del Sacramento nella Cattedrale di Palermo
- la cappella Firrao a S. Paolo, la cappella di S. Teresa a S. Teresa agli Studi, la cappella Cacace a S. Lorenzo
- I palazzi Zervallos e Stigliano
- Palazzo Carafa di Maddaloni
- il cosiddetto Palazzo di Donn'Anna a Posillipo
- il cappellone di Sant'Antonio in San Lorenzo Maggiore a Napoli
- Restauro del Complesso di San Gaudioso
- Fontana del Sebeto
- la chiesa S. Maria di Costantinopoli, a via Costantinopoli, insieme alla quale viene architettato anche un convento (ma quest'ultimo da Giuseppe Donzelli, detto Fra Nuvolo), che oggi è divenuto una scuola statale.
- la statua in marmo di S.Ignazio di Loyola nella chiesa dei Gesuiti fino alla sua demolizione ottocentesca e attualmente nella cappella Marincola-Cattaneo al cimitero a Catanzaro
Opere sue anche ad Avellino, Pescocostanzo, Piedimonte Matese (chiesa del SS. Salvatore), Venezia (altare di S. Nicolò al Lido) e in Spagna (a Salamanca)
[modifica] Curiosità
- L'artista viveva in una zona nei pressi della Chiesa di Santa Maria ad Ogni Bene dei Sette Dolori, luogo in cui sembra sia stato sepolto. La zona che comprende la chiesa è stato luogo in Via Girardi dell'abitazione di un altro artista Domenico Antonio Vaccaro e del patriota Luigi Settembrini.
[modifica] Bibliografia
- G. Dolcetti, "Il libro d'argento delle famiglie venete", 1922-28, Bologna (rist. anast.) Forni Editore vol. IV pag. 34-39 (Fanzago e Cartolari).
- Aliprando Fanzago degli Aliprandi, "I conti di Bergamo ed i discendenti Aliprandi, Rosmini, Fanzago e Fanzago-Cartolari", pag.120-127
[modifica] Galleria
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Visuale della Guglia di San Gennaro a Napoli
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
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