Chiesa di Santa Caterina a Formiello

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Coordinate: 40°51′16″N 14°15′53″E / 40.854450°N 14.264724°E / 40.854450; 14.264724

Chiesa di Santa Caterina a Formiello
Facciata
Facciata
Paese Flag of Italy.svg Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di Rito romano
Diocesi {{{Diocesi}}}
Anno consacrazione
Architetto {{{Architetto}}}
Stile architettonico
Inizio costruzione metà XVI secolo
Completamento fine XVI secolo
Demolizione {{{Demolizione}}}
Sito web

La chiesa di Santa Caterina a Formiello[1] è una delle chiese monumentali di Napoli situata in piazza Enrico De Nicola, a ridosso della famosa Porta Capuana.

Indice

[modifica] Storia del nome

L'attuale complesso sorge su di una precedente chiesa dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, vergine e martire, con annesso convento di frati celestini, ed era detta a formiello (dal latino ad formis, "presso i condotti; presso i canali"), in quanto nei suoi pressi penetrava in città l’antico acquedotto della Bolla - Carmignano: acquedotto che fu poi sostituito totalmente dall'attuale in uso, quello di Serino, verso la fine del XIX secolo[2].

[modifica] I padri domenicani

L'interno

Con re Federico d'Aragona iniziava per Santa Caterina una nuova e più ricca storia. Egli la concesse nel 1498 ai padri domenicani della Congregazione riformata di Lombardia che edificarono l'attuale edificio sacro e lo tennero, senza interruzione, fino al 1809, data della soppressione del monastero, decretata dal Gioacchino Murat[3].

[modifica] La chiesa

La chiesa venne iniziata nella metà degli anni dieci del Cinquecento su progetto dall'architetto settignanese Romolo Balsimelli ed infatti sono chiaramente leggibili influenze toscane. Fu poi completata nel 1593. Il portale ornato con la statua della santa titolare è di Francesco Antonio Picchiatti (1659).

L'interno è a croce latina ad una navata, coperta a botte, su cui si aprono le cappelle (cinque per lato) su base pressoché quadrata coperte da volte a botte; in tal modo il transetto non sporge dal perimetro perfettamente rettangolare della chiesa; il presbiterio è quadrato anch'esso coperto a botte.

Notevole è la cupola, slanciata, con lesene corinzie in piperno e il fondo di colore bianco; cupola che, secondo il canonico Carlo Celano, "fu passata in quei tempi per una meraviglia, essendo la prima che fusse stata in questa nostra città: e questa è servita d'esempio all'altre, che sono state fatte appresso", come scrisse nella guida di Napoli dell'anno 1724.

La chiesa custodisce pregevoli affreschi del Seicento e del Settecento di Luigi Garzi, Paolo De Matteis, Santolo Cirillo, Guglielmo Borremans, Giacomo del Po, Giuseppe Simonelli; accoglie inoltre opere scultoree databili tra il XVI ed il XVIII secolo, di Annibale Caccavello, Pietro Benaglia, Giovan Battista Colombo e Matteo Bottiglieri. Nel presbiterio, che funge quasi da cappella della famiglia Spinelli, si osservano l'altare maggiore e sei monumenti sepolcrali del XVI secolo. Pregevole è anche il coro ligneo cinquecentesco del Tortelli, affrescato da Nicola Maria Rossi, la sacrestia lignea e l'organo a canne datato 1718, opera del famoso organaro Giuseppe de Martino.

Sul cadere del secolo XVII la navata subì radicali restauri che non ne modificarono le linee rinascimentali, ma vi sovrapposero ornati e scene di gusto più moderno. Il nuovo coprì senza contrasto l'antico, lo piegò alle proprie esigenze espressive, celò sotto una coltre di ornati a monocromo le pure strutture dei pilastri in piperno, mentre gli elementi vegetali, di grande finezza esecutiva, si arrampicarono anche lungo il fregio e ricoprirono la volta a botte dove, fra i girali, vivono graziosi angioletti.

[modifica] Il transetto

Pianta della chiesa

Il transetto ospita un formidabile apparato decorativo. Nel cappellone sinistro troviamo il maestoso altare di san Domenico, che, su disegno di Ferdinando Sanfelice, fu realizzato da Lorenzo Fontana tra il 1715 e il 1717, e che ospita una tela di Giacomo del Po raffigurante san Domenico sconfigge gli Albigesi. Nel cappellone destro un'apoteosi di alabastro e marmi dà vita alla Madonna del Rosario tra santa Caterina da Siena e san Domenico, opera attribuita al romano Paolo Tenaglia, su progetto di Carlo Schisano (1736). Fu durante i lavori al nuovo altare che le urne dei martiri d'Otranto furono ivi ritrovate e traslate sotto l'altare della seconda cappella a sinistra.

Molto di più si potrebbe raccontare sulle opere presenti nel transetto, solo in parte ivi descritte. Ciò che però più preme è la lettura teologica che si può azzardare... tutto sembra pensato come richiamo alla testimonianza della vera pietà e della retta fede, come dimostrano le due statue ai lati dell'altare di san Domenico. San Domenico è raffigurato in procinto di combattere e vincere l'eresia; così come la Madonna del Rosario ha interceduto presso il figlio perché fermasse l'avanzata dei turchi a Lepanto, impedendo così l'islamizzazione dell'Europa.

[modifica] La cupola

Nel 1712 il lavoro della cupola, prima nel suo genere architettonica a Napoli, fu affidato a Paolo De Matteis: centrale sarà l'affresco della Madonna, santa Caterina e i patroni di Napoli che implorano la Trinità a favore della città.

[modifica] Il presbiterio e il coro

L'area presbiterale venne concessa alla famiglia Spinelli, principi di Cariati, che vollero allestire un'elegante quinta marmorea, scenograficamente disposta ai lati dell'altare.

Il coro ospita preziosi stalli lignei (1566), opera del celebre maestro lombardo Benvenuto Tortelli.

[modifica] Le cappelle laterali

All'interno della chiesa ci sono dieci cappelle laterali così disposte (secondo la piantina):

I - cappella Tocco o degli Innocenti; II - cappelle dei domenicani; III - cappella della famiglia de Sylva; IV - cappella della visitazione o dei martiri d'Otranto; V - cappella di Santa Caterina d'Alessandria; VI - cappella di san Vincenzo e di san Pio V; VII - cappella Acciapaccia o Tomacelli; VIII - cappella della Pentecoste; IX - cappella de Castellis; X - cappella di san Giacinto.

[modifica] L'organo

Nel transetto sinistro, sopra una cantoria lignea intagliata, si trova l'organo a canne della chiesa, costruito nel 1718 dall'organaro napoletano Giuseppe de Martino[4]. Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica originale, ha una tastiera di 45 note con prima ottava scavezza. Lo strumento è inserito all'interno di una ricchissima cassa dorata e intagliata, con la facciata costituita da una grande serliana con varie decorazioni. La disposizione fonica dell'organo è la seguente:

[modifica] Il monastero e i due chiostri

La facciata della chiesa
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Chiostri di Santa Caterina a Formiello.

Al 1514 è documentato il chiostro grande, a due ordini di archi e pilastri di forme mormandee (si vedano i tipici capitelli ionici) eseguito da Antonio Fiorentino della Cava; nell'Ottocento - dopo la soppressione dell'ordine dei domenicani voluta da Gioacchino Murat nel 1809 - il monastero ed i chiostri sono stati adibiti a Lanificio militare con vaste alterazioni del disegno originario (tompagnature di arcate, copertura del chiostro piccolo affrescato) e costruzione di strutture (ciminiere, padiglione nel chiostro grande) che hanno però formato in pieno centro cittadino un singolare monumento di archeologia industriale.

Uno studio è in corso per il recupero di parte o di tutto il complesso monumentale, attualmente parcellizzato tra innumerevoli piccole aziende private.

[modifica] La spezieria

Un discorso a parte meriterebbe la spezieria, sulla quale esiste un bel saggio scritto dal domenicano p. Giovanni Ippolito[5]. Questi afferma che dal 1611 è esistita in santa Caterina una spezieria (farmacia) che nei secoli è divenuta punto di riferimento per tutta Napoli, accrescendo la propria fama e la ricchezza del convento. Il primo padre che la curò fu un certo fra' Donato d'Eremita, così rinomato da far scrivere ad un suo confratello appena cento anni dopo "questo accorrere era così numeroso che sembrava che nessuno si potesse sanare se non gli fossero stati somministrati i medicamenti della spezieria di S. Caterina a Formello per mano di fra Donato d'Eremita". Allo stato attuale nessun ente si è preoccupato di verificare cosa resta di quegli antichi e riccamente arredati e decorati locali. L'ingresso al pubblico della spezieria è attualmente visibile: è una porticina in legno che si trova a sinistra dell'ingresso del monastero (vedi foto ingresso).

[modifica] L'edicola di san Gennaro

Edicola di San Gennaro

Usciti dalla chiesa, sul sagrato, si vede l’edicola con il busto di San Gennaro, voluta e pagata dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro come ringraziamento per la protezione accordata dal santo alla città in occasione di varie calamità.

L’opera fu progettata da Ferdinando Sanfelice; l'esecuzione delle sculture fu affidata nel 1706 a Lorenzo Vaccaro che riuscì a realizzare soltanto i due vivaci angioletti sul timpano, prima di essere assassinato l’anno seguente; il figlio, Domenico Antonio Vaccaro, portò a termine nel 1708 il monumento scolpendo il busto di San Gennaro, dall’aspetto bonario, diverso da quello aristocratico che di solito gli si attribuiva.

[modifica] Approfondimenti

[modifica] Santa Caterina d'Alessandria o da Siena?

Quando i padri domenicani sono giunti a porta Capuana già esisteva una chiesa dedicata a santa Caterina d'Alessandria, tenuta precedentemente dai padri Celestini. Forse per questo hanno conservato il titolo. Tra l'altro, non va dimenticato che Santa Caterina d'Alessandria era anche la patrona dei loro studentati.

Ciò nonostante, i padri che hanno commissionato le opere d'arte presenti in chiesa erano di sicuro molto legati anche alla figura di un'altra Caterina, terziaria domenicana, santa Caterina da Siena. Infatti, quasi sempre entrambe le sante sono raffigurate insieme: si veda la pala principale della chiesa (qui di fianco), l'affresco della volta e la pala d'altare di san Tommaso d'Aquino (vedi sotto).

Quasi sicuramente però tale ricorrenza di immagini di santa Caterina da Siena fu determinata anche dal fatto che i domenicani riformati furono fondati dal beato Raimondo da Capua, padre spirituale di Caterina.

[modifica] I beati Martiri di Otranto

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Battaglia di Otranto e Beati martiri idruntini.

Otranto è una città della Puglia in Provincia di Lecce che già dal X secolo aveva solide radici cristiane; nel luglio del 1480 venne conquistata dai Turchi sotto il comando di Akmet Pascià, inviato da Maometto II per estendere il regno di Allah in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, Ferdinando I re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto; ma il 28 luglio l'armata turca giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la battaglia di Otranto.

La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all'attacco: alla fine però le truppe ottomane riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Nel frattempo si avvicinava l'esercito aragonese, che impedì di portare subito l'attacco a Lecce e Brindisi, e questo innescò nei turchi il desiderio di vendetta sugli Otrantini: Akmet Pascià radunò i superstiti dai quindici anni in su sul colle di Minerva e, attraverso un interprete, fece loro la proposta: "O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce". Ed uno di essi, tal Antonio Primaldo Pezzulla, cimatore di panni, rispose: "Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo". E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: "In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui". Ottocento volte "no"!

Il primo ad essere decapitato fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco, tal Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d'arme. Dopo tredici mesi Otranto venne riconquistata dagli Aragonesi e il 13 ottobre 1481 i corpi degli otrantini così trucidati furono trovati incorrotti da Alfonso d'Aragona e quindi vennero successivamente traslati nella chiesa Cattedrale.

Il re di Napoli fu così sconvolto dall'evento che a più riprese trasferì anche a Napoli, a partire dal 1485, una parte dei resti di quei martiri, custodendoli prima in una chiesa chiamata Santa Maria dei Martiri[6] e successivamente nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove furono collocati sotto l'altare della Madonna del Rosario (che ricorda la vittoria definitiva delle truppe cristiane sugli ottomani nella famosa battaglia di Lepanto) e successivamente nella cappella delle reliquie. Un processo canonico iniziato nel 1539 terminò il 14 dicembre 1771, allorché papa Clemente XIV dichiarò Beati gli 800 trucidati sul colle della Minerva, autorizzandone il culto; da allora essi sono protettori di Otranto.

In vista di una possibile canonizzazione, su richiesta dell'Arcidiocesi di Otranto, il processo è stato recentemente riaperto, confermando in pieno le conclusioni del precedente. Papa Benedetto XVI, il 6 luglio 2007, ha emanato un decreto in cui riconosce il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi concittadini uccisi "in odio alla fede".

Dal 1901 le reliquie dei martiri (alcuni sono crani pressoché integri) sono custodite in un grande sarcofago posto sotto un altare di una delle cappelle laterali della chiesa di santa Caterina a Formiello, visibili alla pubblica devozione, soprattutto dopo la recognitio canonica effettuata tra il 2002 e il 2003, che ne ha ribadito l'autenticità.

[modifica] La Madre di Dio e la devozione del Rosario

Si è molto discusso sull'origine del rosario e in particolare se risale a San Domenico di Guzman. In realtà è dimostrato che già ai tempi di san Domenico esisteva una cordicella conta-preghiere, che fa pensare all'esistenza di una pratica devozionale molto simile all'attuale preghiera del rosario. Di fatto pur non risalendo direttamente a san Domenico, la devozione al rosario nasce e si sviluppa particolarmente nell'Ordine domenicano, come se fosse una devozione legata alle sue origini proprio per il legame che è sempre esistito tra la vocazione domenicana e la devozione a Maria. Infatti proprio i frati predicatori sono assidui promotori nei secoli della sua diffusione: il priore del convento di Colonia p. Giacomo Sprenger, il più attivo promotore della devozione al rosario dopo Alano De La Roche, e fondatore della prima confraternita del rosario, ottiene nel 1479 dal pontefice Sisto IV la prima Bolla di indulgenze per chi recita il rosario: la Bolla Ea quae ex fidelium (8 maggio 1479). Dopo la Bolla di Sisto IV i sommi Pontefici riconoscono espressamente lo stretto legame esistente tra il movimento rosariano e l'Ordine di san Domenico: per questo concedono esclusivamente al Maestro generale dei frati predicatori e ai suoi delegati la facoltà di erigere nuove fraternite del rosario; anzi, le confraternite del rosario devono essere fondate prevalentemente nelle chiese dei domenicani.

[modifica] La Deìparae: la Madre di Dio

In tutta la chiesa sono presenti molte raffigurazioni pittoriche e scultoree che riproducono il soggetto Deìparae Virginis Mariae, la Vergine Maria Madre di Dio: cioè, esistono molte raffigurazioni del soggetto Madonna con bambino. Sarebbe interessante approfondire uno studio in tal senso, soprattutto in ordine ad una lettura in chiave simbolica di tutto il complesso monumentale.

[modifica] La confraternita del SS. Rosario e la cripta delle consorelle

Il martirio di santa Caterina

Di fianco alla chiesa è sorta la Confraternita del SS. Rosario, oggi chiamata confraternita del SS. Rosario in Santa Caterina a Formiello, con sede distaccata nella chiesa di san Ciro in via Tribunali.

Al centro della chiesa esiste anche una cripta delle consorelle del SS. Rosario, come si comprende da una lapide che si trova al centro della navata principale dove si distinguono chiaramente le sembianze di quattro donne in preghiera con il rosario tra le mani. Scesi nella cripta si possono ancora riconoscere i resti di due scheletri di donne che stringono un rosario tra le mani, una delle quali è posta ai piedi di un altare sormontato da un affresco della Madonna del Rosario.

[modifica] Santa Caterina e la testa di Oloferne

Conosciamo bene la storia di Giuditta e Oloferne; come la giovane e bella Giuditta beffò il potente esercito Assiro decapitando il suo condottiero Oloferne (Giuditta 13, 6ss).

Santa Caterina d'Alessandria è una giovane e bella ragazza egiziana, fatta decapitare dall'imperatore per essersi rifiutata di offrire incensi e olocausti agli dei pagani.

La chiesa di santa Caterina a Formiello ha un suo stemma, che riporta sia dei simboli domenicani (colori bianco e nero, un cane adagiato su di un libro che porta in bocca un rotolo)[7] sia dei simboli che richiamano la vita di santa Caterina d'Alessandria (una spada, una ruota uncinata spezzata e una testa mozza coronata). Il tutto è sovrastato da una corona e da una palma e un giglio incrociati.

Questo stemma a volta è riportato integralmente; altre solo parzialmente.

La formella principale del coro ligneo attira la nostra attenzione: in essa si riproduce la figura integra di santa Caterina d'Alessandria (facilmente riconoscibile per la spada, la ruota dentata spezzata e la palma) che ai suoi piedi ha la testa coronata di un uomo barbuto (molto probabilmente un richiamo ad Oloferne).

Da quella stessa posizione, alzando il capo, si può ammirare un grande affresco che riproduce la scena di Giuditta trionfante, fuori di una tenda da campo, con in mano la testa mozza di Oloferne.

È facile, ormai, comprendere quale accostamento simbolico abbiano voluto richiamare i padri domenicani tra la giovane e apparentemente inoffensiva Giuditta e l'altrettanto giovane egiziana: con il suo martirio anche Caterina ha vinto!

[modifica] Note

  1. ^ Napoli Sacra 1999
  2. ^ Uberto Potenza, Il sistema Bolla-Carmignano e l'alimentazione della città
  3. ^ Questa notizia è tratta da Napoli Sacra 1999. Però, secondo il domenicano Giovanni Ippolito, che cita la fonte nel suo libro citato di seguito, la soppressione napoleonica del convento avvenne per decreto il 24 agosto 1806 ed imponeva l'abbandono di Napoli da parte di tutti i frati entro 15 giorni perché "di nazione lombarda".
  4. ^ fonte
  5. ^ Giovanni Ippolito, Spezierie Domenicane a Napoli. Sei secoli di storia, EDI, Napoli 2006
  6. ^ Secondo alcuni studiosi di architettura la chiesa di Santa Maria dei Martiri è stata voluta e pensata dal re di Napoli, senza mai però essere realmente edificata. Attualmente non ne esistono tracce
  7. ^ cfr. http://www.araldicavaticana.com/zordini_mendicanti.htm

[modifica] Voci correlate

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