Chiesa dei Santi Apostoli (Napoli)

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Coordinate: 40°51′16.41″N 14°15′37.25″E / 40.854557°N 14.260346°E40.854557; 14.260346

Chiesa dei Santi Apostoli
Visuale della cupola
Visuale della cupola
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Santi Apostoli di Gesù
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Inizio costruzione 468

La chiesa dei Santi Apostoli è una chiesa di Napoli che si trova nell'omonimo largo, lungo l'antico decumano superiore (oggi via Anticaglia) del centro antico della città. Annesso al complesso si trova il chiostro dei Santi Apostoli.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La chiesa, che oggi appare nel suo sontuoso stile barocco, fu fondata secondo la tradizione nel 468 dal vescovo Sotero (assieme ad altre quattro cosiddette "parrocchie maggiori") forse sulle rovine di un tempio romano preesistente dedicato a Mercurio.

Le prime notizie certe della chiesa si hanno tuttavia soltanto a partire dal 1530, anno in cui la gestione era in affidamento al marchese di Vico Colantonio Caracciolo, per poi passare negli anni successivi ai padri teatini che si incaricarono dell'opera di ristrutturazione nell'anno 1581. Già nel 1590 fu edificato il monastero dal confratello Francesco Grimaldi.

I lavori di rifacimento della chiesa iniziarono intorno al 1611 ed il progetto fu affidato ancora al Grimaldi. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta nell'agosto 1613, il cantiere fu seguito dall'architetto Giovan Giacomo Di Conforto, che modificò l'impianto planimetrico originario aumentadone le cappelle e accorciandone il coro.

Nel 1638 i lavori furono diretti da Bartolomeo Picchiatti che edificò il campanile e nel 1647 fu inaugurata la cappella Filomarino con il maestoso altare di Francesco Borromini, già iniziato dieci anni prima a Roma. Il terremoto del 1688 diroccò parte del monastero e nel 1758 fu edificato il nuovo braccio della struttura medesima.

Con la soppressione dell'ordine dei teatini per opera di Gioacchino Murat, avvenuta nel 1809, il convento fu adibito a caserma sino al 1821, quando Ferdinando IV di Borbone propose ai gesuiti l'affidamento del tempio, ma ciò non avvenne per il rifiuto posto dall'ordine religioso; fu così che i teatini poterono riottenere la loro chiesa, che pochi anni dopo fu affidata all'amministrazione di Santa Maria Vertecoeli.

Nel 1870 il monastero fu adibito, per circa un secolo, a Manifattura Tabacchi. Il terremoto dell'Irpinia del 1980 danneggiò il paramento in maiolica bicromo della cupola. Quindi, dopo un attento restauro, il complesso è divenuto la sede del liceo artistico statale di Napoli.

L'interno

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La chiesa, che ha una facciata rivestita di intonaco e priva di alcun motivo architettonico, si presenta a croce latina con navata unica coperta da volta a botte con quattro cappelle per ogni lato, ciascuna delle quali sormontate da piccole cupole ellittiche, e un'abside di forma semicircolare.

Una scalinata in piperno, datata 1685, conduce all'interno che presenta un pavimento a strisce marmoree del 1698, restaurato all'inizio del Novecento.

Gli affreschi di Giovanni Lanfranco[modifica | modifica sorgente]

La controfacciata è decorata da Giovanni Lanfranco con la Piscina probatica, lavoro del 1644, cui fa sfondo una sorta di finta architettura opera di Viviano Codazzi; pure del Lanfranco è il ciclo pittorico che decora l'interno della chiesa e che vede, in una cornice di stucchi dorati, susseguirsi affreschi di pregevole livello (1638-1646):

  • Martirio degli Apostoli Simone e Giuda, ai lati del finestrone;
  • Martirio di San Tommaso, nella volta;
  • Martirio di San Bartolomeo, nella volta;
  • Martirio di San Matteo, nella volta;
  • Martirio di San Giovanni Evangelista, nella volta;
  • La Gloria degli Apostoli, nella volta;
  • Virtù, lunette dei finestroni;
  • Profeti e Patriarchi, parte superiore finestroni;
  • Evangelisti, sui pennacchi.

Nel 1693 una serie di affreschi di Francesco Solimena sostituirono dei precedenti affreschi di Giacomo del Po mentre la cupola, del 1680, è decorata da Dionisio Lazzari con alcuni stucchi e da Giovan Battista Benaschi con un affresco che rappresenta il Paradiso.

Nelle cappelle laterali sono allocati dipinti di Nicola Malinconico, Domenico Fiasella, Paolo De Matteis, Francesco De Mura, la tomba del giurista Vincenzo Ippolito di Giuseppe Sammartino e ancora una tela d'altare di Agostino Beltrano.

L'altare Filomarino[modifica | modifica sorgente]

La volta
Altare Filomarino di Francesco Borromini

Nel transetto destro si erge il monumentale cappellone dell'Immacolata, disegnato da Ferdinando Sanfelice nel 1713: qui vi è l'unica opera napoletana di Francesco Borromini, l'altare Filomarino, in marmo bianco, eseguito per lo più a Roma a partire dal 1638 e ultimato a Napoli nel 1647.

L'opera fu commissionata dal cardinale Ascanio Filomarino che volle così portare a Napoli il gusto della corte di Urbano VIII e le varie parti dell'altare furono eseguite da diversi scultori.

All'opera lavorarono, tra gli altri, Giuliano Finelli (completamento della balaustra e i due leoni), Giulio Mencaglia (medaglione dell'altare e Sacrificio di Isacco del 1646), François Duquesnoy (fregio con puttini del 1639), Andrea Bolgi (decorazioni delle teste di cherubini e cesto di frutta), Giovan Battista Calandra (mosaici dell'Annunciazione e Virtù ripresi dai dipinti di Guido Reni nella cappella del Quirinale in Roma e ritratti di Ascanio e Scipione Filomarino).

Ai due lati dell'altare sono collocati due candelabri di bronzo di Bolgi e dello stesso scultore sono due angeli che reggono la lampada posti a chiudere il lato della tribuna.

La sacrestia[modifica | modifica sorgente]

La sacrestia in stile barocco dei santi Apostoli può essere ritenuta come una delle più belle delle chiese napoletane.

Costruita nel 1626 e successivamente restaurata su disegno di Ferdinando Sanfelice, presenta alcuni affreschi di Nicola Malinconico (Assunzione, Sacrificio di Aronne, Trionfo di Giuditta e Giudizio di Giacobbe oltre ad una piccola cappella ottagonale contenente paramenti e arredi sacri, il coro del 1640 di Francesco Montella e l'organo settecentesco di Felice Cimmino.

Nella sacrestia trova posto inoltre il busto di Gennaro Filomarino, opera scultorea di Gaetano Finelli del 1639.

La cripta[modifica | modifica sorgente]

La cripta, di grandezza pari a quella della chiesa è del 1636 e fu adibita un tempo a cimitero; presenta cinque navate e quattro file di pilastri con un altare maggiore e quattro altari laterali.

È affrescata da Belisario Corenzio e vi è sepolto il poeta Giambattista Marino.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Vincenzo Regina, Le chiese di Napoli. Viaggio indimenticabile attraverso la storia artistica, architettonica, letteraria, civile e spirituale della Napoli sacra, Newton e Compton editore, Napoli 2004.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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