Mola di Bari

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Mola di Bari
Mola di Bari - Stemma
Stato: bandiera Italia
Regione: Puglia
Provincia: stemma Bari
Coordinate: 41°4′0″N 17°5′0″E / 41.06667, 17.08333Coordinate: 41°4′0″N 17°5′0″E / 41.06667, 17.08333
Altitudine: m s.l.m.
Superficie: 50 km²
Abitanti:
25.919
Densità: 490 ab./km²
Frazioni: Cozze, San Materno 
Comuni contigui: Bari, Conversano, Noicattaro, Polignano a Mare, Rutigliano
CAP: 70042
Pref. telefonico: 080
Codice ISTAT: 072028
Codice catasto: F280 
Nome abitanti: molesi 
Santo patrono: San Michele; Madonna Addolorata 
Comune
Posizione del comune nell'Italia
Sito istituzionale
Portale:Portali Visita il Portale Italia

Mola di Bari (usualmente Mola) è un comune della provincia di Bari, ubicato sulla costa del mare Adriatico 20 km a sud-est del capoluogo. Rifondata da Carlo I d'Angiò nel 1277 su un insediamento più antico, Mola conta oggi oltre 25 000 abitanti. Il suo porto peschereccio è tra i più importanti della Puglia.

Indice

[modifica] Stemma

Lo stemma del comune raffigura in effigie il patrono San Michele con mantello rosso che brandisce la spada nell'atto di uccidere il drago che giace ai suoi piedi. L'effigie è contornata da un ramo d'alloro a destra e di quercia a sinistra tra loro intrecciati con un nastro tricolore, ed è sormontata da una corona a forma di torrione con sette merli.

Lo stemma attuale è stato adottato nel 1935 ripristinando l'antico uso. Dal 1831 per circa un secolo, infatti, l'effigie del comune di Mola fu invece la civetta, simbolo di Atene, probabilmente adottata in virtù della radicata credenza che l'abitato avesse origini magnogreche.

[modifica] Storia

« Bruciarono in quella occasione, e completamente, i libroni del catasto onciario e quelli della decima e, quello che più doloroso, tutte le pergamene e le scritture pubbliche, e oggi Mola va brancolando per ricercare la sua storia, la vita sua. »
(Edgardo Noya, storico locale)

[modifica] Origini

Diversi reperti ritrovati sia presso l’attuale centro abitato sia nelle vicine contrade di Scamuso e Portone di Ruggiero testimoniano che il territorio di Mola è stato popolato a partire dal Neolitico.

Restano tuttavia contraddittorie le testimonianze di una fondazione greca o romana: in favore della prima ipotesi vi sono i ritrovamenti di alcune monete andate poi disperse e di un antico stemma in pietra raffigurante la civetta simbolo di Atene incastonato sulle antiche mura del paese. Ad avvalorare l’origine romana si hanno invece una cisterna (fons Julia) e la pavimentazione a mosaico di una villa di età imperiale posta sulla costa a nord dell’abitato, in contrada Padovano (già Turris Iuliana), nella cui caletta naturale si osservano anche i resti di un piccolo molo in pietra. I suddetti elementi non sembrano tuttavia sufficienti a testimoniare l’esistenza di un centro abitato propriamente detto, quanto piuttosto di un territorio agreste con alcuni insediamenti sparsi. È certo infatti che tra le città di Bari ed Egnatia, poste lungo l’importante via Appia-Traiana tra Roma e Brindisi, dovevano esservi diverse mansiones, ossia stazioni di posta per il cambio dei cavalli ed il riposo dei viandanti, ma le testimonianze classiche (Tabulae e Itinerarii) per tutto il primo millennio dell’era cristiana non citano toponimi riferibili direttamente a Mola o ubicati in corrispondenza dell’attuale centro abitato.

[modifica] Alto Medioevo

Solo a partire dall’XI secolo in alcuni documenti iniziano a ricorrere i toponimi Maulum, Moles, Maula ed infine Mola, che tuttavia non sono accompagnati da appellativi geografici riferibili con chiarezza ad un centro urbano.

Nell’area vi era tuttavia una diffusa presenza di piccole comunità umane, che solevano raccogliersi presso le grotte che si aprono ai margini delle molte lame che solcano il territorio molese perpendicolarmente alla linea di costa. Le ragioni di tali insediamenti sono molteplici: le lame, oltre a garantire un apporto sia pure discontinuo di acqua dolce, fungevano da vie di comunicazione e da nascondigli in caso di attacchi di pirati e predoni, offrendo quindi più garanzie rispetto ad un agglomerato urbano.

A testimoniare la presenza di comunità rupestri nel territorio di Mola, in una grotta presso la chiesa rurale di San Giovanni Battista, a sud dell’abitato, sino a pochi decenni fa era leggibile un pregevole dipinto murario che riportava la data del 1020.

[modifica] La rifondazione angioina

Le testimonianze che attestano la presenza di un centro urbano restano scarse e contraddittorie fino al 6 giugno 1277, quando Carlo I d'Angiò ordinò che si provvedesse a «rendere abitabile quel luogo che si chiama Mola, per la comodità di coloro che si trova[va]no di passaggio ed anche per la sicurezza della costa». Incaricò quindi i regi carpentieri Jean da Toul e Pierre d’Angicourt a sovrintendere all'edificazione della cinta muraria, di un forno e di una chiesa.

L’uso da parte di Carlo I del termine «ricostruzione» lascia intendere che nei decenni precedenti vi era un insediamento, che sarebbe poi stato volontariamente abbandonato dai suoi abitanti oppure distrutto. Le congetture su una distruzione ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò, nel corso del conflitto che lo vide contrapporsi agli Svevi, non sono tuttavia attestate da testimonianze attendibili. Né sembra suffragata da documenti la notizia, riportata dallo storico Pietro Giannone, secondo la quale Mola era un porto importante all’epoca delle Crociate. Tra il 1277 e il 1279, lo stesso Carlo I d’Angiò ordinò la costruzione di un palacium di tre piani e il ripopolamento coatto di Mola con 150 «masnadieri e fuoriusciti» che avevano occupato abusivamente alcune proprietà ecclesiastiche o nobiliari. A ciascuno di loro fu assegnata una porzione di terra all’interno delle mura affinché vi costruissero degli alloggi, e una parte della campagna circostante che avrebbe garantito il loro sostentamento. Presumibilmente a questo periodo va ascritta la realizzazione della rete viaria rurale tuttora visibile, caratterizzata da diversi capodieci, strade che si susseguono parallele tra loro ad una distanza regolare di 550 metri, dalla linea di costa per circa 3 km verso l'interno.

Mola passò quindi tra alterne vicende e, salvo il probabile breve dominio feudale di Teseo Macedonio nel 1283, mantenne lo status di città demaniale fino al primo Quattrocento. Secondo alcuni degli storici locali,[1] questo fu un periodo di relativa prosperità per la cittadina, la cui popolazione registrò un significativo aumento. Pressoché indolore fu la calata in Terra di Bari dell'esercito ungherese di Luigi I (1348), cui i molesi dichiararono subito fedeltà, risparmiando il paese dai saccheggi nei quali incorsero i centri vicini.

[modifica] I primi feudatari

Con il passaggio del regno di Napoli dagli Angioini agli Aragonesi, l'indebitamento della corona determinò la cessione dei beni demaniali in favore dei creditori. Mola perse così lo status di città libera e fu assoggettata a diversi feudatari: i Gesualdo dal 1417, i Maramaldo dal 1435, i Toraldo dal 1464.

Nel 1495 con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia per rivendicare il regno di Napoli, Mola, insieme ad altri porti pugliesi, fu ceduta dagli Aragonesi ai Veneziani in cambio di un ingente prestito. La Serenissima detenne a più riprese la città, ma non riuscì mai a espugnare il castello cittadino, che rimase fedele a Napoli. Con il periodo della dominazione veneziana, che si protrasse fino al 1530, Mola rafforzò i legami con l'altra sponda dell'Adriatico e registrò un generale progresso economico.

Tornati nuovamente sotto i Toraldo e poi passati ai Carafa, nel 1584 i molesi riuscirono a raccogliere la considerevole somma di 50 mila ducati che permise loro di liberarsi dal giogo feudale per essere soggetti solo al regio demanio. Ben presto però il feudo fu acquistato da Antonio Carafa, costretto pochi anni dopo a venderlo all'asta per pagare i suoi debiti.

[modifica] I Vaaz

Nel 1609 Mola passò nelle mani di Michele Vaaz, ricco mercante ebreo portoghese, fortemente connesso con la corte del vicereame spagnolo, dove ricopriva alti incarichi. Da subito, l'Università di Mola, che rappresentava gli interessi delle famiglie notabili del luogo, organizzò una fiera opposizione al nuovo feudatario, impugnando il decreto del 1584 con il quale Filippo II aveva concesso il regio demanio alla città. Non mancarono dispute legali e scontri fisici tra i cittadini e i rappresentanti della famiglia Vaaz, fino a quando il 28 luglio 1612 un parlamento generale, nel quale sedevano i cittadini più deboli e corrotti e gli adepti dell'usurpatore, riconobbe l'atto d'acquisto del portoghese, nel frattempo nominato conte di Mola.

Il clero e l'università locale accompagnati dalla gran parte della popolazione, misero in atto numerose proteste, memoriali e ricorsi al viceré ed alla Camera della Sommaria, ai quali seguirono violenze e soprusi da parte dei rappresentanti del nuovo feudatario; molti molesi furono imprigionati nel castello di Bari.

La principale motivazione dell'insorgenza dei molesi era la volontà di sottrarsi ai diritti e i privilegi che il feudatario esercitava nei confronti della città, inclusa l'imposizione di dazi sul commercio. L'economia di Mola, che sino ad allora era stata improntata principalmente sull'esportazione via mare delle derrate alimentari prodotte nell'agro proprio e in quello dei paesi vicini, subiva così un colpo durissimo, al quale solo parzialmente si riuscì a rimediare organizzando una capillare rete di contrabbando, che faceva affidamento sulla complicità dei frati francescani del convento di Santa Maria del Passo, prossimo al porto.

Nel 1670 la Camera della Sommaria riconobbe la validità del privilegio concesso da Filippo II a Mola; tuttavia il paese non otterrà la libertà fino al 1755. Negli anni 1690-1692, intanto, Mola fu focolaio di un'epidemia di peste particolarmente virulenta, che ne decimò la popolazione.

[modifica] Dal Settecento all'unità d'Italia

Con l'espulsione dei Vaaz, iniziò per Mola un periodo di grande ripresa economica, alimentata dall'incremento dei traffici marittimi e dal miglioramento delle tecniche agricole che accrebbero la produttività del suolo. Seguì un repentino sviluppo demografico e urbanistico e un generale miglioramento del tenore di vita degli abitanti. Politicamente, le vicende di Mola seguirono quelle del Regno di Napoli, con un predominio del ceto agrario e mercantile, rappresentato poche famiglie fra le quali i Noya, baroni di Bitetto, e i Roberti.

Come in molti altri centri del regno, anche a Mola nel 1799, in concomintanza con la Repubblica napoletana si registrò un effimero moto insurrezionale che fece alcune vittime e distrusse i registri contabili e le scritture pubbliche. Bastò però la notizia che le truppe filoborboniche erano vicine e la rivolta rientrò spontaneamente nel volgere di pochi giorni.

Le famiglie notabili, tornate ben presto in auge, con la dominazione napoleonica a Napoli poterono arricchirsi grazie l'acquisizione dei patrimoni ecclesiastici dispersi da Giocchino Murat nel 1806 con la soppressione degli ordini religiosi, e mantennero il potere con continuità anche col ripristino della corona borbonica.

Mola visse quindi con partecipazione il fermento risorgimentale: la locale sezione della società segreta dei Patrioti Europei poté contare su oltre duecento iscritti e quando nel 1821 la costituzione napoletana fu concessa, la popolazione non si sottrasse a sostenere, economicamente e con una settantina di volontari, le truppe chiamate a difenderla dalla minaccia austriaca.

[modifica] Mola nel Regno d'Italia

Con l'unità nazionale, nonostante la costruzione della ferrovia e l'intensa opera di alfabetizzazione di massa, le condizioni di larghi strati della popolazione rimasero precarie. In particolare, la crisi economica di fine secolo dovuta al protezionismo diede impulso all'emigrazione oltreoceano che fino agli anni 1950 avrebbe interessato migliaia di molesi.

Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale il paese subì un bombardamento aereo ad opera degli austriaci, si verificò a Mola uno dei primi episodi di violenza fascista: il 24 settembre 1921 fu infatti ucciso il giovane deputato socialista Giuseppe Di Vagno, nato nel vicino comune di Conversano, che era giunto a Mola per un comizio. Durante il fascismo, a causa dell'improvviso dissesto della famiglia Alberotanza che svolgeva il ruolo di deposito fiduciario di gran parte delle liquidità economiche dei molesi, si determinò un notevole frazionamento delle proprietà terriere, che produsse il definitivo tramonto del notabilato locale.

[modifica] Evoluzione demografica

Abitanti censiti


[modifica] Monumenti e luoghi d'interesse

[modifica] Castello Angioino

Allo scopo di difendere la costa dalle frequenti incursioni dei pirati, contestualmente alla riedificazione della città e a ridosso delle sue mura, Carlo I d'Angiò ordinò nel 1277 la costruzione di un palacium, affidando la direzione dei lavori ai celebri regi carpentieri Pierre d'Angicourt e Jean da Toul. I lavori terminarono due anni dopo. Tra il XV e il XVI secolo l'edificio seguì le sorti della città e passò attraverso le mani di diversi feudatari, resistendo a numerosi attacchi senza essere mai espugnato. Tuttavia i notevoli danni subiti con l'assedio veneziano del 1508 ne imposero un radicale restauro, avvenuto pochi anni più tardi su progetto dell'architetto militare Evangelista Menga da Copertino, che gli diede l'attuale forma di poligono stellato. Le possenti mura a scarpata, costruite allo scopo di resistere ad un attacco con armi da fuoco, furono comunque dotate di numerose caditoie. Un fossato comunicante con il mare circondava l'edificio, che era collegato alla città per mezzo di un ponte.

[modifica] Chiesa Matrice

Intitolata a San Nicola, è situata all'interno del borgo antico a poca distanza dal mare. Costruita alla fine del XIII secolo, presumibilmente durante la rifondazione angioina della città, essa versava nel Cinquecento in pessime condizioni. L’arcivescovo di Bari Girolamo Sauli ne impose pertanto la riedificazione, che avvenne negli anni 1547-1575 per opera dei maestri dalmati Francesco e Giovanni da Sebenico e Giovanni da Curzola. L’edificio costituisce tutt’oggi un pregevole esempio dell'architettura rinascimentale adriatica, sebbene gli ampliamenti di epoca barocca abbiano alterato l'aspetto della zona absidale e di alcune cappelle laterali.

I recenti restauri hanno permesso di valorizzare, all'esterno, il rosone e i due portali, dei Leoni (sul fianco sinistro) e dei Nani stilofori (sulla facciata). Lo spazio interno è scandito in tre navate da imponenti colonne in stile corinzio. Di particolare pregio le decorazioni scultoree, tra le quali si distinguono emergono i delicati bassorilievi sui pilastri dei matronei, il monolitico fonte battesimale sorretto da un basamento con putti danzanti, e la cinquecentesca statua di San Michele in pietra dipinta, opera di Stefano da Putignano. Nel Cappellone del Santissimo Sacramento, l'altare in marmi policromi e la statua in legno dipinto dell'Immacolata, sulla cimasa (1750), sono opera della bottega dell'andriese Nicola Antonio Brudaglio.

L’apparato iconografico è nobilitato dall’altare in legno dipinto che custodisce la venerata icona della Madonna di Costantinopoli, del tardo Trecento, e da un affresco cinquecentesco di scuola dalmata che probabilmente ricorda l'assedio di Curzola del 1571 ad opera del viceré di Algeri, il musulmano Uluz-Alì.

Tra le tele, per lo più di scuola pugliese e napoletana e databili ai secoli XVII e XVIII, spicca quella della Madonna della Neve, opera del primo Settecento attribuita a Paolo de Matteis, sul retro della quale è stato scoperto un dipinto più antico di più pregevole fattura, attribuibile alla scuola leonardesca. Nella cripta, trasformata in oratorio dopo l'editto di Saint Cloud, è conservato un frammento ligneo che la tradizione attribuisce alla Croce di Cristo, donato al Capitolo di Mola nel 1710.

[modifica] Chiesa di Sant’Antonio

Fu edificata nel 1503 col titolo di Santa Maria del Passo alle porte della città lungo la via che conduceva a Bari, in luogo di un’antica cappella preesistente. Dalle origini sino al XIX secolo fu parte integrante di un convento di Frati Minori Osservanti. La natura mendicante dell’ordine fece sì che la chiesa divenisse patronato di diverse famiglie notabili del luogo (i baroni Noya e i Roberti) che contribuirono alla costituzione di un ricco arredo scultoreo e iconografico. Oggi spiccano l’antico gruppo scultoreo della Pietà (XV secolo), il pulpito ligneo del 1712 e l’organo settecentesco, recentemente restaurato.

[modifica] Chiesa del SS. Rosario

La grande costruzione a navata unica, edificata insieme all'annesso convento dall'ordine dei Domenicani nella prima metà del XVI secolo, fu originariamente intitolata alla Madonna del Carmine, sebbene il primo superiore della comunità chiese e ottenne da papa Gregorio XIII che la confraternita del Santissimo Rosario vi si trasferisse dalla chiesa Matrice, dove officiava da più di un secolo. All'interno della chiesa, che conserva una buona produzione iconografica di scuola pugliese risalente per lo più al Seicento e Settecento, si segnala il dipinto della Madonna del Rosario, olio su tavola del napoletano Fabrizio Santafede successivo al 1571, che venne traslato dalla chiesa Matrice nel 1577 con il trasferimento dell'omonima confraternita. Rilevante è anche l'altare in marmo policromo dedicato a San Vincenzo Ferreri (1744). Il grande affresco centrale anch'esso dedicato alla Madonna del Rosario, opera di Umberto Colonna, risale al 1980.

[modifica] Palazzo Roberti

L’imponente palazzo signorile, che domina la centrale piazza XX Settembre, fu edificato fra il 1760 e il 1770 sotto la direzione dell’architetto Vincenzo Ruffo, allievo di Vanvitelli. La simmetrica facciata, in stile tardo-barocco, è cadenzata da tre teorie di finestre. Al centro, la loggia nobile sovrasta il portone che dà accesso ad un ampio cortile, sul quale si innesta lo scalone esterno che conduce ai piani superiori. Gli interni, attualmente chiusi al pubblico, conservano pregevoli decorazioni pittoriche, tra le quali una grande tela del pittore napoletano Aniello D'Arminio (1783).

[modifica] Teatro Comunale "Niccolò Van Westerhout"

Nel 1887 il Consiglio Comunale di Mola di Bari deliberò a grande maggioranza la realizzazione del teatro comunale, che fu inaugurato l'anno successivo. Sebbene la capienza limitata ne abbia limitato la fruizione, esso ha conservato gli stilemi originari, caratterizzati dalla linearità della facciata neoclassica cui si contrappone il caldo stile ecclettico degl interni: superato il piccolo foyer, si accede alla platea dalla quale si possono ammirare il triplice giro di palchi lignei, la volta affrescata e il sipario dipinto con una scena bucolica.

Tra gli eventi significativi della storia del teatro, si segnala la prima assoluta dramma lirico Doña Flor, opera del compositore molese Niccolò van Westerhout. Nel 1929 il teatro fu adibito a sala cinematografica e venne poi chiuso nei primi anni 1950. Solo nel 1972 l'amministrazione comunale ne promosse il recupero funzionale, celebrato con il concerto inaugurale dell'orchestra sinfonica della Provincia di Bari diretta dal maestro Nino Rota. La direzione artistica fu quindi affidata a Eduardo De Filippo che diresse pure il locale Gruppo Universitario Teatrale. Il 24 maggio 1973 lo stesso Eduardo portò in scena L'arte della commedia.

[modifica] Altri monumenti

  • Chiesa della Madonna di Loreto (1587), con lo svettante campanile e il pregevole rosone in pietra calcarea.
  • Chiesa della Maddalena (1630), nella centrale piazza XX Settembre. Vi ha sede la confraternita dell'Addolorata.
  • Chiesa di San Giacomo (1695), interamente affrescata.
  • Chiesa di San Giovanni e annesso monastero (1723), oggi sede dell'Accademia delle Belle Arti di Bari.
  • Chiesa di San Giovanni di campagna, cappella fortificata nei pressi di una lama, costituita da una chiesa superiore ed una inferiore, ipogea.

[modifica] Feste, sagre ed eventi folkloristici

Il Carnevale. Tradizione del Carnevale a Mola era fare ù Carrettaune ovvero il Carrettone, un carro agricolo trainato da un mulo ed addobbato per l'occasione dove prendeva posto un gruppo di maschere con fisarmoniche ed altri strumenti musicali, faceva il giro delle strade di Mola e si fermava in determinati luoghi di aggregazione della città dove poter assistere allo spettacolo satirico. Alle maschere che sfilavano sul Carrettone, spesso venivano date delle cibarie. Dai balconi venivano calate bottiglie di vino, ceci fritti, castagne del prete, tarallini e quant’altro. Il Carrettone di Girolamo Campanile ha rappresentato un evento importante per la vita dei molesi, con le sue strofe metteva alla berlina i personaggi piu' in vista del paese, punzecchiava tutte le categorie sociali: i politici, gli amministratori, i contadini, le casalinghe, i marinai e gli artigiani e metteva a nudo, con la sua satira, i loro difetti. La tradizione del Carrettone satirico a Mola è durata sino a qualche anno fa grazie ai testi di Tonino Abatangelo ed agli attori dell'Associazione Culturale “Il Gruppo” e nel 1991 si tentò di aumentare il prestigio della manifestazione attraverso la realizzazione dei primi carri in cartapesta. Quell'anno rimase l'unico. Ora le tradizioni carnevalesche molesi sono quasi del tutto spente; ci rimane solo il proverbio: “A Sand Andonie se cande e se sone” ( A Sant'Antonio si canta e si suona) ed una piccola festicciola in piazzetta organizzata per i bambini.

I Falò di San Giuseppe (19 Marzo)

La festività di S.Giuseppe, che cade il 19 marzo, è caratterizzata dai falò. In passato, si usava accendere questi ultimi nelle viuzze del centro storico; essi erano molto numerosi, spesso collocati a pochi metri di distanza l'uno dall'altro e coinvolgevano le persone di ogni ceto e di ogni età. Gli abitanti di alcune strade organizzavano delle vere e proprie gare, per stabilire quale fosse il falò più bello, vinceva quello più alto e longevo. Il falò costituiva un vero e proprio polo di aggregazione ed attrazione. In questo giorno, gruppi di persone si aggiravano per il paese, visitando i falò dei quartieri. Per alcuni, però, “andare a vedere i falò” significava evadere la sorveglianza dei genitori. Le ragazze si raggruppavano e con la scusa dei falò, andavano ad incontrare i giovanotti, mentre seduti attorno al fuoco, gli anziani raccontavano le storie della loro giovinezza. I giovanotti, non erano da meno e passeggiando lungo le strade, quando vedevano delle ragazze sedute attorno al fuoco, lanciavano in esso una manciata di sale grosso che scoppiettava. Tutti, grandi e piccoli, avevano un banchetto o una sediolina per sedersi attorno al falò. Le mamme mettevano vicino al fuoco un recipiente di terracotta con i vampasciule (lamponi) e di tanto in tanto, con la paletta prendevano i carboni accesi e li spegnevano nello stutacarvèune (spegnicarboni). Sotto la cenere bollente si arrostivano i ceci, le fave e le patate. A volte capitava che qualche ramo verde, o non ancora tutto secco, faceva la schiuma mentre bruciava sul fuoco, ed emetteva un rumore caratteristico (fischiava), allora, le donne dicevano: “sond i malecrstiène!!!” (sono le malelingue, il diavolo!!) e sputavano sul fuoco subito imitate dai ragazzi. Il rumore cessava per incanto e si credeva che fosse veramente il demonio. A tarda sera i falò si spegnevano, alcuni per esaurimento, altri con l'acqua. I ceppi rimanenti si conservavano per i falò dell'Annunziata (25 marzo), oggi tradizione completamente scomparsa. Oggi i falò vengono appiccati in luoghi aperti e sono maestosi. A perpetrare questa tradizione, scampata alla crudeltà del tempo e della modernizzazione ci pensano adulti e ragazzi, che spesso organizzano la raccolta della legna diversi mesi prima. Quella del falò di S. Giuseppe è una tradizione che resiste anche grazie alle iniziative di alcune parrocchie. Significativo è l’esempio delle parrocchia di Loreto e della SS. Trinità. Da diversi anni fanno dei falò nei loro giardini parrocchiali, si preparano panini con la salsiccia e le verdure sott'olio, si arrostiscono patate ed il ricavato della vendita va in beneficenza. Una piccola festicciola si celebra davanti alla Torre di Peppe (si rimanda alla sezione Territorio ecc..) dove e' presente l'icona di San Giuseppe, creata da Annamaria Ventura. Viene preparato un altarino e si accende un falò, mentre un gruppo musicale locale allieta la serata col proprio repertorio.

Riti della Settimana Santa. I riti si aprono il venerdì antecedente la Domenica delle Palme con la processione dei Misteri della Passione e Morte di Cristo a cura dell'Arciconfraternita del SS. Rosario, nella quale vengono portate a spalla sei statue raffiguranti i momenti salienti degli ultimi momenti di vita di Gesù, seguite dalla statua della Vergine Addolorata. La Domenica delle Palme avviene in ogni parrocchia la consueta Benedizione delle palme e dei rami di olivo, in memoria dell'ingresso trionfale fatto da Gesù a Gerusalemme. Con essa ha inizio la Settimana Santa. La sera del Giovedì Santo si mantiene viva la tradizione della visita da parte dei fedeli agli altari della Reposizione (popolarmente chiamati "sepolcri") che vengono allestiti in tutte le chiese molesi. La sera del Venerdì Santo si svolgono due importanti processioni: quella del Santissimo Legno e quella di Gesù Morto. Nella prima viene portata in ostensione per le vie del paese una reliquia della Croce di Gesù Cristo, preceduta da tutte le confraternite della cittadina e accompagnata da una considerevole folla, che al termine della processione si raccoglie nell'ampia piazza XX settembre e riceve la benedizione solenne del sacerdote che impugna il reliquiario. La processione di Gesù Morto parte dalla Chiesa di Sant'Antonio e si snoda per le vie del paese nel più assoluto silenzio fino a notte fonda; il simulacro, una bara di cristallo contenente il feretro del Cristo morto in croce e tutta adorna di fiori, viene portato a spalla da oltre cento cittadini in abito nero da sposo che si alternano otto per volta sotto la bara. Durante la processione la banda cittadina esegue diverse marce funebri e la Confraternita della Chiesa di Sant'Antonio canta a cappella l'antico inno in latino "Vexilla Regis" (risalente al VI secolo). La mattina del Sabato Santo si snoda la processione della Madonna Addolorata, che percorre le strade del paese. La statua della Vergine è vestita con il tradizionale abito nero del lutto indossato in passato dalle donne in segno di memoria per i parenti scomparsi.

1) LE ORIGINI DEL SANTISSIMO LEGNO A MOLA: La comunità cristiana di Mola possiede, ufficialmente dal 1713, due pezzettini del SS. Legno, che provengono dal [monastero di S. Silvestro in Nonantola (Modena)][1]. Ecco in breve la storia. Secondo un'antichissima tradizione,Elena, madre dell'imperatore Costantino, nel IV sec. ritrovò a Gerusalemme la Croce di Cristo, che fu divisa in tre parti, assegnate a Gerusalemme, Costantinopoli e Roma. Nel secolo XI, un pezzo della Croce, che stava a Costantinopoli fu donato all'Abbazia di Nonantola che ospitava i monaci benedettini. Nel 1678 i monaci fecero preparare una croce d'argento in cui incastonare il SS. Legno, nel far ciò avanzarono 15 pezzettini e molti frammenti. Allora il Cardinale Antonio Barberini, Abate commendatario dell'Abbazia di S. Silvestro di Nonantola, diede al suo segretario, Mons. Giacomo Teutonico, protonotario apostolico, che era molese, i 15 pezzettini ed i frammenti. Mons. Teutonico consegnò le suddette reliquie al fratello, Dott. Giuseppe Teutonico, che in seguito le donò al nipote Don Nicola Teutonico, il quale distribuì le reliquie tra i suoi conoscenti in varie parti d'Italia. Al capitolo di Mola donò due pezzettini, che furono disposti a croce e racchiusi in una crocetta di cristallo. Alcuni anni dopo, l'Arciprete di Mola, Don Giuseppe Zuccarino, chiese all'Arcivescovo di Bari, l'autorizzazione per celebrare in forma solenne l'ingresso nella Chiesa Matrice del SS. Legno e di alcune reliquie di Santi. L'Arcivescovo, riconosciuta l'autenticità delle reliquie, con lettera del 25 novembre 1713, non solo autorizzò la solenne pubblica esposizione, ma addirittura volle egli stesso dettare il cerimoniale da seguire nella solenne ricorrenza. È molto probabile che dal venerdì Santo dell'anno successivo, abbia avuto inizio la processione del SS. Legno. La processione del SS. Legno partiva dalla Chiesa Matrice e attraversava la Piazza XX Settembre, percorrendo le seguenti vie: Via Rutigliano (oggi C.so Umberto I), Largo San Domenico (Piazza degli Eroi), strada delle monache (Via Cesare Battisti), strada del gelso (Via Fratelli Bandiera) oppure Via Orto della Chiesa (ora via M.R. Imbriani) e Fontana Nuova (via G. Bovio). Questo percorso è ha origine antichissima, infatti, se ne hanno notizie sin dal 9 agosto 1744. L'artistica croce d'argento che regge la reliquia e il fregio d'oro che adorna la crocetta di cristallo, secondo Don Antonio Mancini, risalgono probabilmente al 1794, quando il capitolo decise di utilizzare i numerosi donativi in argento ed oro (offerti a devozione del SS. Legno), per una migliore sistemazione della reliquia stessa

Fonti:

Queste notizie sono si desumono dai manoscritti originali dell'archivio dell'Abbazia di Nonantola e dall'archivio capitolare di Mola e sono riportate nei seguenti testi:

– Sac. Antonio Mancini – “Mola di Bari e le sue Chiese” – Sac. Antonio Mancini - “Appunti di storia” Tip. Del Sud. Bari 1975 – Nicola Uva - “Saggio storico su Mola di Bari”


Fiera di San Giorgio (23 Aprile)

In passato, 50 anni fa circa,nel giorno del 23 aprile dedicato a San Giorgio, si teneva una piccola festa in una chiesetta rurale, ormai sconsacrata e destinata a deposito per attrezzi agricoli, situata all'inizio della strada per contrada Pozzovivo. San Giorgio, Patrono della nostra cittadina assieme Madonna Addolorata e a San Michele Arcangelo, era portato in processione dalla campagna in paese per poi riportarlo nella chiesetta rurale, sua fissa residenza. L'omonima Confraternita, dedicava al Santo una festa con fuochi pirotecnici e la Sagra della lattuga che sicuramente i più anziani ricorderanno. Perchè la lattuga? Attorno alla chiesetta del Santo c'erano un sacco di campi in cui l'ortaggio veniva coltivato e per questo motivo si diede a San Giorgio il nomignolo di “santo delle lattughe”. I devoti, in occasione della festa si recavano presso la chiesetta di San Giorgio. Oggi di questa festa è rimasta solo la Fiera, e la statua del Santo a cavallo ritrovata nella cappelletta di San Giacomo e portata in processione dopo il restauro qualche anno fa, con la speranza di riportare in auge l'antica festa. Questo tentativo di recuperare le tradizioni legate a San Giorgio fu bruscamente interrotto per motivi a noi sconosciuti. Dal Vaticano fu persino messa in dubbio la reale esistenza del Santo, cui si attribuisce il valore di una leggenda. La statua è visibile all'interno della parrocchia della SS. Trinità sulla via per Rutigliano.


Festa di Sant'Antonio da Padova (13 giugno). La devozione nei riguardi di Sant'Antonio nel nostro paese è molto forte. Sono tantissimi i fedeli che seguono le 13 messe del martedì, dal mese di aprile fino al giorno di festa, così come numerosi sono i devoti che seguono il Santo nella “tredicina” (giorni di preghiera prima del 13 giugno) e durante la processione. La popolarità e il prestigio di un Santo si potevano misurare dal numero delle persone che ne indossavano gli abiti, perché attendevano una grazia o perché l’avevano ricevuta. Il più delle volte si trattava di guarigioni da malattie ed in questo caso il primato di questi eventi straordinari era proprio attribuito a Sant'Antonio. Il percorso della processione, che parte verso le 18.00 dalla Chiesa di Santa Maria del Passo, meglio conosciuta come chiesa di Sant'Antonio, è seguito dall'incendio della diana. Il corteo è composto da bambini vestiti col saio e accompagnati dalle mamme, che per loro mantengono le candele e il giglio di Sant’Antonio. È talvolta impressionante vedere come la devozione di molte donne si manifesti nel portare degli enormi ceri che trovano appoggio sul collo, con grande sforzo delle stesse. I numerosi altarini dedicati a Sant’Antonio sono sparsi per il centro cittadino. Le luminarie artistiche vengono collocate in via Carlo I d'Angiò, via Buonarroti, via Francesco Crispi a spese degli abitanti di queste vie e vicino alla chiesa di cui si occupa la Confraternita. La processione arriva verso le 22.00 vicino al Lungomare dove avviene lo spettacolo pirotecnico dedicato al Santo per poi concludersi nel ritorno in chiesa. La devozione del santo di Padova è anche testimoniata dalla diffusione del nome Antonio tra i molesi.

Festa di San Giovanni Battista (24 Giugno) Attualmente interrotta in attesa dell'ultimazione dei restauri della chiesetta rupestre intitolata al Santo stesso.

Festa della Madonna d'Altomare (primo weekend di luglio). Sin dal 1588, la prima domenica di luglio si celebra la festività della Madonna d'Altomare. Il culto è legato ad un miracolo, riconosciuto dalla Chiesa, avvenuto ad Andria. Si racconta che nel martedì di Pentecoste del 1598 una bambina cadde in un pozzo, in cui era presente un affresco della Vergine e per intercessione di Maria fu salvata. Mola, paese marittimo per tradizione, ha per la Madonna d'Altomare una grande devozione. I marinai, in modo particolare, la considerano loro protettrice e ad essa/lei affidano ogni speranza di pesca e di salute in un mare non sempre molto benevolo soprattutto quando si avventuravano con le paranze fino a Suez o nelle zone del Levante. Dopo molti anni di silenzio inspiegabile la prima festa fu celebrata nel 1949 in cui il simulacro della Madonna venne portato in processione su di un peschereccio la domenica di festa.. Nel sabato che precede il giorno di festa, dopo la Santa Messa pomeridiana, i fedeli, provvisti di fiaccole, portavano a spalla la statua della Madonna d'Altomare fino alla frazione di Cozze, dove veniva custodita nella cappella della Madonna degli Angeli forse per consentire ai villeggianti nella frazione balneare di poter venerare la statua. Il giorno seguente, un'imbarcazione raggiungeva Cozze per riportare a Mola la Madonna che una volta giunta in porto era accolta dai fuochi d'artificio. La processione proseguiva per le vie della città fino a quando, verso sera, la Madonna faceva ritorno nella Chiesa di Loreto, per la Celebrazione Eucaristica e la festa terminava con i fuochi pirotecnici. Nel 1969 tutto si ridusse ad una cerimonia religiosa entro le mura della chiesa. Finalmente nel 1988, in occasione del quarto centenario della costruzione della Chiesa della Madonna di Loreto (dove appunto è venerata la statua di Maria SS. D'Altomare), l'allora Arcivescovo di Bari, Mons. Mariano Magrassi, sotto forte sollecitazione di don Ulisse Natale, parroco della chiesa di Loreto, autorizzò la celebrazione della festa secondo le antiche tradizioni. Il 2 luglio del 1989 i festeggiamenti furono definitivamente ripristinati e continuano fino ai nostri giorni con qualche variazione. Negli anni '80, si pensò di portare in processione la statua della Madonna su di una macchina, per l’occasione trasformata in barca, con tanto di àncora gigante, fiori e reti. Questa iniziativa non riscosse grande successo ed oggi la statua viene semplicemente portata a spalla dai devoti e dai marinai della Capitaneria di Porto. Il sabato pomeriggio della festa è caratterizzato dall'appuntamento fisso della Regata Velica Madonna d'Altomare, organizzata dalla Lega Navale Italiana e da un gruppo musicale, che allieta il passeggio sul Lungomare, illuminato e abbellito con bancarelle di ogni genere. Da qualche anno la processione della Madonna (che prima avveniva la domenica mattina) è stata anticipata al sabato sera e si snoda per alcune vie del paese, passando per piazza XX Settembre e sostando davanti all'Associazione dei Marittimi, dove il Presidente della suddetta associazione dopo aver dedicato una preghiera alla Madonna, lancia dei palloncini blu e bianchi, colori della marineria, del mare e della nostra cittadina. Dopo questo rito di devozione, la processione continua fino al porto, dove la statua della Madonna d'Altomare viene imbarcata su di un motopeschereccio che sosterà davanti al Cantiere Navale per tutta la notte. La domenica mattina, il motopeschereccio sorteggiato per portare la statua della Madonna in mare, partirà per arrivare fino a Cozze seguita da tutte le altre barche allestite a festa piene di bandierine a stracolme di gente. La statua della Madonna resta sul peschereccio fino alle 18.00, dopodichè viene portata a spalla per le altre vie di Mola fino a giungere davanti alla chiesa di Loreto. Qui la statua, rivolta verso il mare, riceve la preghiera di benedizione dei marinai e delle acque prima di rientrare in chiesa. È questo uno dei momenti più suggestivi. Negli anni '80, la statua della Madonna in chiesa era inserita in scenografie molto particolari: in una conchiglia, davanti ad una stella bianca su uno sfondo blu mare o posizionata sullo splendido altare dorato dedicato alla Madonna di Loreto. Sempre in quegli anni, prima dei fuochi pirotecnici serali, avveniva il toccante momento dell'uscita di una copia della statua della Madonna dalle acque del porto, illuminate da torce galleggianti , mentre la vera copia della statua si trovava in chiesa per l'adorazione dei fedeli. Questo rito, non avviene più da diversi anni, richiamava numerosi fedeli e curiosi.. I festeggiamenti si concludono con i fuochi pirotecnici e, se vogliamo, con la consapevolezza, del comitato e dei marinai, di essere riusciti ad organizzare una festa in onore della loro protettrice e di aver devoluto parte degli incassi ai più bisognosi.


Sagra del Polpo (agosto). La Sagra del Polpo rientra nelle manifestazioni organizzate per l'ormai consolidata Estate Molese. Solitamente si svolge durante l'ultimo week-end di luglio. Questa sagra ogni anno registra un grandissimo numero di visitatori di paesi limitrofi, che accorrono a Mola per degustare il tanto ormai famoso polpo, preparato in ogni modo. Grande la partecipazione anche al concerto organizzato per il sabato, il quale vede esibirsi sempre un artista di grande spessore nazionale. Luna Park per la gioia di bambini e ragazzi, bancarelle sul lungomare e spettacoli pirotecnici.

Festa di San Rocco (16-17 agosto).

La celebrazione di San Rocco, assieme a quella di Maria SS. Addolorata, era uno degli eventi principali del calendario religioso molese ed era (ed è) curato, nell'organizzazione, dalla Confraternita di San Rocco. Per la sua realizzazione la cittadina non badava a spese: piazza XX Settembre era completamente illuminata e davanti al Palazzo Roberti e sulla piazzetta del Bar Roma erano collocate due casse armoniche. L'evento liturgico aveva inizio il 16 agosto con una processione alle 18.00 e continuava il giorno seguente, sempre con una processione che usciva la mattina alle ore 10.00. Il trasporto della statua del Santo in processione era molto ambìto dai devoti, al punto che si metteva all’asta. Se il primato dei portatori della Madonna Addolorata spettava ai marinai, ai contadini spettava quello di portare in spalla San Rocco. Gli anziani ci raccontano di un'asta, nella quale ci fu appunto una disputa con dei marinai, che offrendo una somma cospicua, tentarono di portar via il Santo ai contadini. Tra questi ultimi, uno osò sfidarli. Dopo aver consegnato il suo portafoglio rigorosamente chiuso, affermò che chiunque avesse offerto una somma maggiore rispetto al contenuto del suo portafoglio, avrebbe avuto l'onore di portare in spalla il Santo. I marinai, impressionati, non rischiarono pensando che nel portafoglio ci fosse una cifra esorbitante e quindi San Rocco restò ai contadini. Sempre dai racconti del popolo si apprende che un tempo alcuni fedeli espressero la volontà, di portare per mare San Rocco tramite i pescherecci. Quello stesso anno, poco prima dell’evento un fortissimo temporale distrusse completamente l'illuminazione artistica, rovinando i festeggiamenti in onore del Santo. Allora gli anziani dissero: Sand Rocc nà iè sand da scè p mèr! (San Rocco non è Santo da portare in mare!) e infatti secondo le credenze popolari il Santo, attraverso quella tempesta, fece capire ai fedeli che non voleva essere portato in barca. La sera tardi, verso mezzanotte, facevano “lo sparo” (i fuochi pirotecnici), tra via Mazzini e via Foscolo, dove un tempo macinavano il grano alla periferia del paese. Tra i tanti altarini dedicati al taumaturgo di Montpellier, il più importante era quello di via S. Spaventa, angolo via Ariosto davanti ad un'antica fontana che oggi non esiste più. L'organizzazione della festa era curata da Caterina Conenna detta à Pagliazz, una devota di San Rocco che girava il paese in cerca di offerte per fare la festa al santo. La donna vendeva candele davanti alla Chiesa Madre, battagliava per fare in modo che la festa si svolgesse senza intoppi e allestiva un altarino (che ancora oggi si prepara) di fronte al porto peschereccio. Al ritorno dalla processione, San Rocco si fermava (e si ferma tuttora) vicino a questo altarino e iniziava lo “sparo alla bolognese”, giochi pirici che vengono eseguiti sulla terraferma, diversi dai fuochi pirotecnici serali.

Attualmente la festa di San Rocco si svolge ugualmente nei giorni 16 e 17 di agosto. Le processioni di questi giorni hanno inizio alle 18 e si concludono alle 21, proprio di fronte all’altarino di cui parlavamo poc’anzi. Quella di San Rocco è una delle processioni più lunghe; un percorso così lungo vuole richiamare la vita di San Rocco, volta al pellegrinaggio nel soccorrere gli ammalati e testimonia la grande fede del popolo molese verso il santo di Montpellier che cerca di percorrere un grandissimo numero di vie del centro cittadino. Alla fine di questo rituale si rientra in chiesa dove avviene la recitazione, di una poesia in vernacolo molese dedicata a San Rocco, che commuove i presenti. La festa è arricchita dalla presenza di luminarie artistiche nel centro storico, bambini con gli stessi abiti del Santo e lancio di palloni aerostatici all'uscita di San Rocco dalla chiesa Madre.

Festa patronale della Madonna Addolorata (seconda domenica di settembre). È la festa più importante di Mola di Bari. I festeggiamenti religiosi iniziano il venerdì, con la recita dei Vespri in onore della Vergine. Per tutti i giorni della festa, la Bassa Musica di Mola di Bari, "U Tammorr", si snoda per le vie del paese eseguendo brani celebri e marce. La sera del sabato viene accesa un artistica illuminazione, installata in Piazza XX Settembre - particolarmente adatta allo scopo - e nelle principali arterie viarie che vi convergono. La domenica mattina si raggiunge l'acme dei festeggiamenti quando sul sagrato della Chiesa della Maddalena, in Piazza XX Settembre, il Sindaco consegna al simulacro della Vergine le simboliche chiavi della città, e dopo l'esecuzione dell'Ave Maria da parte dell'Accademia del Canto di Mola di Bari, si snoda per le vie del paese la solenne processione, a cui vi partecipano il Clero cittadino, le autorità molesi e dei paesi limitrofi, le associazione cittadine, il popolo e il Gruppo di Sbandieratori della città di Carovigno. Molto sentita la tradizione di vestire con gli stessi abiti della Vergine, alcune bambine, in segno di devozione e totale affidamento all'Addolorata, le quali partecipano alla processione. In serata, servizio musicale da parte di varie orchestre di paesi vicini, lancio di una maestosa mongolfiera e spettacolari gare pirotecniche. La conclusione della festa avviene il lunedì, quando in serata viene garantito il servizio musicale e a mezzanotte uno spettacolo pirotecnico chiude i festeggiamenti.

Festa di San Michele Arcangelo (27-28-29 Settembre) Triduo in onore al patrono di Mola all'interno della chiesetta della Purificazione ed un piccolo fuoco pirotecnico incendiato nei pressi della chiesetta nella serata del 29 settembre.

Festa della Madonna del Rosario (prima domenica di ottobre).

A Mola il culto della Madonna del Rosario è antico, tanto quanto l’omonima Confraternita, fondata nel lontano settembre del 1659. La festa in suo onore cade la prima domenica del mese di ottobre. La processione della Madonna del Rosario parte alle 16.30 dalla chiesa di San Domenico accompagnata dall'incendio della diana per poi snodarsi nelle maggiori vie del centro, questa è forse la processione dal percorso più lungo, segno del grande prestigio di cui godeva la Vergine del Rosario nella nostra cittadina. In passato, alla Madonna del Rosario sono stati dedicati grandiosi festeggiamenti, realizzati soprattutto grazie alla partecipazione economica della cittadinanza. L'ultima grande festa risale al 1985. La festa si svolgeva nei pressi della chiesa di S. Domenico: piazza degli Eroi era illuminata da grandiose luminarie artistiche, la galleria di luci presente in via S. Spaventa e nei pressi della farmacia Spiga era collocata una cassa armonica, lungo la strada del Bar degli Amici, che fa da perimetro alla suddetta piazza, erano disposte in fila delle bancarelle e dai balconi pendevano le coperte di seta più belle, segno di grande rispetto per il passaggio della Madonna. Attualmente la festa ha perso molto del suo prestigio: via Spaventa viene illuminata da lampadine in serie, per far luce ai diversi altarini votivi in onore della Madonna di cui uno in particolare è possibile ammirarlo in piazza degli Eroi. Il simulacro della Vergine del Rosario era fasciato da un abito di stoffa con pizzi e merletti pregiati, donato in devozione da una concittadina molese: Teresa Matarrese. In un secondo momento questo fu sostituito da un abito di cartapesta che si può ammirare tuttora. La Madonna del Rosario è anche chiamata a Madonn d'ì sait, (Madonna dei meligrani) e iconograficamente, rappresentata proprio da questo frutto, tipico del mese di ottobre che in passato veniva venduto sulle bancarelle nel giorno di festa e serviva persino come ornamento sugli altarini.

Fiera di San Raffaele Arcangelo (24 Ottobre) È la seconda fiera dell'anno e cade il giorno 24 ottobre. Originariamente la Fiera era dedicata ed accompagnata ai festeggiamenti in onore dei SS. Medici le cui statue venivano portate in processione. Esse si trovano nella chiesa di Loreto.

Festa di Santa Cecilia (22 Novembre) Il 22 novembre, giorno di Santa Cecilia, protettrice dei musicisti e della musica, nelle chiese molesi si inizia a respirare l'atmosfera natalizia attraverso i concerti organizzati dai diversi cori presenti nel nostro paese e che dedicano alla loro protettrice svariati concerti. Attualmente avviene una piccola processione della statua di Santa Cecilia nel borgo antico della città a cura della Premiata Associazione musicale "U Tammorr".

Santa Caterina d'Alessandria (25 Novembre) L'atmosfera natalizia, che si inizia a sentire già con la musica che accompagna i festeggiamenti per Santa Cecilia, si avverte concretamente il giorno di Santa Caterina d'Alessandria, che cade il 25 novembre, e rappresenta ufficialmente l'inizio del periodo natalizio dal punto di vista della tradizione culinaria. In questa giornata, secondo tradizione, vengono preparate le frittelle che un tempo per le persone povere non erano affatto ripiene ma completamente vuote. L'odore delle frittelle per le strade, e le riunioni di famiglia per l'evento, anticipano a Mola, l'inizio del mese dedicato al Natale.

[modifica] Personalità legate a Mola

[modifica] Economia

[modifica] Pesca e altre attività marittime

Nonostante l'assenza di un porto naturale, sin dalle sue origini Mola ha tratto dal mare la principale risorsa economica. Oltre all'attività di pesca sotto costa, infatti, Mola fu attiva sin dal XIV secolo nell'esportazione dei prodotti agricoli provenienti soprattutto dai paesi dell'interno. Sono attestati rapporti commerciali con la Serenissima, che si impossessò della città a cavallo tra XV e XVI secolo e progettò anche la costruzione di un porto artificiale.[5]

Le innovazioni agricole del XVII secolo determinarono un surplus produttivo di olio d'oliva e altre derrate alimentari, che alimentò un fiorente traffico commerciale diretto soprattutto verso i centri dell'alto Adriatico. Solo nel 1793 fu però autorizzata la costruzione di un molo artificiale per l'ormeggio delle imbarcazioni impegnate nei commerci, che muovevano merci per un volume superiore a quello del porto di Bari.[6] Pochi decenni dopo l'opera si sarebbe rivelata insufficiente, tanto da far avanzare la richiesta di un ulteriore ampliamento.

Nella prima metà del XIX secolo, in concomitanza con la concentrazione dei traffici marittimi della Terra di Bari presso il porto del capoluogo, si assisté al declino dei traffici mercantili in partenza da Mola. Di conseguenza, la numerosa marineria molese, iniziò a dedicarsi in misura sempre più preponderante alla pesca d'altura.[7] A ciò si accompagnò un significativo incremento delle imbarcazioni e degli addetti, che nel 1916 ammontavano rispettivamente a 99 e 1011 unità. Lo sviluppo costante della flotta peschereccia molese determinò il superamento, per stazza e numero di uomini impiegati, di altre cittadine pugliesi dalla consolidata tradizione marinara, come Barletta, Trani e Bisceglie, che sino al XVIII secolo avevano mantenuto il predominio nella pesca d'altura. Come accadeva a tutte le marinerie del basso Adriatico, anche quella molese estendeva l'area della propria azione non soltanto alle acque più prossime alla costa ma si spingeva sino alle coste greche, al Mediterraneo orientale e al nord Africa.[8] [9]

Nel 1886 sorse a Mola la prima cooperativa che riuniva pescatori e marinai, sotto la denominazione di Figli del Mare, e prima del 1909 essa assunse la funzione di società di mutuo soccorso e venne affiancata dalla Società Lavoratori del Mare, pure a tutela della marineria.[10] Nel 1916 venne presentata istanza di realizzazione di una scuola di pesca finalizzata, nelle intenzioni dei promotori, ad impartire l'istruzione tecnica ai futuri marinai, in particolare per insegnare loro le potenzialità della navigazione a motore rispetto a quella a vela. Nel 1921 la Società anonima Retificio Molese era l'unica fabbrica di reti da pesca del basso Adriatico ed esportava i suoi prodotti anche all'estero. Negli anni successivi il prolungamento del molo accrebbe la superficie portuale. Un successivo ampliamento è stato compiuto nel 1995 con la costruzione del molo di levante.

[modifica] Infrastrutture e trasporti

La principale arteria viaria che raggiunge Mola di Bari è la Superstrada Bari-Lecce, una superstrada a carreggiate separate che attraversa il territorio comunale parallelamente alla costa. La viabilità locale è assicurata anche dalle strade provinciali che si dipartono verso i comuni contigui di Rutigliano, Conversano e Noicattaro. Peculiare è la viabilità rurale, caratterizzata dalla presenza dei numerosi antichi capodieci, strade vicinali parallele ed equidistanti tra loro che solcano l'agro molese dalla linea di costa fino ai confini del territorio comunale.

Il territorio è attraversato anche dalla ferrovia Bari-Brindisi-Lecce, ultimo tratto della ferrovia Adriatica: la stazione di Mola di Bari, che serve il centro cittadino, è raggiunta dai treni del servizio metropolitano della città di Bari. La stazione di Cozze, in realtà nel territorio comunale di Polignano a Mare, non è invece aperta al servizio passeggeri, assolvendo solo funzioni tecniche.

Mola di Bari dispone anche di un porto peschereccio e turistico: accanto a circa 350 imbarcazioni da diporto, esso ospita 115 imbarcazioni da pesca per complessive 2.616 tonnellate di stazza lorda, che fanno di quella molese la seconda marineria della provincia e tra le prime dell'intero Adriatico.[11]

[modifica] Amministrazione

Sindaco: Nicola Berlen (centrosinistra) dal 19/04/2005
Centralino del comune: 080 4738224
Posta elettronica: urp@comune.moladibari.ba.it

[modifica] Amministrazioni precedenti

Dal dopoguerra ai primi anni Novanta, l'amministrazione comunale di Mola di Bari è stata – fatta salva una breve eccezione negli anni Quaranta – espressione di forze politiche moderate, con monocolori democristiani o giunte centriste di coalizione che solo negli anni Ottanta furono allargate al PSI.
La riforma elettorale che introdusse l'elezione diretta del sindaco vide nel 1993 la vittoria di Ernesto Maggi, esponente del MSI e quindi di AN. Dopo le sue dimissioni è stato il centrosinistra ad affermarsi, prima con Enzo Cristino (1996 e 2000) e poi con Nico Berlen (2005). Negli ultimi anni l'attività amministrativa è stata catalizzata dal progetto di riqualificazione urbanistica della città, affidato all'architetto catalano Oriol Bohigas e finanziato con i fondi europei del Piano Urban II.

[modifica] Gemellaggi

[modifica] Note

  1. ^ Così si esprime De Santis (Ricordi storici di Mola di Bari, op. cit.) sebbene venga contraddetto da Calabrese (Mola di Bari, op. cit.) che sottolinea invece l'esiguità delle contribuzioni dei molesi rispetto a quelle dei centri vicini.
  2. ^ Saverio Lasorsa, Storia di Puglia vol. VI. Bari, 1962
  3. ^ F.P. De Ceglia, Scienziati di Puglia, Adda Editore, 2007.
  4. ^ Elenco dei Premi Lincei.
  5. ^ >Mola e il mare, 2001, p. 14.
  6. ^ >Mola e il mare, 2001, p. 25.
  7. ^ Nel 1838, il registro cittadino dei marinai registrava 548 unità complessive, comprendenti 48 padroni di imbarcazioni, 88 marinai da traffico e ben 221 da pesca.
  8. ^ Nel 1903 le bilancelle molesi sono segnalate a Tunisi (sei imbarcazioni e 64 membri di equipaggio), in Grecia (otto imbarcazioni e 105 uomini), in Dalmazia e soprattutto presso l'isola di Candia (con 20 imbarcazioni e 196 marinai).
  9. ^ La presenza di imbarcazioni molesi in tutto il Mediterraneo è attestata dalla memoria di numerosi incidenti marittimi. Tra questi, quelli cui alludono gli ex voto datati 1836 e 1851 conservati oggi presso la chiesa della Madonna di Loreto e l'affondamento, nel 1930, delle paranze San Spiridione e Maria SS. Addolorata a largo di Corfù, che provocarono 15 vittime.
  10. ^ Pasquale Trizio, Mola, il porto e la sua marineria, in stampa.
  11. ^ Dati riferiti al 2000 e riportati in: G. Bello, Il mare e il pescatore: pesca e patrimonio marinaro nella provincia di Bari, GraficArt Furio, Mola di Bari, 2003.

[modifica] Bibliografia

  • AA. VV., Pagine di storia molese, Schena, Fasano, 1978.
  • AA. VV. Mola e i molesi, una volta – La tradizione orale nella storia culturale di Mola, (a cura del centro Sociale per Anziani), Mola di Bari, senza data.
  • Abatangelo A. – Palumbo A., Vocabolario etimologico illustrato del dialetto molese, Danisi, Palo del Colle, 2001.
  • Anonimo, Piano della situazione, estensione e qualità del territorio di Mola, 1783, manoscritto, Biblioteca Provinciale "de Gemmis" di Bari.
  • Barbanente V., Piero Delfino Pesce, Laterza, Bari, 1981.
  • Berlingerio G., La torre di Peppe – Mola che scompare, Schena, Fasano, 1987.
  • Berlingerio G., Nobili, civili e galantuomini nella Mola del XVIII secolo, Schena, Fasano, 1996.
  • Berlingerio G., La strada dei tufi – Storia della viabilità molese dalle origini al XIX secolo, Edizioni Realtà Nuove, Mola, 2003.
  • Calabrese M., Mola di Bari: colori suoni memorie di Puglia, Laterza, Bari, 1987.
  • Centro Molese di Cultura e Studi Storico-Archeologici, San Materno, Tipografia Levante, Giovinazzo, 1995.
  • Centro Molese di Cultura e Studi Storico-Archeologici, San Giacomo, Tipografia Levante, Giovinazzo, 1997.
  • Cox T., Aspects of the phonology and morphology of Molese, an Apulian dialect of Southeastern of Italy, tesi di laurea 1982.
  • C.R.S.E.C. BA/15, Catalogo mostra fotografica e documentaria, Cento anni di emigrazione da un’Area del Sud-Est barese: Mola Conversano Rutigliano, Edizioni dal Sud, Bari, 1993
  • C.R.S.E.C. BA/15, Catalogo mostra fotografica e documentaria, Donne e società tra Ottocento e Novecento a Conversano Mola di Bari e Rutigliano, Edizioni dal Sud, Bari, 1996
  • C.R.S.E.C. BA/15, Il Castello Angioino di Mola di Bari, tra storia e restauro verso il riuso, arti grafiche Ariete, Bari, 1985.
  • C.R.S.E.C. BA/15, Mola tra Ottocento e Novecento – Ricerche e appunti di storia, urbanistica, economia e tradizioni popolari, Edizioni dal Sud, Bari, 1985.
  • C.R.S.E.C. BA/15, Omaggio a Piero Delfino Pesce, (a cura di G. Lorusso) Edizioni dal Sud, Bari, 1989.
  • De Grada R., Il cammino segreto. Onofrio Martinelli, Edizioni della Bezuga, Firenze, 1986.
  • De Santis G., Ricordi storici di Mola di Bari, Tipografia A. Eugenio, Napoli 1880 (ristampa anastatica ed. Liantonio, Palo del Colle, 1980).
  • Di Bari P., Immagini della vecchia Mola, Bari, 1973
  • Di Bari P., Mola e i Molesi nel Risorgimento, Scuola Tipografica Apicella, Molfetta, 1961.
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[modifica] Collegamenti esterni


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