Viviano Codazzi

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Capriccio con un arco e scena di genere (Fondazione Cariplo)

Viviano Codazzi (Bergamo, 1604 circa – Roma, 5 novembre 1670) è stato un pittore italiano di paesaggi attivo principalmente a Roma e Napoli.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nato a Bergamo, è anche conosciuto sotto il nome Viviano Codagora o il Codagora. Verso il 1620 lasciò la città natia e dal 1634 è documentato a Napoli dove fu allievo di Cosimo Fanzago. Sempre a Napoli lavorò il genere del paesaggio insieme a Domenico Gargiulo; Codazzi si specializzò nelle prospettive architettoniche e nei paesaggi con rovine, mentre Gargiulo nelle figure. Codazzi in seguito alla rivolta di Masaniello si trasferì a Roma e collaborò insieme a Antoine Gobau, Michelangelo Cerquozzi, Jan Miel, Filippo Lauri, e Vicente Giner.

Piazza San Pietro com'era nel 1630, dipinto di Viviano Codazzi.

La sua pittura fu influenzata dallo stile olandese molto presente a Roma in quel periodo, noto come la Scuola dei Bamboccianti che ebbe come protagonista Pieter van Laer. Suo figlio Niccolò Codazzi (1642-1693) fu anche un pittore di vedute. Viviano ebbe una forte influenza su Canaletto e Bernardo Bellotto. La sua veduta della Basilica di San Pietro del 1630 mostra una delle ultime immagini della piazza senza il colonnato di Bernini, ma pure con le due torri campanarie che, secondo il progetto, avrebbero dovuto essere erette, ma che non lo furono mai.

Contrariamente al paesaggio eroico dei bolognesi e dei francesi naturalizzati romani, che dalla cultura bolognese (Carracci) presero l'avvio, il Codazzi ritrae fedelmente le rovine romane, o le costruisce di fantasia, ma sempre su un piano di verosimiglianza, con la luce che mette a nudo crudelmente o pietosamente avvolge nei mezzi toni gli archi sbrecciati, i muri corrosi, mescolati ai poveri edifici addossati ai monumenti antichi, popolati da umile gente, spesso dipinta dal Cerquozzi, che col Codazzi collaborò più volte inserendo le figure nelle costruzioni prospettiche del compagno. Fu un anticipatore del gusto settecentesco e venne definito il "Canaletto del Seicento".[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Le muse, De Agostini, Novara, 1965, Vol. III, p. 345.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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