Fabrizio Santafede

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Fabrizio Santafede (Napoli, 15601634) è stato un pittore italiano, dell'epoca barocca, particolarmente attivo a Napoli, sua città natale.

Fabrizio Santafede, Madonna col Bambino ed i santi Benedetto, Mauro e Placido, 1593 (firmato e datato), tavola, cm 270×190. Chiesa dei Santi Severino e Sossio, cappella Medici

Allievo dell'artista senese Marco Pino, che operò a Napoli nell'ultima parte della sua vita, tra il 1580 e il 1600 i suoi dipinti risentirono dell'impronta manierista tosco-romana, calibrata e addolcita negli anni da un recupero di modelli lontani nel tempo, tanto da fargli meritare il "plauso universale, sì che ne fu chiamato il Raffaello napoletano"[1].

Nel 1593 il pittore - forse il maggiore del momento a Napoli, se appena un anno prima, per dirla col Previtali, "appare assunto nell'Olimpo degli arrivati" con la commissione dell'Annunciazione di Santa Maria de la Vid a Burgos (Spagna)[2] - eseguiva per la cappella Medici di Gragnano, nella chiesa napoletana dei Santi Severino e Sossio, la ben conosciuta tavola della Madonna col Bambino e i santi Benedetto, Mauro e Placido[3]. Le molteplici esperienze formative del pittore, da Marco Pino (attivo in passato per la stessa chiesa) a Raffaello, fino al manierismo internazionale, neo-parmigianesco di Francesco Curia, paiono qui raggiungere una loro unitaria convergenza, e a livello assai nobile di qualità. Osserviamo i personaggi inseriti in una equilibrata scenografia, di poche e solide figure solennemente atteggiate in primo piano, che non lasciano alcuno spazio ad elementi secondari quali il paesaggio. È chiaro che siamo di fronte ad un tentativo di interpretare le immagini sacre con serietà controriformata di linguaggio, ma in modo accostante e 'domestico', vicino alla religiosità dei devoti.

In seguito il nostro si avvicinò allo studio dell'opera del Caravaggio e a quella di altri toscani come Santi di Tito e Domenico Crespi detto il Passignano.

Nel 1603 e nel 1608 gli furono commissionate due opere per il Pio Monte della Misericordia di Napoli, Cristo in casa di Marta e Maria e San Pietro che resuscita Tabitha.

Tra le altre tele di rilievo vanno menzionate L'incoronazione della Vergine (1601-02) nella Chiesa di Santa Maria la Nova, la Madonna e Santi (1606) a Monteoliveto, e le opere commissionate da privati come I figli di Zebedeo davanti a Cristo (1625) ai Gerolamini e la Lavanda del Bambino, tela menzionata da Bernardo De Dominici nel 1742.

Lavorò anche in altre città dell'Italia meridionale, ma anche al Nord e in Spagna.

Fra i suoi allievi vi fu Giovanni De Gregorio detto il Pietrafesa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giovan Battista Chiarini, in Carlo Celano, Delle notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli raccolte dal canonico Carlo Celano, Vol. I, Napoli, Stamperia Floriana 1856, p. 154, ora accessibile su google libri.
  2. ^ Giovanni Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli e nel Vicereame, Torino 1978, p. 110. Nel biennio 1591-1592 il pittore collaborò con Girolamo Imparato, Wenzel Cobergher e Giovan Battista Cavagna alla realizzazione di un gruppo di tele commissionate da don Juan de Zùñiga conte di Miranda, viceré dal 1586 al 1594, destinate all’altare maggiore della chiesa di Santa Maria di La Vid, un minuscolo villaggio sito a poca distanza da Aranda de Duero in Castiglia (a sud di Burgos). La chiesa era stata scelta sin dagli anni trenta del Cinquecento come luogo di sepoltura per la famiglia da un illustre antenato del viceré di Napoli, don Íñigo Lòpez de Mendoza. La paternità al Santafede, la data e la notizia della commissione dell'Annunciazione da parte del viceré si ricava dall’iscrizione che corre sul gradino marmoreo nella tela.
  3. ^ 270x190 cm, siglata sul gradino, in basso a destra, Fabr(itius) S(ancta) Fede 1593. L'attribuzione della pala a Fabrizio Santafede si trova registrata per la prima volta in Camillo Tutini (1664), che la giudicò "pittura assai degna". Camillo Tutini, De' pittori, scultori, architetti, miniatori e recamatori napoletani, ms del 1664 ca, ed. a cura di B. Croce, Il manoscritto di Camillo Tutini sulla storia dell'arte napoletana, in "Napoli Nobilissima", s. I, VII, 1898, 8, p. 126. Si ricordi a titolo di cronaca l'invenzione nel vicino 1588, in un sepolcro posto nel coro di San Giovanni a Messina, dei corpi di San Placido, dei due fratelli e della sorella. C. Colafranceschi, Placido, in Bibliotheca sanctorum, vol. X, Roma 1968, col. 949. Sulla cappella Medici si veda: Lawrence d'Aniello, La cappella Medici di Gragnano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, in "Napoli Nobilissima", ser. 5., vol. 6, fasc. 1/4 (genn.-ago. 2005)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giulio Cesare Capaccio, Il forastiero, Napoli 1634, p. 859.
  • Niccolò Morelli di Gregorio, Pasquale Panvini, Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, ornata de loro rispettivi ritratti, Napoli 1820, accessibile in google libri;
  • Giovanni Battista Gennaro Grossi, Le belle arti, Napoli, Tipografia del giornale enciclopedico, 1820, p. 91-92, accessibile su google libri;
  • Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana. La pittura del Cinquecento, vol. IX, parte quinta, Milano, 1932, pp. 746-748;
  • Giovanni Previtali, La pittura del Cinquecento a Napoli e nel vicereame, Torino, 1978, p. 120;
  • Concetta Restaino, La giovinezza di Fabrizio Santafede, in «Prospettiva», 1989-1990, 57-60, Scritti in ricordo di Giovanni Previtali, vol. II, pp. 95-96;
  • Pierluigi Leone De Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli, 1573-1606: l’ultima maniera, Napoli, 1991, p. 262;
  • Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Cinquecento, Roma, 2001, p. 233.

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