Papa Urbano VIII

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Papa Urbano VIII
Urbano VIII
235º papa della Chiesa cattolica
C o a Urbano VIII.svg
Elezione 6 agosto 1623
Insediamento 29 settembre 1623
Fine pontificato 29 luglio 1644
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Gregorio XV
Successore papa Innocenzo X
Nome Maffeo Vincenzo Barberini
Nascita Firenze, 5 aprile 1568
Morte Roma, 29 luglio 1644
Sepoltura Basilica di San Pietro
Ritratto del cardinale Maffeo Barberini
Ritratto di papa Urbano VIII di Bernini (1632)

Urbano VIII, nato Maffeo Vincenzo Barberini (Firenze, 5 aprile 1568Roma, 29 luglio 1644), fu il 235º papa della Chiesa cattolica dal 1623 alla morte.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Maffeo Barberini era il quinto dei sei figli del ricco mercante fiorentino Antonio Barberini e di sua moglie Camilla Barbadori. Era nato in una casa in piazza Santa Croce. Come molti rampolli di famiglie doviziose, studiò presso la Compagnia dei gesuiti prima, poi presso il Collegio Romano.[1] Trasferitosi a Pisa, conseguì la laurea in giurisprudenza, che era grande desiderio della famiglia.

A soli venti anni entrò, come avvocato, nell'amministrazione dello Stato Pontificio ove svolse una lunga e prestigiosa carriera, coronata anche dall'incarico di Nunzio apostolico a Parigi. Dal 1604 al 1608 fu arcivescovo di Nazareth, Canne e Monteverde, con sede a Barletta in Puglia.[2] In questo periodo, all'età di 38 anni (ovvero nel 1606), ricevette la berretta cardinalizia da papa Paolo V, che gli fu imposta dalle mani di Enrico IV, re di Francia.[3] Due anni più tardi, lasciò la sede nazarena e divenne vescovo di Spoleto.

Morto lo zio che, da giovane, lo aveva ospitato a Roma, ne ereditò il cospicuo patrimonio, con il quale acquistò un prestigioso palazzo, arredandolo in maniera estremamente sfarzosa, sullo stile rinascimentale, lussuoso a tal punto da diventare il personaggio più in vista e importante della città.

Il suo atteggiamento neutrale gli fu di aiuto per la sua elezione.

Il conclave[modifica | modifica sorgente]

Dopo la morte di papa Gregorio XV (al secolo Alessandro Ludovisi), il collegio cardinalizio, proseguendo l'operato del defunto pontefice, aveva tentato di arginare le ingerenze degli stati cattolici nell'elezione pontificia.

Spagna, Francia e Austria, infatti, ad ogni elezione, esercitavano la loro decisiva influenza tramite i rispettivi cardinali presenti in conclave. Contro queste interferenze, Gregorio XV aveva emanato nel 1621 la bolla Aeterni Patris, seguita, l'anno successivo, dalla bolla Decet Romanorum Pontificem, in cui veniva riaffermata: la necessità della clausura durante il conclave; l'obbligo dell'elezione a maggioranza dei due terzi del Sacro Collegio, e tutta una serie di atti formali a garanzia degli obblighi citati.

Ma le aspettative di riportare l'elezione papale nell'esclusivo ambito ecclesiastico, per effetto degli atti emanati da papa Gregorio, andarono deluse quando giunse il momento di eleggere il suo successore.

Il Sacro Collegio si riunì in Conclave il 19 luglio del 1623 e subito cominciarono le schermaglie tra le due fazioni presenti, quella filofrancese e quella filospagnola, disattendendo totalmente quanto papa Ludovisi aveva stabilito mediante le due Bolle emanate qualche anno prima. I lavori del Conclave erano condizionati, tra l'altro, anche dalle vicende del grande conflitto in corso nell'Europa Centrale che aveva avuto inizio nel 1618 e che è noto come "guerra dei trent'anni", ovvero un grande conflitto di religione che avrebbe causato un'autentica decimazione di genti e di città.

Il Sacro Collegio era composto di 67 cardinali, ma soltanto 55 presero parte al Conclave, che risultò così composto:

  1. Antonio Maria Sauli, vescovo di Ostia e Velletri, decano del Sacro Collegio
  2. Francesco Maria Bourbon del Monte, vescovo di Porto e Santa Rufina, vice decano del Sacro Collegio.
  3. Francesco Sforza di Santa Fiora, vescovo di Frascati
  4. Giovanni Battista Deti, vescovo di Albano
  5. Odoardo Farnese, vescovo di Sabina
  6. Ottavio Bandini, vescovo di Palestrina
  7. Federico Borromeo, arcivescovo di Milano
  8. Andrea Baroni Peretti Montalto (lasciò il Conclave il 3 agosto)
  9. Bonifazio Bevilacqua Aldobrandini, vescovo di Cervia
  10. Alessandro d'Este, vescovo di Reggio Emilia
  11. Domenico Ginnasi
  12. Carlo Gaudenzio Madruzzo
  13. Giovanni Doria, arcivescovo di Palermo
  14. Carlo Emmanuele Pio di Savoia, legato pontificio nelle Marche
  15. Scipione Caffarelli-Borghese
  16. Maffeo Barberini
  17. Giovanni Garzia Millini
  18. Marcello Lante della Rovere, vescovo di Todi
  19. Maurizio di Savoia
  20. Fabrizio Verallo
  21. Giovanni Battista Leni, vescovo di Ferrara
  22. Luigi Capponi, arcivescovo di Ravenna
  23. Decio Carafa, arcivescovo di Napoli
  24. Domenico Rivarola
  25. Pier Paolo Crescenzi, vescovo di Orvieto
  26. Giacomo Serra
  27. Agostino Galamini, vescovo di Osimo
  28. Gaspar Borja y Velasco
  29. Felice Centini, O.F.M.Conv., vescovo di Macerata e Tolentino
  30. Roberto Ubaldini, Legato pontificio a Bologna
  31. Tiberio Muti, vescovo di Viterbo
  32. Gabriel Trejo y Paniagua
  33. Carlo de' Medici
  34. Giulio Savelli
  35. Melchior Klesl, vescovo di Vienna
  36. Pietro Campori, vescovo di Cremona
  37. Matteo Priuli
  38. Scipione Cobelluzzi, bibliotecario di Santa Romana Chiesa
  39. Francesco Cennini de' Salamandri, vescovo di Amelia
  40. Guido Bentivoglio
  41. Pietro Valier, arcivescovo di Creta
  42. Eitel Friedrich von (Hohen) Zollern
  43. Giulio Roma, vescovo di Recanati e Loreto
  44. Cesare Gherardi, vescovo di Camerino
  45. Desiderio Scaglia, vescovo di Como
  46. Stefano Pignatelli
  47. Ludovico Ludovisi, arcivescovo di Bologna
  48. Antonio Caetani
  49. Francesco Sacrati, vescovo di Cesena
  50. Francesco Boncompagni, legato pontificio a Perugia e in Umbria
  51. Ippolito Aldobrandini
  52. Lucio Sanseverino, arcivescovo di Salerno
  53. Marco Antonio Gozzadini
  54. Cosimo de Torres
  55. Ottavio Ridolfi, vescovo di Ariano

Altri 12 cardinali facenti parte del Sacro Collegio furono assenti:

  1. Franz von Dietrischstein, arcivescovo di Olomouc
  2. François de Sourdis d'Escobleau, arcivescovo di Bordeaux
  3. Antonio Zapata y Cisneros
  4. François de La Rochefoucauld, vescovo di Senlis
  5. Baltasar Moscoso y Sandoval, vescovo di Jaén
  6. Alessandro Orsini
  7. Francisco Gómez de Sandoval y Rojas, duca di Lerma
  8. Ferdinando d'Austria, Infante di Spagna
  9. Louis de Nogaret d'Épernon de La Valette, arcivescovo di Tolosa
  10. Agostino Spinola Basadone
  11. Armand-Jean du Plessis de Richelieu
  12. Alfonso de la Cueva-Benavides y Mendoza-Carrillo

Il Conclave era nelle mani della Spagna che lo gestiva da giorni e giorni attraverso un autentico gioco ad eliminazione, fin quando la grande calura estiva, unita ad un'epidemia di malaria che aveva cominciato a decimare i porporati non indusse il Sacro Collegio a far convergere i voti necessari sul nome del cardinal Maffeo Barberini, fiorentino. Aveva 55 anni.

Il pontificato[modifica | modifica sorgente]

Urbano VIII,1643

Il pontificato del Barberini si aprì quando la Guerra dei trent'anni era in pieno svolgimento. Le operazioni belliche erano, infatti, già iniziate da ben cinque anni e si stava per concludere il cosiddetto "periodo boemo - palatino" con la sconfitta dei protestanti, la vittoria degli imperiali e l'esilio di Federico V, principe elettore del Palatinato. Stava anche per iniziare il "periodo danese" che vedeva uno schieramento di alleanze alquanto diverso da quello che aveva caratterizzato il precedente arco di tempo.

La Francia, infatti, non era più nelle mani della reggente Maria de' Medici, ma in quelle del potente cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII. Il Richelieu, pur cattolico, non intendeva più appoggiare il cattolicissimo Impero asburgico, onde evitare un nuovo accerchiamento come ai tempi dell'Imperatore Carlo V. Facendo quindi prevalere la ragion di stato, si schierò dalla parte dell'alleanza tra l'Inghilterra, l'Olanda e la Danimarca, in funzione antiasburgica. La qual cosa significava l'appoggio della Francia ai prìncipi luterani, con la conseguenza della fine di ogni possibilità di restaurazione cattolica in Europa.

Urbano VIII, ritenendo che la guerra in Europa si combattesse ancora per fini di religione, si era schierato con la Francia, ancor prima che il Richelieu decidesse di schierarsi contro l'Impero. Questo errore di valutazione politica e strategica ebbe come conseguenza la perdita di credibilità della figura del Papa come arbitro delle controversie internazionali. L'errore fondamentale del Barberini stava nel fatto che, invece di proporsi come arbitro delle controversie religiose, egli tentò di proporsi come arbitro delle controversie politiche tra gli Stati in lotta, autoproclamandosi, in tal modo, egli stesso come uno Stato al di sopra degli Stati. Non si era reso conto che lo Stato Pontificio, con lo scoppio della guerra dei trent'anni, ormai contava ben poco.

Nel 1627 con la costituzione apostolica Debitum istituì la Congregazione dei Confini per provvedere alla difesa dello Stato Ecclesiastico, impedendo ogni cessione illegale, risolvendo ogni vertenza giurisdizionale interna o con gli stati esteri limitrofi e cercando di riacquisire i territori perduti. Una vicenda alquanto sensazionale lo vide impegnato nella impresa della riconquista del ducato di Castro e Ronciglione, che in quel momento era nelle mani di Odoardo I Farnese. Il Ducato di Castro, ubicato alle porte di Roma, era stato assegnato da papa Paolo III (Alessandro Farnese) ai nipoti, unitamente a notevoli privilegi fiscali.

Ma Urbano VIII veniva da una famiglia rivale della famiglia Farnese, e nello stesso tempo intendeva riportare il ducato sotto il governo dello Stato della Chiesa. Approfittando del fatto che i Farnese in quel momento erano fortemente indebitati presso alcuni banchieri romani, il Papa confiscò tutti i loro beni e dichiarò loro guerra. Il Ducato di Castro fu occupato nel mese di ottobre del 1641; successivamente Odoardo Farnese fu scomunicato e il Pontefice lo dichiarò decaduto da tutti i diritti di proprietà e sovranità, minacciandolo di privarlo anche del ducato di Parma e Piacenza.

Fallito ogni tentativo di giungere ad un accordo, il Papa dichiarò che il Ducato di Castro era possedimento della Chiesa e la famiglia Farnese ne aveva usurpato il titolo. L'atteggiamento del Papa su questa vicenda, però, indusse gli altri principi italiani a guardare con sospetto la posizione del Pontefice. Costui, infatti, se fosse venuto in possesso anche del Ducato di Parma e Piacenza, avrebbe costituito una potenziale minaccia all'integrità territoriale degli Stati dell'Italia del Nord, soprattutto perché Urbano VIII era appoggiato dalle armi francesi.

Odoardo Farnese, presa coscienza di avere l'appoggio di tutte le signorie dell'Italia del Nord, e ottenuta l'alleanza di Firenze e Venezia, allestì un piccolo esercito, alla testa del quale marciò verso Roma, dando inizio ad una vera e propria guerra (Guerra di Castro) che andò avanti, con alterna fortuna, per ben quattro anni. Le operazioni militari ebbero termine soltanto a causa dell'esaurimento delle finanze da parte di tutti i belligeranti. Nel 1644 si raggiunse un accordo di pace che vide non solo la revoca della scomunica da parte del Papa, ma anche la restituzione del Ducato di Castro al Farnese. Si era consumato, in tal modo, un altro fallimento della politica di Urbano VIII.

Sul piano dei rapporti internazionali, come detto, il papato di Urbano VIII si svolse tutto in contemporanea alle vicende legate alla Guerra dei trent'anni, di cui il Pontefice non riuscì a vedere la conclusione. Affondò ulteriormente la frattura tra cattolici e protestanti schierandosi contro l'Impero, così che l'Imperatore Ferdinando II d'Asburgo, dopo aver firmato il ben noto "Editto di restituzione" mediante il quale restituiva alla Chiesa cattolica le sedi ecclesiastiche sottratte ai protestanti, iniziò a nominarne i vescovi, nonostante il netto rifiuto papale ad autorizzarlo in una tale pratica, del quale l'Imperatore non tenne alcun conto. L'autorità papale ne uscì umiliata e il Barberini non si oppose a questa decisione.

Anche re Gustavo II Adolfo di Svezia, sebbene alleato del Papa contro l'Imperatore, si ribellò alle richieste papali rifiutandosi di consegnare al Pontefice i vescovadi sottratti ai protestanti nella Germania del Nord durante la guerra. Papa Urbano VIII si oppose blandamente al giansenismo proibendo ogni disquisizione sul tema della grazia e su quello del libero arbitrio, rinviando i contenuti a quanto aveva stabilito al riguardo il Concilio di Trento, ma non applicò mai condanne.

Durante il suo pontificato, il Barberini attinse a mani basse nelle casse dello Stato, sia per favorire i suoi familiari cui concesse cospicue donazioni consentendo arricchimenti scandalosi e illeciti e sia per realizzare i numerosi interventi edilizi, civili e militari, che caratterizzarono il suo ventennio sulla cattedra di Pietro. Ciò comportò un dissanguamento delle finanze dello Stato che impose il ricorso a numerose ed elevate tassazioni esclusivamente verso il popolo, facendo salvi i privilegi della classe nobiliare e del clero.

Il malcontento popolare crebbe a tal punto che il Papa dovette far ricorso ad interventi alternativi per accontentare i suoi sudditi, riesumando vecchie abitudini festaiole cadute in disuso da anni per effetto della Controriforma e dell'Inquisizione. Ripresero le pubbliche feste, la caccia e le rappresentazioni teatrali, con l'effetto di peggiorare la finanza dello Stato. Concesse persino al clero, al livello delle più alte cariche ecclesiastiche, di abbandonarsi ad atteggiamenti dissoluti e prodighi, pur di accattivarsene le simpatie. Urbano VIII fu del resto sospettato di aver un'amante e al tempo lo si accusò di esser cedevole alla lussuria, notizia poi non provata: nel 1634 fece allontanare da Roma un funzionario pontificio che pare avesse sorpreso il papa in comportamenti intimi con un bambino. Malgrado la rigida censura, fioccarono su di lui numerosissime Pasquinate.

Durante il suo pontificato convocò otto concistori, nel corso dei quali procedette alla nomina di ben 74 cardinali. Tra essi figuravano Francesco Barberini e Antonio Barberini, rispettivamente nipote e fratello del Papa; Giovanni Battista Pamphili, Patriarca titolare di Antiochia che venne poi eletto Papa il 5 settembre 1644 col nome di Innocenzo X; Antonio Barberini, altro nipote del Papa; Lorenzo Magalotti, cognato del Papa; Ascanio Filomarino, Arcivescovo di Napoli; Marco Antonio Bragadin, Vescovo di Vicenza. Elevò agli onori degli altari molti santi, tra i quali ricordiamo Francesco Saverio, Filippo Neri, Luigi Gonzaga e Ignazio di Loyola; beatificò Maria Maddalena de' Pazzi.

Indisse e celebrò il Giubileo del 1625, che vide la partecipazione di circa mezzo milione di pellegrini, celebrando per l'occasione la canonizzazione di Andrea Avellino e le beatificazioni di Giacomo della Marca (il francescano che aveva inventato i Monti di Pietà), di Francesco Borgia (gesuita nipote di Alessandro VI), di Elisabetta regina del Portogallo, del cappuccino Felice da Cantalice. Rese più comode le visite alle sette chiese, sostituendo a quelle fuori le mura (San Sebastiano, San Paolo e San Lorenzo) visite cittadine a Santa Maria del Popolo, Santa Maria in Trastevere e San Lorenzo in Lucina. Sempre nella prospettiva di ridurre lo scomodo dei fedeli senza ridurne le offerte per le indulgenze, con questo giubileo venne introdotta la novità, divenuta poi usanza comune, di lucrare l'indulgenza del Giubileo ogni volta che si ripetessero a Roma le opere prescritte[4]. Il commento di Pasquino al finanziamento delle spese giubilari fu: «Urbano VIII dalla barba bella, finito il giubileo, impone la gabella».

Il poeta[modifica | modifica sorgente]

Fin da giovane si era dilettato a comporre versi, in latino e in volgare. Anche da papa continuò in questa sua attività, tant'è che nel 1629 (Bologna, Clemente Ferroni) diede alle stampe una raccolta di sue composizioni sottoscrivendosi, però, semplicemente come Maphei Cardinalis Barberini; ma si impegnò, invece, a divulgarla facendo ricorso al suo potere di capo della Chiesa. L'edizione è curata dall'Accademia della Notte di Bologna.

Si circondò di poeti con cui era entrato in rapporti di amicizia - come ad esempio Gabriello Chiabrera (uno dei principali lirici del Seicento), Giovanni Ciampoli o Francesco Bracciolini - intelligente sperimentatore di forme poetiche e inventore, assieme ad Alessandro Tassoni, del poema eroicomico. Il Bracciolini celebrò l'ascesa del Pontefice al soglio con il poema "L'Elettione di Urbano Papa VIII" (1628), in 23 canti.

Ebbe rapporti particolarmente stretti con due gesuiti stranieri, Giacomo Balde, alsaziano e Casimiro Sarbiewski, polacco, la cui collaborazione nel rifacimento degli inni del suo Breviario romano, produsse soltanto un perfezionamento formale con un notevole impoverimento dei contenuti.

Urbano VIII non fu l'unico Papa-poeta. Era stato preceduto, anni addietro, da Leone X. Come il Medici, anche il Barberini amava circondarsi di poeti e menestrelli che allietavano le giornate del Pontefice soprattutto nel periodo estivo, allorquando la corte si trasferiva nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo.

Chiamò a Roma e diede loro asilo e protezione anche altri artisti, come Athanasius Kircher, erudito di multiforme ingegno, Giovanni Girolamo Kapsberger, musicista e virtuoso della tiorba, e i pittori Claude Lorrain, lorenese e Nicolas Poussin, francese.

Roma barocca[modifica | modifica sorgente]

La Basilica di San Pietro a Roma, centro della Cristianità.

Probabilmente il merito maggiore di Urbano VIII è ascrivibile agli interventi edilizi che caratterizzarono tutto il suo pontificato e che furono affidati agli artisti più eccelsi della sua epoca, anche se le opere volute dal Papa furono realizzate a danno di altre monumentali opere che erano pervenute a lui pressoché intatte, sfidando per secoli l'incuria degli uomini e l'inclemenza del tempo.

Il baldacchino in bronzo sull'altare maggiore al centro della crociera della Basilica di San Pietro, opera del Bernini, è, forse, la più alta espressione della scultura barocca.[5] Nei bassorilievi che ornano la scultura (otto stemmi della famiglia Barberini), l'artista volle rappresentare la Mater Ecclesia con un doppio volto, la sofferenza della partoriente e la gioia del bimbo che si affaccia alla vita, la progressione del quale viene riportata in modo eccezionalmente naturalistico, a partire dalla figura dell'angolo di sud-est, via-via fino al felice epilogo della gioiosa figura dell'angioletto nell'angolo di nord-est.[6] Nel 1621, dopo ben 170 anni di lavori, Gregorio XV ebbe a consacrare la nuova Basilica di San Pietro, ancorché incompleta nei suoi ornamenti interni, così come era stata configurata da Michelangelo.

Oltre a Gian Lorenzo Bernini, Urbano VIII affidò la realizzazione di numerose opere anche ad altri prestigiosi artisti, quali Andrea Sacchi, Pietro da Cortona, Gasparo Mola e Carlo Maderno, al quale ultimo si deve la sistemazione del palazzo apostolico di Castel Gandolfo, come lo vediamo ancora oggi.

Fu costruita la Biblioteca Barberini nella quale furono raccolti numerosi e preziosissimi manoscritti; il Palazzo Barberini ai piedi del Quirinale, il Palazzo cosiddetto di Propaganda Fide, la fontana del Tritone e numerose chiese. In campo militare procedette al potenziamento di Castel Sant'Angelo, fece fortificare l'intera città di Castelfranco e trasformò il porto di Civitavecchia in un vero e proprio porto militare.

Come detto, queste opere furono, però, realizzate attingendo i materiali da altre opere che erano pervenute al Barberini sfidando i secoli. Tutti i bronzi del Pantheon ad esempio, sia quelli delle travi dell'atrio che il rivestimento interno della cupola, furono rimossi, nuovamente fusi e riutilizzati per i cannoni di Castel Sant'Angelo e per il Baldacchino in San Pietro. Inoltre, tutti i marmi del Colosseo furono riutilizzati per abbellire i palazzi romani, e le pietre furono utilizzate addirittura per costruire nuovi palazzi. In altri termini, il Colosseo fu utilizzato come cava di materiali da costruzione. Questo scempio fece esclamare a Pasquino: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini ("Ciò che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini").

Galileo Galilei[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Processo a Galileo Galilei.
Galileo Galilei fu un grande scienziato teorizzatore di numerose fondamentali scoperte

Il pontificato di Urbano VIII vide compiersi il processo a Galileo Galilei, quale sostenitore della teoria copernicana sul moto dei corpi celesti, in opposizione alla teoria aristotelica-tolemaica sostenuta dalla Chiesa. La vicenda era nata sotto il pontificato di Camillo Borghese, Papa Paolo V (1605-1621).

Nel 1616, precisamente il 24 febbraio, il Sant'Uffizio ebbe a condannare la teoria copernicana con una duplice motivazione. La prima condannava l'affermazione che il Sole era localmente immobile al centro del sistema planetario ad esso circostante, in quanto contrastante con l'interpretazione letterale delle Sacre Scritture. La seconda condannava l'affermazione che la Terra non è centro del Mondo, ma si muove intorno al Sole, in quanto contrastante con i principi della Fede. Dopo di che la Congregazione dell'Indice passò alla condanna del De revolutionibus orbium celestium di Niccolò Copernico e di tutti i testi ad esso collegati.

Galilei, sul finire dello stesso mese, si recò dal capo del Sant'Uffizio, il cardinale Roberto Bellarmino, dal quale ottenne una lettera di attestazione nella quale il prelato affermava che lo scienziato non aveva mai ricevuto alcuna condanna e non aveva mai abiurato alcunché, ma, al contempo, veniva avvertito che la dottrina copernicana era contraria alle Sacre Scritture e, per ciò stesso, non andava né difesa, né divulgata. La lettera, ancorché concordata nel mese di febbraio, fu stilata il 26 maggio 1616.

Maffeo Barberini, quando era cardinale, aveva preso le difese di Galilei allorquando si erano accese, in Firenze, le dispute sulle varie ipotesi dei fenomeni di galleggiamento. Per cui, quando egli fu eletto Papa, Galileo fu indotto a sperare in un benevolo atteggiamento del nuovo pontefice verso la sua persona e i suoi studi nonché verso la moderna scienza.

Sul finire del 1623 Galilei diede alle stampe un volume intitolato Il Saggiatore, con dedica al nuovo Pontefice. In quest'opera lo scienziato, trattando del moto delle comete e di altri corpi celesti, confermava indirettamente la validità della teoria copernicana. Inoltre sosteneva che la conoscenza progredisce sempre, senza mai assestarsi su posizioni dogmatiche. In altri termini l'uomo ha il diritto-dovere di ampliare la conoscenza senza mai aver la pretesa di pervenire alla verità assoluta. Questa posizione, secondo lo scienziato, non era per nulla in contrasto con la Fede.

L'opera di Galilei fu valutata positivamente da Urbano VIII. Il Papa ricevette ufficialmente lo scienziato a Roma nel mese di aprile del 1624 e lo incoraggiò a riprendere i suoi studi sul confronto tra i massimi sistemi, purché il confronto avvenisse soltanto su basi matematiche. La qual cosa era da intendersi nel senso che una certezza matematica, ovvero astratta, nulla aveva a che vedere con le certezze del mondo reale. Seppur con questa limitazione, la Chiesa di Roma sembrava aver ammorbidito la sua posizione circa la nuova teoria.

Il 21 febbraio del 1632, fresco di stampa, la comunità scientifica e non, ebbe tra le mani l'ultima opera di Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, nella quale veniva definitivamente dimostrata la validità del sistema eliocentrico.

Le reazioni ostili non si fecero attendere. Nell'estate dello stesso anno Urbano VIII esternò tutto il suo risentimento in quanto una sua tesi era stata trattata, secondo lui, maldestramente ed esposta al ridicolo. Inoltre, nel testo, vi era più di un riferimento al pontefice quale difensore delle posizioni più arretrate. Infine, l'opera si chiudeva con l'affermazione che era possibile dissertare sulla costituzione del mondo, a patto di non ricercare mai la verità. Questa conclusione non era altro che un espediente diplomatico escogitato pur di andare in stampa. La qual cosa aveva fatto infuriare il Pontefice.

I nemici di Galilei intravidero nel Dialogo un attacco frontale al binomio teologia-filosofia che si riteneva fosse l'unica strada percorribile per l'accertamento della verità, considerando la scienza una via del tutto subordinata, asservita, cioè, alle discipline teoriche.

Forse, però, l'aspetto che i censori ritenevano più pericoloso del trattato, era rappresentato dal fatto che il testo era stato scritto in italiano e non in latino, lingua tradizionale per le opere destinate agli studiosi. In altri termini, adoperando la lingua italiana, ovvero volgare, come si diceva a quei tempi, lo scienziato aveva palesemente dimostrato l'intenzione di dare la massima diffusione al contenuto della sua opera, anche e soprattutto al di fuori del mondo accademico.

Nel mese di luglio del 1632, l'Inquisizione di Firenze diede ordine di ritirare tutte le copie in commercio del Dialogo. Urbano VIII, spinto dai gesuiti, nemici acerrimi dello scienziato, diede ordine di inviare copia del Dialogo al Sant'Uffizio per gli opportuni esami e di convocare Galilei a Roma presso l'Inquisizione.

L'accusa mossa a Galilei era che egli non si era limitato a trattare la teoria copernicana in termini puramente matematici, bensì l'aveva fatta propria, completamente.

Il 12 aprile del 1633 Galilei si presentò a Roma e fu arrestato. Comprendendo che il tribunale dell'Inquisizione era intenzionato a reprimere, con ogni mezzo, la divulgazione delle idee esposte nel Dialogo, si offrì di apportare delle correzioni che tenessero in conto le esigenze della Dottrina di Santa Romana Chiesa. Ciò non fu bastevole. Il Papa, benché fosse sempre stato informato, per suo desiderio, degli interrogatori, si era guardato bene dall'intervenire. Ciò aveva fatto sperare in un suo intervento a favore del pisano. La qual cosa non avvenne.

Allo scienziato fu imposto un pubblico atto di abiura. Diversamente avrebbe dovuto subire tutte le pene riservate agli eretici. Galilei dovette piegarsi. Con l'atto di abiura si impegnava, altresì, a non divulgare più, in avvenire, le idee copernicane e a denunciare al Sant'Uffizio chiunque, in futuro, ne avesse tentato di riprendere la divulgazione. Ciò accadeva nell'estate del 1633.

Galilei fu trasferito prima a Siena, presso l'Arcivescovo Ascanio Piccolomini, e poi nella sua casa di Arcetri, ove gli fu concesso di espiare il carcere tra le mura domestiche in considerazione della sua anzianità. Aveva già 70 anni. Negli anni a venire sopraggiunse anche la cecità che non gli impedì di dare alle stampe in Leida (Olanda) nel 1638 un'altra opera fondamentale del suo ingegno, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (si trattava della fisica del moto e della resistenza dei materiali). Galileo si spense ad Arcetri nel gennaio del 1642, l'anno stesso della nascita in Inghilterra, a Woolsthorpe nel Lincolnshire, di Isacco Newton.

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Il pontefice si spense il 29 luglio 1644. La basilica di San Pietro raccoglie le spoglie mortali di Urbano VIII in un monumento funebre realizzato da Gian Lorenzo Bernini in bronzo e marmo, commissionatogli dallo stesso papa.

Urbano VIII nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Urbano è protagonista del romanzo "La Strega Innamorata" (1985), di Pasquale Festa Campanile, in cui l'eroina, la strega Isidora, si innamora, ricambiata, del pontefice e hanno un'intensa storia d'amore platonica. Viene citato nei Promessi Sposi e indicato come Pontefice regnante durante i fatti narrati.

Genealogia episcopale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Genealogia episcopale.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ «Aveva Egli in Roma abbreviatore Apostolico Monsig. Francesco suo Zio paterno per la cui direzione e consiglio gli avvenne di fare gli studi di Belle Lettere nel Collegio Romano presso i Padri della Compagnia.» (Giuseppe Allegrini, Elogj degli uomini illustri toscani, Volume 3, Lucca 1772), pagg. 377-381.
  2. ^ Renato Russo, Barletta. La storia, Barletta, Rotas, 2004, p. 159.
  3. ^ I re di Francia hanno il privilegio di imporre la berretta cardinalizia al nunzio apostolico a Parigi. Il privilegio sarà usato anche dai presidenti della repubblica francese.
  4. ^ Per il giubileo del 1625 si veda Vittorino Grossi, Il Giubileo del 1625, l'Anno Santo dell'Età moderna.
  5. ^ Si chiamava Carlo Castelli il Pasquino di Urbano VIII
  6. ^ L'Osservatore Intransigente: È Carlo Castelli il pasquino di Urbano VIII

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Gregorio XV 6 agosto 1623 - 29 luglio 1644 Papa Innocenzo X
Predecessore Arcivescovo titolare di Nazareth, Canne e Monteverde Successore Archbishop CoA PioM.svg
Girolamo Bilacqua 1604-1608 Michelangelo Tonti
Predecessore Nunzio apostolico in Francia Successore Emblem Holy See.svg
Innocenzo del Bufalo-Cancellieri
1601 - 1604
1604 - 1607 Roberto Ubaldini
1607 - 1616
Predecessore Cardinale presbitero di San Pietro in Montorio Successore CardinalCoA PioM.svg
Anselmo Marzato 1607-1610 Domenico Toschi
Predecessore Arcivescovo di Spoleto Successore ArchbishopPallium PioM.svg
Alfonso Visconti 1608-1617 Lorenzo Castrucci
Predecessore Cardinale presbitero di Sant'Onofrio Successore CardinalCoA PioM.svg
Domenico Toschi 1610-1623 Francesco Barberini
Predecessore Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica Successore Emblem Holy See.svg
 ? 1610 - 1623 Antonio Barberini

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