Chiesa dei Santi Severino e Sossio

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Coordinate: 40°50′51.95″N 14°15′29.86″E / 40.847764°N 14.258294°E40.847764; 14.258294

Chiesa dei Santi Severino e Sossio
Facciata
Facciata
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare San Severino e San Sossio
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Stile architettonico barocco
Inizio costruzione X secolo

La chiesa dei Santi Severino e Sossio, con l'annesso monastero, è situata a Napoli, in via Bartolommeo Capasso.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Chiesa dei Santi Severino e Sossio con l'attiguo monastero in una gouache ottocentesca

La chiesa è annessa a uno dei monasteri più antichi della città, dal 1835 sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Fu fondato nel X secolo dai benedettini, quando, per le temute incursioni saracene, abbandonarono il vecchio monastero, situato sulla collina di Pizzofalcone, portando anche le reliquie di san Severino; nel 904 vi trasferirono le reliquie di San Sossio, compagno di martirio di San Gennaro, rinvenute tra i ruderi del castello di Miseno che era andato distrutto nell'855. Le reliquie dei due santi rimasero nella chiesa fino al 1808, quando furono trasportate nel vicino paese di Frattamaggiore.

Durante il regno angioino nel monastero si tennero anche rilevanti avvenimenti civili, come la convocazione del parlamento nel 1394 da parte dei Sanseverino, sostenitori di Luigi II d'Angiò[1].

Nel 1490 l'architetto calabrese Francesco Mormando gettò le fondamenta dell'attuale chiesa, terminata nel secolo successivo da Giovanni Francesco Di Palma[2].

Interno

La cupola, una delle prime erette in Napoli, fu costruita nel 1561[3], su disegno dell'architetto fiorentino Sigismondo Coccapani. Quella dei decenni di fine Cinquecento, in generale, sarà la prima grande stagione d'una moderna decorazione a fresco e a stucchi nell'Italia meridionale. La nuova veste "trionfante" e le più forti esigenze didascaliche delle chiese post-tridentine, la contemporanea conclusione di tante fabbriche religiose e la gara di emulazione in fasto e ricchezza di ornamenti fra i monasteri, o fra i privati, doveva portare nei Santi Severino e Sossio ad un grande entusiasmo della committenza, sia religiosa che privata[4], sia locale che forestiera, genovese in primis[5], aprendo un importante capitolo di scambi, di discese e di importazioni dall'esterno, dal fiammingo Paul Schepers (autore nel 1566 dei distrutti affreschi della cupola), al senese Marco Pino, dal bresciano Benvenuto Tortelli al romano Bartolomeo Chiarini, al bergamasco Cosimo Fanzago, fino al carrarese, Fabrizio di Guido, quest'ultimo operante nella cappella Medici.

La tradizione di artisti toscani residenti a Napoli, per altri versi, è lunga e ininterrotta, e si consolida con l'arrivo di un nutrito gruppo di maestranze carraresi nella seconda metà del Cinquecento, grazie al matrimonio tra Alberico Cybo Malaspina e la napoletana Isabella di Capua, dei duchi di Termoli. Ma già sin dagli inizi del Trecento si registra l'esistenza di fitti legami d'ordine politico, finanziario, commerciale fra le due sponde. Ai tempi degli angioini si era insediata a Napoli una fitta "colonia" fiorentina di mercanti, artigiani, banchieri. Per esempio, i negoziati tra Antonio Piccolomini e gli scultori Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano sulla costruzione e la decorazione della cappella Piccolomini nella chiesa di Sant'Anna dei Lombardi furono portati avanti dagli Strozzi, che avevano impiantato a Napoli una filiale della loro banca e facevano pagamenti agli artisti. E nella capitale meridionale si erano trasferiti per lavorare al servizio dei sovrani angioini Tino di Camaino e Giotto, dettando modelli di stile e di gusto che ben presto si sarebbero imposti in quella fascia di nobiltà più immediatamente vicina alla corte.[6].

Sarà ancora un carrarese, tal conte Abate Antonio Del Medico, l'intestatario di un pagamento nel 1759 per cui si obbligava a far scolpire dai migliori scultori di Carrara due statue di marmo statuario fino del polvaccio antico, da posizionare nelle nicchie a muro della porta d'ingresso della chiesa"[7].

Nelle cappelle dei Santi Severino e Sossio si assiste al ripetersi dello schema cinquecentesco di decorazione: la tipologia umanistica, che il Burckhardt amò dire napoletana, della figura semigiacente inserita all'interno di un prospetto architettonico ad arco trabeato; la pala d'altare, di grande formato, concepita e incorniciata come un tabernacolo; nelle pareti laterali due dipinti, anch'essi di grande formato; al di sopra dei due dipinti laterali e della tavola d'altare, delle lunette dipinte ad affresco che continuano la decorazione del soffitto. Quest'ultima si basa sul sistema della rappresentazione multipla, in cui, sul modello delle logge vaticane, ripartizioni effettuate con cornici a stucco limitano la grandezza degli affreschi, lasciando più spazio al genere minore delle storiette. Le ripartizioni seguono un impiego strettamente geometrico, adattandosi rigorosamente alla suddivisione tettonica della volta, secondo effetti ancora lontani dalla verve uniformemente illusionistica dell'arte decorativa tipica del barocco napoletano[8].

Nel 1573 si concludevano, con tre anni di ritardo, i lavori del coro ligneo (dietro l'altare maggiore), progettato nel 1560 da Benvenuto Tortelli da Brescia[9], e destinato a raggiungere rapidamente il valore di modello. Il 20 giugno 1589, infatti, i monaci palermitani del convento benedettino di San Martino delle Scale commissionarono a Nunzio Ferraro e Giovan Battista Vigilante un coro "conforme al choro della chiesa di San Severino di Napoli"[10]. A Napoli il coro di San Severino venne usato così come una vera e propria enciclopedia dell'ornato e degli intagli: lo testimoniava il coro di San Paolo Maggiore (distrutto nell'ultima guerra) realizzato nel 1583 da Giovan Lorenzo d'Albano, e lo provano ancora i rivestimenti in noce della sagrestia di Santa Caterina a Formiello e di quello della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, opera di Martino Migliore, e gli stalli della chiesa dei Santi Apostoli, di Santa Maria la Nova, del Duomo, realizzati nel 1616 da Marcantonio Ferraro.

L'edificio fu ancora rimaneggiato nel secolo XVIII da Giovanni del Gaizo, che realizzò la facciata, preceduta da transenne progettate su disegno di Giovan Battista Nauclerio.

Espulsi i benedettini, nel 1799 fu occupato dai sanfedisti e divenne nel 1813 collegio di Marina. Nel 1835 venne scelto come sede dell'archivio di stato che tutt'oggi occupa il convento.

La chiesa[modifica | modifica sorgente]

La volta

Nell'abside della chiesa principale, l'altare e la balaustra del presbiterio sono stati realizzati su disegno di Cosimo Fanzago (1640). Nel 1783 l'altare maggiore fu rimaneggiato, soprattutto nel paliotto, da Giacomo Mazzotti; il pavimento risale al 1697. Ai lati dell'altare vi sono poste due cappelle. L'interno a tre navate ha una pianta a croce latina, con sette cappelle per lato e abside rettangolare molto profonda.

La chiesa conserva diverse opere d'arte, che vanno dal XVI secolo al XVIII secolo: nella navata affreschi e tele di Francesco De Mura, nelle cappelle laterali opere di alcuni pittori e scultori del XVI secolo, tra i quali il pittore Marco Pino e lo scultore napoletano Giovanni da Nola. Inoltre, va citato il monumento sepolcrale a Camillo de' Medici, realizzato da Girolamo D'Auria verso la fine del XVI secolo.

Tramite la porta dell'antisagrestia si accede ad un corridoio del XV secolo, che conduce alla chiesa inferiore, di gusto rinascimentale, realizzata da Giovanni Francesco Mormando, nella quale vi si trovano numerose tombe, databili al Cinquecento.

Le cappelle[modifica | modifica sorgente]

Navata destra[modifica | modifica sorgente]

Dal quinto decennio furono concesse le cappelle del lato destro della chiesa, con questa successione: terza cappella, promessa già nel 1541 a Marino Mastrogiudice (patrizio di Sorrento, presidente della regia Camera e avvocato fiscale)[11], e passata ai Saliceti nel 1551, quindi ai Giordano almeno dal 1568[12]; seconda cappella, 1545, di Giancarlo Casanova (di Prospero Tuttavilla dal 1591); sesta cappella, 1549, di Francesco Albertini, giureconsulto di Nola[13]; prima cappella, 1550, del cavalier Annibale Mastrogiudice (del genovese Cristofaro Grimaldi dal 1576); quinta cappella, 1556, del giurista di Teano Gianfelice Scalaleone[14] (del giureconsulto genovese Francesco Massa[15] almeno dal 1598); quarta cappella, 1559, di Giannandrea e Ottaviano de Curtis, dal 1561 titolari anche dell'antivestibolo della sagrestia (quest'ultimo passato nel 1587 a Girolamo Carafa, signore di Sepino e duca di Montecalvo), 1590, cappella nel vestibolo della sagrestia, di Camillo de' Medici, giurista di Gragnano e cavaliere commendatore del Sacro militare Ordine di Santo Stefano.

In quegli anni erano ancora nella chiesa inferiore la tomba di Giovan Battista Cicaro (ca. 1507-1512), una sorta di inedito altare-tabernacolo di probabile derivazione toscana, con un intenso epitaffio di Iacopo Sannazaro: Liquisti gemitum miseræ / lacrymasq<ue> parenti, / pro quibus infelix / hunc tibi dat timulum. Alternativamente attribuite dalla letteratura storica alla mano di Giovanni da Nola ed allo spagnolo Pietro della Plata (non meglio identificato)[16], sono state restituite dalla critica moderna rispettivamente ad Andrea Ferrucci da Fiesole e Bartolomé Ordóñez[17].

La cappella di spicco è senza dubbio la cappella Medici di Gragnano, in cui lavorò Fabrizio di Guido, inauguratore questi di uno dei primissimi esempi realizzati a Napoli di intarsio policromo esteso alla spazialità di un interno, applicato non solo nella pavimentazione, un impiego che a Napoli risaliva ai primi decenni del Cinquecento, ma per l'intero rivestimento della parete a destra dell'altare, nonché per la grande ancona d'altare e gli specchi inferiori che la affiancano agli angoli. In essa è presente il monumento sepolcrale di Camillo de' Medici (1596), opera di Girolamo D'Auria. La cappella medicea risulta essere dunque come una delle prime, autonome e originali manifestazioni del proposito di conseguire quella unità delle arti visive che sarà uno dei moventi caratteristici della civiltà figurativa seicentesca, che avrà in Cosimo Fanzago il suo più brillante e originale esponente. Sull'immigrazione fiamminga, esiste invece una certa tradizione di presenze di artisti fiamminghi a Napoli almeno a partire dagli anni Quaranta, da quando cioè il "viaggio in Italia" era divenuto per questi pittori un momento chiave dello status e della crescita culturale di ognuno.

Navata sinistra[modifica | modifica sorgente]

Cappella Medici di Gragnano (1590-1600)

Circa le cappelle della navata sinistra, le prime concessioni risalgono agli anni 1562-1563[18].

La zona absidale[modifica | modifica sorgente]

La cappella Sanseverino e quella del guerriero Girolamo Gesualdo, entrambe ai lati dell'altare maggiore, quindi più ambite[19], furono certamente le prime ad essere decorate, rispettivamente tra il 1538 e il 1548, e tra il 1542 e il 1561[20], ben prima, quindi, dell'apertura al pubblico della chiesa, avvenuta nel 1567[21].

La cappella Sanseverino, dedicata al corpo di Cristo, fu pensata da Ippolita de Monti, moglie di Ugo e contessa di Saponara[22][23], come vero e proprio pantheon della famiglia. Nel corso degli anni, infatti, oltre ad ospitare la tomba della fondatrice e dei tre giovani figli assassinati, la cappella si arricchì di scudi, medaglioni e iscrizioni, commemoranti numerosi membri del casato: il guerriero Alessandro de Monti, morto il 22 giugno 1622, Giulia de Monti, il cui "figliolo Geronimo pose il sepolcro l'anno 1715", Geronimo de Monti-Sanfelice, duca di Lauriano, vissuto nella prima metà del Settecento, Salvatore di Capua-Sanseverino, principe della Riccia e marchese di Raiano, morto nel 1858[24]. Coi suoi classici archivolti l'architettura della cappella imita a evidenza quella delle cappelle laterali della chiesa di Monteoliveto, dove appena due anni più tardi confluiranno artisti fiorentini che, sotto il denominatore di Giorgio Vasari, introdurranno nel Meridione il gusto toscano per una sfarzosa decorazione a fresco e in stucco con motivi all'antica.[25]

Sul pavimento cinquecentesco si susseguono numerose lastre sepolcrali[26], tra le quali quella del pittore di origine greca Belisario Corenzio, che morì cadendo dai ponteggi della chiesa, mentre affrescava la volta. A lui erano stati commissionati nel 1609 gli affreschi della navata, del transetto e del coro, crollati in seguito al devastante terremoto del 1731, quindi rifatti da Francesco De Mura nella navata (l'artista decorò anche la controfacciata nel 1739) e dal romano Giovanni Paolo Melchiorri nella volta del coro, con un affresco raffigurante la Gloria di San Benedetto[27]. Gli stucchi della navata sono di Giuseppe Scarola. La sacrestia conserva il ciclo più integro di Onofrio De Lione, pittore napoletano fratello del più noto e celebrato Andrea ed allievo del Corenzio. A lui si devono le scene del Vecchio Testamento, firmati e datati 1651, ad eccezione della Santissima Trinità raffigurata sulla piccola volta in fondo al vano, la quale è opera del maestro[28].

I chiostri[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chiostri del monastero dei Santi Severino e Sossio.

I chiostri della chiesa sono tre:

  • il primo, detto del Platano, a causa di un platano che secondo la tradizione sarebbe stato piantatato da san Benedetto e le cui foglie avrebbero avuto la virtù di sanare le ferite; la pianta venne abbattuta nel 1959 quando il fusto misurava 8,45 m di circonferenza. Nel portico, in origine retto su colonne, poi sostituite da pilastri, si conservano affreschi del Solario, raffiguranti la vita di san Benedetto;
  • il secondo, detto del Noviziato, fu costruito nel XV secolo, di pianta rettangolare, sorretto da una trentina di arcate poggianti su pilastri di piperno. Nel 1803 il piano superiore venne trasformato in un edificio a due piani, destinato in parte all'alloggio dei religiosi e in parte a scuola. Al centro è posto il busto di Bartolomeo Capasso;
  • il terzo detto di Marmo, è stato realizzato tra il Cinquecento e il Seicento ed è un'opera tardorinascimentale. Le arcate del chiostro sono sorrette da colonne in marmo bianco di Carrara. Il giardino è formato da quattro aiuole, distinte da viali pavimentati in cotto. Il piano sovrastante è caratterizzato da ampie finestre ad arco su pilastri incastrati in una cornice.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Stanislao D'Aloe, Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", VIII, 1883, p. 728.
  2. ^ Maria Raffaella Pessolano, Il convento napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1978, p. 71
  3. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri Soppressi, fascio 1793; Nunzio Federico Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", III, 1887, pp. 236-237.
  4. ^ Di Napoli il Vasari parlò come della città "dove molto si costuma fare le cappelle e le tavole di marmo" . Un fenomeno, questo della moltiplicazione delle cappelle private, che aveva manifestato precoci e clamorosi sviluppi nel corso nel Quattrocento, in concomitanza con la crescita di alcuni gruppi di famiglie aristocratiche. Nel Cinquecento, per la nobiltà, che dappertutto decide dove essere, comportandosi da padrona, il luogo sacro è diventato un habitat periferico quasi imprescindibile, la controparte del "proprio essere nello spazio", costituito dai sontuosi palazzi eretti nel luogo urbano. In tale prospettiva la cappella non è solo il luogo delle devozioni religiose familiari, ma anche e soprattutto un'occasione per narrare la storia della famiglia, per ravvivarne lo splendore, spesso solo per primeggiare rispetto alle altre famiglie del gruppo aristocratico, e in essa nulla è lasciato al caso: tutto nell'iconografia funeraria sembra rispondere a regole precise. Maria Antonietta Visceglia, op. cit., p. 129. La studiosa, oltre a sottolineare la complessità e i condizionamenti alla base del luogo di sepoltura (influenza della famiglia di appartenenza, delle famiglie alleate, protezione e isolamento offerto dalle mura di un convento), individua un rapporto preciso tra dislocazione delle cappelle e appartenenza della famiglia ad uno dei seggi della capitale.
  5. ^ Giovanni Brancaccio, Nazione genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna, Napoli, Guida 2001.
  6. ^ Anthony Blunt, Neapolitan baroque and rococo architecture, London, 1975, p. 5.
  7. ^ Nunzio Federico Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, III, 1887, p. 251
  8. ^ Herman Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, Berlin, 1920, trad. it. cons.: La pittura del tardo Rinascimento a Roma e a Firenze, Roma, 1994, p. 61.
  9. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri Soppressi, fascio 1793, cc. 17r-22r
  10. ^ Gennaro Toscano, art. cit., pp. 253.
  11. ^ Matteo Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi in due parti divisa, Napoli, Stamp. e cartiera del Fibreno, 1836, p. 414.
  12. ^ Piero Doria, Giordano, Fabio, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, LV, 2000, pp. 263-264.
  13. ^ Cesare D'Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, per Ottavio Beltrano, 1623, p. 325
  14. ^ Lodovico Antonio Muratori, Raccolta delle vite, e famiglie degli uomini illustri del regno di Napoli, Milano, presso M. Sessa, 1755, p. 72.
  15. ^ Girolamo Rossi, Storia della città di Ventimiglia dalle sue origini sino ai nostri tempi, Torino, 1859, p. 226, ora integralmente accessibile su google libri.
  16. ^ Cesare D'Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, per Ottavio Beltrano, 1623, p. 326, accessibile su google libri; "Antologia romana", 42 (aprile 1796), in Roma, Nella stamperia di Gio. Zempel, p. 329-331, accessibile su google libri
  17. ^ Riccardo Naldi, L'iconografia funeraria del primo Cinquecento a Napoli, in Les Académies dans l'Europe humaniste: idéaux et pratiques, Droz 2008, pp. 260-263
  18. ^ Inventario de' monumenti della chiesa dei Santi Severino e Sossio, ms 1872, Biblioteca Nazionale di Napoli, Bibl. Prov., ms 31, cc. 63r-79r; Lawrence R. d'Aniello, La cappella Medici di Gragnano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, in "Napoli Nobilissima", ser. 5., vol. 6, fasc. 1/4 (genn.-ago. 2005), pp. 21, 64 note 4,5.
  19. ^ Maria Antonietta Visceglia, Il bisogno di eternità. I comportamenti aristocratici a Napoli in età moderna, Napoli, 1988, p. 129.
  20. ^ Scipione Volpicella, La crociera della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, in Studi di letteratura, storia, e arti, Napoli, 1856, pp. 193, 196-201.
  21. ^ Maria Raffaella Pessolano, Il monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1977, p. 54 nota 159, che trae dall' A.S.N., Mon. Soppr., fascio 1793, c. 27 della numerazione recente.
  22. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, n. 1791, Carte della contessa di Saponara, cc. 110 ss.
  23. ^ Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, Roma 1889, p. 170
  24. ^ Scipione Volpicella, ''La crociera della chiesa, cit., pp. 196-201.
  25. ^ Roberto Pane, Il Rinascimento nell'Italia meridionale, vol. I, Milano 1975, p. 238
  26. ^ Scipione Volpicella, Memorie patrie. La chiesa dei Santi Severino e Sossio: pavimento della nave, in “La Carità”, XXIX, novembre 1881, pp. 781-802
  27. ^ Stanislao D'Aloe, in Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, Vol. I, Napoli, 1845, Stab. Tip. di G. Nobile, p. 235
  28. ^ Giovanni Battista Chiarini, Notizie del bello dell'antico e del curioso della città di Napoli (1856-1860), a cura di Paolo Macry, vol. III, Napoli, Edizioni dell'anticaglia, 2000, p. 731

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pietro de Stefano, Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, Appresso Raymondo Amato, 1560, pp. 88-89, accessibile su google libri;
  • Cesare D'Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, per Ottavio Beltrano, 1623, p. 316-334, accessibile in google libri;
  • Carlo de Lellis, Parte seconda o' vero Supplimento a Napoli sacra di d. Cesare D'Engenio Caracciolo, Napoli, per Roberto Mollo, 1654, p. 163, accessibile su google libri;
  • Benedetto Laudati, Breve chronicon regalis neapolitani monasterii Sancti Severini et Sossi, in Mariano Armellini, Bibliotheca benedectino-casinensis, sive scriptorum casinensis congregationis alias Sancta Justina patavina qui in ea ad hac usque tempora floruerunt operum ac gestorum notitia, Assisi, 1731-1732;
  • Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor Giuseppe Sigismondo napoletano, II, Napoli, presso i fratelli Terres, 1788, pp. 68-82, accessibile su google libri;
  • Luigi d'Afflitto, Guida per i curiosi e per i viaggiatori che vengono alla città di Napoli, Napoli, Dalla Tipografia Chianese, 1834, pp. 218, accessibile su google libri;
  • Giovanni Battista Ajello, Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, Napoli, Stab. Tip. di G. Nobile, 1845, p. 233-242, accessibile su google libri;
  • Scipione Volpicella, Principali edificii della città di Napoli, Napoli 1847, p. 575-604, accessibile in google libri;
  • Germanico Patrelli, Memorie dei lavori di riparazione eseguiti nella chiesa dei Padri cassinesi dei Santi Severino e Sossio di Napoli, progettati e diretti dal maggiore cavaliere Germanico Patrelli, Napoli, 1852;
  • Giovanni Battista Chiarini, in Carlo Celano, Notizie del bello dell'antico e del curioso della città di Napoli (1856-1860), a cura di Paolo Macry, vol. III, Napoli, Edizioni dell'anticaglia, 2000, pp. 728-732, accessibile in google libri;
  • Scipione Volpicella, La crociera della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, in Studi di letteratura, storia, e arti, Napoli, 1856;
  • Gaetano Nobile, Un mese a Napoli: descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, vol. II, Napoli 1863, p. 473, accessibile in google libri
  • Gennaro Aspreno Galante, Memorie dell'antico cenobio lucullano di San Severino abate in Napoli, Napoli, 1869, ora interamente accessibile su google libri;
  • Ferdinando Carafa, Notizie storiche intorno alla chiesa dei santi Severino e Sossio, Napoli, 1876;
  • Bartolomeo Capasso, Monumenta ad neapolitani ducatus pertinentia, Napoli, 1881;
  • Scipione Volpicella, Memorie patrie. La chiesa dei Santi Severino e Sossio: pavimento della nave, in “La Carità”, XXIX, novembre 1881, pp. 781-802;
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  • Giuseppe Molinaro, Santi Severino e Sossio, Napoli, 1930;
  • Egildo Gentile, I benedettini a Napoli, in “Benedectina”, VII, 1-2, 1953, pp. 39-44;
  • Jole Mazzoleni, Il monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1964;
  • Maria Raffaella Pessolano, Il monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1977;
  • Jole Mazzoleni, L'Archivio del monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1984.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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